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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Tag Archives: Giappone

Per titolo ho utilizzato una frase di Oscar Wilde che perfettamente racchiude tutta la concezione che io ho del mondo dell’arte in senso generale (ovvero dalla pittura al teatro, alle arti performative… all’ikebana).

Per stile, non so Wilde, intendo che l’arte deve esprimere eleganza, magari anche essere brutale, ma sempre veicolando una sensazione, un’emozione. Non deve essere fine a se stessa o per soddisfare l’ego di chi la crea. In questo ultimo caso non si crea un vero impatto universale, è uno sbrodolarsi addosso. Ovviamente è importantissimo lo stile e l’idea dell’artista, ma non deve prevalere sul risultato finale.

Questo concetto è molto importante e, infatti, cerco sempre di applicarlo sul lavoro (mettendomi nei panni del pubblico per comprendere cosa una messa in scena potrebbe comunicare loro) sia nell’ikebana perché il mio scopo è mettere in risalto la natura e non il mio essere. Sarà che entrambi questi lavori li porta avanti con passione e felicità e non per mostrarmi agli altri, anzi il mio è proprio un lavoro in quinta per quello.

Tutto questo per arrivare al vero protagonista di questo blog perché ogni volta che vedo una sua opera resto sinceramente ammirato tanto è vero che già gli avevo dedicato uno spazio precedente. Il suo stile è inconfondibile, ma ti sperdi nei suoi lavori, loro parlano del suo sentire senza che la sua personalità risulti più forte dell’immagine che crea.

Sto parlando del fotografo Vincenzo Salemme che è mooooolto restio nel parlare di sè o a divulgare le sue opere (fece degli scatti per la scorsa Pasqua che io avrei voluto pubblicare ovunque tanto erano potenti e suggestivi, ma non fu possibile) e per questo lo ringrazio maggiormente per aver accettato questo secondo post e che quando vuole qui ci sarà sempre spazio per lui perché credo che le sue opere d’arte possono benissimo essere un’ispirazione per tutti noi.

Inoltre (e quindi doppio grazie) oggi ho imparato una nuova cosa ovvero il concetto di Fine Art che è alla base dei suoi lavori. Questo termine può essere tradotto come Fotografia d’Arte. Il che implica che uno debba immaginare e concepire il lavoro come se fosse già stampato, incorniciato e appeso in una galleria d’arte. Arte per il gusto dell’arte era il motto della corrente Estetista in cui il prodotto artistico era visto come la rappresentazione di se stesso per il gusto di essere ammirato. La Fine Art quindi si può applicare a ogni genere dal ritratto, al macro, al paesaggio, all’architettura; l’importante è che rifletta il totale gusto e fantasia del fotografo che non è finalizzato a creare opere per depliant o cataloghi o per clienti etc. Attraverso la post produzione, l’aggiunta di effetti e/o cromatismi la fotografia viene quasi “stravolta” dalla sua visione.

Per me il senso estetico è sempre stata una dominante nel mio lavoro (vabbè diciamo che mi comanda un po’ su tutto) tanto da amare molto la corrente estetista fino a portare Gabriele D’Annunzio come autore scelto alla maturità. Una corrente spesso fraintesa o banalizzata, ma molto più complessa di quello che potrebbe apparire a una prima visione.

Vincenzo ama la bellezza in tutte le sue forme, ed è sempre alla ricerca di uno scatto che gli faccia percepire delle belle sensazioni. Molte volte gli capita di immaginare e visualizzare lo scatto finito già prima di effettuarlo e di avere la fortuna di questa percezione. Ormai la foto oggi è una delle sue passioni principali. L’affascina la Fine Art, ha avuto la fortuna di incontrare grandi persone in questo settore e tutt’oggi studia e si documenta su questo stile. Perché l’arte senza studio e tecnica non esiste o almeno non la vera arte.

La Natura

Natura morta (idea per un morimono?)

© Vincenzo Salemme

Ritratti e Natura

Ritratti

Vincenzo Salemme

© Vincenzo Salemme

Ringrazio davvero molto Vincenzo per la sua arte, per avermi concesso la pubblicazione dei suoi lavori che spero possano essere di ispirazione per coloro che esercitano l’arte dell’ikebana o anche altre arti legate alla natura.

Inoltre più lo rileggo i concetti sopra espressi e maggiormente mi accorgo di quanto la Fine Art sia vicina a molte idee della scuola Sogetsu.

Concentus Study Group

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Come tutti gli anni da metà ottobre ai primi di novembre è un fiorire online di orrendi ikebana inneggianti ad Halloween.

Nel corso di studio della scuola Sogetsu si parla di ikebana per celebrazioni già al termine del I livello (Anno Nuovo, 3 Marzo, 5 Maggio, Tanabata, Crisantemo) e al V livello (Nascita, Primo giorno di scuola, Diplomi, Compleanni, Matrimoni, Inaugurazione di negozi, Natale etc.). Quindi effettivamente possiamo ideare ikebana per qualsiai momento e festa e questa è la bellezza dell’ampio ventaglio di scelte Che la scuola Sogetsu permette ai suoi membri.

