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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

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Tag Archives: Forist

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Questo post nasce ora in treno, durante il mio ennesimo viaggio, mentre ripenso alla giornata di ieri.

Sia nel mio lavoro in campo operistico sia nell’ambito dell’ikebana ho avuto la fortuna di incontrare anche belle persone che credono in quello che fanno, lo credono veramente, esenti da interessi, intrighi, dispetti.

Non parlano, realizzano fatti. Non si celano dietro improvvise amicizie, slanci appassionati di complimenti, restano in disparte a studiare, evolversi nel loro percorso artistico.

Una di queste persone è il mio maestro di ceramica, anzi i miei (pazienti) maestri di ceramica: Sebastiano Allegrini ed Angelica Mariani.

Per me fare ceramica è tanto una sfida manuale, tecnica quanto un piacere. So di non essere bravo, ho preso poche lezioni (purtroppo il mio lavoro non mi permette al momento di seguire con l’assiduità che io vorrei) e sono cosciente del mio livello.

Certo traggo spunti dai libri e dalle riviste di ikebana per avere idee per i vasi, ma non penso minimamente di essere all’altezza di rifare quei vasi uguali. Di certo un principiante non può credere di poter fare un vaso come Sofu, Hiroshi o Akane Teshigahara, ma nemmeno uno di quelli dei grandi ceramisti che appartengono alla Sogetsu o di chi studia da anni questa arte. Sarebbe presuntuoso soprattutto se il risultato ci sembrasse ottimale e se ne andasse fieri.

E a me i miei risultati in ambito ceramico, con disappunto dei miei maestri (ma credo che, in realtà, comprendano il mio atteggiamento), a me sembrano quasi sempre insoddisfacenti.

In due anni non mi sono ancora avvicinato al tornio perché non mi sento pronto e continuo nelle tecniche di colombino e (soprattutto) lastra.

Ogni volta a lezione spiego che progetto ho in mente e lo adattiamo alle mie capacità tecniche.

Nella foto vedete un vaso che mi piace, l’ultimo da me creato, ma non solo per il risultato finale, ma perché nella realizzazione c’è un’unità di intenti.

Mi spiego meglio.

Avevo visto su un libro della Sogetsu dedicato ai vasi da ikebana uno che mi piaceva per forma ed idea e la maestra Angelica mi ha spiegato come io avrei potuto provare a fare qualcosa di simile. In corso di realizzazione l’idea di base (come spesso mi accade in ogni campo) ha subito una mutazione trasformandosi in qualcosa di mio personale.

Ho iniziato con l’impastare l’argilla, a spianarla per ottenere lo spessore voluto e intagliare le lastre. La maestra Angelica mi ha aiutato a mettere in forma la lastra che avrebbe costituito la parte principale del vaso e dopo abbiamo proceduto all’asciugatura delle lastre per poterle montare subito dato che poi io sarei partito per Salisburgo e Monaco (io in viaggio strano vero? 🙂 ).

Al mio ritorno il vaso era stato cotto ed era pronto per essere smaltato. Il maestro Sebastiano mi ha dato i suoi suggerimenti per la smaltatura. Una proposta interessante quanto difficile, per me da realizzare. Contrariamente al solito dove i maestri ci fanno smaltare i nostri lavori per avere una preparazione a 360°, questa volta ha fatto tutto Sebastiano proprio per farmi vedere quelle nuove, per me, e particolari tecniche di smaltatura che aveva scelto per il mio lavoro.

L’idea sua di base era che l’interno del vaso avesse lo stesso colore delle “colature”, come se queste fossero esplose fuori dalle rotture.

Ho memorizzato ogni suo passaggio e movimento (da qui a saperli rifare la strada è lunga) compreso come ha soffiato lo smalto lucido sul pezzo che mi aveva fatto realizzare appositamente a questo scopo con un’argilla mista a sabbia.

Per questo sono lieto e fiero di questo mio vaso perché in realtà è una cooperativa. Tre persone che hanno unito i loro sforzi nel creare qualcosa.

Due veri maestri (che davvero credono in quel che fanno) che mi hanno messo in condizione di realizzare il mio lavoro.

Ed io ai veri maestri sono sempre riconoscente perché mi fanno proseguire nell’evoluzione non solo della via dei fiori, ma della mia vita personale.

