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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

 

(Foto di Alessandra delle Fave)

Fin da quando è iniziato il mio incarico in qualità di regista di Madama Butterfly si è parlato, in associazione naturale di ikebana. Questo anche perché la trasferta era organizzata dal Festival Puccini dove io, su richiesta del Direttore Generale Franco Moretti, avevo già tenuto diverse esposizioni e dimostrazioni.

Questa volta ci sarebbe stata una motivazione speciale perché non solo siamo all’interno dei festeggiamenti dei 90 anni di vita della scuola, ma in Nicaragua nessuno, fino ad ora, aveva realizzato o parlato di ikebana. Un onore ed un onere.

Se per l’allestimento mi sono potuto avvalere delle proiezioni bellissime di Jemax Luna,  la mia regia era un totale omaggio al mondo giapponese con citazioni al teatro Kabuki con figure in scena come i Kuroko.

O un omaggio/citazione a Luca Tommassini e al suo spettacolo le Cirque.

E dopo aver tanto illustrato l’ikebana, la sua storia generale e quella della scuola (anche in conferenza stampa e durante le varie interviste in tv) è stata la volta di realizzarne uno con il materiale vegetale presente nel giardino attorno al teatro e con un vaso fornitomi sul posto.

Devo dire che ero emozionato nel vedere il mio duplice lavoro sul palco del prestigioso teatro Nazionale Rubén Dario e in tal modo celebrare la mia scuola e il suo genetliaco sapendo di essere stato il primo a farlo qui in Nicaragua.

E per completare il quadro le stupende calligrafie di Filippo Partesotti che aveva accolto il mio appello rivolto agli amici che praticano lo shodo.

Credo che questa esperienza per me sarà impossibile da dimenticare.

Concentus Study Group

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(foto di Barbara  Poletti)

Mentre la mia allieva, e prossima maestra (ormai manca poco) Silvia Barucci sta partendo alla volta di Pordenone dove farà una piccola mostra di ikebana Sogetsu all’interno della manifestazione Pordenoneorchidea, oltre ad avere la sua esposizione di Florero, da lei brevettato, io sto riempiendo la valigia per la mia terza trasferta nicaraguense.

Il Nicaragua è una terra di una bellezza paesaggistica straordinaria popolata da persone di un’umanità e di una gentilezza incredibili ed io sono felicissimo di ritornare sempre in una nazione che sento come la mia seconda casa.

Se in precedenza avevo portato il mondo romano (Tosca) e quello cinese dell’epoca delle fiabe (Turandot) questa volta narrerò il Giappone con Madama Butterfly.

Le scene (proiettate) illustreranno un classico paesaggio nipponico con a tratti, in momenti strategici dell’opera, proiezioni di bellissime immagini di shodo realizzate da Filippo Partesotti.

E, come lo scorso anno, terrò anche una conferenza sull’opera e il mondo che rappresenta.

Quest’anno la conferenza avrà un apporto maggiore grazie ai video segnalatimi dalla dottoressa Rossella Marangoni sulla vestizione di kimono, che saranno proiettati durante la mia presentazione, e al fatto che al termine della mia conferenza eseguirò una piccola dimostrazione di ikebana portando così la nostra amata scuola per la prima volta in Nicaragua.

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(Ikebana di Lucio Farinelli – Vaso di Sebastiano Allegrini)

Prendo in prestito, a sua insaputa, questo ikebana del Maestro Farinelli perchè contiene… i narcisi… bellissimo fiore su cui la Sogetsu fa anche una specifica lezione nel 5 libro della scuola.

Come sono fioriti i narcisi? Narra il mito che Narciso (in greco antico: Νάρκισσος, Nárkissos) fosse un cacciatore, famoso per la sua bellezza. Figlio della ninfa Liriope e del dio fluviale Cefiso (o secondo un’altra versione di Selene ed Endimione), nel mito appare incredibilmente crudele, in quanto disdegna ogni persona che lo ama. A seguito di una punizione divina si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d’acqua e muore cadendo nel fiume in cui si specchiava. Di questo mito ne esistono diverse versioni, ma a noi interessa quella romana di Ovidio perché conclude la storia dicendo che quando le  Naiadi e le Driadi vollero prendere il suo corpo per collocarlo sul rogo funebre, al suo posto trovarono un fiore a cui fu dato il nome narciso.