Feste che portano gioia e allegria e io stesso con il mio gruppo fummo i primi a ideare degli ikebana ispirati al Carnevale (cosa che ebbe molto successo e fu ripresa da altri ikebanisti) per cui ci può stare benissimo questa festa che, come ricordiamo sia noi sia wikipedia, è una sorta di carnevale americano.

Perché allora sono contrario agli ikebana per festeggiare Halloween? Perché i social si riempiono di ikebana con strutture a tela di ragno, croci, zucche intagliate o con il cappellino o sbucciate… insomma il trionfo del cattivo gusto e del kitsch.

Se davvero vogliamo ideare degli ikebana per questa festa perché non fare qualcosa fuori dagli schemi, ma con gusto e non solo per un facile effettaccio?

Partiamo dalla base folcloristica e dal fatto che si festeggia in tutto il mondo. Potremmo fare ikebana che sono ispirati alla Santa Muerte, alle tradizioni celtiche, a quelle italiane che variano da ogni regione oppure…. sfruttiamo la lezione del IV livello Specific Scenes, Occasion and Spaces.

Mi spiego meglio, ma prima permettetemi una digressione così capirete anche il titolo di questo post.

Avevo 17 anni e l’estate lavoravo in un bar pasticceria di Forte dei Marmi; ogni giorno alle 7 del mattino salivo sull’autobus che mi avrebbe portato da Lido di Camaiore fino al luogo del lavoro. Sapevo chi fosse Stephen King da buon appassionato di horror, ma non avevo mai letto un suo libro.

Perché quindi non iniziare da uno di 1216 pagine invece che da uno più piccolo? (Lo so sono sempre stato a rovescio di tutti 🙂 )

In realtà la mia attenzione si era fissata sull’immagine di copertina di allora. Una barchetta di carta che stava scivolando verso un tombino da cui spuntavano degli artigli. Semplice, chiara e lineare.

Ogni giorno salivo sul bus e attaccavo a leggere il romanzo fino a destinazione e idem la sera, stanco e insonnolito, nella direzione opposta. Non riuscivo a staccarmi da quelle pagine. L’adolescenza con i suoi turbamenti, il bullismo, le speranze, i primi amori. L’età adulta coi fallimenti, le frustrazioni, i rimpianti, una vita a volte di successo, ma sempre con un gusto amaro in bocca. E sullo sfondo la figura di Pennywise la summa di tutto ciò che ci può essere di inquietante nella figura di un pagliaccio.

Soprattutto uno dei finali più belli che abbia mai letto in un romanzo, perfetto, commovente, liberatorio. Lo consiglio a tutti, anche a coloro che non amano l’horror perché definire IT così semplicemente sarebbe come dire che l’Odissea parla di un viaggio.

E qui ritorniamo ai nostri ikebana di Halloween perché IT ha avuto due trasposizioni filmiche. La prima una serie tv (tiepidina con un finale fatto coi piedi di cui si ricorda solo la straordinaria presenza di Tim Curry) del 1990 e il film in due parti (2017 – 2019) che, pur tradendo la trama più volte (a partire dall’ambientazione temporale), è quella che, a mio avviso, maggiormente rispetta le atmosfere del libro e soprattutto ha reso iconica la maschera da pagliaccio di Pennywise.

Ok ora arriviamo all’ikebana, un attimo di pazienza.

Ho la fortuna di conoscere il bravissimo fotografo Luigi Matino che per Halloween sul suo profilo Instagram ha pubblicato dei suoi autoritratti ispirati proprio a IT con due tratti iconici ovvero il trucco del film e i palloncini rossi che, credetemi, sono davvero un leitmotif angosciante del romanzo. Un terzetto di foto tanto belle quanto inquietanti di cui ne scelgo una.

Questa.

© Luigi Matino

Vedendola mi è venuto in mente che quella fotografia davvero poteva essere la giusta ispirazione per un ikebana di Halloween. Una notte in cui i morti possono tornare in questo piano astrale, dove in America i ragazzini (e gli adulti) girano vestiti da mostri, scheletri e stregoni (pensiamo a ciò che accade a New Orleans in quei giorni) e che ha ispirato molti racconti e film horror. Quindi perché invece di zucche, crocefissi e ragnatele messe a casaccio non sfruttare il tema del IV anno di cui parlavo prima?

Quindi ho chiesto al buon Luigi di poter avere la sua bellissima foto in formato alta definizione per poterla stampare e ho iniziato a pensare a un ikebana da realizzare abbinato e ispirato a essa.

I colori erano il blu della tuta, il nero a destra e ovviamente il rosso e il bianco.

