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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

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Tag Archives: Season

Se la Sogetsu sostiene, nei suoi principi, che bei fiori non fanno begli ikebana è perché non è soltanto la bellezza (molto soggettiva come si vede dal mio post precedente) in automatico a far sì che mancanza di tecnica o voglia di strafare rendano buono il nostro lavoro se non c’è un forte impatto emotivo tra di noi e il materiale vegetale. I giapponesi hanno la bellissima espressione che descrive il comunicare cuore a cuore tra l’ikebanista e il mondo vegetale che è hana-no-kokoro.

In questi anni di pratica lungo la via dei fiori mi sono accorto di come il mio sguardo sia mutato non solo per ciò che comporta il mio lavoro (la disposizione scenica), ma proprio accorgendomi della Natura come prima non facevo, anche di quella che sopravvive al cemento in mezzo alle città.

Ma vedere al alvoro due maestre con moltissima esperienza più di me come Ilse Beunen e Anne-Riet Vugts è stato tanto istruttivo quanto emozionante.

La lezione è incominciata al Mercato dei Fiori dove avevamo ordinato molti materiali, ma altri andavano scelti e vedere le due maestre parlare tra di loro dei temi da sviluppare e in base a questi la scelta del materiale, come abbinarlo per forme, colore e “peso” (sia fisico sia visivo) è stata una bellissima lezione

(foto di Ben Huybrechts)

che è continuata all’Orto Botanico La Sapienza di Roma dove ci attendeva Paco Donato con una bellissima sorpresa, una radice che aveva trovato ed asserbato a noi.

Quando vedi un materiale del genere è subito amore a prima vista (ci riempirei casa io) e poi ti chiedi come lo potresti utilizzare. Ecco l’idea avuta da Anne-Riet Vughts.

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(Ikebana di Anne-Riet Vugts – Vaso di Sebastiano Allegrini – foto di Ben Huybrechts)

L’armonia è palese anche all’occhio meno esperto, come il  senso di movimento, equilibrio e naturalezza.

All’Orto Botanico potevamo prendere il materiale secco ed alcune foglie sottto l’attenta supervisione di Paco (anche se non ho mai visto due maestre così attente a non prendere troppo materiale perché non fosse poi sciupato o gettato) perché ogni materiale davvero presentava una lezione, un mondo a parte e vedere le due insegnanti che nella “massa” vedevano il ramo, la foglia perfette per le loro idee è stato incredibile.

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(foto di Ben Huybrechts)

Come detto da entrambe durante la due giorni di workshop è importante di ogni Paese vedere il Mercato dei fiori per scoprire ciò che il luogo propone, le caratteristiche dei vari materiali che si trovano in quel posto, MA MAI nulla sostituisce una passeggiata in mezzo alla natura, osservandola con occhi attenti, andando a focalizzare nel molto le singole linee, le forme e i colori che ci interessano.

E non solo in natura…. Ilse aveva visto nel giardino di casa di Lucio una pianta secca buttata in un angolo e ci ha chiesto di prendere uno dei rami. Io, sinceramente, non l’avevo mai notata e nemmeno Lucio.

Da quel ramo Ilse ha tratto ispirazione per la sua incredibile, leggerissima, eterea e bellissima versione di wabi-sabi dove ciò che altri avrebbero gettato come secco o rovinato qui è arte.

(Ikebana di Ilse Beunen- Vaso di Sebastiano Allegrini – foto di Ben Huybrechts)

Concentus Study Group

 

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(Ilse Beunen e Anne-Riet Vughts che hanno tenuto il workshop internazionale di ikebana Sogetsu a Roma, i partecipanti provenienti da tutto il mondo, i maestri di ceramica Sebastiano Allegrini ed Angelica Mariani e Fabio Uggeri membro onorario del Concentus Study Group – foto di Ben Huybrechts)

Avevo iniziato a scrivere un post sul wabi-sabi (l’altro tema affrontato sabato 14 scorso durante il workshop), ma poi ho ricevuto le foto di Ben Huybrechts riguardanti il backstage e mi sono fermato (quello sul wabi-sabi lo pubblicherò domani) non perché non sia un tema importante (anzi! L’ho proprio desiderato io!), ma perché queste foto per quello che trasmettono mi hanno commosso.

