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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: novembre 2014

 

livorno Il 17 settembre del 2012 agli iscritti dell’Associazione ASD Oriente di Livorno arrivava la seguente mail:

Cari soci,
 un’altra bella iniziativa per dare lustro a questo nuovo anno! Diffondete e parlatene. (in allegato c’era il volantino dell’ikebana)
Grazie
Rosaria e Evi
All’epoca Rosaria ed Evi le conoscevo solo telefonicamente e mai mi sarei sognato di trovare due persone così spettacolari, appassionate e professionali. Quando si affida l’organizzazione di un corso ad un’Associazione si teme sempre di trovare tavolini non idoneei, magari piccoli, o tavolacci di plastica o tavoli coperti che so da giornali e/o da plastica che sembra quella che si usa per i sacchi dell’immondizia o sale un po’ tristanzuole o strette come corridoi… invece fin dalla prima lezione (16 dicembre 2012) trovai prima di tutto un bellissimo ambiente, tavoli perfetti e la copertura in stoffa adeguata. E, scusatemi, ma fare arte in condizioni disagevoli per me non è mai un buon punto di partenza, si deve stare posizionati comodi e circondati dal bello. L’altra piacevole sorpresa, oltre conoscere di persona Rosaria ed Evi, fu trovare delle ottime allieve molto motivate e appassionate.
Quando qualche tempo fa Evi e Rosaria mi han detto che sta per iniziare un nuovo corso (le altre allieve ormai son già al III livello) il piacere è stato enorme. Come ricordato in altri post sono molto legato alla città di Livorno (Potrà piovere lì fuori, sulla terra, sulla strada, sulle cose…) ed è un piacere per me incontrare nuovi amici. Spero anche di reincontrare chi si è dovuto fermare lungo il percorso per cause indipendendti dalla sua volontà.
L’Associazione ha la sede in un quartiere compreso tra l’Accademia Navale, il lungomare coi Bagni Pancaldi e soprattutto la Terrazza Mascagni e si respira aria di mare che al mio cuore riporta sempre e solo momenti felici.
Per cui l’attesa del nuovi inizio è per il prossimo gennaio… lungo la via dei fiori.
 

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369_01(Ikebana di Lucio Farinelli)

Quando tengo una lezione di ikebana, una conferenza o una dimostrazione la prima domanda che spesso mi viene fatta è: “Quanto dura un ikebana?” Premettendo che non si chiederebbe mai “quanto duri un mazzo di fiori” (ed è la stessa cosa se ci pensiamo) la risposta immancabilmente è che il tutto dipende dal tipo di materiale, dal trattamento che gli si fa (o non si fa) e dal periodo stagionale.

La “durata” è un’angoscia del tutto occidentale e per certi versi incomprensibile. Sappiamo fin da quando nasciamo che siamo di transito che tutto ha un ciclo di nascita, vita e morte, cosa ben chiara al mondo orientale. Nell’ikebana noi andiamo a rappresentare la bellezza della natura, la sua stagione, la sua evoluzione dal fiore chiuso… alla sua morte, come lo stesso accade nei mazzi di fiori che mettiamo nei nostri vasi.

E di questi tempi corriamo come se non ci fosse un domani, siamo tutti stravolti, nevrotici, si va avanti come maratoneti senza soffermarci sull’attimo, senza guardarci attorno.

Se lo si facesse non ci importerebbe di quanto dura un ikebana, ma lo osserveremmo giorno per giorno. E lo stesso vale per il mazzo di fiori che mettiamo nel vaso. Ci dona gioia, e poi un giorno ci accorgiamo che i fiori sono sciupati… ma tra quando lo abbiamo ricevuto e la sua fine cosa è successo?

Per questo in ikebana, seguendo la stagionalità, possiamo usare anche foglie un po’ accartocciate del gelo o rami secchi, perché sono dell’attimo che stiamo vivendo.

