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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: gennaio 2017

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Apro questo post con una mia foto scattata tra le feritoie di Castel Sant’Angelo perché non so quanti comprenderebbero che è stata realizzata lì, che il fiume che si vede è il Tevere e le ombre riflesse i palazzi della Capitale. Perché questo? Perché ho sempre apprezzato i punti di vista differenti, lo studio di forme, colori, luci. Forse una deformazione dovuta alla mia professione, ma che di sicuro ho riversato nell’ikebana come quest’ultima ha influito sia sulle mie inquadrature sceniche che sulla fotografia stessa.

Per me quindi è molto importante avere un punto di vista… mobile.

Nel secondo livello della Scuola si affronta la Variazione N°7 che in realtà comprende tre “composizioni” molto differenti tra di loro il cui tema è, in breve, l’organizzazione dello spazio: Ukibana, Shikibana e Morimono.

Oggi, grazie alle allieve del corso di Livorno voglio parlarvi di quest’ultima (ma non solo) dove principalmente si utilizza frutta e verdura (a cui si possono abbinare volendo anche rami, radici o fiori edibili). Viene solitamente realizzato per occasioni di festa. Infatti nasce dall’usanza di offrire agli ospiti i prodotti migliori del giardino personale disponendoli su vassoi laccati. Qui la nostra fantasia dovrà scatenarsi ai massimi livelli creando qualcosa di unico per bellezza, forma e colori con quei materiali che solitamente nei kihon non si utilizzano. L’importante è che si comunichi che sono un’unica cosa e non vari elementi messi vicini.

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(Morimono e foto di Nicoletta Barbieri)

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(Morimono e foto di Silvia Barucci)

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(Morimono di Rosaria Malito Lenti- Foto di Nicoletta Barbieri)

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(Morimono e foto di Ilaria Mibelli)

Complice un viaggio effettuato con un’influenza abissale addosso avevo scordato le reflex a Roma per cui la lezione si è trasformata anche in un’esercitazione fotografica e devo dire che nessuna allieva mi ha mai seguito su questo tema come le toscane e le ringrazio per questo.

Come le ringrazio per accettare sempre ogni sfida che lancio loro. Infatti terminato il morimono (a cui io non ho dovuto apporre alcun cambiamento a nessuna di loro e se permettete è una soddisfazione per un maestro che le sta per diplomare) ho proposto loro di smontare tutto e realizzare il tema del quarto livello della scuola Vegetables and/or Fruits in Arrangement. Un tema che invita a realizzare un ikebana con frutti o verdure andandone a scoprire l’intrinseca loro bellezza. Possiamo anche aggiungervi fiori o rami, ma l’importante è mettere in risalto i frutti o le verdure. Un compito devo dire davvero non facile complicato dal fatto che avrebbero dovuto usare ciò che avevano scelto per il morimono. Quindi chiedevo loro che le forme e i colori che avevano pensato per una composizione venissero ripensate ed adattate per un’altra cambiando decisamente il punto di vista. Volendo potevano utilizzare dei fiori che mi erano stati regalati perché sciupati dal freddo per cui si è aggiunto anche il lavoro di “ripulire” il fiore di quelle parti troppo rovinate.

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(Ikebana e foto di Nicoletta Barbieri)

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(Ikebana, vaso e foto di Silvia Barucci)

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(Ikebana e vaso di Rosaria Malito Lenti – Foto di Silvia Barucci)

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(Ikebana e foto di Ilaria Mibelli – Vaso di Sebastiano Allegrini)

Concentus Study Group

 

 

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Quando, anni fa, iniziai lo studio dell’ikebana Sogetsu il fenomeno dei social non era ancora esploso e il punto di ritrovo virtuale per gli appassionati era flickr. Esistevano però già le ricerche tematiche tanto è vero che, trovando diversi iscritti appartenenti alla Sogetsu, io stesso fondai su quel social un gruppo dove poter tutti postare le nostre foto e comunicare tra di noi.

Come spesso accade per questi social (vedasi anche myspace dove anche lì eravamo presenti) vengono soppiantati da altri meno a “senso unico” (su flickr si poteva solo pubblicare foto e myspace divenne complicatissimo da usarsi).

Ed esplose il fenomeno Facebook. Come tutte le invenzioni ha il suo lato positivo quanto negativo a seconda di come la si va ad utilizzare. Basti pensare a tutte le bufale che la gente posta senza nemmeno verificare, ma che semplicemente, portano acqua al mulino delle loro idee.

Purtroppo l’ikebana è una delle possibili vittime di Facebook. Ci sono gruppi che pur avendo il nome Ikebana nel titolo accettano qualsiasi tipologia di composizione floreale (in uno di essi ho anche visto una caravella fatta coi fiori) o di persone che pur dicendo di fare ikebana non hanno mai preso un solo giorno di lezione.

Personalmente gestisco due gruppi (Ikebana e Sogetsu in the world) e cerco, se possibile, di limitare la presenza di persone che davvero non studiano ikebana; ho persino scoperto un insegnante della Romania che… non ha mai preso un solo giorno di lezione in nessuna scuola di ikebana.