Per primo sono partito da un vaso da me realizzato che è smaltato a metà di blu e di nero. Ci voleva qualcosa che ricordasse i palloncini, ma non volevo un fiore tondo rosso. Nel nostro lavoro dobbiamo realizzare qualcosa che combaci con la fotografia (il ritratto, la scultura, un qualcosa di astratto o geometrico) che abbiamo vicino o alle spalle, ma non una copia (o almeno non necessariamente perché si tende al banale) di forme e colori. Quindi potevano essere dei fiori bianchi a dare la forma del palloncino. E il rosso? Il problema è che il colore rosso è molto difficile, almeno per me, da rendere in foto soprattutto i fiori tendono a “sparare” molto. Inoltre lo confesso pensavo ai palloncini quando nel romanzo scoppiano o altre scene (ho avuto il terrore del lavandino per giorni fidatevi!) in cui il sangue esplode ovunque e cercavo di rendere quell’idea. Ecco all’improvviso la folgorazione sulla strada di Damasco. Per non fare qualcosa di splatter (insomma l’ikebana deve pur esprimere sempre armonia e bellezza!) o di inquietante più del dovuto avrei utilizzato i wooden stripes.

E lo sfondo? Volevo qualcosa che con i colori si ricollegasse al tutto senza aggiungere ulteriore inquietudine.

Ecco il risultato.

Ikebana, vaso e fotografia di Luca Ramacciotti

Ringrazio davvero Luigi Matino per la sua bravura, gentilezza e disponibilità e, sicuramente, la nostra collaborazione non terminerà qui anche per potervi mostrare le bellissime fotografie che realizza e che non sono, ovviamente, solo di questo genere.

Vi aspetto per il prossimo Halloween con qualcosa del genere. Lasciamo le zucche e i ragni per altre cose ve ne prego.

Concentus Study Group

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A inizio estate vengo contattato dall’architetto Emanuela Faicchia che si dice interessata a una collaborazione con noi; infatti lei realizza degli stupendi manufatti perfetti come contenitori per i nostri ikebana.

Noi siamo sempre pronti a collaborare con altri artisti in ogni campo (lo dimostrano negli anni aver realizzato ikebana ispirati ai gioielli di Antonella Piacenti o al mondo dei profumi partendo da Campomarzio70 a tutti i Creatori di Profumi, la moda di Massimo Alba, i piatti stellati dello chef Matteo Torretta, le creazioni di Hanayuishi Takaya o Gioni David Parra o Caterina Vitellozzi per non parlare dei vari musei come MAXXI, Ara Pacis o Uffizzi o altri ceramisti come Sebastiano Allegrini, Luca Pedone o Tore Coi) per cui dopo alcune chiacchierate teleoniche ci siamo accordati sul come procedere.

Infatti io dopo l’impegno estivo al Festival Puccini sarei dovuto andare a lavorare a Liegi e poi avrei partecipato al convegno del Club Magico Italiano passando per il Carnevale di Viareggio per cui un’estate e inizio autunno (per fortuna) piuttosto impegnato.

La signora Faicchia gentilmente ha fatto arrivare i vasi da lei scelti a casa del maestro Lucio Farinelli che, non sapendosi trattenere visto che è stato anche per lui amore a prima vita, ha subito realizzato un ikebana.

Ikebana e foto di Lucio Farinelli

Successivamente, finalmente tornato a Roma, anche io ho cercato di valorizzare al meglio il lavoro della ceramista.

Ikebana e foto di Luca Ramacciotti

E per festeggiare al meglio l’inizio del nuovo corso di ikebana cosa c’era di meglio se non far utilizzare questi contenitori anche ad alcune allieve e maestre del nostro gruppo? Ecco i risultati.

Ikebana di Lucia Coppola – foto di Luca Ramacciotti
Ikebana di Daniela Anca Turdean – foto di Luca Ramacciotti
Ikebana di Rumiana Uzunova – foto di Luca Ramacciotti
Ikebana di Neicla Campi – foto di Luca Ramacciotti

Ancora una volta ringraziamo questa generosa artista sia per averci fatto ispirare dai suoi lavori sia per la proposta di collaborazione.

Concentus Study Group

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Sono stato un poco lontano da questo blog non per le ferie estive, ma perché per fotuna è ripartito il mondo del teatro e il lavoro è subito arrivato. Torno a scrivere perché…. lo scoprirete tra poco.

Prima purtoppo una nota dolente. A inizio agosto è venuta a mancare la maestra Daniela Bongiorno. Oltre al dispiacere per la sua scomparsa c’è stato quello che non ha mai avuto la possibilità di tenere fisicamente in mano il suo diploma di grado essendo arrivato quando lei era già in ospedale. Daniela si è sempre segnalata per la sua dedizione, studio, bravura. Non era una persona che si mettesse in primo piano, sempre molto dolce e discreta pur essendo sempre riuscita a maneggiare perfettamente la tecnica e gusto estetico.

Il maestro Lucio Farinelli e io la vogliamo ricordare così.

Torniamo al post e al titolo che ho messo. Confesso la mia passione per alcuni talent di cucina perché mi interessa capire le nuove tendenze dell’arte culinaria, le possibilità di sapori, le nuove tecniche e ricerche. La mia preferita è l’Antonino Chef Academy proprio i motivi sopra indicati.

Al di là delle varie dinamiche tipiche di ogni talent vengono presentati vari chef esperti in diverse discipline che illustrano il loro sapere e le loro tecniche. Uno di questi ha detto la frase che dà il titolo a questo blog.

Personalmente ho sempre cercato di praticare molto questa arte sia privatamente, sia partecipando ai workshop o lezioni online con la mia maestra Mika Otani.

