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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: ottobre 2016

_mg_1770a(Ikebana di Luca Ramacciotti- Vaso di Jeff Shapiro smaltato da Sebastiano Allegrini)

Quando l’artista ceramista Jeff Shapiro è stato a Roma (Il Maestro del mio Maestro) ha realizzato dei pezzi unici che poi il suo allievo (e a sua volta mio maestro di ceramica) Sebastiano Allegrini ha smaltato tra cui il vaso in foto che mi è subito piaciuto vedendolo già dalla foto pubblicata sul profilo instagram del laboratorio Pots. Osservandolo dal vivo ho capito che non sarebbe stato facile da usare, ma ovviamente non ho esitato un attimo nel farlo mio. Inoltre mi piaceva molto l’idea che fosse nato dal lavoro di due maestri così importanti per la mia crescita.

I colori del materiali da abbinare sono stati immediatamente chiari nella mia mente.. la forma meno (non nascondo che è da ieri che lavoro su questo ikebana lasciando che la notte portasse consiglio).

Se il leucospermum non si può definire di certo un fiore autunnale (essendo originario dell’Africa Meridionale) il suo giallo intenso ricorda queste sfumature di colore che andiamo a ritrovare ora in natura e per questo ho scelto di abbinarvi dei rami di rosa canina un poco sofferenti, “drammatici” proprio a sottolineare gli straordinari cambiamenti di questa stagione.

Come ricordava ieri il professor Pasqualotto (Malinconia tra Oriente ed Occidente) la bellezza del rosso di una foglia accartocciata è la premessa e promessa di un fiore che tornerà con la primavera per cui non dobbiamo accogliere l’autunno con malinconia, ma apprezzarne le forme e i colori nell’attesa che la natura torni a germogliare.

 

Senza morire…
dopo molte notti di viaggio
in un tramonto d’autunno.
(Matsuo Basho)

Concentus Study Group

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Stamani presso l’Orto Botanico La Sapienza di Roma si è tenuta un’interessante conferenza il cui titolo dà il nome a questo mio breve articolo. Dico breve perché gli argomenti sviscerati durante l’incontro dovrebbero portar via pagine e pagine di scritto e solo i relatori presenti potevano riuscire così bene a condensare il tutto.

Il professore Giangiorgio Pasqualotto (autore di un libro che indico sempre alle mie allieve di ikebana ovvero Estetica del Vuoto) ha dissertato sul concetto di malinconia inteso come impermanenza in Giappone e di “bile nera” in Occidente (Dal lat. melancholia, dal gr. melankholía, comp. di mélas ‘nero’ e kholḗ ‘bile). Se ammiriamo l’aprirsi di un fiore non dobbiamo dispiacerci della sua morte, per dirla alla latina tutto scorre. Ha toccato concetti bellissimi e trasversali dal Buddismo a Baudelaire connotando come per un giapponese il passare del tempo  sia un elemento da mettere in risalto.

indexHa portato come esempio la foto di questo  tokobashira dove in occidente il tronco di sinistra “rovinato” dal tempo, con i segni di tarmature sarebbe stato immediatamente gettato mentre per i giapponesi ne indica il vissuto, il trascorrere del tempo, il wabi-sabi. La bellezza dei colori autunnali, l’accartocciarsi di una foglia, i giardini di muschio, elemento che in occidente fa pensare ad un muro rovinato, all’umidità, alla “vecchiaia”.

Sul suo intervento si è innestato quello del professore Aldo Tollini che ha legato il tutto all’estetica bonsaista  e al concetto di arte dal punto di vista del Giappone. Un’arte che nasce dall’osservazione, dal proprio interiore a contatto con la natura.

A loro, nella parte finale dell’incontro, si è unita la professoressa Loretta Gratani (Direttrice dell’Orto Botanico) che non solo ha spiegato l’architettura e l’adattabilità delle piante, ma i danni colossali che le potature sbagliate fanno alle piante con molti (purtroppo) esempi fotografici di varie zone di Roma. E di come alcune piante sopravvivano pur avendo una parte di fusto secco che va a proteggere la parte fresca ed esteticamente sembra un bonsai lavorato.

Una mattinata spettacolare, di crescita culturale ed emotiva (anche per tutti gli amici artisti del bonsai e dei suiseki che incontro in queste occasioni) e ringrazio Lucio Farinelli per la foto che mi vede con il professor Pasqualotto.