A sottolineare tutto ciò ho “sfruttato” l’ikebana fatto dal maestro Lucio Farinelli perché ieri (a una distanza di cinque giorni dalla sua realizzazione) gli ho fatto un’altra foto; le foglie del liquidambar avevano perso colore e i crisantemi iniziavano ad essere un po’ stanchi.

Ma sinceramente l’ikebana aveva intatto lo stesso fascino del primo giorno, se non qualcosa di più.

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(ikebana di Lucio Farinelli – © fotografico Luca Ramacciotti)

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IMG_2040(© fotografico Luca Ramacciotti)

Come scritto in post precedenti oggi c’era il workshop di ceramica tenuto dal maestro Sebastiano Allegrini presso il suo negozio laboratorio Pots situato nel cuore della Roma storica.

Perché fare un workshop di ceramica? La Sogetsu prevede che i propri allievi aprano i loro orizzonti. Imparare a memoria le tecniche e i nomi dei fiori va bene, ma si richiederebbe un quid in più per cui si cerca cone le allieve di fare anche attività collaterali che possano sempre però (ovviamente) ricondurre alla via dei fiori. E, fino a quando sarà possibile, si proverà sempre a farli in bei luoghi per rallegrare cuore e spirito e soprattutto in cerca della più totale professionalità.

La ceramica resta sempre il materiale principe per l’ikebana anche se, come si diceva oggi con Sebastiano, con la Sogetsu si può andare dai vasi di vetro alle latte riciclate oppure non avere proprio il contenitore. Da qui la decisione di fare un primo passo su questo particolare nuovo sentiero. Due turni di tre ore hanno visto le allive di ikebana del gruppo di Roma e di  Livorno cimentarsi con questa antica arte partendo da una delle tecniche più “semplici” (in realtà non lo era affatto) ovvero il colombino.

Sebastiano ci ha accolto come sempre calorosamente nel suo spazio e ha dato il via alle spiegazioni.

IMG_2001(© fotografico Luca Ramacciotti)

Ovviamente quella che era materia duttile nelle mani esperte di Sebastiano lo era meno nelle nostre perché maneggiavamo un materiale nuovo, sconosciuto di cui valutarne plasticità e morbidezza. Per questo dicevo che la tecnica del colombino in realtà non è semplice. Ogni arte ha delle sue difficoltà intrinseche e soprattutto gli inizi son comuni: pratica e tecnica, tecnica e pratica. Per cui lo scopo della giornata non era fare un “bel” vaso o un vaso particolare che avevamo in mente, ma muovere un primo passo. Ovviamente poi, grazie ai consigli e agli aiuti del maestro, si è avuto anche il bel vaso come risultato finale.

Momenti di teoria

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(© fotografico Lucio Farinelli)

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(© fotografico Lucio Farinelli)

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(© fotografico Lucio Farinelli)

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(© fotografico Lucio Farinelli)

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(© fotografico Luca Ramacciotti)

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(© fotografico Luca Ramacciotti)

Partecipanti al workshop

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Rosaria Malito Lenti (© fotografico Lucio Farinelli)

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Patrizia Ferrari (© fotografico Lucio Farinelli)

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Ilaria Mibelli (© fotografico Lucio Farinelli)

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Silvia Barucci (© fotografico Lucio Farinelli)

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Luca Ramacciotti (© fotografico Lucio Farinelli)

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Giulia Fregoli (© fotografico Luca Ramacciotti)

 

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Lucio Farinelli (© fotografico Luca Ramacciotti)

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Anne Justo (© fotografico Luca Ramacciotti)

ed ora i nostri lavori saranno cotti e colorati da Sebastiano

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 (© fotografico Luca Ramacciotti)

…… e dato l’entusiasmo dei partecipanti Sebastiano ha acconsentito per un secondo workshop aperto a tutti coloro che desiderino provare cosa voglia dire creare con la ceramica.

