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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: ottobre 2011

(Oncidium)

Il monaco zen Yamada Mumon ha scritto: “Penso che al mondo non esista un’arte che sia pura espressione del momento presente al pari dell’Ikebana. Tutte le altri arti lasciano qualche forma o traccia: il poeta una poesia, lo scultore una statua, il pittore un quadro, il compositore la sua musica.  Espressioni artistiche che permangono nel tempo a testimonianza che l’arte è eterna. L’Ikebana, invece, non lascia nulla dietro di sé.  La vita dei fiori è breve e anche la composizione più splendida esprime soltanto l’esperienza di un momento. Valorizzare pienamente la fugace bellezza dei fiori, questa è l’arte dell’Ikebana, l’arte di scoprire il massimo del loro splendore che non durerà fino a domani. Io ritengo che arte più pura e severa non esista. Anche la nostra vita dovrebbe essere proprio così, tagliare ciò che ci lega al passato che più non esiste, come al futuro che ancora non è. Vivere il presente in pienezza con tutto il nostro Essere.” (Testo tratto dal libro “ IKEBANA arte zen” di Keiko Ando Mei)

L’ikebana è l’arte che maggiormente esplica il sentimento, di derivazione buddista,  di mujō  (mu = nulla e jō = sempre) ovvero l’impermanenza.

Non si deve ricordare i dolori del passato, o rimpiangere cose che avremmo potuto fare e nemmeno indugiare in pensieri angosciosi riguardo al futuro, ma vivere ed apprezzare pienamente quel che abbiamo in questo momento che stiamo vivendo. Come il fiore, la foglia, il ramo, persino il filo d’erba che abbiamo utilizzato risplendono nel nostro ikebana nell’istante che lo eseguiamo e di cui, a differenza di un quadro, di una scultura, non resterà traccia futura.

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Con questa parola giapponese si intende tanto il fondatore di una scuola quanto il direttore. La carica è ereditaria.

Vediamo una breve cronologia della Scuola Sogetsu.

(Sofu Teshigahara)

Figlio primogenito dell’artista di ikebana Wafu, prese lezioni di ikebana fin da piccolo. Ben presto fu palese il talento di cui era dotato.  Sofu iniziò a porsi domande sull’ikebana che non permetteva alle persone di esprimere pienamente la propria creatività, così nel 1927 ruppe con la tradizione e fondò la Sogetsu. Due anni dopo Sofu fece la sua prima mostra e il nuovo stile fu ben recepito ed ammirato; inoltre fu il primo insegnante di ikebana che tenne un corso radiofonico.

(Kasumi Teshigahara)

Nel 1979 divenne Iemoto dopo la morte del padre Sofu, ma la sua carriera fu molto corta poichè morì nel 1980. Seguendo il padre durante i suoi anni di attività ebbe la possibilità di sviluppare il suo stile realizzando ikebana in miniatura e lussuosi lavori utilizzando materiale secco o colorato.

(Hiroshi Teshigahara)

Alla morte della sorella Kasumi divenne il terzo Iemoto della Scuola Sogetsu. Famoso autore di un documentario su Antoni GaudÍ, regista di un film candidato a due Oscar e vincitore del Premio Speciale della Giuria a Cannes, e di un telefilm in grado di ispirare Akira Kurosawa. La sua originalità si esplicò già dall’uso del bambù in immensi allestimenti che lo videro presente nei musei più importanti del mondo (Museo Nazionale di Arte contemporanea a Seoul,  Palazzo Reale a Milano, e il Kennedy Center a New York ).  Indimenticabili le sue scenografie per l’opera lirica Turandot di Giacomo Puccini (a Lione e a Ginevra)

(Akane Teshigahara)

Attuale Iemoto e figlia di Hiroshi, ha imparato ikebana attraverso la zia Kasumi. Ha introdotto una grande novità con dimostrazioni dal vivo di grandiosi ikebana con effetti di suoni e luci. Akane ha creato l’Akane Junior Class nel 1989 insegnando lei stessa ai bambini come sviluppare la loro sensibilità attraverso l’ikebana.

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(Anthurium)

L’Ikebana richiede costante umiltà.

Dobbiamo avvicinarci ad essa a capo chino, ascoltare ciò che la natura ci suggerisce, imparare con pazienza gli stili, le forme fino a che non sono diventate parte di noi.