Per me praticare non è (o almeno non solo) fare ikebana, ma esercitarmi tanto nelle tecniche previste dall’arte dell’ikebana. Se un allievo mi attufa i materiali nel vaso oppure, magari approfittando di un collo stretto di vaso, mi infila un fiore dandogli anche una curva particolare solo per fare la cosa figa e appariscente mi vengono i brividi.

Preparare il vaso con la giusta tecnica (che magari non useremo, ma a metà lavoro sarà difficile mettere un ancoraggio se ne avremo bisogno) è fondamentale.

Per questo amo l’alta cucina come quella dello chef Cannavacciuolo. Quando parla si comprende quanto studio, disciplina, preparazione ci siano alla base. Unite a una profonda passione per la sua arte. E la tradizione, le preparazioni base possono anche venir reinterpretate, ma mai a casaccio tanto per fare il piatto che, magari, visivamente ti fa dire WOW, ma poi quando lo assaggi….. è il nulla.

Per me non è tanto importante uscire dagli schemi quanto sapere perché potremmo, eventualmente, uscirne fuori. I grandi maestri della Sogetsu giapponesi mettono sempre al centro delle loro opere (anche le più innovative) la natura e non il proprio ego. Per me è fondamentale.

C’è chi vive di vendita di personalità e di collezionamento dei like, ma questi ultimi si mettono anche sul gattino vestito da puffo o su quello che ballando casca. Non è sinonimo di essere bravi. Se lo siamo o meno lo sappiamo coscientemente non ce lo dicono gli altri che, spesso, nemmeno conoscono bene l’ikebana. Per cui magari mettono i like a una cosa che pare figa, ma prevede tecnica 0 e che potrebbe fare anche uno che non ha mai fatto un giorno di lezione, e un altro lavoro più elegante o difficile tecnicamente rischia di essere ignorato. Devo dire che accade più facilmente su Facebook rispetto a Instagram.

Questo dovrebbero anche rammentarlo chi insegna o chi redige libri. La ricerca della vera perfezione e bravura deve essere compiuta con serietà e onestà intellettuale.

Il che non vuol dire che si debba fare chissà quali composizioni complicate, anzi spesso le più difficili sono quelle in apparenza semplici. Ogni elemento inserito nell’ikebana deve essere un protagonista e non capitato lì per caso. Come in una ricetta ogni ingrediente va percepito e tutti assieme danno un uovo sapore finale così deve essere per il nostro ikebana. Niente fiori messi tanto per fare show, ma slegati da tutto il resto.

Quando ho realizzato questo ikebana per un’iniziativa del Branch francese della Sogetsu ho utilizzto questo vaso da me creato che presenta diverse difficoltà di ancoraggio per cui ho dovuto scegliere come posizionare le peonie e le ortensie intrecciando i gambi dele prime con i corimbi delle seconde. Un lavoro certosino che non si vede nel risultato finale proprio per mia volontà. Perché per me deve essere la natura e i fiori il protagonista, non il mio ego. Il lavoro non deve parlare di me se non nel rispetto che io ho per questi materiali viventi.

Questo deve essere chiaro per chi viene a lezione da noi. Si può fare anche ikebana per hobby, ma questo non vuol dire che dovremo ignorare tecniche e concetti. Una ex allieva sosteneva che il vero maestro ti mostra la tua bravura e non la sua. Una persona che si affaccia allo studio con questo concetto si capisce che non ha compreso nulla dello studio di una qualsiasi disciplina. Il maestro è un esempio (o almeno dovrebbe esserlo) da seguire per il suo cammino, lo studio e la sua (eventuale) bravura. Se noi saremo bravi lo scopriremo strada facendo, ma con umiltà e studio. Se ci sentiamo già bravi che si frequenta a fare un corso? Di arrivati c’è solo l’arrotino diceva mio nonno.

Grafica di Silvia Barucci

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Quando su Facebook la Master Instructor Koka Fukushima pubblicò la notizia che aveva scritto un suo libro le chiesi subito se avrebbe poi fatto una versione in inglese. L’argomento mi interessava e conoscendone l’espeirenza ero sicuro che sarebbe stato fondamentale leggerlo.

Purtroppo non sono mai riuscito a seguire un suo workshop in Italia (la prima volta che venne non mi fu permesso di accedervi e la seconda il suo workshop si teneva a ridosso di quello da me organizzato) nè a essere in Giappone quando lei tiene le lezioni all’Head Quarter, ma da sempre seguo il suo lavoro con stima perché si comprende quanto lei ami questa arte e, nell’introduzione al libro, dà una definizione di differenza tra ikebana e flower arrangement che io sicuramente citerò nelle mie prossime conferenze perché è perfetta.

Ora il libro è disponibile anche in inglese e si può acquistare su Amazon nei tre formati Copertina Rigida, Tascabile ed ebook (questo ultimo al momento solo dall’Amazon americano).

Come pensavo il libro è davvero molto istruttivo perché tratta di tutti materiali vegetali che l’insegnante ha conosciuto nella sua lunga carriera e sono suddivisi nelle quattro stagioni.