Come ho detto ad Ilse Beunen durante la mia ultima lezione da lei: “Non prendo lezioni per poter dire di aver fatto una bella cosa, allargare le penne come un pavone, ma per imparare.”

Concentus Study Group

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La prima volta che ho sentito parlare dei Flowers di Andy Warhol è stato nel blog di Lennart Persson  dove narra anche dell’incontro che il re della Pop Art ebbe con Sofu Teshigahara.

Come scritto più volte in queste colonne l’arte moderna è strettamente legata al processo creativo della mia scuola e infatti  nelle “regole” che ricevono gli insegnanti c’è di andare (e portare gli allievi) a vedere le mostre di arte.

Se non riceviamo imput è difficile avere stimoli creativi. Questo non vuol dire che se vedi dei quadri puoi in ikebana fare uguale, il processo di creazione è lento e si evolve man mano che vai avanti e studi. Nessun grande artista ha iniziato in maniera eclatante, prima ha studiato, forme, solidi, colori. Picasso non è diventato cubista la prima volta che prese un pennello in mano dico sempre a lezione. Ci vuole sempre la rinomata umiltà nel fare un’arte che non vuol dire non avere consapevolezza del proprio livello, ma sapere che c’è sempre da imparare. Chi diviene maestro di ikebana e lì si ferma senza continuare, approfondire lo studio è solo una persona presuntuosa che non ha capito nulla dei cinque anni di corso che si è lasciata alle spalle perché il diventare maestro è solo avere la consapevolezza che ancora non si sa nulla. Ovviamente anche continuare lo studio prevede umiltà perché se lo si fa solo per dimostrare che si fanno cose fighe o in cerca di titoli faremo delle belle (forse) composizioni, ma di sicuro fredde e sterili.

Per tuta questa serie di motivi (e ovviamente non solo) ieri, dopo la lezione di ikebana, con il Maestro Farinelli siamo andati a vedere due mostre: “Pollock e la scuola di New York” e “Andy Warhol”. Chi mi segue sa della mia passione per Pollock, ma oggi, riallacciandomi all’inizio dell’articolo, parlerò di Warhol.

Il motivo mio di interesse in questa mostra era doppio. Sapevo che c’era una delle serie dedicate ai fiori e due ritratti di una stilista che ho la fortuna di conoscere: Regina Schrecker.

Veniamo ai nostri fiori.

Questa serie (Flowers Hand-Colerd) è del 1974 anno in cui l’artista incontrò Sofu in Giappone ed è innegabile l’influenza dell’ikebana in questi dipinti di cui mi scuso per la bassa qualità fotografica, ma sono foto fatte con lo smartphone tra una persona e l’altra (più di un’ora di coda per accedere a queste due mostre) e soprattutto alcune sono posizionate in modo tale che per fotografarle bene ci vorrebbe una scala.

E’ ovvio che non siano rappresentazioni di fiori in vaso qualsiasi né all’occidentale.

Vedere queste opere è emozionante perché sono davvero la “collisione” di due mondi, di due grandi artisti, la fusione di due spiriti affini.

Basti pensare che un personaggio come Warhol conosceva Sofu e insistette per incontrarlo per capire la levatura di artista di Teshigahara e ciò che è riuscito a realizzare nell’ambito dell’ikebana.

Alla mostra era presente anche un ‘altra serie di opere ispirate ai fiori (Flowers Halston del 1980 e Flowers del 1970).

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Da sottolineare che non solo nel 1976 Warhol fece un ritratto a Sofu,

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ma che tornò in Giappone ancora negli anni ’80 utilizzando i fiori anche in fotografie (Polaroid)

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e si sa quanta passione e studio l’artista americano dedicò alla fotografia e proprio all’uso della Polaroid sia per ritratti sia come base per rielaborazioni andando anche a tagliare e riassemblare le foto.

Aver potuto vedere questi capolavori dal vivo è stata un’occasione grandiosa che qualsiasi ikebanista dovrebbe poter avere.

Concentus Study Group

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(da sinistra Nanae Yabuki, Luca Ramacciotti, Chiara Giani, Patrizia Ferrari, Marialuisa Pederzoli, Silvia Sordi, Daniela Bongiorno, Lucio Farinelli, Akihiro Mashimo sensei)

Oggi era in programma la nostra consueta lezione nella Sala Congressi Falco dell’Hotel dei Congressi nel quartiere Eur di Roma dove ormai teniamo il corso da anni sia per lo spazio bellissimo che ci viene riservato (non amiamo spazi stretti o stare all’aperto al freddo) sia per la professionalità e la qualità di tale servizio. Li ringraziamo per aver sposato la nostra filosofia di lavoro.