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(© fotografico di Luca Ramacciotti)

Se Arlecchino si confessò burlando ecco un decalogo di cose che ad un ikebanista non dovrebbero mai essere dette soprattutto se ha le hasami in mano….  🙂

Ma come mai lei che è un uomo fa ikebana? Ora è vero tutti noi abbiamo in mente l’iconografica immagine della bella geisha che fa ikebana, ma c’è da dire che solo tardivamente le donne si sono avvicinate alle arti giapponesi e che tutti gli Iemoto (ovvero i fondatori e direttori) delle grandi scuole di ikebana sono stati sempre e solo uomini. Se non erro a “spezzare” questa consolidata tradizione fu proprio la Sogetsu con la II Iemoto della scuola (Kasumi Teshigahara) e stiamo parlando del 1979.

Dopo quante lezioni si diventa bravi? Si sta studiando un’arte. Avremo diversi livelli di bravura in base all’impegno, lo studio, l’esercizio, gli anni di professione, ma essendo un’arte non credo ci sia mai fine allo studio, alla passione. Personalmente credo che chi si sente bravo si sia solo arenato.

Posso fare una foto al suo ikebana? Così lo rifaccio a casa. E qui di solito sorridendo chiedo che poi mi mandino la foto…

Scusa, ma qual’è la difficoltà nell’allestire una mostra di ikebana? Dunque per quasi tutte le arti uno arriva, porta i suoi pezzi, li espone e, a fine mostra, se li riporta a casa. L’ikebana lo pensi e lo studi per una mostra e nasce e muore in quel contesto. Usiamo materiale vegetale deperibile e questo gli organizzatori spesso non ne tengono di conto. Per cui è anche una spesa economica (non mi prendete per venale, ma è sola praticità) ogni volta. Per quanto concerne la Sogetsu possiamo esporre ovunque, ma se invece di avere pareti bianche le abbiamo colorate, se invece di essere spoglie ci sono quadri ne dovremo tenere conto. Come, per esempio, i bonsaisti hanno precise regole su come esporre i bonsai sul tokonoma con un elemento di accompagnamento e/o una pittura o calligrafia così noi ikebanisti Sogetsu dovremo tener conto di cosa c’è (o non c’è) alle nostre spalle e intorno. E per ogni mostra andremo ad inventare, creare una composizione nuova per non ripeterci dato che non abbiamo stili come le altre scuole di ikebana.

Non ho fatto corsi di ikebana, ma ho letto molti libri, l’ikebana viene dal cuore. L’ikebana, come tutte le arti (dico sempre a lezione che Picasso non si svegliò un giorno dicendo: Voglio fare il pittore e sarò cubista) ha delle regole ben precise alla base, poi a seconda delle scuole avremo degli stili da ricreare o, come con la Sogetsu lo stile libero, ma con sempre regole  (equilibrio, pieno e vuoto, armonia etc) di cui tener di conto. Vero sono scritte anche nei libri di testo, ma come verifichi se poi hai fatto correttamente? Non si sta montando una seggiola.

Ah! Ma io voglio fare il corso! Quanto dura? Nella scuola Sogetsu sono previsti quattro livelli composti da circa 21 lezioni l’uno più un quinto livello per chi vuole diventare maestro. Ah… ed io quante lezioni devo fare?

Sono ceramista e nella ceramica non ci sono regole (!?) perché dovrei seguirle in ikebana? Questa è una domanda a cui non vi è risposta tipo: è nato prima l’uovo o la gallina?

A me l’ikebana non piace son tre fiori in un vaso. Al di là che magari (nella Sogetsu) possono anche essere due o uno solo, ma anche un’intera scenografia io vorrei sapere questa idea da dove nasce dato che in tutte le iconografie, foto etc di solito le composizioni non sono proprie alla Morticia…

Mi piace l’ikebana perché ti fa fare cose strane non come la composizione floreale nostra. Vedasi uovo e gallina di prima.