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“Quando uno percepisce con saggezza che tutte le cose condizionate sono impermanenti,
allora si allontana dalla sofferenza. Questo è il sentiero della purificazione.”
(Dhammapada)

 

Concentus Study Group

 

 

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jenny-e-sofu(Jenny Banti Pereira e Sofu Teshigahara)

Inizio questo mio post con una citazione di Karl Popper per parlare di un’emozionante pomeriggio svoltosi all’Istituto Giapponese di Cultura per onorare la maestra Ohara Jenny Banti Pereira ad un anno dalla sua scomparsa (Jenny Banti Pereira Grandmaster. Una vita per l’Ikebana).

Ideato da Silvana Mattei, allieva della signora Banti e direttrice dello Study Group Ohara Alto Lazio e Umbria, la giornata è stata più che all’insegna della nostalgia al raccontare chi fosse l’insegnante, la donna che tanto ha fatto per la divulgazione dell’ikebana in Italia e in Europa.

Dopo l’introduzione alla serata da parte dell’Ambasciatore del Giappone in Italia (Kazuyoshi Umemoto) e della Direttrice dell’Istituto (Naomi Takasu), il figlio Giorgio Banti e i nipoti Giacomo, Francesca e Caterina hanno letto i messaggi giunti dall’HeadMaster Hiroiki Ohara, di Geneviève Ausenda (Presidente Onorario Chapter di Milano) e le testimonianze di maestri provenienti dalla Francia (Annik Gendrot), dalla Grecia (Joanna Barczyc), dal Belgio (Greta Vervoort), ancora dalla Francia (Marcel Vrignaud), dal Giappone (Atsuko Maruyama) e dalla Germania (Inge Lehenert).

La signora Leda Violante (Presidente Studio Arti Floreali) ha ricordato di quando la signora Banti si recava presso di loro per incontri, dimostrazioni e workshop mentre al sottoscritto è toccato l’onore e l’onere di parlare in quanto Presidente del Chapter Roma di Ikebana International e rappresentante della Sogetsu a Roma (Concentus Study Group). Come tutti sanno io mi emoziono molto a parlare in pubblico e stavolta per me l’emozione era davvero molta. La signora Banti io la vidi durante una dimostrazione dell’evento del 2005 presso l’Istituto dove è cominicato il mio percorso dell’ikebana, ho cercato e studiato tutti i suoi libri, l’ho incontrata ad una conferenza tenuta da Mauro Graf (Ritratto di famiglia) e soprattutto ricordo l’applauso del pubblico che in piedi l’accolse quando entrò nella sala del Museo di Arte Orientale per la presentazione del Chapter Roma di Ikebana International (S’impasta l’argilla per fare un vaso | e nel suo non-essere si ha l’utilità del vaso).

Anche se io ho studiato un’altra scuola un personaggio come la Banti è di interesse per tutti coloro che seguono la via dei fiori e i suoi libri van conosciuti, letti ed imparati. E ringrazio Silvana Mattei per avermi fatto presenziare a questo evento che è proseguito con le dimostrazioni tenute dal Chapter Milano (Maria Masera assistita da Lucia Circo), dal Chapter Roma (Anna Maria Ratto assistita da Rosangela Piantini), dal Bologna Study Group (Fiorella Falavigna assistita da Elisabetta) e al termine la stessa Silvana Mattei (assistita da Paolo Biagini).

Un incontro istruttivo, una sala strapiena, dove più di una volta si è parlato di come la Banti fosse stata non solo una grande artista, una sperimentatrice, un’innovatrice, ma anche una persona molto puntigliosa, severa. Questi due atteggiamenti non erano detti come critica, ma con estremo rispetto (per questo quella citazione per titolo del mio post) perché tutte le persone che erano lì a ricordare la signora Banti, le testimonianze da parte dei rappresentanti europei hanno dimostrato che aveva lei ragione e loro tutti lo sapevano. Il “pretendere” porta alla professionalità, alla perfezione; se un allievo è intelligente si sente stimolato da un maestro che ogni volta alza l’asticella e chiede un maggiore impegno. Questo ha portato la signora Banti e i suoi allievi ad esporre sempre in Musei prestigiosi non solo europei e non in circoletti qualsiasi in un momento storico dove non si sapeva, come oggi, cosa fosse l’ikebana.

Ringrazio Silvana anche per la foto che apre il post.

Concentus Study Group

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Il titolo di questo post è di Herbert Marshall McLuhan che prosegue affermando: La fotografia, il cinema, conferiscono una specie di immortalità, una preminenza alle immagini e non alla vita reale.

Mi riallaccio idealmente al post precedente (L’arte è gioia, memoria e non costrizione) dove si analizzava l’importanza di ricordare un ikebana attraverso la fotografia sia per un proprio piacere personale sia perché opere di Sofu, Kasumi, Hiroshi o Akane senza la fotografia probabilmente sarebbero andate perse come quelle di altri maestri, di altre scuole, precedenti a loro. Perché il disegno di un ikebana non è mai la stessa cosa di una fotografia.