Ma torniamo a noi.

Nel pomeriggio, complice anche la nostra allieva giapponese che gentilmente ha fatto da traduttrice, era in programma la visita di un importante artista giapponese: Akihiro Mashimo sensei (di lui ne hanno parlato anche Repubblica e Il Messaggero quando lo scorso anno è stato a Roma).

Con Akihiro Mashimo sensei abbiamo in programma un bellisismo evento da svolgere prossimamente e ci ha fatto piacere che dopo aver parlato del suo lavoro, delle esposizioni che fa in Kyoto nei grandi templi abbia voluto rimanere in nostra compagnia seguendo la nostra lezione con le allieve (ahimè solo del pomeriggio quelle della mattina si erano accomiatate post pranzo allietato dai dolci portati da Patrizia).

Siamo lieti che avvengano questi incontri internazionali che ci permettono di crescere lungo la via dei fiori ampliando i nostri orizzonti e altrettanto ci ha fatto piacere che abbia seguito con interesse oggi il nostro operato.

Domani purtroppo Akihiro Mashimo sensei tornerà in Giappone, ma i progetti son già delineati e presto avremo nuovamente occasione di incontrarci.

Concentus Study Group

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Sono appena passati due giorni importanti per l’attività del Concentus Study Group che attestano, ancora una volta, il nostro essere rappresentanza ufficiale della Sogetsu nella capitale. Questo ci fa piacere perché viene riconosciuta l’attività svolta da noi in tutti questi anni nella capitale italiana (e non solo) e la nostra costante ricerca di qualità a partire dalla sala che utilizziamo per le lezioni onde non andare in spazi poco consoni o riadattati che costringerebbero le allieve a stare pressate o in piedi.

La prima attività che ci ha visti partecipi è stata l’inaugurazione della bellissima mostra “Kimono – ovvero l’arte di indossar storie” presso l’Istituto Giapponese di Cultura.

Nell’ambito della prestigiosa mostra si alterneranno le tre scuole di ikebana presenti a Roma: Ikenobo (già in esposizione), Ohara e Sogetsu (noi dal 7 al 19 gennaio). A metà gennaio ci sarà anche una nostra dimostrazione sempre sull’impegnativo ed onorifico palco dell’Istituto. Siamo felici e riconoscenti di queste attestazioni di stima.

Qui riporto il comunicato stampa rilasciato dall’Istituto.

“L’abito fa il monaco, il bambino, il giapponese, il fiore, come spiegano le quattro sezioni della mostra, ispirate a religione, infanzia, tradizione e natura, che vanno dipanando intrecci narrativi e icone su tessuto. Dalla collezione privata Manavello, in collaborazione con il Museo delle Civiltà di Roma, una selezione di pregiati kimono uomo/donna/bambino della prima metà del secolo scorso mostra risvolti (sociali), strascichi (antropologici) e storie, tessute, ricamate, tinte in filo e in capo, accompagnate da ikebana Ikenobo, Ohara e Sogetsu, bambole aquiloni e tutto il bello che c’è.
orario:
lun-ven 9.00-12.30/13.30-18.30
merc fino alle 17.00
sab 9.30-13.00″

La seconda attività è stata di rappresentanza in quanto, per il terzo anno consecutivo, sono stato invitato dall’Ambasciata del Giappone a Roma, nella figura dell’Ambasciatore Keiichi Katakami, che ho incontrato anche di recente presso i suoi uffici, per festeggiare il genetliaco dell’Imperatore. L’Ambasciatore nel suo discorso, dopo che erano stati eseguiti gli inni nazionali di Italia e Giappone alla presenza del Senatore Mario Monti, ha ricordato che quest’anno, dopo trent’anni, sarà l’ultima volta che festeggeremo la ricorrenza della nascita dell’Imperatore Akihito dato che questi abdicherà il 30 aprile 2019. Come sempre poi agli ospiti sono state offerte le eccellenze della gastronomia giapponese.

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Avendomi incontrato anche il giorno prima, all’inaugurazione della Mostra, il Direttore  dell’Istituto Giapponese di Cultura il sig. Masuo Nishibayashi  ha esclamato che ormai ci vediamo tutti i giorni. Infatti ero stato nel suo ufficio anche pochi giorni prima per parlare di nostre prossime attività… che vi svelerò nei prossimi post.

