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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: febbraio 2015

10427351_10205748163123982_6720038308551512828_nPrendendo spunto da questa simpatica vignetta che mi ha postato sulla bacheca di Facebook la mia allieva Yanitsa Georgieva vorrei chiarire un punto fondamentale nello studiare/fare ikebana Sogetsu. Su questo blog più volte ho sottolineato come l’ikebana della scuola da me rappresentata sia moderno, tridimensionale e lasci libertà espressiva all’esecutore, ma…

Quando questa libertà si infrange su ciò che è davvero ikebana e quello che non lo è? Spesso studiando con la mia maestra mi sono trovato a realizzare degli ikebana che non avrei mai eseguito in quel modo se fossi stato da solo. Limitava la mia libertà di espressione? No la riportava sul giusto sentiero pur mantenenendo l’idea di base.

Quando non era sicura di aver compreso ciò che io avevo voluto fare me lo domandava (o forse era un modo carino di dirmi che non andava bene :)) e assieme si correggeva il tiro.

La sua lezione fondamentale era: Questo che aggiungi (ramo, fiore, foglia, plastica, materiale secco, etc.) fa parte dell’insieme o è solo un’aggiunta? I materiali tra di loro hanno una corrispondenza? Danno un senso di unicità o sono sparpagliati per il vaso? “Comunicano” tra di loro o sono solo materiali messi in un contenitore?

Era frustrante fare quello che io non avrei realizzato? Sinceramente a volte sì. Mi dispiaceva? No. Ero lì per imparare, avevo cambiato maestra per quello. Di sentirmi dire che ero bravo non mi importava perché vedevo che non c’erano progressi, ero ad un punto fermo. E nell’arte, per me, non ci dovrebbe mai essere un punto di arrivo.

Comprendo che a lezione si cerchi di fare un ikebana che ci soddisfi, ma come spesso ho ripetuto anche qui (e nelle orecchie delle mie allieve) siamo lì per imparare non per fare una bella composizione, o meglio questo è l’ultimo dei “problemi”.

Se ad un allievo dico di eseguire un passaggio non è per castrarne la creatività, per fargli fare il mio ikebana, ma perché probabilmente già ho vissuto quell’esperienza, ho un occhio più allenato. Poi a casa sua è liberissimo di fare come vuole e con i materiali da lui scelti.

A volte può anche essere che chieda una cosa per colmare una lacuna, per migliorare una tecnica, per sforzarlo a fare qualcosa di nuovo.

Quando si comprende ciò si va veloci sul sentiero dei fiori perché smettiamo di porre noi stessi ostacoli.

E siccome appunto è il sentiero dei fiori… lasciamo che siano essi a trionfare nel nostro ikebana.

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31maggio

Lo spirito con il quale la Scuola Sogetsu nacque
fu quello di creare Ikebana che soddisfacessero la vita reale
e di creare qualcosa che meriti il nome d’arte.

(Sofu Teshigahara)

Sofu Teshigahara con la Scuola Sogetsu rivoluzionò il mondo dell’ikebana andando a infrangere i concetti filosofici (in parte) e la restrizione sui materiali da usare in questa arte e soprattutto levando l’ikebana dal tokonoma. Si va all’utilizzo di contenitori dalle forme libere, dando una connotazione artistica, creando ikebana che rispecchiassero la personalità del loro realizzatore.

Il materiale vegetale può essere manipolato e questo ha portato alla creazione di vere e proprie sculture tridimensionali di varie dimensioni elevando l’ikebana ad arte mondiale superando l’empasse di rigide composizioni formali “costrette” in regole accademiche.

Si va a sostituire l’idea giapponese dei fiori come raffigurazione della natura ad una visione in cui il materiale vegetale potrebbe essere paragonato ai colori per un pittore, alle note per un musicista o all’argilla per un ceramista.

Da qui l’importanza del contesto in cui il nostro ikebana sarà inserito e il vaso usato (se ci sarà) dove la forma e il colore saranno un’unica cosa con il materiale vegetale e non un semplice contenitore.

Sofu, Hiroshi sono passati alla storia come grandiosi ceramisti e questo connubio (ceramica- ikebana) continua ad essere saldo pur avendo la possibilità di utilizzare contenitori di qualsiasi materiale oppure non utilizzarli affatto.

Per tale motivo trovare un ceramista con cui instaurare un buon rapporto e imparare questa arte è importante per un ikebanista, come lo è per un ceramista o appassionato di questa arte capire cosa sia l’ikebana (moderno).

Forse per il mestiere che faccio ho sempre trovato interessante la contaminazione fra arti, ma credo che l’occasione in copertina di apertura sia interessante e di crescita per entrambi gli esponenti di questa arte.

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Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l’acqua.
Niente ostacoli – essa scorre.
Trova una diga, allora si ferma.
La diga si spezza, scorre di nuovo.
In un recipiente quadrato, è quadrata.
In uno tondo, è rotonda.
Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa.
Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua.
E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei

(Laozi)

Mirei

(calligrafia eseguita da Evi Malito Lenti)

Quando un allievo sta terminando il percorso di studio dell’ikebana che lo trasformerà in sensei deve scegliere il suo Gagoh ovvero il nome da maestro con cui sia ufficialmente riconosciuto e che comparirà nei suo certificati successivi.  Il Gagoh deve essere in kanji con un suono bello, che non ricordi soh fu (Sofu è il nome del fondatore della scuola Sogetsu) e si deve trovare nel dizionario.

Il mio nome fu scelto da Valeria Raso Matsumoto ed è 枝音 Shion  (il rumore del vento tra i rami).

Quando iniziai ad insegnare lo feci presso l’Associazione Versoriente e la mia primissima allieva in assoluto fu Anne Justo che in cinque anni mai è mancata ad una lezione, dimostrazione, mostra od evento collaterale.

Anne ha fatto un percorso bellissimo, con tenacia, intelligenza e cuore. Recentemente mentre si chiacchierava nel laboratorio di ceramica di Sebastiano Allegrini, parlando del suo nome da maestra venne fuori il concetto de “la grazia dell’acqua”. L’acqua è un tema molto amato da Anne e mi parve un’ottima idea dato che è un elemento importante per la scuola Sogetsu.

Parlando con lo shodoka Riccardo Sirica del carattere di Anne, delle sue passioni, di come io la vedevo, e ricorrendo al prezioso aiuto della moglie di Riccardo è nato il Gagoh per Anne. 水麗 Mirei (Acqua Splendente). Mi è sembrato subito  un nome perfetto per lei.

Evi Malito Lenti, shodoka presso la cui associazione Oriente tengo il corso di ikebana a Livorno, mi ha fatto il quadretto che è nella foto di apertura dell’articolo.

Oggi durante la lezione la consegna ufficiale per questa allieva che, se le considero tutte figlie mie, lei è la primogenita.

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