Come già scritto in passato scelsi (e i membri dello S.G. approvarono) come nome del nostro gruppo il termine latino Concentus perché significa: accordo, armonia, unisono. Per me era importante trasmettere questo concetto perché negli ikebana noi  ricerchiamo l’armonia, l’accordo tra i materiali che non devono sembrare sparsi nel vaso, ma uniti all’unisono. Per avere questo però dobbiamo per primi esserlo noi dato che l’ikebana rispecchia il nostro essere, le sensazioni di quel momento. La difficoltà in un workshop è spesso che non hai il tempo di pensare un ikebana, ti viene dato un tema, un vaso e del materiale che non hai scelto e tu devi creare e soprattutto imparare. In questi due  giorni io e Lucio Farinelli abbiamo sempre aspettato che i partecipanti ospiti scegliessero loro per primi vaso e materiali dato che noi eravamo i “padroni di casa”, ma anche perché eravamo lì per imparare per cui maggiori sfide avevamo da affrontare e meglio era.

Al workshop ci hanno fatto compagnia Sebastiano Allegrini e Angelica Mariani che ci hanno fornito i loro splendidi vasi e Fabio Uggeri (marito di Nicoletta Barbieri) che si era offerto, da appassionato di fotografia quale è, di dare una mano a Ben Huybrechts. In realtà non si sono limitati a questo come si vede nelle prossime tre foto a cui davvero tengo molto e che ho messo anche su Instagram perché dimostrano lo spirito e la passione che ha animato una due giorni indimenticabile.

(foto di Ben Huybrechts)

Coordinare tutto (dal workshop al post con le cene organizzate nei ristoranti a Lucio che traduceva tutto per tutti) è stato faticosissimo e con Lucio Farinelli eravamo davvero stanchi (per  quattro giorni ci siamo alzati alle 6.00 del mattino e si andava a letto all’1.00 di notte), ma spesso ci siamo guardati attorno e sinceramente un po’ di commozione ci travolgeva perchè eravamo in pieno Concentus. Le persone sorridenti, le due maestre che non solo sono state incredibili per la mole di insegnamenti dati e la qualità, ma che hanno seguito passo passo i vari temi dandoci consigli e suggerimenti durante la lavorazione dei nostri ikebana,

(foto di Ben Huybrechts)

gli allievi che si scambiavano gli attrezzi, si aiutavano a vicenda.. ho ancora i brividi a ripensare a quei momenti, è stato semplicemente bellissimo, emozionante ed armonico.

Ma l’unione non è stata solo in sala. Non avremmo potuto mai organizzare nulla se anche persone esterne al tutto non ci avessero dato una mano.

A partire da due dei nostri fornitori che hanno ricevuto messaggi su whatsapp a qualsiasi ora del giorno e della notte (realmente). Grazie Massimo e grazie Edorado.

(foto di Ben Huybrechts)

Per non parlare di Paco Donato che ci ha permesso di raccogliere il materiale per il wabi-sabi e non solo, si è messo a lavorare con noi e per noi con la generosità di cuore e di intelletto che gli appartengono da sempre.

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(foto di Ben Huybrechts)

Sebastiano ed  Angelica ci hanno anche aiutato perché volevamo fare un dono alle persone iscritte e loro hanno realizzato per noi dei poggia bacchetta meravigliosi

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(foto di Ilaria Mibelli)

e Alberto Paciaroni (Uovo a Pois) ha realizzato per noi le cupcake (alle mandrole, alla mela e al cioccolato) che abbiamo offerto a tutti i partecipanti durante il pranzo del sabato.

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(foto di Ben Huybrechts)

Indimenticabile la visita della mestra che ci ha diplomato e che da più di 25 anni rappresenta la Sogetsu in Italia ovvero la signora Lina Alicino che ha mostrato alle nostre allieve, e agli altri partecipanti, i suoi libri firmati da Sofu, Hiroshi e Akane Teshigahara.

Chiudo questo mio post di ringraziamenti con una foto di Ben Huybrechts che, prendendo a prestito un titolo dei Matia Bazar, intitolerei: C’è tutto un mondo intorno.