A me l’ikebana piace perché sono buddista. Mi fa piacere, io sono cattolico…… cioè io tra corsisti ho atei, agnostici, credenti…. vero l’ikebana ha una base storica buddista e filosofica col taoismo (detto velocemente ci vorrebbero vari post solo per sviscerare questo argomento), ma è un’arte e come tale universale e parla a tutti.

A me non piace tagliare i fiori. Ehm… essersi magari iscritta ad un corso di uncinetto?

Sono fioraio di professione si può fare un corso compatto di due o tre giorni in cui mi insegna il I livello della scuola? Non so perché ma ritorno spesso in questo post all’uovo e alla gallina….

A lezione insegno, o almeno ci provo in base alla mia piccola esperienza, come si fotografa un ikebana. Sì ok, ma io devo imparare a fare l’ikebana non sono una fotografa. E poi su internet vedi cose flashate e inquadrato anche il lattivendolo che passa….

Giuro che son tutte esperienze vissute in questi anni senza alcuna esagerazione, ma questo scherzoso post è per far capire che l’ikebana si può affrontare a vari livelli, come hobby, con serietà, ma si dovrebbe considerare che ci rivolgiamo sempre ad un maestro che crede in quel che fa e non è carino banalizzare il suo lavoro…

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Un lavoro interessante che ha proposto più volte a me, e al maestro Lucio Farinelli, la nostra insegnante è quello di lavorare a coppia, ovvero fare uno o due ikebana progettandoli assieme, sviluppandoli assieme… modificandoli assieme.

Oggi alle mie allieve toscane ho proposto questo utile esercizio a chiusura del I biennio di corso e con piacere pubblico le loro opere.

Inizialmente han dovuto fare due nageire assieme, poi uno dei due è divenuto moribana (quindi adattando misure, forme e disposizione) e dopo pure l’altro è stato trasformato in moribana avendone così due da “unificare” in un’unica composizione.

 

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(Ikebana di Silvia Barucci e Rosanna Lari)

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(Ikebana di Silvia Barucci e Rosanna Lari)

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(Ikebana di Silvia Barucci e Rosanna Lari)

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(Ikebana di Nicoletta Barbieri e Ilaria Mibelli)

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(Ikebana di Nicoletta Barbieri e Ilaria Mibelli)

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(Ikebana di Nicoletta Barbieri e Ilaria Mibelli)

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(Ikebana di Ivana Bosimini e Rosaria Malito Lenti)

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(Ikebana di Ivana Bosimini e Rosaria Malito Lenti)

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(Ikebana di Ivana Bosimini e Rosaria Malito Lenti)

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07062014-18_luca-2(© fotografico di Silvia Barucci)

Due fatti recenti.

La prima la riscoperta della foto (risalente ad un anno fa) che apre il post e che si lega direttamente alla seconda questione. Mi è stato chiesto in questi giorni: “Per progettare 3 ikebana per una mostra mi vuoi dire che son mesi che ci pensi?” Si può quantificare il tempo che ci vuole per fare un ikebana? Vediamo.

L’ikebana in foto lo feci a lezione a Livorno (Oriente ASD); Nicoletta, una mia allieva aveva portato questo vaso ed io le feci vedere un possibile utilizzo. 2 minuti di realizzazione. Era un esempio, una cosa “facile”.

Quindi l’ikebana si fa velocemente? Direi di no. Se io non avessi incamerato quell’esperienza precedente con la mia insegnante (un’ora di lavoro assieme) non sarei mai arrivato probabilmente a fare questo lavoro a lezione. Quindi in realtà non si tratterebbe di un lavoro di 2 minuti.