48 schede che analizzano i materiali sia da un punto di vista culturale sia estetico sia di come si possono lavorare e utilizzare in ikebana con consigli pratici di qualsiasi genere (compreso come rimuovere il polline delle Gloriose dai vestiti) sia di come nelle varie parti del mondo tali materiali possono differire.

Il tutto è spiegato in maniera molto chiara e precisa accompagnato da foto dei materiali e dagli ikebana eseguiti dalla signora Fukushima.

Un libro che tutti coloro che studiano ikebana dovrebbero possedere, ma anche chi è appassionato di fiori.

Spero di tornare presto in Giappone e questa volta incontrare la Master Instructor perché le chiederò di farmi una dedica sul libro.

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Ciò che amo dello studio di un’arte è poter entrare in contatto con altri appassionati del settore. Non ho mai compreso lo studio in “solitaria”, ma non solo per l’ikebana anche in teatro o altre mie passioni (come la ceramica). Secondo me senza condivisione non c’è molta crescita.

Il problema si pone, in questa era dei social che offrono mille possibilità (nel bene come nel male) di discernere chi compie il cammino con la giusta passione e serietà e chi si improvvisa o segue un’arte solo come passatempo. Una buona parte di chi pubblica “ikebana” sui vari social non ha mai preso una lezione da un maestro oppure non gli interessa davvero imparare sentendosi già un artista. Se la gente mette i like vuol dire che ha eseguito un buon lavoro? A vedere i like che prendono certe bufale sui social c’è da domandarselo.

Per questo quando si incontrano veri artisti come Elena Karetko la strada diviene più luminosa.

Purtroppo abitando in due paesi diversi non è facile incontrarsi tutte le volte che si vorrebbe e quando venne in Italia per seguire il workshop di Mika Otani avevamo l’idea era di fare un ikebana assieme, ma purtroppo, dati i tempi stretti, non ci fu possibile.

Lo scorso mese Elena mi propose di fare virtualmente assieme un ikebana e un tema che per me fu subito perfetto e nello stesso tempo una sfida: Yin e Yang.

Il Taijitu è uno dei simboli visivamente più noti al mondo e spesso usato (anche il suo significato) in maniera piuttosto banale e non era facile tradurlo in un’immagine floreale scomposta perché l’idea era proprio quella. Elena avrebbe realizzato la parte nera e io quella bianca. Due lavori a distanza che si sarebbero però integrati non solo nel nome dell’Yin e Yang, ma anche dell’ikebana e dell’amicizia.

Ecco cosa dice Elena a proposito della sua parte di progetto: “Il mondo dell’ikebana è sorprendente e vario, la filosofia dell’armonia tra uomo e natura, l’arte di creare bellezza. Attraverso l’ikebana, abbiamo l’opportunità di fare amicizia con persone di tutto il mondo, leggendo il copione dell’anima dell’altro secondo le composizioni ikebana. Ho pensato che sarebbe stato interessante creare un’ikebana con il mio amico Luca Ramacciotti. Viviamo in paesi diversi, parliamo lingue diverse, abbiamo professioni diverse, ma abbiamo una cosa in comune: è l’amore per l’ikebana. Abbiamo deciso di prendere il tema filosofico di YIN YANG – un equilibrio armonioso di opposti finalizzato alla creazione. L’idea ci sembrava molto interessante, ma come creare un ikebana comune a distanza? Abbiamo deciso che ognuno avrebbe fatto da solo la propria associazione con l’elemento-energia. Luca avrebbe preso il colore bianco con un tocco di nero come base, io il nero con un tocco di bianco. Abbiamo deciso di non limitarci nella scelta del materiale per l’ikebana e di mostrarci solo la versione definitiva dell’associazione ikebana.
Nel mio lavoro ho voluto mostrare l’energia oscura dell’acqua, della notte, dell’oscurità, del principio femminile, come un elemento mistico in movimento, destinato alla creazione, alla nascita, che attende l’incontro con l’elemento bianco. È nel buio che nasce il bianco, come se alla fine della notte apparisse uno scoppio luminoso dell’alba.
Ho avuto un grande piacere nel nostro progetto creativo, come se l’orizzonte si allargasse, un altro meraviglioso tocco sulla strada per me stesso. So che molto è possibile se è orientato alla creazione. Mille grazie a Luca per il progetto congiunto!”

Ikebana e foto di Elena Karetko

Per quanto riguarda la mia parte avevo mille dubbi perché il bianco in oriente ha connotazioni ben diverse dalle nostre (come in fin dei conti il nero che in Giappone viene associato al lutto solo a partire dal XIX secolo con il contatto delle usanze occidentali) si va dal colore del lutto a quello dell’inesperienza (nelle arti marziali la cintura del principiante è bianca, quella del maestro è nera) al simbolo (come in Occidente) della purezza e dell’innocenza ed è spesso associato alla sfera divina. Elena e io ci siamo tenuti liberi su materiali e vasi per non influenzarci a vicenda. volevamo due lavori che parlassero tanto di noi quanto descrivessero questa dualità di colori dove uno contiene una goccia di animo dell’altro. Avevo in mente chiaramente che avrei utilizzato le ortensie bianche. Ma come? Ogni contenitore mi sembrava distrarre dall’idea che tutto doveva focalizzarsi solo sui colori dei fiori consapevole che uno è l’opposto dell’altro. Il bianco riflette la luce e tutto diviene poco definito mentre il nero l’assorbe. Inoltre volevo che la forma ricordasse la parte del Taijitu a me assegnato e desideravo che Elena fosse contenta del mio lavoro. Alla fine l’idea che vedete qui sotto dove il nero diviene una goccia nel bainco circostante, ma nello stesso tempo non vie ne annullato e scaturisce dal bianco con vitalità.