Perché riporto questo mito? Perché spesso è facile in ikebana cedere al proprio narcisismo. Questo ovviamente farà sì che il nostro lavoro non sia nè artistico nè universale. I grandi Iemoto della scuola Sogetsu, ma anche altri grandi sensei che ho la fortuna di conoscere ed ammirare danno una personalissima impronta ai loro lavori tanto che sono immediatamente riconoscibili (come in pittura un Giotto, un Raffaello, un Caravaggio o un Picasso) per chi conosce ovviamente bene il mondo dell’ikebana. Questo non vuol dire che fanno tutti lo stesso ikebana, anzi la loro grandezza sta nel fare ikebana sempre differenti, ma di cui (come i pittori sopra riportati) si riconosce la mano (una scultura di Fidia difficilmente si confonderebbe con una di Michelangelo). La difficoltà sta lì nel mettere la propria personalità, ma non il proprio ego, il proprio narcisismo.

Per quanto io creda che la disciplina della psicologia sia totalmente inutile (visti anche i recenti fatti di persone che hanno commesso atti atroci ed erano in cura da anni – e le cure efficaci non durano anni -, sia perché solitamente gli psicologi sono i primi ad avere problemi di comportamento e spesso di educazione)

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recentemente ho letto un articolo diciamo quasi illuminante in cui si comprende come i narcisisti non si riconoscano tali nemmeno se prendessero dei medicinali (non dico quali in quanto sono educato).

Riporto il testo:

“Psicologi e psichiatri concordano sul fatto che la maggior parte della popolazione dei narcisisti sono maschi, poiché si distinguono per tratti come aggressivita’ e competitivita’ fuori misura per affermarsi anche se pure le donne presentano tali tratti che esprimono in ambiti come il sacrificarsi completamente per la famiglia, lo status dei figli e l’eccesso di cura di se’ . Vi sono anche donne che assumono tratti tipicamente maschili come l’eccesso di aggressivita’ o di dominio e il forte bisogno di ammirazione esplicita. Sia gli uomini che le donne narcisiste hanno in comune l’insaziabile necessita’ di essere al centro dell’attenzione e di essere ammirate in modo piu’ o meno esplicito, aspetto che impedisce loro di considerare le altre persone in modo empatico, di ascoltare e comprendere i bisogni altrui.”

E qui nel mondo dell’ikebana potrei portare esempi a bizzeffe. Da maestri che ti obbligano, in barba ai temi della scuola, a fare solo un tipo di ikebana che piace a loro (che so le fogline piegate, i fili d’erba a circolo, il fiore che si slancia dal vaso, tutto frontale, niente rami etc) o che ti dicono in cosa devi credere o cosa mangiare ad altri che non gli importa dei programmi degli altri gruppi, anzi se possono li sovrappongono come se invece dell’Italia si fosse l’America e ci fossero kili di ikebanisti. Solitamente questi narcisisti fanno l’ikebana “strano” per far capire che sono fighi. E si spalleggiano tra di loro giustificando anche errori clamorosi come quello del kenzan riportato nel mio articolo precedente con un atteggiamento di bullismo e aggressività verbale.

Ma andiamo avanti.

“Il/la narcisista ha una insormontabile difficolta’ nel pronunciare le parole “mi dispiace” poiche’ scusarsi equivale a dire a se stessi che non hanno alcun valore. O sono perfetti o nulla. Le critiche, il disappunto, idee differenti dalle proprie li feriscono a morte, sono molto abili nel dissimulare questo effetto ignorando chi li critica, o cercando approvazione in altri ambiti o colpendo e ferendo chi ha riposto fiducia in loro. I narcisisti sono in genere persone molto affascinanti ad un primo approccio, appaiono intelligenti, perspicaci, consapevoli di se’, di successo, usano le parole in modo abile narrando i loro sentimenti a chi e’ attratto da loro ma non riescono a viverli nella relazione. Dopo poco tempo che si entra in relazione con loro ci si scontra con la loro rigidita’ mentale, mancanza di empatia, presunzione, richiesta totale di attenzione.”

E anche qui gli esempi abbonderebbero. Ne faccio solo alcuni di quelli incontrati nella mia seppur breve carriera di ikebanista.

Maestra che insiste nel dire che il termine mazezashi si dice mazemashi o che gli tsubo (vedasi quinto libro della scuola) sono i vasi a cilindro del nageire e non quelli a “pancia” oppure che le indicazioni di Sofu Teshigahara nel completare un ikebana (un elemento frontale ed uno di profondità) sono ormai sorpassati o che l’ikebana oggi si sta trasformando in qualcosa di troppo kitsch, ma poi nel floating mette le polverine colorate…. e tutto per non ammettere i propri errori quando sono palesi

Persone stufe di essere corrette tecnicamente che vanno a workshop o da altri e subiscono le stesse correzioni, ma non lo ammetteranno mai con loro stesse che avevi ragione te.