Quando noi posizioniamo un ikebana questo riceverà della luce che sia di una fonte elettrica o naturale. La luce che proviene dalla finestra è differente da quella elettrica e questa da quella al neon. Tre luci che daranno forma (e colore) differente al nostro lavoro.

Noi che lo abbiamo in casa sappiamo come è fatto, ma ad una mostra come andiamo ad illuminarlo? Recentemente alla dimostrazione fatta da Ikebana International all’Archivio Centrale dello Stato i nostri tavoli erano stati posizionati male per ciò che riguardava l’illuminazione e (io, Silvana e Romilda dato che nessuno ci dava una mano) ce li siamo spostati affinchè i nostri ikebana fossero adeguatamente illuminati.

E dopo?

Come vogliamo trasmettere o illustrare il nostro lavoro?.

Consideriamo che la luce diretta intensifica colori come il rosso e il porpora mente il blu e il viola perdono di intensità e il giallo tende a sembrare bianco e la luce neon “cambia” il colore e il volume del materiale che illumina. Probabilmente è una mia deformazione professionale, ma ho sempre visto con stupore e meraviglia come una scenografia possa trasmormarsi con l’illuminazione giusta, possa comunicare al pubblico determinati stati di animo. Spesso diamo per “scontato” quanto la luce ci influenzi.

E tutto ciò è ben descritto nel video a cura di Ben Huybrechts dove possiamo vedere come un’installazione cambi di forma e volume a seconda di come venga illuminato per cui andando a fotografare un ikebana (soprattutto se non è eseguito da noi) abbiamo una bella responsabilità che ci dovrebbe portare a non accontentarci di uno scatto e via.

A lezione io premo molto su questo tema e per me è significativo vedere come un allievo usa le foto fatte da me, come invece scatta la foto con il cellulare senza minimamente stare ad inquadrare bene il suo lavoro o come a casa metta in pratica ciò che io gli ho trasmesso io nel mio piccolo o fotografi come Ben Huybrechts, Giuseppe Cesareo o Lorenzo Palombini. Se noi ci teniamo che il nostro lavoro sia ben realizzato, preciso, equlibrato perché poi al mondo lo presentiamo in una maniera non adeguata? E se anche lo volessimo tenere solo per noi perché mortificarlo o accontantarsi di una foto quasi buona? Non sarebbe rispettoso verso i fiori e l’arte che amiamo. Quindi ricordiamoci sempre di come usare la luce, come indirizzarla e di come risaltano e risultano i colori dei nostri materiali.

  La luce è una cosa che non può essere riprodotta ma deve essere rappresentata attraverso un’altra cosa,
attraverso il colore. Sono stato contento di me, quando ho scoperto questo.
(Paul Cezanne)

 

Concentus Study Group

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(Arrangement by Greet Snoodijk, Myra Nicole Kruimel – Sogetsu Ikebana Exhibition Roosendaal – 2016 – © fotografico Ben Huybrechts)

Spesso, durante le conferenze, o le dimostrazioni di ikebana mi chiedono di dare la definizione di questa arte. Lo scorso 9 novembre (150 anni.. di armonia) disse bene Silvana Mattei che generalmente si ha l’idea dell’ikebana come di un ramo contorto con un fiore e di come questo concetto sia completamente errato.

Ognuno sceglie la scuola che maggiormente si avvicina al suo stato di animo e all’interno di essa troverà stili o temi che prediligerà. Però lo dovrà fare con una coerenza stilistica ed andare a toccare tutte le sfaccettature di quella scuola che ha deciso di seguire perché, credo, l’ikebana di tutte le arti giapponesi è quella che ha maggiormente seguito l’evoluzione della società e dell’arte mondiale.

Per questo pubblico volentieri questo estratto della newsletter che Ilse Beunen manda agli iscritti della sua piattaforma online.