Ci fa piacere che la serietà e l’onestà intellettuale del nostro gruppo vengano riconosciute e questo ci sprona ancora di più a mettere energia e professionalità nel divulgare l’ikebana Sogetsu in Italia.

Concentus Study Group

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In questi giorni, post mia messa in scena del Motezuma di Galuppi a Salisburgo, mi sono recato a Monaco con il maestro Lucio Farinelli per incontrare una nuova amica della via dei fiori e parlare assieme di future collaborazioni.

Passeggiando per questa meravigliosa città sulle tracce dello Jugendstil, visitando i suoi musei ci si imbatteva nei colori della natura autunnale come io posso trovare non da me a Viareggio, ma in alta collina a testimonianza delle diverse temperature climatiche.

Tra uno scatto fotografico a case, quadri o a Villa Stuck ovviamente mi incantavo ad esplorare anche il mondo della natura ed una riflessione si è fatta strada in me.

Chi studia l’arte dell’ikebana oltre a farlo correttamente con serietà, disciplina ed umiltà dovrebbe osservare la natura molto, ma non solo per vedere come crescono le piante, che  movimento hanno o in quale luogo (pianura, stagno, collina, montagna etc) crescono.

Dovrebbe imparare dalla natura la sua sincerità. La natura non si nasconde, non cela un’accartocciamento, una macchia di colore, un’imperfezione. La natura si mostra e si dona come è.

Così noi si dovrebbe fare nello svolgere la nostra attività di ikebanisti.

Essere sempre sinceri con tutti a partire da noi stessi.

La natura è grande insegnante di vita. Ci insegna a rispettare tanto il fiore più delicato quanto ad apprezzare la foglia accartocciata dal gelo.

Chi pratica la via dei fiori deve farlo con spirito di sincerità perché segue la natura, lo svolgersi delle sue stagioni, dei suoi colori e la natura non mostra mai una cosa per un’altra. Possono esserci ombre tra le foglie, ma vicino c’è la luce del sole che filtra tra di esse, ci possono essere primi o secondi piani, ma tutti assieme creano la forza della pianta. Non c’è un IO, c’è un TUTTO.

E vi è realmente non solo a parole. Perché la natura va avanti per la sua strada. Può esserci un vento che piega un albero, ma questi continuerà a crescere ed adotterà una nuova forma per sopravvivere ad esso.

Perché la natura è la nostra maestra. La natura si mostra liberamente con la gioia dei colori in ogni stagione. Se la primavera ha mille colori, l’estate si colora di oro, l’autunno di sfumature arancio/marroni e l’inverno si spoglia mai ci offre motivo di tristezza. Anche in un ramo spoglio c’è del vigore, della bellezza e la promessa di una rinascita. E tutto questo senza sotterfugi.

Quando noi affrontiamo la via dei fiori, realizziamo un ikebana dobbiamo davvero avere in noi lo spirito della natura e domandarci lei, se fosse in noi, come vorrebbe la rappresentassimo al meglio.

E ringrazio le mie meravigliose allieve per aver capito ciò ed aver affrontato lo studio con onestà e sincerità. Come la natura richiede.

Concentus Study Group

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Non  ancora sopiti in noi i ricordi, le sensazioni dello scorso fine settimana tra gli amici eporediesi, in questi giorni con Lucio, Silvia ed Ilaria eravamo di nuovo a percorrere la via dei fiori. In questo caso per studio.

Infatti ci siamo recati ad Anversa da Ilse Beunen sfidando il freddo (per me talmente freddo che sembravo Grunf, di alanfordiana memoria, a giro per le strade) e la quasi perenne pioggiarella belga.

Da molti anni, come scritto più volte in queste colonne, abbiamo uno stretto rapporto con Ilse sia per essere stati i primi a farle fare un workshop internazionale sia per come lei ha sempre trattato noi del Concentus Study Group. E i suoi successi europei (e non solo) scaturiti dai nostri workshop e dal suo incredibile impegno anche con la piattaforma online di ikebana fanno sì che ci sia molto più del semplice rapporto tra insegnante ed allievo.