Altri che si lamentano della propria situazione privata senza chiedersi come se la passa chi hanno innanzi.

Se la scuola chiede di fare buone foto degli ikebana è inutile dire che non servono a niente o che ahimè siamo a lezione e non su un set. E’ un po’ come dire che l’uva è acerba. Si deve con umiltà accettare critiche e consigli di fotografi ed imparare a fare foto. E comunque non è difficile inquadrare tutto il vaso e il materiale. Tagliare parte di esso con un’inquadratura sbagliata è indice di superficialità e menefreghismo dell’arte di cui siamo i portavoce. Insomma il narcisista piega comportamenti e regole secondo il proprio caso e se le aggiusta sempre. Magari davanti ti fa i sorrisetti, abbraccia gli alberi o vive in città – paradiso (fiscale) tipo Fantasilandia, ma alla fine quello che realizzerà saranno solo accrocchi senza alcun valore, freddi, inermi o tutti uguali a fotocopia. Non svilupperà il talento precipuo dell’allievo o le sue “intenzioni”, ma lo obbligherà a fare delle fotocopie dello stile che a lei piace. E magari sarà come il bue che dà del cornuto all’asino. Insomma dei bambini piccoli che stringono le alleanze, come si faceva a scuola durante la ricreazione, secondo come si sono svegliati quel giorno, anche con persone di cui fin all’altro giorno ne criticavano la “bravura” o ne mettevano il dubbio il talento con derisione.

Per questo io cerco di stare attento a non comportarmi così. Voglio evitare di essere uno di quei maestri che si pongono sempre sotto al riflettore e di cui non vedi mai un lavoro degli allievi o non sai chi sono questi.

E dopo questa piccola, ma credo importante riflessione, direi di lasciarci in musica (ed ecco perché il titolo del blog anche perché le parole dei narcisisti vengono sciolte come burro dal tempo e dalla professionalità): Carmen Consoli – Parole Di Burro E comunque affrontare la vita con ironia senza mai prendersi troppo sul serio…. salverà l’umanità  ^_^

Concentus Study Group

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(varie tipologie di kenzan e uno shippo)

Nel moribana della scuola Sogetsu (ma anche Ohara) si utilizza uno strumento di sostegno che si chiama kenzan. La scuola Ohara utilizza anche lo Shippo kenzan che in foto è quello dietro al kenzan di plastica.

Di kenzan ce ne sono di tutte le forme, colori e materiali. Quelli in foto sono solo alcuni di quelli in possesso mio e del maestro Farinelli perché.. ecco diciamo che tendiamo a cercare di essere attrezzati il più possibile.

Molti kenzan (o almeno i più particolari) li ho acquistatai ad The Ikebana Shop anche se la dogana mi ha fatto rimpiangere questa mia mania di collezionista 🙂

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Il titolo di questo articolo fa riferimento ad una frase che l’ikebanista Valeria Raso Matsumoto ripeteva spesso. Ovvero che il komi (il sostegno, l’aggancio, tutto ciò che ci aiuta a sostenere i fiori nel vaso, tutto ciò che è all’interno del vaso) non deve diventare gomi ovvero spazzatura. Non so il giapponese per cui mi fido della parola della Matsumoto su questi due termini sperando siano esatti però riporto la frase perché rende bene l’idea di come in un ikebana tutto debba essere preciso e in ordine.

Trascrivo la regola che la Sogetsu pone nel suo libro di testo del I livello (pag.  37 per chi lo ha) perché forse non tutti ricordano bene i contenuti dei testi, ma io li ripasso constantemente per essere sicuro di non dare mai informazioni errate ai miei allievi o interpretazioni personali:

Covering the kenzan

It must be noted that, although the Kenzan is used in Moribana for fixing stems, the kenzan is a utensil. It should, therefore, not be seen when the arrangement is completed. It must always be covered using subordinate stems or pebbles. Once they are added to the arrangement, however, they become a part of the arrangement. It is important for stems, leaves, or pebbles used for covering the Kenzan to look natural and be in harmony with the entire arrangement.