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Concentus Study Group

 

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Luca Ramacciotti

(Ikebana di Luca Ramacciotti – Vaso di Sebastiano Allegrini – foto di Ben Huybrechts)

 

Quando anni fa fui ospite di Paola Saluzzi a Cielo mi definì una persona che lavora nel “bello”. Mi rimase impressa questa definizione perché fino ad allora non avevo collegato il teatro, l’ikebana con questo concetto.
Ma cosa è la bellezza? Artisti, filosofi,  poeti han cercato di definirla, ma sfugge alle classificazioni,  muta a seconda del luogo, dell’epoca storica, della moda.
La bellezza di una donna, un tramonto sul mare, la natura incontaminata son tutti possibili esempi di bellezza.
E in ikebana cosa è bello? Sicuramente l’armonia, l’eleganza che deve essere palese per chi osserva. Il materiale non deve sembrare forzato (infilato a forza nel vaso, piegato con violenza o costretto tra altrti tipi di vegetali o materiale non convenzionale), deve dare un’idea di movimento, mai di staticità o pesantezza, deve trasmettere equilibrio ed armonia.
Come dice la Sogetsu (e come ha ricordato la maestra Ilse Beunen durante il recente workshop che ha tenuto a Roma assieme ad Anne-Riet Vughts) non è detto che se abbiamo dei bei fiori di conseguenza avremo ottimi ikebana, si deve saper usare il materiale e soprattutto vedere la bellezza di ogni singola cosa.
Venerdì scorso, dopo aver preso i materiali per il workshop al Mercato dei Fiori, con Lucio, le insegnanti e l’allieva Patrizia Ferrari siamo andati all’Orto Botanico in cerca del materiale per il wabi-sabi che era uno dei temi dei quattro workshop che avremmo poi effettuato.
Già da sola Patrizia aveva raccolto da terra del bellisismo materiale secco ed altro ne ha visto Ilse per strada e non solo (ma di questo ne parliamo nel prossimo articolo) ed io avevo portato delle foglie di loto che avevo seccato, ma che purtroppo non ho usato perché piacevano a tutti ed ho lasciato che ne usufruissero gli ospiti che devo dire le hanno davvero ben valorizzate (per vedere i lavori del workshop si può andare sulla nostra pagina Facebook).
Ilse Beunen al workshop ha ben spiegato il significato sia di wabi sia di sabi e di come “unendosi” formino un concetto di opposti che si bilanciano sottolineando come spesso oggi sia un termine di moda deconnaturato dal vero significato. Su questo concetto rimando agli articoli scritti qui.
Nella scuola Sogetsu c’è il tema del materiale secco e fresco assieme, ma qui era uno step ulteriore. Dovevamo utilizzare delle foglie in apparenza rovinate, materiale “povero”, vedere la bellezza dove comunemente non si vede e, nel mio caso, Ilse, mi ha insegnato a dare volume ad una foglia lunga e piatta che, seppur bellisisma, non ne aveva.
Pura Poesia.

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peritoLuca  Ramacciotti

(Ikebana e contenitore realizzato da Luca Ramacciotti – foto di Ben Huybrechts)

Non ho mai avuto hobby in vita mia, perché se inizio a praticare qualcosa ci metto tutto l’impegno possibile come faccio nel lavoro. Mi documento, studio, chiedo, cerco.

Così è stato con l’ikebana dal primo istante del mio percorso quando, con Lucio Farinelli, decidemmo di intraprendere questo studio.

Fin dall’inizio abbiamo cercato su internet, comperato libri, cercato informazioni, raccolto materiale di ogni genere (dalle hasami ai kenzan di tutte le forme, materiali e colori, ad ogni singolo attrezzo che ci possa essere utile) perché consapevoli, come diceva Socrate “di non sapere”.

Perché è ovvio che nessuno di noi sa tutto, qualcuno ne sa sempre più di noi. Ad esempio per fare il Renka ci siamo documentati ovunque e con chiunque per non fare una cosa errata. Se parliamo a nome dell’ikebana e della nostra scuola dobbiamo essere costantemente responsabili di ciò che diciamo alle persone o divulghiamo.

Per tale motivo non mi sento mai offeso quando un maestro mi fa delle correzioni, o mi spinge oltre la mia zona di conforto. Tutti noi ne abbiamo e dobbiamo, soprattutto durante un workshop,  travalicarle.

In questi ultimi due giorni si è tenuto a Roma un workshop internazionale di ikebana Sogetsu con le maestre Ilse Beunen e Anne-Riet Vugts che ha visto partecipanti da tutta Europa e anche da altri continenti e questo ovviamente ci ha reso felici.