What is Ikebana?
Contribution by Ben Huybrechts
I am struggling to explain Ikebana to people who do not know Ikebana. Usually, it is described as Japanese Flower Arranging. I think this explanation is misleading and incomplete.  I have, of course, read Ilse’s book where she also explains “What is Ikebana?”, but  I just wanted to write down my thoughts.
Photographing ikebana arrangements and events for a couple of years now, I concluded that ikebana is a lot more than flower arranging.
Ikebana is a century old art-form with has been transferred for many generations with different styles, which sometimes clashed and from which new and other forms started. Similar to the evolution of Western art with styles such as Roman, Gothic, Baroque, Rococo, Renaissance, ……
(Sogetsu) Ikebana can also be very close to modern and abstract art; Some arrangements use no flowers at all. “Japanese flower arrangements without flowers” this is a bit puzzling. A recent comment by Véronique Robin on Facebook on this arrangement illustrates this: “Pleasant to see but is it really Ikebana? And , if you think it is , why ?”
This abstract ikebana work is not new. From 1930, and especially after the world wars, ikebana developed its own avant-garde style, known as Zen’Eibana. Some experimentation led to ikebana art without green material.  Still, the question remains why do we call it ikebana, which literally means living flower.
Photographing Sogetsu ikebana events, I also discovered that the Sogetsu school is very avant-gardists. Belgian and Dutch Sogetsu ikebana artists have strong characters and opinions, but still, they succeed in making art together. The latest exhibition with many group works showed this once again. Therefore for me, ikebana is also about making art as a team.
I realized the “team aspect” for the first time when the Sogetsu Branch of the Netherlands and Belgian Study group made an installation for the Floralies in Ghent. I started taping a time-lapse movie, while I had to take pictures elsewhere. When I saw the time-lapse, I was happily surprised by the result and realized that this was making art as a team.
Click here to have a look

 

Ikebana can also be a lot of fun, as shown in the next time lapse video.
Ikebana is also about respect for nature and the cycles of life. The wabi-sabi principle is very much present in ikebana.
I am still developing my thoughts on “What is Ikebana?”. And maybe we have to think about the slogan of the 90th anniversary of the Sogetsu school; “The flower becomes me.” Ikebana can mean something else to everyone.
So why don’t you let us know what ikebana means to you?
Ringrazio Ilse e Ben di avermi permesso di condividere questo loro scritto e di tutto il grandioso lavoro divulgativo che stanno facendo.
Proprio ieri alle allieve che hanno iniziato il V livello di studio avevo domandato: Cosa vi aspettavate quando avete cominciato a studiare ikebana?
Ad una simile domanda io saprei rispondere. Quando decisi di fare ikebana era perché avevo scoperto che Hiroshi Teshigahara aveva realizzato una scenografia per la messa in scena di Turandot e quindi pensavo potesse essermi “utile” per il lavoro. Poi scoprii ben presto che ne avevo una visione ridotta e lasciai che la corrente della Sogetsu mi travolgesse a 360° cercando di sperimentarne ogni possibile ramificazione. E non me ne sono mai pentito.

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Jenny Banti Pereira, Grand Master della Scuola Ohara, a molti, in Italia ed in Europa, ha insegnato cosa sia l’ikebana. Con passione, rigore e onestà intellettuale.

A un anno dalla sua scomparsa l’Istituto Giapponese di Cultura ospita un evento in suo onore con dimostrazioni  di ikebana e interventi per ricordarne la carriera e l’enorme contributo che ha dato alla diffusione dell’arte dell’ikebana in Italia e nel mondo dal titolo:

Jenny Banti Pereira Grandmaster, una vita per l’ikebana.

Martedi 25 ottobre ore 17.30

Istituto Giapponese di Cultura

Via A. Gramsci 74- Roma

Tale evento, a cura di Giorgio Banti e di Silvana Mattei,  è stato organizzato dall’ Istituto Giapponese di Cultura e da  Ikebana Ohara Alto Lazio e Umbria Study Group, è patrocinato dalla Fondazione Italia Giappone, e ha avuto l’onore di essere inserito tra le celebrazioni ufficiali del 150° Anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia. Partecipano Studio Arti Floreali e Ikebana International Rome.

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A questo testo inviatomi gentilmente da Silvana Mattei vorrei aggiungere che l’evento, oltre ad ononorare una grande Artsita dell’ikebana, sarà un momento di contatto e conoscenza verso una delle tre grandi scuole di ikebana.

Concentus Study Group

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22-buoi-donneFin dall’antichità l’uomo ha sempre sentito il bisogno di raffigurarsi, di “bloccare” nel tempo le sue esperienza, le sue idee, i suoi ricordi. Dalle pitture rupestri, alle statue, ai dipinti i Grandi della Storia, le Divinità, il popolo (artigiani, commercianti, contadini etc) sono rimasti congelati nel tempo su tele, rocce, pietre per raccontare a noi come vivevano, cosa provavano etc.

Oggi ovviamente con la fotografia digitale (e l’uso di smartphone anche) le immagini si sono triplicate rispetto anche a pochi decenni fa e servono ad imprimere un ricordo, un cibo, un’amicizia…. un ikebana.  Mai un’arte così transitoria è potuta sopravvivere “tangibilmente”. Se è vero che l’ikebana si fa in quel momento (che già alcuni minuti dopo forse lo faremmo diversamente) e per noi stessi, è anche vero che dato che abbiamo la possibilità di serbarne un ricordo perché doverci rinunciare? Una volta un ikebana veniva poi disegnato. Probabilmente un ritratto fedele, ma MAI come una fotografia.