Infatti Ilse ha accettato di farci lezione nonostante questo fine settimana non avesse nessuna lezione internazionale per insegnanti nel suo fitto calendario. Questo perché Ilse sta ristrutturando il suo atelier e, per il momento, si appoggia alla casa del suocero. Infatti questa volta non abbiamo fatto la consueta lezione del venerdì, non siamo potuti stare a cena assieme e la domenica siamo partiti subito dopo pranzo, ma il tempo passato assieme è stato, come sempre, molto istruttivo.

Il venerdì in realtà avremmo avuto in programma di visitare l’inaugurazione della mostra organizzata dal Branch olandese

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ma il ritardo di due ore dell’aereo ce lo ha impedito. Per fortuna Silvia ed Ilaria hanno potuto sostituire me e Lucio, nel rappresentare il nostro SG.

Ilse a lezione ci ha proposto, come tema, delle tecniche di fissaggio per bamboo, rami (freschi o secchi) in vista di preparazione di strutture di qualsiasi dimensione e tipologia. Nella prima parte di lezione infatti ci siamo allenati con fili di varie dimensioni, trapani etc. Sono tre possibilità di fissaggio su cui di sicuro ci eserciteremo in vista di… no di questo ve ne parlerò più in là in un altro post 🙂

Nella seconda parte della lezione dovevamo provare a realizzare delle strutture di medie dimensioni e il maestro Lucio Farinelli ha proposto di lavorare a coppie, lui con la maestra Ilaria Mibelli ed io con la maestra Silvia Barucci.

Dopo che ognuno di noi ha lavorato e fissato il bamboo a coppie abbiamo intersecato i nostrii lavori andando anche ad aggiungere altre cose che erano state parte della nostra esercitazione precedente.

Come sempre in presenza di Ilse i nostri lavori sono stati nobilitati dalle foto di Ben Huybrechts.

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(Ilaria Mibelli e Lucio Farinelli)

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(Silvia Barucci e Luca Ramacciotti)

Stamani mattina ad attendere ognuno di noi alla postazione c’era un vaso e del materiale con cui avremmo dovuto creare la nostra struttura. Anche questo caso gli imput di Ilse sono stati fondamentali e non solo per il lavoro che dovevamo svolgere al momento.

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(Silvia Barucci)

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(Lucio Farinelli)

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(IlariaMibelli)

Luca Ramacciotti

(Luca Ramacciotti)

E’ sempre istruttivo avere insegnanti che ti spingono fuori dagli schemi, che ti insegnano nuovi passi che a tua volta riconsegnerai alle allieve che ti seguono e soprattutto è stato bello lavorare a coppie, condividere idee, passioni, entusiasmo.

Purtroppo lavorando non mi posso permettere di andare di frequente ad Anversa, ma come dicevo ad Ilse per me è sempre un piacere perché, a parte il non sentirmi arrivato, per me l’ikebana è la gioia dell’apprendere non del darmi arie o importanza.  Ognuno deve comprendere il suo posto, il suo momento. Sentirsi o darsi importanza bè… lasciamo che lo facciano gli altri quando ce lo meriteremo davvero.

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Lo scorso weekend ad Ivrea, in attesa dell’inaugurazione, mi sono fatto una passeggiata lungo le ali del Museo dove erano esposti i vari ikebana. C’era silenzio ed ognuno dei partecipanti aveva declinato il materiale vegetale in forme differenti, in spazi e vasi diversi. Ero emozionato e felice di essere lì. Emozionato perché eravamo in un luogo prestigioso, tra grandi Maestri, ma anche perché da lì a poco il pubblico avrebbe visto, commentato, assaporato i nostri lavori. Vedere tutti quegli ikebana mi commuoveva ed emozionava. Si andava dall’immenso, suggestivo Paesaggio realizzato dalla Scuola Ohara al mio piccolo Relief work. Dimensioni, forme, colori. Per non parlare della galleria fotografica di Nicola Galvagni con quelle stupende fotografie tridimensionali. Passeggiavo, mi emozionavo e riflettevo. Ero tanto immerso nei miei pensieri che mi richiamarono all’ordine perché stava iniziando l’inaugurazione. Ecco i miei pensieri di quel momento.