Ikebana e foto di Luca Ramacciotti

Ringrazio Elena per la sua proposta e di vivere in un periodo storico dove si ha la possibilità con un clik ci conoscere persone interessanti isolando lontano tutto il rumore di sfondo.

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Ieri dal Giappone è arrivato un pacchetto che aspettavo anche se non in così rapido tempo. Ero emozionato come non mai e lo stesso il M. Farinelli a cui era codestinato.

Con la tipica grazia ed eleganza che solo i giapponesi possiedono il tutto era accompagnato da un biglietto e da due splendidi origami a forma di gru.

Sia il sottoscritto, sia il M. Farinelli, non abbiamo mai ambito a raggiungere i vari diplomi di livello da insegnanti, non vediamo l’ikebana come una raccolta punti, ma un serio studio di questa arte. Se, e quando, ci saranno i vari diplomi saranno i benvenuti, ma non studiamo per avere quelli, lo facciamo per migliorarci su questa arte.

La scuola Sogetsu permette di ampliare il tuo percorso, la tua ottica e, per me, è sterile cristallizzarsi su una sola espressività di forme; per questo osservo sempre i lavori dei grandi insegnanti giapponesi a partire proprio dalla nostra insegnante. Non avremmo mai immaginato, quando glielo proponemmo, che una maestra così talentuosa e brava accettasse di averci come suoi allievi e ricordo sempre con gioia i suoi due atelier a Tokyo e la bellissima lezione svolta con lei.

Abbiamo, assieme, ricominciato da capo il corso di studio della Sogetsu proprio per affinarci e vedere se avevamo delle lacune. Cosa, a volte, possibile non avendo direttamente maestri giapponesi. Si tende ad occidentalizzare l’arte dell’ikebana e farla troppo simile ai nostri gusti per quanto sia previsto lo stile libero e l’espressione della propria personalità. Noi vogliamo essere sicuri di trasmettere agli allievi i giusti concetti e non una nostra interpretazione di essi.

Quando Mika ci disse che eravamo pronti per ricevere il livello non credevamo alle nostre orecchie né, sinceramente, ce lo aspettavamo.

Non so quanti diplomi prenderemo ancora, ma, come detto prima, per noi è importante lo studio serio di questa arte e rendere fiera la nostra insegnante perché non vorremmo mai deluderla.

Sinceramente non sappiamo come ringraziarla per tutto ciò che ci sta donando lungo la via dei fiori esperiamo di poter tornare presto a fare lezione dal vivo.

Concentus Study Group

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“Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo.” (Genesi 19 -23,26) Questa credo sia una delle immagini più terrificanti dell’Antico Testamento che testimonia in pieno la forza distruttrice e vendicativa di Dio (immagine che sarà “ribaltata” dall’ottica cristiana) e che tutti hanno ben chiara anche se con una visione di significato spesso distorta.

Quindi per me Sodoma era solo il nome di questa città distrutta in tempi antichi, ma mi sbagliavo. La fortuna di avere allieve che provengono da altre nazioni e culture è che sto imparando moltissime cose da loro e di questo ne sono molto felice.

Lascio quindi la parola a Fiammetta Martegani.

Ikebana, vaso e foto di Fiammetta Martegani

“Ogni Ikebana ha sempre una sua storia ed una sua geografia. A partire dai materiali, costituiti da contenitori, rami e fiori, fino ad arrivare alle persone che hanno dato vita ai vasi e alle piante con cui le composizioni vengono create.

La storia di questa composizione si intreccia con la storia e la geografia di Israele, dai tempi biblici ai giorni nostri.

Si tratta di una Variazione n.4 con Peonie e Melo di Sodoma, detto anche Melo del Mar Morto, luogo da cui proviene questa pianta, dal tronco che ricorda un sughero e dai frutti tanto belli quanto velenosi.

In realtà questo albero non cresce solo in aree desertiche, dove la maggior parte delle sue specie si trovano soprattutto in Medio Oriente e Nord Africa, ma anche in aree tropicali, dell’Africa tropicale al Sud Est Asiatico, fino all’Indonesia.

Eppure, ancora oggi, la Calotropis procera deve il suo nome comune alla leggenda, riportata già in epoca romana dallo storico Tito Flavio Giuseppe, legata all’episodio biblico dell’incendio di Sodoma, in seguito al quale la regione sarebbe divenuta totalmente sterile, per cui l’unica pianta a cui fu permesso di crescere dalla volontà divina sarebbe stata il “pomo di Sodoma”, i cui frutti, all’apparenza belli ed invitanti, una volta aperti contenevano solo cenere e fumo. 