Per chi è iscritto a Facebook sa che ogni giorno questo social ti fa rivedere, ricordare avvenimenti degli anni passati.

In questi giorni sono rispuntatte le fotografie del workshop che tennero a Roma Ilse Beunen e Ben Huybrechts.  E vedendo le foto sorridi subito pensando alla gioia e all’armonia provate. Tra l’altro io di salute ero messo molto male (rischiavo davvero la vita), ma questa esperienza mi diede una tale carica che nessuna medicina avrebbe mai potuto fare.

IMG_1500(Fotografia di Tiziana Biondo)

Se è pur vero che l’esperienza, la gioia e il divertimento sono sensazioni incancellabili dai nostri cuori è anche palese che rivedere le foto magari ti riporta un sorriso in una giornata no, o ti fa ricordare particolari che piano piano la nostra mente cancella.

"vase: Sabine Turpeinen"(Fotografia di Ben Huybrechts)

Possono anche essere ricordi di una momentanea difficoltà come quella provata per l’ikebana che vedete qui sopra. Eravamo al workshop di Monaco tenuto da Ilse Beunen dove (come in tutti i workshop) si hanno 40 minuti a disposizione per fare il tuo lavoro ed io avrei dovuto fare una struttura o inclusa nell’ikebana o che andasse ad “avvolgere” l’ikebana. Un tema mai affrontato prima e non nella mia natura (mentre io annaspavo intanto il maestro Farinelli costruiva in pratica la Torre Effeil con questa struttura). Fu un esercizio faticoso, ma istruttivo. Quella in foto è la versione corretta dell’ikebana io avevo sbagliato diverse cose.  Però ne ho un ricordo. Vedendo la foto rammento come io l’avevo fatto, le correzioni di Ilse, i suggerimenti, non perdo dei dettagli tecnici che la mia mente con il passare del tempo lascerebbe fuggire via. E c’è la gioia del ricordo, del passo in avanti fatto. Non ci fossero foto rimembrerei solo l’esperienza e niente altro. E poi sarebbe incomprensibile se io, da maestro, mi opponessi a fare foto e soprattutto scegliessi senzientemente di rinunciare a foto professionali. Nè lo negherei per capriccio alle mie allieve. Come in tutti i workshop, ero lì per imparare. Certo se dovessi sempre fare ikebana con i soliti materiali, forme, vasi smetterei. Ma una tantum va bene.

Si fa arte perché ci piace quel tipo di espressione, si accettano gli insegnamenti del maestro, i suggerimenti, ma ognuno di noi ha dei gusti, delle idee e non vanno castrate. Fare un ikebana con vasi e materiali che non piacciono una volta è istruttivo, due volte è una conferma di riuscire a svolgere quella tipologia di lavoro e dopo stroppia, diviene un esercizio di tensione tra il maestro e la frustrazione dell’allievo.

Il maestro deve incanalare la creatività dell’allievo, saperla far crescere. Sarebbe molto più semplice sfornare dei cloni, la difficoltà sta proprio nel correggere un lavoro rispettando l’idea dell’allievo.

Ci sono maestri che usano sempre la stessa tipologia di materiali, realizzano sempre la stessa forma, tutto lecito e tutto bello, ma fare arte per me è sperimentare di continuo. E’ una sifda con noi stessi. Manualmente io non sono mai stato bravo e ho sempre impiegato più di altri nel realizzare qualsiasi cosa per cui studiare ceramica per me è tanto “faticoso” quanto importante proprio per questo. Mi metto continuamente alla prova. Lo stesso in ikebana. Dovessi fare sempre la solita forma (che so  un ramo su, uno giù e un fiore al centro) avrei smesso da anni di fare ikebana. Vi devo trovare gioia, sfida, crescita nell’arte. Qualcosa che la vita quotidiana non da più.

E soprattutto voglio ridere e divertirmi lungo questo percorso. Per questo per me sono importanti alcune foto che riporto sotto come esempio (ma ce ne sarebbero tante altre da pubblicare). Perchè le foto hanno più memoria di me e mi ricordano la fortuna cheho avuto ad incontrare persone emravigliose lungo il cammino dei fiori.

Maria Grazia Rosi

Amici

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© Giuseppe Cesareo PHOTOGRAPHER

Ohara e Sogetsu

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Concentus Study Group

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