Lo stesso atteggiamento lo adotteremo quando saremo noi ad insegnare. Il maestro deve all’allievo far acquistare l’occhio estetico, artistico dell’ikebana per quanto concerne gli stili base e saperlo guidare nella creatività degli stili liberi. Ma come il maestro insegna all’allievo questi lo fa con il maestro.

Sono sinergie che si scambiano, stati di animo, pensieri, creazioni individuali di arte.

Il maestro che orgogliosamente sta seduto su di un trono non trasmette nè passione nè arte. Sarà tecnicamente molto bravo, ma avrà perso di vista quella spiritualità che è alla base dell’ikebana, quel messaggio di energia che dai fiori arriva agli individui e che da una persona all’altra ritorna alla natura che noi abbiamo ricreato. L’ikebana non è solo un bel centrotavola.

Basti pensare come anche un solo fiore porti una nota positiva in una stanza. Dona subito calore, tenerezza, gioia.

E lo fa con semplicità ed umiltà.

E richiede che noi ci si avvicini a lui con lo stesso atteggiamento.

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(Papiri, Alstroemerie)

Nel secondo anno di studio della Scuola Sogetsu si studia la Variazione N°5 che è fondamentale perché l’allievo per la prima volta utilizza due kenzan e deve scindere uno stile base, od una variazione, in due gruppi (Kabu). Importante è come viene ricreato lo stile, lo spazio che intercorre tra i due kenzan, l’armonia che si instaura tra gli elementi.

Questa variazione è il preludio ad una lezione del terzo anno chiamata Ka-bu-wa-ke dove non ci sono più posizioni fissate del kenzan come nella Variazione N°5, ma sta all’allievo disporre gli steli, i rami, i fiori o le foglie organizzando uno spazio ben preciso, nel quale sia ben visibile l’acqua che intercorre tra i due isolatti, studiare come occultatare il kenzan  (che deve essere totalmente invisibile in questo stile) senza però appesantire la base della composizione.

Il tutto deve trasmettere il senso di armonia e naturalezza che sempre ricerchiamo nei nostri ikebana.

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(Papiri, Crisantemi Fuji)

Intitolo questo post con il nome di due celebri trasmissioni televisive dove, nella prima, si prendono cose vecchie o scartate per crearne nuove oppure, nella seconda, si trasformano oggetti utilizzandoli in maniera diversa dalla funzione originale. Tutte e due le trasmissioni hanno come base il riciclaggio di oggetti.

In ikebana Sogetsu ogni fiore, ramoscello, foglia tagliata non va sprecata in quanto può essere riutilizzata per altre composizioni in maniera molto creativa. Essendomi avanzati dei papiri e dei crisantemi dall’ikebana eseguito ieri mi sono divertito a fare questa composizione che è una lezione del IV anno di studio: lo smontaggio e rimontaggio del materiale.

Una lezione molto importante che si può sviluppare in mille modi, dove l’allievo è chiamato a dimostrare il massimo della sua creatività. Una lezione apparentemente facile perché va fatta tenendo conto di tutte le regole e precetti fino a quel punto assimilati. Stile libero non vuol dire che si fanno le cose senza pensare alle regole studiate, ma che su di esse si innesta la nostra creatività.

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(Papiri, Crisantemi Fuji)

Il Crisantemo è in assoluto il mio fiore preferito in tutte le sue sfumature di colore e forma. Il suo nome in greco vuole dire “fiore d’oro” e in Giappone è il simbolo della famiglia imperiale (il crisantemo è segno di pace, e lunga vita).  Questo per sottolineare che non in tutte le culture è il fiore che ricorda i morti. Forse da noi lo è per il semplice motivo che è una tipologia di fiore molto resistente e quindi dura a lungo sulle tombe dei nostri cari oltre a fiorire in questo periodo principalmente. Tra i crisantemi da me preferiti c’è il Revert che è quello utilizzato in foto.

Ho scelto lo studio delle linee rette della Scuola Sogetsu dato che il fusto dei Crisantemi è molto dritto (a contrasto della corolla che è morbita e rotondeggiante) e per sottolineare maggiormente il tema scelto ho utilizzato dei papiri. Il tutto volutamente di varie sfumature di verde come lo stesso contenitore scelto.