Eppure, nonostante il Mar Morto sia ancora il punto più profondo del globo terrestre, alcuni impervi israeliani sono riusciti a far fiorire il deserto al punto di istituire vere e proprie comunità, con tanto di scuole elementari, basate sull’agricoltura. Queste comunità si chiamano kibbutz e al Kibbutz Almog, situato nella parte settentrionale del deserto israeliano, sulle sponde del Mar Morto, Guy Erlich, israeliano appassionato di agricoltura biblica, dal 2008 dedica la sua vita alla coltivazione di piante ed erbe che, stando alla loro descrizione nei testi biblici e nelle opere di storici tra cui Tacito, venivano un tempo adoperati come medicinali o come merci di scambio dal valore incommensurabile, come l’incenso e la mirra che i Re Magi portarono a Betlemme per celebrare la nascita di Gesù Nazareno.

Grazie alle sue ricerche ed alla sua tenacia, oggi Guy Erlich, con passione, pazienza e dedizione quasi alchemica, è riuscito a ridar vita a oltre 60 specie in via di estinzione e, con esse, a ricreare incensi, oli e profumi che un tempo venivano utilizzati da Cleopatra.

Questa storia mostra come la pratica dell’Ikebana, in ogni sua composizione, offra anche l’occasione per raccontare, attraverso i principi dell’estetica giapponese, dalla portata universale, storie locali: fatte di profumi, persone e popoli, e dal loro legame millenario con la terra ed i suoi frutti. Cosí come i vasi che, a loro volta, dall’argilla, diventano ceramica: in questo caso assemblata e dipinta dalla sottoscritta, in blu e bianco, come i colori della bandiera di Israele.

Colori, profumi e persone che, tra presente, passato e futuro, anche dopo che la composizione avrà perso il suo ultimo petalo, attraverso l’Ikebana si intrecciano insieme, in modo tanto asimmetrico quanto armonico. 

Praticare Ikebana è anche questo: raccontare la storia di un popolo, attraverso i frutti della sua terra.”

Ringrazio Fiammetta per questo bellissimo scritto e per avermi arricchito culturalmente.

Concentus Study Group

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Chi scrive è appassionato del Festival di Sanremo (lo so… nessuno è perfetto) mentre il M. Lucio Farinelli da anni segue con molta passione l’Eurovision Song Contest più noto in Italia come Eurofestival.

Quest’anno ha avuto l’idea di coinvolgere il Concentus Study Group nell’ideare degli ikebana ispirati ai colori delle bandiere dei paesi partecipanti alla gara canora e, come sempre, ringraziamo chi, in questi tempi così complessi, è riuscito a ideare e realizzare qualcosa. Ognuno ha scelto il paese che preferiva.

Personalmente sono andato, coscentemente, un poco (tanto 🙂 ) fuori tema, ma spiego il perché. La cantante Senith partecipa per San Marino a cui Luca Tommassini ha realizzato le coreografie e Simone Guidarelli il look. Avendo la fortuna e l’onore di conoscere entrambi questi geniali professionisti ho cercato di omaggiarli attraverso il mio lavoro per cui ho ideato un ikebana che non avesse solo i colori della bandiera sanmarinese (bianco e celeste), ma che soprattutto potesse ricordare la performance, il look e il video della canzone.

Ora lascio la parola al M. Farinelli prima di aprire la galleria degli ikebana realizzati.

“L’ESC è un programma televisivo più che musicale e quindi l’effetto visivo di ogni performance è sempre di forte impatto estetico. A volte si va sul kitsch, altre è un’esibizione molto esagerata, ma anche di gran gusto e raffinatezza. La proposta musicale è variegata, ma spesso subordinata all’esibizione stessa dove conta molto il look e la tipologia di presentazione. Più di ogni altra cosa l’ESC è un’occasione per far incontrare circa 40 paesi europei tutti assieme. Molti di essi si adeguano utilizzando la lingua inglese, altri, come l’Italia, invece preferiscono sempre esibirsi con il proprio idioma. Essendo il Concentus Study Group (come vuole il significato latino del suo nome) composto da molte anime provenienti da diverse regioni italiane, ma anche da altri paesi europei, ho chiesto di ispirarasi alle bandiere e alcuni hanno legato la bandiera anche alla canzone in gara. Ancora una volta, con soddisfazione, ho visto le allieve accettare una proposta inconsueta e fuori dagli schemi pur mantenendo, nei loro lavori, le caratteristiche precipue dell’ikebana.”

Silvia Barucci – GRECIA – “Last dance
Ikebana di Lucio Farinelli – Vaso di Luca Pedone – ITALIA – “Zitti e buoni
Ikebana di Chiara Giani – GERMANIA – “I don’t feel hate
Ikebana di Ilaria Mibelli – PORTOGALLO – “Love is on my side
Luca Ramacciotti – San Marino – “Adrenalina
Giusy Borghini – MACEDONIA DEL NORD – “Here I Stand
Rossana Calbi – Vaso di Susy Pugliese – FINLANDIA – “Dark Side
Neicla Campi – Vaso di Tore Coi – DANIMARCA – “Øve Os På Hinanden
Deborah Gianola – SVIZZERA – “Tout l’universe
Ikebana e vaso di Fiammetta Martegani – Vaso di – ISRAELE – “Set me free
Silvia Pescetelli – CIPRO – “El Diablo
Daniela Anca Turdean – ROMANIA – “Amnesia
Rumiana Uzunova – BULGARIA – “Growing Up Is Getting Old

Che vinca la migliore canzone/esibizione!