Traduco per chi non avesse chiaro l’inglese:

Copertura del Kenzan

Si deve notare che, sebbene il Kenzan sia utilizzato nel Moribana per il fissaggio degli steli, il Kenzan è uno strumento. Quindi non deve essere visto quando la disposizione è completata. Deve sempre essere coperto utilizzando steli subordinati o sassolini. Una volta che vengono aggiunti alla disposizione, tuttavia, questi diventano parte della disposizione. E’ importante che gli steli, le foglie, o i sassolini utilizzati per coprire il Kenzan abbiano un aspetto naturale e di essere in armonia con l’intera disposizione.

In un colpo solo la Sogetsu ci da due insegnamenti. Il primo e più importante è che il Kenzan va SEMPRE COPERTO e NASCOSTO. Questo per la scuola Sogetsu (e a quanto so anche per l’Ohara che però non utilizza i sassolini) è ben chiaro: il Kenzan non va MAI visto. Non ci sono degli ikebana dove i sassi darebbero un tocco country. Se il kenzan si vede è un grosso errore.

Chi fa diversamente o sostiene diversamente o non si ricorda ciò che scrive nelle prime pagine del corso la scuola o non lo sa oppure fa una cosa contro le regole della scuola.

Nel suo ultimo ikebana realizzato per il suo portale di studio di quest’arte Ilse Beunen Sensei utilizza (per il contenitore basso) un kenzan nero che in un vaso nero si mimetizza talmente tanto da non notarsi.

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Per questo motivo anche io ricorro a volte a kenzan neri, o verdi o con la base in resina. Oggi ci sono talmente tante possibilità di colori e materiali che se andiamo a mettere un kenzan a vista vuol dire proprio che non amiamo ciò che stiamo facendo e realizziamo il tutto con sciatteria o che abbiamo scelto il contenitore sbagliato. Lo so bene che non è facile coprire bene il kenzan e dargli un aspetto naturalistico (soprattutto utilizzando i sassolini) e come me lo sanno le mie allieve che le ho sempre tormentate su questo.

L’altro insegnamento che fornisce la Sogetsu nel paragrafo sopra riportato è che il tutto deve dare un aspetto naturale e di armonia. Questo anche negli stili più estremi (materiale non convenzionale) o nel “riarrangiare” il materiale vegetale (ovvero “smontarlo e rimontarlo” in un’altra forma). Se il nostro ikebana avrà un aspetto forzato sarà… flower design ed avremo sbagliato il tema.

O più semplicemente è una cosa che potrebbero fare tutti senza il bisogno di diventare maestri di ikebana.

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(Master Instructor Tetsunori Kawana e Luca Ramacciotti)

Tutte le mie scelte sono sempre state dettate dall’instinto e da una buona dose di incoscienza, ma sinceramente non mi sono mai pentito del percorso fatto. Tutto ha contribuito a fare esperienza e a rendermi quello che sono attualmente (nel bene come nel male). Quando fummo avvisati dal Branch dell’Olanda che il Master Instructor Tetsunori Kawana avrebbe tenuto un workshop subito con Lucio Farinelli avvisammo le allieve e decidemmo di partecipare. Non eravamo nessuno, nessuna esperienza di workshop (e infatti commettemmo l’errore di partecipare ad uno solo), ma eravamo eccitatissimi all’idea di ciò che sicuramente avremmo imparato. Come andò (e gli insegnamenti che Kawana Sensei ci diede) lo trovate qui “In famiglia“, ma da sempre ricordo con maggiore limpidezza una correzione che mi colpì molto.

Come scritto nell’articolo citato sopra uno dei temi era “Solo fiori” ed avevamo a disposizione una avrietà infinita di gerbere ed altri fiori di accompagnamento. Kaewana Sensei passando per le correzioni non si soffermò su alcuni lavori classificandoli design e non ikebana (diceva che erano fatti per stupire e non con il cuore) poi a lungo si fermò innanzi ad uno che sinceramente non rammento come fosse stato realizzato se non per un’achillea che era posizionata fuori dal contenitore.

Kawana Sensei chiese all’ikebanista se saapeva che quel fore senza acqua sarebbe morto. Lei gli rispose (forse dimenticandosi per un attimo l’esperienza della persona che aveva innanzi) che le achillee durano tanto fuori dall’acqua e che poi seccano senza sciuparsi.

Kawana Sensei annuì e poi disse: Io sono una persona qualsiasi che viene a vedere un ikebana. L’ikebana è l’arte dei fiori vienti, il rispetto totale per la natura. E vedo un fiore fuori dall’acqua e penso: Peccato che quel fiore soffra e che morirà presto.