Fin dall’inizio con Lucio abbiamo deciso di limitare il numero dei partecipanti perché volevamo che ognuno di loro avesse il loro spazio (anche fisico per non mettere più di una persona a tavolo anche se grandi) e soprattutto una giusta correzione del lavoro per non fare delle annotazioni veloci e frettolose. Anche perché i temi scelti erano davvero molto impegnativi. Anzi, approfitto di questo mio post, per ringraziare le due insegnanti di ciò che ci hanno proposto.

Sapevamo di invitare due grandi personalità dell’ikebana con due visioni molto simili, ma molto nette e personali, ma mai ci si sarebbe aspettati tanta generosità sull’insegnamento, sul cercare di dare un’ulteriore visione ed aspetto al nostro modo di fare ikebana. Non si sono risparmiate in nulla in questi due giorni. Davvero grazie.

Abbiamo cercato di dare materiali particolari e temi difficili perché, come dicevo prima, un workshop ti deve spingere a fare qualcosa di più che non faresti a casa tua, a compiere un passo in avanti lungo la via dei fiori.  Non stare, appunto, nella zona di conforto, usando materiali facili o dei vasi industriali (e qui mi inchino davanti a Sebastiano Allegrini ed Angelica Mariani che ci hanno permesso di utilizzare i loro straordinari vasi realizzati con una perizia ed un senso estetico davvero incredibili. Due grandi professionisti che amano la loro arte e che hanno anni di studio e preparazione alle spalle).

Il primo workshop a cui ho partecipato sabato mattina era stato ideato da Anne-Riet Vugts e prevedeva di utilizzare un tubo di plastica per realizzare il proprio contenitore. Si doveva giocare sulle forme, sugli equilibri, i contrasti di colore. Ho preso fiato e mi son lanciato nel vuoto non avendo mai prima di ora affrontato un tema del genere. E i dubbi erano molti dal poter sbagliare la forma del vaso (e quindi minarne la stabilità), alla forma da dare al mio lavoro, all’idea di mantenere saldi i principi dell’ikebana (pieno, vuoto, movimento, asimmetria equilibrio etc).

E’ satto molto entusiasmante mettersi così alla prova e quello in foto è il risultato finale.

Concentus Study Group.

 

 

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Quando la maestra Lina Alicino dava a me e a Lucio Farinelli lezione di ikebana faceva sempre un’introduzione storica o filosofica o artistica sul Giappone. Chi studia ikebana ed è ai primi passi può prendere questa iniziativa come nozioni informative mentre andando avanti nel tempo ci si accorge di come in realtà servano nello studio di quest’arte.

L’ikebana non è “solo” studiare la naturale, regole di misure, dimensioni e prospettiva, ma conoscere profondamente la cultura giapponese e per questo resto incantato davanti la sapienza di persone come Aldo Tollini, Giangiorgio Pasqualotto o di Mauro Graf e ne seguo conferenze e scritti. Più li ascolto e maggiormente mi accorgo di non sapere. L’ikebana è strettamente connessa alla (alle) religione giapponese (è illuminante leggere i saggi sullo shintoismo, buddhismo e buddhismo zen, taoismo, confucianesimo dove si scopre anche la concezioni che i giapponesi hanno dell’uomo estremamente connesso alla natura), alla storia del Giappone, alle influenze artistiche, alle ideologie “estetiche e filosofiche”. Come scrive nel suo saggio Hisayasu Nakagawa (Introduzione alla cultura giapponese): “Ogni arte è dunque una combinazione di differenti pratiche artistiche […] Le diverse pratiche sono altrettanti sistemi in sé completi, ma che hanno modo di esprimersi appieno soltanto contribuendo a un’altra pratica artistica.”

Ci sono poi dei “temi” (e termini) che ho reincontrato più volte sul mio cammino e che credo siano degni di maggior analisi.

Il primo è il kintsugi di cui già avevo parlato in un articolo riferendomi proprio al vaso in foto di copertina, ma che mi aveva salvato anche il vaso realizzato in esclusiva come premio della mia vittoria al 草月みんなのいけばな展Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition che nel viaggio si era danneggiato. Quelo che mi affascina in questa tipologia di riparazione non è solo l’idea che in un mondo sempre di più consumistico si vada a “salvare” un oggetto, ma è che non lo incolliamo semplicemente, andiamo ne mettiamo in risalto la “cicatrice”. Nessuno impedirebbe di usare colle trasparenti e super forti. Eppure andiamo a disegnarci una o più “vene” dorate. E’ un elogio all’imperfezione, al passare del tempo, all’usura.

