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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: ottobre 2013

Ikebana

(Zucche, Gloriosa)

Seppur in un clima estivo più che autunnale siamo giunti alla fine del mese di ottobre. La natura si è ammantata dei suoi gialli, arancioni e rossi. Per celebrare questo cambio stagionale ho pensato di ricorrere a queste piccole zucche decorative, verdura che io amo molto e che in questa stagione si trova facilmente.

Anche ahimè per la festa di Halloween che da anni è stata imposta dalle industrie in un tentativo di globalizzarci facendoci sempre più somigliare all’America. In Irlanda si celebrava Samhain, una festa pagana di origine gaelica tra il 31 ottobre e il 1º novembre. Questa festività era spesso conosciuta anche come Capodanno celtico e il nome derivava da una parola in irlandese antico, samain, samuin, o samfuin, che potrebbe significare “fine dell’estate”. Quando i Romani entrarono in contatto coi Celti, identificarono Samhain con la loro festa dei morti (Lemuria) che era però celebrata nei giorni 9, 11 e 13 maggio. Con la cristianizzazione venne istituita la festa di Ognissanti (1º novembre), mentre il 2 novembre si celebra il Giorno dei morti. L’idea di commemorare i defunti in suffragio nacque su ispirazione di un rito bizantino che celebrava infatti tutti i morti, il sabato prima della domenica di Sessagesima, ossia la domenica che precede di due settimane l’inizio della quaresima, all’incirca in un periodo compreso fra la fine di gennaio ed il mese di febbraio. Nella chiesa latina il rito viene fatto risalire all’abate benedettino sant’Odilone di Cluny nel 998: con la riforma cluniacense stabilì infatti che le campane dell’abbazia fossero fatte suonare con rintocchi funebri dopo i vespri del 1 novembre per celebrare i defunti, ed il giorno dopo l’eucaristia sarebbe stata offerta pro requie omnium defunctorum; successivamente il rito venne esteso a tutta la Chiesa Cattolica.  La ricorrenza della chiesa occidentale potrebbe derivare dalla festa romana della dedicatio Sanctae Mariae ad Martyres, ovvero l’anniversario della trasformazione del Pantheon in chiesa dedicata alla Beata Vergine e a tutti i martiri, avvenuta il 13 maggio del 609 o 610 da parte di Papa Bonifacio IV. In seguito Papa Gregorio III (731-741) scelse il 1º novembre come data dell’anniversario della consacrazione di una cappella a San Pietro alle reliquie “dei santi apostoli e di tutti i santi, martiri e confessori, e di tutti i giusti resi perfetti che riposano in pace in tutto il mondo”.

È consuetudine, nel giorno dedicato al ricordo dei defunti, visitare i cimiteri locali e portare in dono fiori sulle tombe dei propri cari. In molte località italiane è diffusa l’usanza di preparare alcuni dolciumi, chiamati infatti dolci dei morti, per celebrare la giornata. In Sicilia durante la notte di Ognissanti la credenza vuole che i defunti della famiglia lascino dei regali per i bambini insieme alla frutta di Martorana e altri dolci caratteristici.

Quindi perché gettare via secoli di storia e tradizioni per poter scimmiottare una festa che non è nostra e ricorda solo il carnevale? Perché ce lo dice la televisione?

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Ikebana

(Gloriosa, Diplocyclos palmatus, Roselline)

[…] Anche questa nuova seduta ebbe inizio con il tè. Quindi dopo qualche scambio di parole cortesi, venne il momento di esaminare la mia opera. Il Maestro la considerò attentamente, il volto impassibile. Poi, senza una parola, tolse i rami dal vaso: questo significava evidentemente che non era soddisfatto del mio lavoro. […]  In realtà, la vera sostanza dell’insegnamento si rivela soltanto a chi è pronto ad assimilarla e a coglierla ogni volta che essa gli si offre. […] L’attenzione e l’impegno sono più importanti di un’attività multiforme. Non basta mettersi al lavoro così come ci si recherebbe al tè delle cinque. Disporre i fiori non è un passatempo né una distrazione.