Tutto questo ingenera sicuramente confusione nel frutiore del servizio, in chi, magari, si vuole avvicinare all’ikebana e trova superficialità e confusione. Anche perché spesso i “like” non vanno all’ikebana bello, ben eseguto, ma a quello strano, eccentrico. Che magari nemmeno è ikebana. E qui, noi insegnanti si dovrebbe tutelare tutto ciò sia andando a selezionare i like da apporre alle foto (spesso si fa per contraccambiare chi ce li mette sempre) sia cercando di postare solo ikebana davvero ben realizzati sia a livello tecnico sia di materiale scelto (non possiamo vedere rami rachitici e fiori grossi come cavoli). E se andiamo arealizzare uno zenei – bana dovremo ricordarci sempre che la nostra base è l’ikebana sennò in realtà realizzeremo solo una scultura. Quindi il nostro lavoro astratto, come minimo, dovrà avere pieni e vuoti, asimmetria, movimento, equilibrio e armonia. Se creiamo una struttura che ricorda l’Atomium di Bruxelles non avremo fatto un ikebana astratto, ma un bricolage degno di Paint Your Life. La difficoltà sarà proprio di creare una struttura moderna, senza materiale vegetale, ma che faccia immediatamente capire che innanzi a noi c’è un ikebanista. Anche se ci metteranno molti like, basterà il commento di una persona che ci domanda cosa sia il nostro lavoro per farci comprendere che abbiamo errato nel nostro intento. Senza considerare chi mette il like alla propria foto (cosa tristissima) o la pubblica innumerevoli volte come se la gente fosse smemorata.

Come districarci quindi nel mare magnum dei social? Basta contattare la persona i cui lavori ci interessano per sapere se è davvero un maestro (e quindi chiedere dei documenti che lo attestino), vedere se usa uno pseudonimo dietro a cui si nasconde (magari perché non pubblica tutti lavori suoi) o il suo reale nome, se c’è una costanza di linea estetica in quel che fa e, soprattutto, se i suoi ikebana danno idea di unicità di materiale, di movimento, di armonia o sono solo dei rami/foglie e fiori messi staticamente in un vaso. L’ikebana è poesia anche nelle sue soluzioni più ardite non oggetti curiosi messi a casaccio vicino l’uno all’altro e il materiale deve essere sempre degno di nota, avere una sua precipua eleganza anche se è di origine povera perché la pop – art è finita da anni. Aggiorniamoci se vogliamo essere di avant garde.

Concentus Study Group

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Di recente ho letto questo interessante saggio che indaga a 360° sull’estetica giapponese correlata alle arti tradizionali. Di seguito riporto alcune parti del testo che ho trovato davvero interessanti e/o curiose.

  • Per Keene tuttavia la deperibilità rimane “l’ideale estetico giapponese più caratteristico”. Non vi è dubbio che sia tra i più antichi, dal momento che si fonda sul concetto buddhista di mujō , termine solitamente tradotto come “caducità”: nulla è immutabile e il nostro unico rifugio è quello di accettare, o persino di celebrare questo assunto.
  • La bellezza è sia espressione sia risultato di una consapevolezza che proviene da uno sguardo sulla natura altamente auto-cosciente, accompagnato inoltre dalla disciplina, che è una delle ragioni per cui in Giappone le arti raramente mancano di profondità.
  • (Fujiwara no Teika) “Se guardo lontano non vedo né boccioli di ciliegio/Né foglie colorate;/Solo una modesta capanna sulla costa/immersa nel crepuscolo d’autunno.” Il poeta che osserva la scena non sceglie il ciliegio, rosa e allegro, né l’acero rosso dai colori vivaci, due cavalli di battaglia delle vedute stagionali hade. Preferisce il profondo autunno, convenzionalmente la stagione più cupa, e il crepuscolo, quel momento della giornata in cui tutto ciò che è luminoso sparisce nella monocromia del tramonto. Il sottinteso è che qualsiasi idea di eleganza si ritrova, piuttosto, negli opposti di tale qualità.
  • L’abbondanza è inutile, o anche peggio, volgare. L’uno può stare per il tutto – di meno è sempre di più.
  • Questi bunjin giapponesi intendevano la tradizione letteraria come un rifiuto dello stile accademico, e per questo erano liberi di creare un tipo più personale di arte per amore dell’arte (mostrando così un modo più eccentrico di crearla). Molte sono le storie di comportamenti strani, eccessi alcolici, atteggiamenti estremamente frivoli ed esperimenti (come quello di mettere ragni vivi negli ikebana per offrire un particolare tocco di stagione).
  • Il maestro dell’arte di disporre i fiori Teshigahara Sōfu una volta disse che shin è un tokonoma tradizionale con pavimento di tatami, il sostegno principale laccato e tutte le proporzioni precise e formali, mentre gyō un tokonoma con pavimenti in legno, le venature ancora visibili e il sostegno principale forse costituito da un tronco d’albero naturale. Disse poi di non aver mai sentito di un tokonoma alla maniera sō, semplicemente perché non vengono fatti in quel modo, ma di sicuro vi sarà in una casa rustica un qualche rudimentale tokonoma per la cerimonia del té che potrebbe in teoria avvicinarsi, per la sua informalità al concetto di sō .

Concentus Study Group

 

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