Da un lato abbiamo un Giappone alla costante ricerca della perfezione, della maestria (interessante su questo concetto il saggio “Sulla maestria” di Tanizaki Jun’ichirō), di ciò, come in ikebana, è “ricostruito” (ovvero la natura in questo caso) senza che si debba notare e dall’altro l’esaltazione del segno lasciato dal passare del tempo. Un segno che deve essere visibile. E qui possiamo legarci ad un altro affascinante concetto, quello del Wabi- Sabi.

Ho letto i due saggi di Leonard Koren su questo tema che attraversa anche molti altri libri sulla cultura giapponese dove è evidente che le sfumature di definizione sono spesso evanescenti. Nel suo testo sull’estetica giapponese Donald Richie scrive: “Il maestro dell’arte di disporre i fiori Teshigahara Sofu una volta disse che shin (stile formale) è un tokonoma tradizionale con pavimento di tatami, il sostegno principale laccato e tutte le proporzioni precise e formali mentre è gyo (stile misto) un tokonoma con pavimento in legno, le venature ancora visibili e il sostegno principale forse costituito da un tronco di albero naturale.” Come si vede le sfumature si risolvono poi nella pratica in differenze ben sostanziali, ma sono tutte facce della stessa medaglia.

Questi termini spesso sono davvero intraducibili nella nostra lingua perché appena li definiamo essi sfuggono alle barriere linguistiche. Attingo ancora a Donald Richie.

Aware: Gli aspetti della natura (o della vita o dell’arte) che portano l’individuo sensibile alla consapevolezza della bellezza effimera di un mondo in cui il mutamento è l’unica costante.

Furyu: Modi raffinati riflessi in cose considerate di gusto o eleganti.

Iki: un tipo di bellezza urbana, chic e borghese con sfumature di sensualità (tra poco torneremo su questo concetto).

Mujo: Un concetto buddhista che suggerisce la caducità.

Sabi: Una qualità leggermente cupa che suggerisce l’età, il deperimento e il passare del tempo (anche su questo concetto come quello di wabi ritorneremo tra poco).

Shin-Gyo-So: Uno schema tripartito che indica lo stile formale, quello misto e quello informale.

Soboku: Semplicità spontanea.

Wabi: Un’estetica raffinata che trova la bellezza nella semplicità e nella rusticità modesta.

Koren nei due testi di cui parlavo prima sviscera il concetto di wabi – sabi sia in senso generale sia con un saggio centrato su artisti, designer, poeti e filosofi. Vedendo l’ampia categoria a cui fa riferimto si ritorna al discorso fatto prima in cui tutte le discipline artistiche giapponesi creano una globalità. Mi affascina il concetto di wabi – sabi (tanto da porlo al centro di uno dei quattro temi che comporranno il prossimo workshop internazionale organizzato dal Concentus Study Group che si terrà a giorni a Roma) per ciò che esprime. Credo la prima volta di averlo incontrato in merito alla Cerimonia del té dove le tazze avevano una connaturazione tale, ed erano tazze “grezze”, segnate dalla patina del tempo e dalle tracce del tè verstovi. Eppure quelle tazze valgono tantissimo a livello economico e ci vuole un’immensa maestria nel realizzarle così. Senza considerare i collezionisti che pagano cifre incredibili per accaparrarsi il pezzo di tal maestro o di un altro e la raffinata ricerca fatta da scuole come l’Uransenke.

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(due delle tazze che possiedo. A sinistra una Karatsu e a destra una tazza da cerimonia del maestro Sebastiano Allegrini)

Si ricercano linee, forme e colori che non siano eccessive, che non distraggano l’occhio e la mente dal discorso importante, ovvero il tè. Eppure di prassi è regola osservare la tazza che ci viene proposta. Sono dualità che per me hanno un fascino straordinario, una continua ricerca di suggestioni che spesso noi occidentali non abbiamo più (in tal senso consiglio anche l’affascinante “Libro d’Ombra” sempre anch’esso di Tanizaki Jun’ichirō).

E se il primo principio della Sogetsu è: Fiori belli non rendono sempre belli gli ikebana tra poco vedremo come questo principio si tradurrà nel wabi – sabi della natura con gli ikebana realizzati durante il nostro workshop internazionale che inizia sabato a Roma.