Quando nel 2005 iniziai lo studio dell’ikebana devo essere sincero non avevo molta cognizione della metria nè ben comprendevo il percorso che avrei dovuto compiere, ma seguivo l’entusiasmo di Lucio Farinelli. Sapevo cosa fosse questa arte, ero incuirosito dall’utilizzo che ne avrei potuto fare per il mio lavoro, ma niente altro. (Un piccolo inciso. Fare scenografie con l’ikebana non è semplice. O le fanno i Master Instructor della Scuola o è compito di veri scenografi che hanno studiato questa arte, su certi temi non ci si improvvisa). Mi ci sono voluti cinque anni (e tanti libri) per intuire cosa sia l’ikebana. Ora continuo lo studio perché, come dice la Iemoto al termine del libro del V livello, non finisce con quello il nostro cammino di studio. In questi anni tante esperienze meravigliose, persone conosciute che mi hanno riempito il cuore di gioia e la mente di insegnamenti (anche quelli negativi servono ad imparare). Se mi volto indietro mi pare di aver fatto cose incredibili, ma so che è solo l’inizio.

Non so se questo dipenda dalla tipologia della mia scuola, ma chi fa alcune lezioni del I livello o anche tutto quel livello e basta, bè diciamo che è come se avesse preso la ciliegina in cima alla torta e trascurato il resto. Ogni lezione prevede un’evoluzione, ma è la base, si “accumulano” concezioni, nozioni tecniche che già al II livello andranno ad amalgamarsi tutte assieme.

Spesso è un’arte frustante perché non comprendiamo (con mente occidentale) concetti come pieno, vuoto, non riusciamo a dare una tridimensionalità ai nostri lavori che è la base della scuola Sogetsu (per noi anche un mazzo di fiori in un vaso all’Occidentale ha profondità, ma vi assicuro che non è così). Tecniche, tecniche ed ancora tecniche. Le mani devono ripetere gli stessi gesti fino a quando non divengongono essi stessi un prolungamento delle nostre mani. Forse per questa ormai mia deformazione ikebanistica a ceramica non mi muovo ad altre tecniche fino a che non sento di padroneggiare quella che sto studiando.

A volte leggo frustrazione negli occhi dei miei allievi, altre volte la soddisfazione di aver appreso bene i passi da compiere. E’ un’arte che se la fai bene ti insegna umiltà. Se la fai tanto per fare…. ti lascia come ti ha trovato.

Inoltre hai a che fare con materiali viventi. Se in ceramica l’argilla risponde al movimento delle tue mani (anche troppo spesso!), in ikebana devi calcolare il peso, il baricentro, la forma dei tuoi materiali. Certo ci sono le tecniche di piegamento, la possibilità di fermare i materiali tra di loro, ma è anche vero che un ramo ha una sua precisa identità e quella non la possiamo cambiare. Ed è lì, nell’unione tra la sua “volontà” e la nostra che nasce un ikebana.

Passeggiando per il Museo ero fiero delle mie allieve che erano potute venire. Delle Maestre che stavano compiendo il giusto percorso.

Certo in tanti anni ci sono stati anche dissidi e dissapori (anche le rose hanno le spine), ma credo facciano parte della natura umana. Del non voler imparare l’umiltà dell’ikebana. Il fatto che la maggior parte dell’allieve sia rimasta e sia fiera di far parte del nostro gruppo (anche a grosso di grandi sacrifici viste le distanze e le spese che affrontano per venre a Roma a prendere lezione) vuol dire che il cammino è giusto. Che un piccolissimo numero di loro si sia allontanata post diploma, bè me ne dispiace perché non hanno compreso cosa io volessi davvero loro insegnare, ma siamo in un mondo libero ed ognuno decide come affrontare il suo percorso se con o meno rigore. Tanto gli ikebana rivelano sempre come è il nostro animo e questa è una “legge” innegabile ad un occhio esperto. Possono magari essere esteticamente belli (difficle), ma se il cuore non è in sintonia con la natura, non emozioneranno.

Per questo a Ivrea ero commosso. Si comprendeva la gioia di ognuno di noi di essere lì in quel momento. Lo studio e la passione che c’erano in quei piccoli mondi in vaso.

Voglio chiudere questo mio post con delle foto non di Ivrea, ma della mostra a Merano dello scorso maggio. Questo perché… le ho ricevute ieri. Le foto dei nostri ikebana sono bellissime, ma quello che davvero mi ha riempito di commozione sono gli scatti che il fotografo Karlheinz Sollbauer ci ha fatto a sorpresa. Ringrazio lui e le mie allieve/maestre perché in quelle foto si comprende cosa sia per loro la via dei fiori.

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