( G. Herrigel – Lo Zen e l’arte di disporre i fiori ed. Se)

Avevo appena incominciato a comprendere le basi del moribana e la mia insegnante mi fece affrontare il nageire. Se nel moribana si ricorreva al kenzan nel nageire il supporto lo dovevamo costruire noi. Mi disse come si faceva. Un bastoncino leggermente più basso del vaso cilindrico alto, che si sarebbe usato, diviso a forcella. Ci provai. Il taglio non venne al centro. Così come non eseguii bene i tagli dei rami principali, mancavo il centro, non capivo bene come dovesse essere fatto il taglio lungo il ramo e alla parte terminale di esso. I rami si spezzavano, il nageire crollava. Non capivo dove sbagliassi. La mia insegnante sorrise e disse: “Peccato non le è riuscito.” e lì finì la prima lezione. Non che le successive andarono meglio…. Il nageire mi sconfiggeva. Perchè non capivo dove sbagliassi. Quindi armato di libro di testo ricominciai da capo. Facevo tagli, provavo gli incastri dei rami dei fiori. Non volevo darla vinta nè a quello stile nè alla mia maestra. Avessi tirato i remi in barca avrei fallito su tutto. Nel momento della sconfitta invece il bravo ikebanista deve trovare, o ritrovare la calma, cercare di focalizzare ciò che ha innanzi a sè e vedere come impiegarlo al meglio. Ed esercitarsi tecnicamente all’infinito. Devo dire che quando faccio lezione con la mia attuale maestra al termine completo sempre il mio ikebana. Suggerisce, aiuta (anche a volte proponendo sfide tecniche), porta piano piano a sciogliere i nodi che possono esserci lungo un cammino.

La realizzazione dell’ikebana ci dà felicità, ma mai dobbiamo perdere di vista il cammino per arrivare ad esso. Non ci si deve lasciar prendere dalla frustrazione, non si deve maltrattare o sciupare il materiale che è vivente, va rispettato. Se l’attitudine mentale è giusta riusciremo sempre nel nostro intento. Altrimenti tutto crollerà come a me succedeva coi primi nageire perché andavo a lezione sapendo già che non sarei riuscito nel mio intento. Per questo durante i corsi aiuto le mie allieve a fare bene la forcella iniziale, a capire come fare i tagli. Non devono subire quel che ho passato io perché l’ikebana deve sempre dare gioia e il maestro infondere sicurezza. Anche quando capisce che l’allievo non l’ha.

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L’inizio è racchiuso in uno scambio di battute su Facebook tra me e Francesca Pasquinucci. Lei, assieme a Davide Giannoni, ha creato un festival unico nel suo genere giunto alla III edizione. BoomArt è un contenitore ipercinetico di pittura, scultura, live painting, musica, video etc che si svolge in due giorni presso il Gran Teatro Puccini a Torre del Lago. La hall, il giardino e l’auditorium si popolano di giovani artisti italiani con un tetto massimo di 35 anni di età (con eccezioni di ospiti senior come il sottoscritto). Dario Grillotti e Sara Meretti hanno realizzato dei suggestivi disegni giapponesi ed io avrò l’onore di affiancare un mio lavoro.

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Felice di portare l’ikebana in questa prestigiosa ed eclettica mostra penso subito che dovrò ideare qualcosa in linea alla tipologia di manifestazione. E fin dai primi istanti mi si affaccia alla mente un nome: Jackson Pollock. Sono appassionato da sempre di arte, ma con una spiccata predilezione per quella figurativa per cui mi meraviglio di aver pensato in prima istanza a Pollock, ma ormai so che devo sempre seguire le mie intuizioni. Per cui acquisto tutti i libri disponibili su questo artista per un approfondimento partendo dalle sue lettere. Non contento chiedo lumi tecnici a persone straordinarie come Luigina Monferini ed Alice Bandoni ed inizio ad esercitarmi con il dripping. E piano piano il progetto prende forma. L’ikebana dovrà essere posizionato su un cubo alto. E Pollock che ruolo avrà? Prendo un foglio bianco e traccio linee colorate fino a comprendere che userò la mitsumata e quello sarà il riferimento principale. La mia attenzione resta vincolata all’Unitled 1948/49 ca. (inchiostro e vernice) e di lì partono le prove di colore dove quelli utilizzati nel quadro di Pollock  (rosso e nero) saranno i principali. Scelgo come contenitore uno tsubo dove realizzerò un nageire di stile libero, ma dalla linea “classica”. Durante un workshop Tetsunori Kawana, grande maestro della Sogetsu, sottolineava quanto fosse difficile creare un ikebana moderno perché il rischio di cadere nel puro design è sempre in agguato. Quindi io dovrò evitare di fare questo errore.
Pollock nelle sue sperimentazioni spesso al colore mescolava sabbia e vetro ed io decido di ricorrere a guest’ultimo materiale, ma di non mescolarlo alla pittura. Cerco delle biglie di vetro monocromatiche mentre il progetto ha ormai un suo volto ben preciso. Il maestro Lucio Farinelli trova le biglie che desidero mentre è in vacanza a Stoccarda e dopo varie telefonate la scelta delle dimensioni e dei colori è fatta.
È la volta di occuparsi della mitsumata; agli smalti nero e rosso aggiungo quello giallo e che il dripping abbia inizio!
Anche il materiale vegetale riprenderà questi colori per cui scelgo degli anthurium rossi, del solidago e i bellissimi rami di carruba già utilizzati per altri allestimenti, ma che trovo stupendi.
Oggi armato dei miei materiali vegetali ed attrezzi mi sono recato presso il teatro e con tranquillità ho realizzato concretamente l’ikebana che studiavo dallo scorso agosto.