L’altro termine affascinante di cui parlavo prima è iki. Quando mi fu regalato “La struttura dell’Iki” di Shuzo Kuki era la prima volta che incontravo questo termine.

Sulla definizione e spiegazione dettagliata di tale termine rimando all’omonima pagina di wikepedia. Pur sapendo che i giapponesi sul sesso hanno una mentalità ben diversa dalla nostra (basti pensare che da loro lo Shibari ha raggiunto una connotazione artistica, mentre il suo corrispettivo occidentale, il Bondage, ha una valenza negativa e morbosa) mi sembrava un saggio interessante, ma slegato al contesto culturale di cui mi occupavo, ovvero la natura e non la seduzione delle geishe. Invece per il principio che tutte le discipline si ricongiungono in Giappone c’è una parte finale del saggio che verte sull’arte dove l’autore si chiede se può essere, e in quale modo, iki. Il rapporto tra iki e arte in visione soggettiva ed oggettiva per la precisazione, tra arti imitative (pittura, scultura e poesia) e arti libere (arti decorative, l’architettura e la musica). Non tocca nessuna delle arti più particolari del Giappone come lo shodo o l’ikebana.

“Ad avere un rapporto molto importante con l’espressione dell’iki sono innanzitutto le arti libere. […] Per prima cosa bisogna che in qualche modo si manifesti la dualità della “seduzione”. Occorre poi che tale dualità venga espressa con una precisa caratteristica, ossia come oggettivazione di “energia spirituale” e di “rinuncia”. Ora non esiste figura geometrica che mostri la dualità meglio delle rette parallele. Le quali, procedendo eternamente senza mai incontrarsi, rappresentano la più pura oggettivazione visiva della dualità. […] Del tutto estranei all’iki sono inoltre i motivi a tralci floreali […] perché hanno linee involute come germogli di felce; come è pure estraneo all’iki il motivo a grandi fiori stilizzati del perodo Tenpyo, perché formato quasi esclusivamente da curve.”

Viene fatta una distinzioni tra righe verticali (iki) e linee orizzontali (non iki): “Nelle righe verticali, invece si avverte la leggerezza della pioggiarellina e delle “fronde di salice” (ryujo) che cadono assecondando la gravità.” E tra le forme geometriche ([…] “essendo formati da triangoli son ben lontani dall’iki”).

Il saggio prosegue anche analizzando i colori (“sono più iki i colori assimilanti, come il verde e il blu, dei cosiddetti colori disassimilanti, come il rosso e il giallo.”) alla tipologia di illuminazione delle stanze parlando di architettura (“Occorre che la luce fluttuante in uno spazio iki abbia il colore tenue dei lampioncini appesi sulla porta delle case di piacere.”) per finire sulla struttura musicale (“La melodia iki consiste nella rottura dell’equilibrio monodico della scala ideale e nella posizione di una dualità sotto forma di scarto.”).

E lo studio continua…

Concentus Study Group

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(Quattordici girasoli in un vaso  –  Arles, agosto 1888)

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(Ikebana di Luca Ramacciotti omaggio a Vincent Van Gogh che fu realizzato per la mostra Arte Giovane – vaso di Sebastiano Allegrini)

Il 16 – 17 — 18 ottobre prossimo esce nei cinema “Loving Vincent” – un film sulla vita ed opere del celebre pittore olandese che ha traghettato l’arte pittorica nella concezione moderna. Si tratta del primo film interamente dipinto su tela, rielaborando oltre mille dipinti per un totale di più di 65 000 fotogrammi. E’ un’emozione davvero unica veder prendere vita sullo schermo le opere, i personaggi, la natura dipinti dal celebre pittore la cui vita tormentata e incompresa ben viene narrata in questo film diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman che ho avuto l’onore di vedere in anteprima nazionale.

Van Gogh mi ha sempre affascinato e travolto per il forte impasto dei colori (avrei voglia di affondarci dentro le mani), le forme, lo studio delle luci, come calibrava l’impasto pittorico per dare suggestioni:

“Caro Theo,

È stata una settimana di serrato e duro lavoro nei campi di grano in pieno sole: ne sono venuti studi di messi, paesaggi e uno schizzo di seminatore.

Su di un campo arato, un grande campo di zolle viola, sale verso l’orizzonte un seminatore in azzurro e bianco.

All’orizzonte un campo di grano maturo.

Sopra tutto, un cielo giallo con un sole giallo.