Poichè l’ikebana (nonostante i tre papiri piegati) ha una sua verticalità, uno slancio verso l’alto, lo voglio virtualmente consegnare alla mia maestra affinchè lo porti alla sua amica che sta salendo.

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(Crisantemo, Pandano)

Fin dalla prima volta che mi fu insegnato come lavorare le foglie nell’ikebana mi innamorai di questa tecnica che si presta a svariate possibilità.

Vi ricorro ogni volta che ne ho la possibilità cercando nuove forme e combinazioni.

Forme e combinazioni che poi vanno a sposarsi sia con il contenitore sia con il o i fiori che sceglieremo di utilizzare a meno che non si decida per un ikebana di sole foglie che presenta altri affascinanti aspetti.

Ma di questo ne parleremo un’altra volta.

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(Nocciolo, Girasole, Orchidea foglie, Ginestra, Rabarbaro)

Oggi ho scelto questa foto di vaga rimembranza estiva sia perchè fuori dalla finestra sta diluviando e sia per ritornare sul discorso dell’importanza di una fotografia ben fatta.

A volte mi è successo di dover fare e fotografare ikebana in posti bui e vi assicuro che è la condizione peggiore in assoluto. Il fiore ha bisogno di luce non di tenebre. E non lo schiaffeggiate con dei flash!

Questo ikebana lo feci per una manifestazione a Marino (Roma) in un giorno funestato da un forte vento (motivo per cui non si fa mai esposizione di ikebana in ciotola o tsubo all’aperto). Sul tavolo c’era una tovaglia di iuta color sabbia e alle spalle.. la piazza del paese.

Dovevo fare le foto a miei ikebana e a quelli dei colleghi… ma come fare per lo sfondo?

Ci voleva qualcosa che stesse bene con i fiori e con il colore della tovaglia.

E il qualcosa… era al mio collo. Mi tolsi la kefiah che avevo comperato negli Emirati Arabi e la distesi facendola tenere ai miei colleghi. Forse presenta un poco di righe (era arrotolata attorno al mio collo non scordiamocelo!), ma sembra quasi una tenda da mare e con il color sabbia della tovaglia crea un effetto interessante.

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(Foglia di calla, Magnolia japonica)

A Pieve di Compito (Capannori, Lucca) si svolge ogni anno la bellissima mostra Antiche  Camelie della Lucchesi. Giardini aperti al pubblico, mostre, vendita ed eventi collaterali accolgono le persone nel tepore del marzo primaverile.

Due anni fa fui chiamato a creare degli ikebana per la Cerimonia del tè che vi si svolgeva.

Parlando con gli organizzatori mi fu chiesto di realizzare dei veri e propri ikebana, non dei chabana (la tipica composizione per la cerimonia del tè).

Pensando a cosa potessi fare (la cerimonia si svolgeva all’aperto) cercai di pensare a degli ikebana che per struttura si avvicinassero ai chabana. Nacque così la composizione che si vede in foto e che fu molto apprezzata.

Per il secondo giorno chiesi il permesso al padrone del giardino che ci ospitava e armato di forbici e alcool (se si taglia un ramo o  un fiore poi si disinfettano le cesoie per non portare eventuali malattie su un’altra pianta) mi diressi di pianta in pianta per cercare quello che mi occorreva. I fiori mi si porgevano nelle loro forme e colori, sarebbero stati da scegliere tutti. Erano delle camelie bellissime, profumatissime. Le api vi volavano attorno incessantemente.

Alla fine presi ciò che mi occorreva e il risultato si può vedere nella stupenda foto che fece Luciana Milani.

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(Acero, Alstroemeria)

Spesso attraversando la piazza Santa Maria Liberatrice (a Roma) osservavo il bellissimo albero di acero, una pianta che io amo moltissimo e che trovo molto adatta per l’ikebana.

La tentazione di tagliarne qualche ramo era grande, ma rispettoso dei beni pubblici (anche se gli ikebanisti sanno come tagliare un ramo per non rovinare la pianta) mi sono sempre astenuto. Una volta passando per la piazza assieme al mio collega ikebanista Lucio  Farinelli questi mi fa: “Ti piace quel ramo di acero?” e mi indica per terra. Qualcuno aveva malamente strappato una bella fronda.

Raccolsi l’acero e lo portai a casa. Dopo averlo ripulito decisi di farci un nageire in modo da trasformare un danno ad una pianta in un’esaltazione di essa.

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