Da quel momento ho sempre con me delle fialette di varie misure da usare in caso un fiore non arrivasse a toccare l’acqua all’interno del vaso, ma MAI ho messo un fiore fuori dal vaso. Lo facessi mi parrebbe di tradire l’insegnamento di questo grande Maestro e soprattutto di non rispettare la natura che ci offre i suoi doni.

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Luca Ramacciotti

Nel nuovo libro della Sogetsu  (riservato a chi si diploma maestro) c’è una lezione dedicata a “Composition Using Unconventional material”. Riporto una citazione del fondatore della scuola:

“I regard myself as a creator of shape who uses mainly flowers as his metier, rather than purely as an arranger of flowers.”

Sofu Teshigahara

Sofu è sempre stato affascinato dalle moderne avanguardie occidentali come il Cubismo e il Surrealismo, e per questo iniziò a sperimentare su quella che lui chiamava ikebana di avanguardia, o Zenei-bana, già a partire dalla fine del 1920, con pezzi di ferro e/o di altri materiali non vegetali. Ricorda Sofu: “Qualcuno una volta mi chiese cosa avrei fatto se fossi vissuto in un posto come la Manciuria dove non ci sono fiori o piante. Gli risposi che forse avrei organizzato la terra…. Ovviamente è una fortuna se uno ha i fiori con cui può lavorare, però non sostengo che se si vive in un luogo dove non ci sono fiori è necessario coltivarne a tutti i costi per produrre ikebana. Va ricordato che il termine ikebana è costituito da due parole; ikeru, che significa organizzare o creare, e Hana, che designa fiori, e che tra i due, ikeru è  il più importante. Ogni volta che vado a realizzare una composizione floreale, la mia prima considerazione è l’impostazione. Il mio obiettivo è sempre quello di organizzare quei materiali che ho in modo tale che si adattino armoniosamente con l’ambiente circostante.”

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Lucio Farinelli

In questa lezione non dobbiamo partire da un contenitore e scegliere materiale vegetale e stile o viceversa, ma cercare un’idea, dei colori, degli oggetti che possano sviluppare la nostra creatività. Sia che si decida di ricorrere ad un vaso oppure che si crei una struttura autoportante dovremo lasciare che la nostra fantasia sia stimolata da vetro, pietre, ferro, pluirball, bottiglie di plastica. Si deve focalizzarci su uno o più materiali e cercare di comprenderli al fine di avere una maggiore libertà espressiva e creativa in ikebana. Non c’è un vera e propria metodologia di studio se non quella di essere creativo in maniera costruttiva. Ovvero non fare come in tanta arte moderna cose volte solo a stupire, a colpire, ma che non ci comunicano nessuna sensazione perché sono aride, morte.

Ovviamente dopo 4 anni di stuio del’ikebana Sogetsu il nostro gusto, occhio, modo di percepire le forme sarà così indirizzato verso le “regole” dell’ikebana apprese che non faremo qualcosa di simmetrico, statico, pesante… morto, ma asimmetrico, con pieni e vuoti, l’equilibrio di forme e colori, l’armonia. E questo è meno semplice di quel che possa sembrare. Non dobbiamo fare una scultura, non richiede questo la lezione, ma un ikebana astratto. Questo ha una sua logica sennò sarebbe una lezione solo di bricolage. E’ anche vero che noi occidentali con il nostro backgrund di storia dell’arte alle spalle probabilmente un poco avvantaggiati siamo. Le persone vedendo i nostri lavori devono percepire che siamo studiosi di ikebana. Se per caso pubblichiamo il nostro lavoro su un social e ci chiedono cosa sia… bè abbiamo fallito. Non credo che a Picasso abbiano mai chiesto cosa fosse Guernica. Magari son rimasti perplessi innanzi al dipinto, ma hanno provato delle emozioni.