Dalla sola nomenclatura delle tonalità, senti che il colore gioca in questa composizione un ruolo importantissimo.

Così lo schizzo in quanto tale – tela da 25 – mi tormenta molto nel senso che mi chiedo se non si debba prenderlo sul serio e farne un quadro formidabile. Dio mio quanto mi piacerebbe! Il fatto è che non so se avrei la forza di esecuzione necessaria.

Metto da parte lo schizzo così com’è, non osando quasi pensarci. Già da tempo desideravo fare un seminatore, ma i desideri che coltivo da tempo non si realizzano sempre.

[…]

tuo Vincent”

Inoltre come ipotizzavo in una mia conferenza al MAXXI data la passione di Van Gogh per il Giappone è possibile che abbia sentito parlare di wabi-sabi?

Se pensiamo che il quadro Japonaiserie: Oiran

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è dell’anno precedente al quadro dei Girasoli che apre l’articolo non sarebbe una suggestione che la forza di quei fiori in vaso potesse rappresentare il wabi-sabi? Questo spiegherebbe perché non sia una natura morta, né un quadro di fiori freschi come potevano essere le sue iris.

“Non si potrebbe studiare l’arte giapponese, mi sembra, senza diventare molto più sereni e più felici: dobbiamo ritornare alla natura, nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro in un mondo convenzionale. … Invidio ai giapponesi l’estrema nitidezza che tutte le cose hanno presso di loro. Nulla vi è mai noioso, né mi sembra mai fatto troppo in fretta. Il loro lavoro è semplice come respirare: essi fanno una figura mediante pochi tratti sicuri, con la stessa disinvoltura come se si trattasse di una cosa semplice quanto abbottonarsi il panciotto.” (Vincent Van Gogh – settembre 1888)

Concentus Study Group

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Anni fa trovai parallelismi tra il percorso dell’ikebana e il libro di Eugen Herrigel “Lo Zen e il tiro con l’arco”  perché si capiva come approcciarsi allo studio di una disciplina orientale che è molto diverso da come ci avviciniamo noi al mondo dell’arte. Ancor più fondamentale ovviamente il libro della moglie “Lo zen e l’arte di disporre i fiori” (Gusty Herrigel).

Leggendo il libro di Coelho recentemente pubblicato in Italia vi ho trovato molti spunti di riflessione che, per ovvi motivi di copyright, non posso riportare tutti, ma ne segnalo due che mi sembrano molto attinenti al tipo di mentalità e modo di agire che dobbiamo possedere nell’aprocciarsi con una disciplina artistica (soprattutto se orientale) e in questo caso personale all’ikebana.

Esistono due tipi di tiro. Il primo è quello che si affida alla precisione, ma risulta privo del trasporto dell’anima. Per quanto l’arciere possieda un’elevata padronanza della tecnica, durante l’esecuzione si concentra esclusivamente sul bersaglio: ecco perché, nonostante una lunga pratica, spesso non si è “evoluto”, non ha ottenuto grandi miglioramenti, e si è quasi cristallizzato nella ripetività. Un giorno finirà per abbandonare il cammino dell’arco, pensando che sia diventato ormai una routine. Il secondo tiro è quello che racchiude ogni stimolo dell’anima. E allora ecco che la mano dell’arciere si spalanca nell’istante più opportuno, il suono della corda stimola il canto degli uccelli, il volo della freccia custodisce e trasporta ogni sua intenzione, perché l’essenza di quel gesto – il lancio di un oggetto verso un punto lontano – paradossalmente scatena il desiderio di un ritorno e di un ritrovamento di se stessi.

Il gesto è l’incarnazione del verbo. In altre parole, un’azione raffigura la manifestazione di un pensiero. Anche il più minuscolo gesto rivela il nostro essere: di conseguenza, dobbiamo porre una grande attenzione in esso, badare a ogni dettaglio per tendere alla perfezione, affinare la nostra tecnica in modo da renderla principalmente intuitiva. Ricorda, però,  che l’intuizione esula dal concetto di routine, perché affonda le proprie radici nella disposizione dell’anima – forse nella sua stessa esistenza. Ecco perché, dopo essersi esercitati, a lungo nell’arte del tiro, i vari movimenti diventano parte dell’esistenza. Ma per raggiungere questo traguardo è indispensabile un allenamento costante e la ripetizione insita di ogni singolo gesto. Sì, la ripetizione insistita e l’allenamento costante.

Concenstus Study Group

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