Concentus Study Group

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Ikebana di Lucio Farinelli – Vaso di Sebastiano Allegrini
Ikebana e foto di Luca Ramacciotti – Contenitore di Lucio Farinelli e Akihiro Mashimo

In questo primo maggio dal clima incerto (per dirla con le parole di Franco Battiato: la primavera tarda ad arrivare) come lo è la vita da oltre un anno, più che mai abbiamo bisogno di poesia e bellezza e da qui il titolo di questo post che è una frase di Simone Weil.

Non penso che, presuntuosamente, i due ikebana che aprono il post siano arte e bellezza, ma è un nostro tentativo cercando di onorare al massimo la natura e ciò che ci offre. Tra l’altro, entrambi gli ikebana, sono stati creati con il materiale che era avanzato dalla lezione con le allieve proprio nel rispetto di ciò che la terra ci dona.

Lucio desiderava esprimere la forza della natura, io giocare tra il colore nero dello sfondo e quello del contenitore interno del cestino (nero su nero si annulla) come se i fiori fossero sospesi.

Non so se siano arte o belli, ma di certo sono fatti con cuore e desiderio di mettere in risalto la natura e non noi.

Mi sono anche chiesto, spesso, cosa sia il concetto di artistico in ikebana.

Per me l’artistico è ciò che ti arriva come un’onda d’urto all’animo; qualcosa che ti fa sbattere gli occhi e sorridere. Un ikebana artistico deve far comprendere come la natura sia bellissima e non sminuirla. Per questo motivo trovo molto difficile alcuni temi che la scuola Sogetsu propone nel curriculum di studio perché alle volte si rischia di non fare un ikebana, ma un incidente stradale.

La Sogetsu dallo scorso dicembre stra proponendo dei seminari online per insegnanti davvero interessanti e istruttivi che, oltre a ripassare gli stili base, affrontano proprio i temi più impervi della scuola affinchè siano meglio compresi e, non solo insegnati correttamente, ma anche realizzati.

Un tema piuttosto particolare, che non credo abbia nessun’altra scuola, è Disassembling and Rearranging the Materials. La lezione nel libro di testo viene così spiegata: l’ikebana si realizza prendendo dal terreno dei materiali che vengono tagliati e riassemblati tra di loro nella nostra disposizione floreale. (Quindi un processo che la gente non sa o non percepisce, ma che è conosciuto dall’autore. Questo perché nell’ikebana il materiale deve avere una disposizione che dia sempre un idea di naturalezza.) Dobbiamo quindi, in questa lezione, osservare ogni ramo che utilizzeremo per analizzarne gli elementi che lo compongono e la sua struttura al fine di creare una composizione che possa essere armonizzata con il contenitore (per cui solitamente non deve essere omesso in questa tipologia di lavoro) e quale sia il modo più efficace per “smontare” il ramo o il materiale che abbiamo a disposizione. Questa operazione permette anche di osservare e scoprire alcune caratteristiche del nostro materiale che potrebbero essere sorprendenti o riservarci delle sorprese. Quello che scopriamo dovrà essere il focus della nostra composizione. Ovviamente i fiori che andremo a utilizzare dovranno stare a contatto con l’acqua.

Vedendo le foto allegate alla lezione è palese che il materiale venga “smontato” ma non ridotto a pezzi perché deve sempre conservare una sua forza e bellezza.

Questo tema non viene spesso affrontato perché ci deve essere un intento artistico nel realizzarlo ed è solo uno dei temi proposti dalla scuola. La difficoltà è nel creare qualcosa che dia sempre il senso di naturalezza e mai qualcosa che è stato ridotto al minimo comun denominatore, un tema da studiare attentamente prima di affrontarlo.

lo stesso tema realizzato da Lucio Farinelli

Il problema è affrontare questo tema a lezione perché l’allievo fino a quella lezione (del IV livello) ha sempre trattato il materiale vegetale nella forma in cui si trovava e la tentazione di fare qualcosa di “strano” è subito a portata di mano mentre dobbiamo evitare cantieri di costruzioni o il mostro del dottor Frankestein. E’ un tema già di suo fuori dagli schemi che non dovremo premere il pedale sull’acceleratore.

Riporto qui alcune composizioni fatte a lezione da tre maestre del nostro gruppo e lo faccio con gioia frammista a nostalgia perché fu l’ultima in armonia pre covid.

Ikebana di Silvia Barucci – Vaso di Lucio Farinelli – Foto di Luca Ramacciotti
Ikebana di Patrizia Ferrari – Vaso di Sebastiano Allegrini – Foto di Luca Ramacciotti
Due versioni di Ilaria Mibelli – Vaso di Sebastiano Allegrini – Foto di Luca Ramacciotti

Concentus Study Group

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