Se devo pensare ad un ikebana per una mostra (grande o piccola che sia) parto da un’idea, un progetto, faccio alcuni disegni per comprendere come potrei sviluppare il tutto (progetti sommari difficilmente troverò rami, fiori od altro come li ho disegnati io). E questo per il mio ikebana. Dovendo fare una mostra dove ci sono anche gli ikebana delle mie allieve il lavoro si complica.

Fare una mostra di ikebana Sogetsu vuol dire che ogni volta dobbiamo inventarci qualcosa di diverso dalla precedente, non ripetere gli stessi temi o vasi. Se nella stanza ci saranno dipinti dovremo vedere come far sì che gli ikebana si sposino ad essi; nessuno dei due lavori deve essere a decorazione dell’altro. Se ci sarà una finestra vedremo come fare affinché lo sfondo non si sovrapponga al nostro ikebana, vedere se i muri sono bianchi o colorati, a composizioni “alte” dovremo abbinarne altre “orizzontali”, stare attenti ai vari tipi di fiori e colori che avviciniamo. Un lavoro che al maestro Farinelli e al sottoscritto porta giornate di discussioni, prove, idee.

Se si aggiunge che magari si andrà a manipolare il materiale i tempi si allungano, si fa seccare il materiale, gli si dà forma, lo si colora e i giorni passano. Idem per le dimostrazioni. Per non parlare poi del tempo passato per fare una buona foto del nostro lavoro che ormai è un dato di fatto che non possiamo trascurare soprattutto se andremo a mettere online il tutto.

Una volta una persona di un’altra scuola affermò che chi non sa fare ikebana fa stile libero. Ogni tanto vorrei avere la “facilità” di avere stili prefissati da “ricalcare” invece di dovermi spremere le meningi per creare qualcosa di diverso ogni volta, qualcosa che andrà a legarsi indissolubilmente al mio stato di animo, che quando lo riproverò lo farò diverso perché non starò vivendo lo stesso precedente attimo.

Inoltre per mostre o dimostrazioni c’è da considerare che mentre nelle altre arti uno si riporta il suo “pezzo” a casa e magari lo ripropone per un’altra mostra l’ikebana (e questo di qualunque scuola) nasce e muore per quella mostra o dimostrazione.

 

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Come recentemente messo in risalto dalla stupenda mostra SgargianteSobrio (SgargianteSobrio) presso l’Istituto Giapponese di Cultura in Roma, la ceramica e l’ikebana sono da sempre un connubio inscindibile.

Con la Sogetsu possiamo utilizzare contenitori di qualsiasi tipo o materiale, non usarli affatto, o “riciclare” oggetti trasformandoli in “vasi”.

Però la ceramica resta la materia prima.

Per tale motivo credo sia importante per uno studente di ikebana approcciarsi con quest’arte, anche magari solo per un breve assaggio.

A Roma ci son molti ceramisti (tra i quali ricordo il Cer e Susy Pugliese) davvero molto validi, ma da due anni la nostra attenzione si è soffermata su Sebastiano Allegrini perché il suo approccio all’arte della ceramica è quello che si confà più alle nostre esigenze.

Sebastiano dirige il laboratorio/bottega Pots nel cuore di Roma antica ed è alla continua ricerca di forme e colori e questi sperimentalismi nella Sogetsu son sempre i benvenuti.

Credo che il luogo in cui svolgere un workshop di questo tipo sia importante, il bello chiama il bello. Se l’ambiente è tristanzuolo o squallido, almeno al sottoscritto, passa subito la voglia di fare qualsiasi cosa. Essere a due passi dal Colosseo e dai Fori Imperiali e in un elegante ambiente dove fare ceramica invece stimola.

A fine novembre le allieve di nord e centro Italia parteciperanno quindi ad un workshop per realizzare uno tsubo, ovvero il vaso alto cilindrico da noi usato. Durante il workshop Sebastiano parlerà anche di tecniche e storia della ceramica in modo da darci un’infarinatura generale sull’argomento e se non farò un’opera alla Picasso poi vedrete qui il risultato.

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