Questo ovviamente fa parte di un lungo processo creativo e di crescita personale se c’è. Se facciamo ikebana, come ho spesso ripetuto in questi post, per farci notare, se si cambia insegnante per andare da quello che è di moda al momento o al centro dell’attenzione, se si è sempre e costantemente gelosi dei passi degli altri, se vogliamo accumulare lezioni su lezioni senza capire nulla o poco e arrivati al 5 anno si deve rifare le composizioni base (ad esempio il nageire), se si collezionano discipline orientali come se fossero francobolli senza però riuscire in nessuna perché manca anche il talento, se ci si crede Vang Gogh e invece siamo Teomondo Scrofalo, se ci interessano solo i certificati o si crede che facendo i lecchini (sbattendo le ciglia o portando regalie) si vada avanti… bè direi che la canzone che ha vinto lo scorso Festival di Sanremo fa per voi Francesco Gabbani – Occidentali’s Karma

In caso invece positivo si va a creare degli ikebana astratti piuttosto interessanti anche ad un primo spiazzante approccio come hanno avuto ieri le mie allieve di Livorno. A loro ho dato una difficoltà in più perché il materiale lo avevo scelto io (però avevano diverse possibilità di scelta) ed ovviamente non sapevano che lezione avrebbero affrontato. Quindi un triplo salto carpiato nel buio. Anche se devo dire lo abbiamo affrontato a stomaco pieno grazie al meraviglioso meriganto (con sopra come decorazione la riproduzione in pasta di zucchero dell’ikebana con cui Silvia Barucci aveva vinto il Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition -5th) con cui le corsiste di Livorno han voluto festeggiare in serena armonia e gioia la loro collega.

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Nicoletta Barbieri

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Sivia Barucci

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Ilaria Mibelli

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Rosaria Malito Lenti

Concentus Study Group

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(© fotografico di Ben Huybrechts – © grafico di Silvia Barucci)

Sembra ieri, ma in realtà son passati 3 anni da quando organizzammo un workshop a Roma con Ilse Beunen. Lo facemmo (io e Lucio Farinelli) con la voglia di migliorarci che ci ha sempre contraddistinto, con tanta passione e, sinceramente un po’ di incoscienza. Non avevamo ancora uno Study Group, avevo da poco fondato il chapter di Roma di Ikebana International ed eravamo un piccolo gruppo. Ci affidammo totalmente ad Ilse per la scelta dei temi (anche se io le chiesi se si potevano utilizzare i wooden-strip che in Italia non si trovavano) e… il resto è storia (Anyone can enjoy Sogetsu Ikebana anytime, anywhere, using any material, Because I’m happy, Materiale secco e colorato, Rami con frutti).

Fu un workshop importante, istruttivo, si conobbe bellissime persone che vennero dall’estero e il workshop di Ben Huybrechts fu estremamente illuminante e prezioso (e soprattutto con la sua professionalità seppe fare foto meravigliose in un ambito non proprio favorevole). Eravamo tutti così felici che io nemmeno mi accorsi che praticamente non avevo nemmeno più una goccia di sangue nelle vene (in effetti si vede nelle foto che ero un po’ giallo in viso), ma questa è un’altra storia.

Ilse, oltre alla sua bravura innegabile, ha un concetto dell’ikebana dove lo studio serio si unisce alla gioia dell’apprendere, insegna come utilizzare qualsiasi tipo di materiale per fare ikebana senza dover per forza ricorrere a materiale particolare o “costoso”. Quando con Lucio si è deciso di rifare un workshop internazionale ovviamente abbiamo subito pensato a chiamare di nuovo lei. E siccome nel frattempo l’incoscienza è aumentata… abbiamo voluto raddoppiare la sfida. Non solo due workshop, ma quattro e con.. due insegnanti.

Oltre a Ilse e Ben abbiamo voluto anche Anne-Riet Vugts che collabora da sempre con Ilse nell’organizzare eventi e workshop meravigliosi e vincitrice della prima edizione del concorso online 草月みんなのいけばな展 Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition.

Gentilmente la Sogetsu ha approvato il nostro workshop (Sogetsu Ikebana Seminar in Rome) che un po’ era già stato annunciato nel numero del Magazine della Scuola dove c’era un’intervista ad Ilse uscito la scorsa primavera.

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E i temi che faremo? Anche qui ci siamo affidati alla loro esperienza anche se ci han chiesto di far sapere loro quali temi in Italia non erano mai stati eseguiti.

Quindi creeremo da noi un vaso partendo da…. (bè non vi voglio rovinare la sorpresa), utilizzeremo un supporto particolare (curiosi?), lavoreremo il bambù e vedremo come il tema del wabi-sabi può essere applicato all’ikebana. 4 temi molto suggestivi che ci faranno sicuramente progredire lungo la via dei fiori.

Ringrazio le persone che già si stanno prenotando ed ovviamente gli insegnanti che hanno accettato il nostro invito.

Concentus Study Group

 

 

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