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(elaborazione grafica di Giuseppe Cesareo)

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(© fotografico di Hans Burger)

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(© fotografico di Silvia Barucci)

Cosa vuol dire fare una dimostrazione di ikebana?
Per me significa decidere quali ikebana rappresentino meglio il percorso di studio della scuola Sogetsu, quali temi possano meglio risaltare coi materiali stagionali, quali contenitori usare, la tipologia di kenzan ecc…

Per l’organizzatore semplicemente ospitare un fioraio.

E qui cade l’asino. Spesso chi mi chiama ha una vaga idea di cosa sia l’ikebana e già resta spiazzato dal fatto che invece di una sensuale geisha gli tocchi un ergumeno barbuto.
Le classiche domande di approccio sono: ma è proprio lei che insegna ikebana? Ah anche gli uomini fanno ikebana (e qui vorrei intrattenerli un’ora al telefono per narrar loro la storia dell’ikebana)? E poi la domanda delle domande: ma lei vorrebbe essere retribuito? Perché sa noi le facciamo pubblicità e può trovare allievi.
Ecco sfatiamo un errore di base. Mai, ma poi mai ho avuto una persona che si sia iscritta al mio corso perché ha visto una dimostrazione mia. Sì iscrivono perché desiderano studiare guest’arte.
Pagamento….. facciamo un esempio. Oggi ero a Villa Caruso Bellosguardo a Lastra a Signa. Arrivarci da Viareggio ci son volute quasi due ore. E non aggiungo altro.

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 (© fotografico do Silvia Barucci)

Mi si potrebbe obiettare: Basta tu dica di no quando ti chiamano.
Vero… ma non del tutto.
Prima di tutto spero sempre di trovare un bravo organizzatore. Quando seguivo il Premio Versilia A.I.S. Toscana facevo le nottate per coordinare tutto al meglio.
In secundis… spesso, è successo anche oggi, trovi persone davvero interessate che fanno domande pertinenti o che, al termine dell’incontro, ti dicono che si sono rilassati, che gli ha fatto piacere vedere questi miei lavori che perfetti magari non sono (non è facile realizzare un ikebana a rovescio ovvero non lo realizzo guardandolo frontalmente, ma da dietro in modo che il pubblico possa seguire lo svolgersi dell’ikebana). E questo ricompensa di ogni cosa.
È bello anche essere seguito dai propri allievi e per loro istruttivo dato che si spera che un giorno loro proseguono il mio cammino.
Se ad Harborea avevo Rosanna ed Ivana oggi a Botanica era il turno di Silvia che ha esposto anche un suo lavoro.

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 (© fotografico e di realizzazione di Silvia Barucci)

Se accetto di fare dimostrazioni è per far capire cosa sia l’ikebana realmente, sfatare triti luoghi comuni (l’ikebana son tre fiori in un vaso), spiegare che per fare un ikebana ci vuole tempo, silenzio e non stare a giocare a tetris come in apparenza potrebbe sembrare in una dimostrazione.
La divulgazione è importante. Lo capiscono tutti.
A parte chi organizza…..

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(© di Luca Ramacciotti )

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(© di elaborazione grafica di Giuseppe Cesareo)

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Ebbene sì lo confesso. Il mio primo amore sono stati i bonsai. Avevo 14 anni ed acquistati fiero la mia prima piantina (un olmo) spacciata per bonsai, ma era una di quelle talee che vendono per le raccolte benefiche. Ricordo che ad Euroflora quel’anno vidi un’esposizione di bonsai, mi comprai censoie, tronchesine e la pasta per i tagli. In edicola acquistavo la rivista sui bonsai ed accudivo, inutilmente dato che nelle arti non si può essere autodidatti, la mia pianticella che morì per una gelata. Molto probabilmente sarebbe morta lo stesso e comunque non sarebbe mai davvero diventata un bonsai. All’epoca non esisteva internet e credevo di essere solo in zona (in realtà a Camaiore c’è il bravissimo Carlo Cipollini che merita andare a trovare soltanto per la meravigliosa collezione di bonsai che ha oltre al fatto che è un’ottima persona) e quindi la mia carriera finì ben presto.
22 anni dopo avrei incontrato l’ikebana e come si vuol dire il resto è storia.
Ma…
Come sempre dico non credo alle coincidenze, ma soprattutto non vedo come i mondi del bonsai, delle kusa e dell’Ikebana (e volendo pure suiseki, shodo e chado) debbano essere divisi da steccati.  Spesso chi si occupa di ikebana non si interessa ai bonsai, alle kusa e viceversa.
Per questo incontrare invece persone che la pensano come me mi rallegra il cuore.
E se i bonsai sono stato il mio primo amore ringrazierò sempre Silvia Orsi che ha ideato un articolo su kusa ed ikebana per la prestigiosa rivista dell’Ubi e la redazione che ha accolto la proposta.

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Perché la natura, l’estetica giapponese, la passione che mettiamo in queste arti non possono avere confini.

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Carpe

 

Amare, fare, insegnare ikebana vuol dire anche osservare con occhio curioso le manifestazioni della natura in tutte le sue forme ed interessarsi alle altre discipline “collaterali”. Partecipando, negli anni, a mostre come la Mostra Nazionale Bonsai e Suiseki Città di Frascati (dove espongono anche gli artisti dello shodo) è stato istruttivo ed interessante al fine di scoprire come l’arte del bonsai, dell’ikebana, delle kusa abbiano temi comuni oltre alla filosofia base, al concetto “estetico” da cui sono scaturite e pratiche a volte molto differenti.

Nel recente numero della prestigiosa rivista dell’Ubi Bonsai ho avuto l’onore di poter scrivere un articolo con Silvia Orsi (e la supervisione di Lucio Farinelli) proprio per cercare di comprendere cosa differenzi le kusa dall’ikebana e quali concetti invece avvicinino queste due discipline. Silvia Orsi è autrice del bellisismo libro: “Piante spontanee shitakusa e kusamono. Descrizione, habitat ed utilizzo nei tokonoma” che consiglio vivamente non solo a chi si occupa di bonsai e kusa, ma a chiunque voglia conoscere la natura a noi circostante.

Bonsai

In questo weekend si è svolta invece la manifestazione (a cui le foto fanno riferimento)  VI Mostra bonsai d’autunno a Roma organizzata dall’Associazione Culturale Roma Bonsai nella bellissima cornice dell’Opera Nazionale per le Città dei Ragazzi. Andarci è stato istruttivo, come a tutte le manifestazioni di questo genere, e poi piacevole perché permette di incontrare splendide persone con cui ci si vede raramente per questioni geografiche o semplicemente di  tempo. Stare in mezzo alla natura e respirare aria di amicizia e convivialità è un prezioso dono di questi tempi e un balsamo per il cuore. Bellissima l’esposizione di bonsai e suiseki ed interessante, anche per un profano come me, il workshop di Franco Barbagallo.

Franco Barbagallo

Vedere questi artisti all’opera che nel giro di un’ora trasformano completamente i bonsai lavorando il legno, le foglie come se fossero semplice argilla è uno spettacolo fantastico che in molti dovrebbero seguire perché spesso c’è confusione su queste arti (si acquistano per bonsai quelle che in realtà sono talee perché il bonsai è una pianta nana, l’ikebana sono due fiori in un vaso ed è un’arte solo femminile..) o non si conoscono proprio come le Kusa.

Per cui il ringraziamento va alle persone che si occupano, organizzano queste manifestazioni, divulgano il loro sapere e la loro passione e soprattutto è così bello ritrovarci seduti ad un tavolo in amicizia parlando di arte, natura, fotografia (con il bravissimo Fabio Canneta) mentre gli stessi organizzatori si trasformano in solerti camerieri ed ottimi cuochi. Reincontrare amici come Carlo Scafuri, Laura Monni, Cosimo Pepe o Francesco Tomassetti fa sempre piacere come lo è visualizzare tra le persone sedute innanzi Emanuela Ribera con cui da tempo siamo contatti su Facebook.

Suiseki

E a malincuore si lasciano questi giardini incantati con la consapevolezza di aver imparato, fatto nuove esperienze e rilassato l’animo per qualche ora.

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