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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: aprile 2018

Il titolo del blog è una citazione di Jean Baptiste Massieu che amo e a cui ieri ho pensato molto.

Come scritto in altri due post, di questo blog, ieri Silvia Barucci ed Ilaria Mibelli hanno tenuto una dimostrazione pubblica per celebrare il raggiungimento del livello di maestre Sogetsu. Una bella sfida, un grosso impegno nel decidere da sole 5 temi e i materiali da usare oltre a tenere una conferenza inerente la storia dell’ikebana e della scuola Sogetsu. Il tutto in un lugo di gran classe e bellezza: il Tepidarium Del Roster.

Se loro erano emozionate io non lo ero da meno. Mi sentivo come un padre che lascia la mano del figlio che muove i primi passi pronto a correre nel caso di una caduta. Ma ieri non ho dovuto correre. Nonostante il caldo (molto) e l’emozione Silvia ed Ilaria sono state impeccabili come la loro assistente che, con classe ed eleganza, le ha seguite in questa fase importante del loro cammino: l’allieva Patrizia Ferrari (venuta appositamente da Merano). Da Roma erano arrivati i due maestri Lucio Farinelli e Anne Justo.

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Quello che mi ha riempito di felicità sono stati tutti i messaggi di augurio ricevuti da colleghi del nostro Study Group e da esponenti esteri della nostra scuola oltre a rappresentanze della Scuola Ohara. È bello vedere le persone partecipare a questa festa anche virtualmente dimostrando che il vero percorso lungo la via dei fiori non può che presentare sentimenti positivi di amicizia e felicità serena.

È stato davvero un peccato per chi non è stato presente perché la giornata di ieri è stata un’iniezione di positiva felicità.

Pubblico attento, ed amici come il Maestro Rinaldo Serra che alle due neodiplomate ha regalato delle foto come solo lui sa fare anche in condizione non facile. È una fortuna avere grandi professionisti per amici. Grazie Rinaldo.

Pur essendo entrambe mia allieve uno dei diplomi è stato consegnato anche da Lucio Farinelli perché Silvia ed Ilaria hanno preso spesso lezione a Roma e partecipato sempre a tutte le nostre iniziative per cui era giusto presenziasse alla consegna.

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(Moribana di Silvia Barucci e Nageire di Ilaria Mibelli poi trasformato in Variation No. 8 Combined Styles – Contenitori di Sebastiano Allegrini – Foto di Rinaldo Serra)

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(“Tsubo” vases di Silvia Barucci – Tsubo di Sebastiano Allegrini – Foto di Rinaldo Serra)

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(Dried, Bleanched, or Colored Materials di Silvia Barucci – Foto di Rinaldo Serra)

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(Using Both Fresh and Unconventional Materials di Silvia Barucci – Foto di Rinaldo Serra)

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(Arrangement on a stand di Silvia Barucci – Foto di Rinaldo Serra)

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(With Flowers Only di Ilaria Mibelli – Contenitore di Luca Ramacciotti – Foto di Rinaldo Serra)

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(Composition of Mass and Line di Ilaria Mibelli – Contenitore di Sebastiano Allegrini – Foto di Rinaldo Serra)

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(A Variety of Materials – Maze-zashi di Ilaria Mibelli – Contenitore di Cer – Foto di Rinaldo Serra)

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(Making a Container with Tubes di Ilaria Mibelli – Foto di Rinaldo Serra)

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Al termine ero stanco come l’avessi fatta io, ma l’impegno non era finito.

Silvia ed Ilaria han voluto fare un ikebana a sei mani ovvero con me e il tema scelto è stato Senza Kenzan. Fare ikebana tutti e tre assieme è stata la ciliegina su una magnifica torta. Grazie a tutti, come dice il titolo il mio cuore ne terrà memoria.

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(In a Suiban without Kenzan di Silvia Barucci, Ilaria Mibelli e Luca Ramacciotti – Contenitore di Sebastiano Allegrini – Foto di Rinaldo Serra)

Concentus Study Group

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E domani sarà un grande giorno per Silvia Barucci ed Ilaria Mibelli.

Non solo perché hanno raggiunto il livello di insegnante Yonkyu Shihan, ma perché terranno una dimostrazione pubblica.

Quando si divenne maestri con la signora Alicino, sia io sia Lucio si tennero le dimostrazioni pubbliche perché l’insegnante lo richiedeva a tutti gli allievi che divenivano maestri. Dopo di noi due nessuno, per vari motivi, raggiunto il livello da maestro, ha tenuto questo incontro pubblico che è tanto temerario quanto entusiasmante.

Ci mettiamo alla prova, decidiamo quali composizione fare e le eseguiremo davanti ad un pubblico creandole, come richiede la scuola Sogetsu, a rovescio ovvero non abbiamo noi il davanti della composizione, ma il pubblico.

Silvia (vincitrice del The “Sogetsu Magazine” Prize al 草月みんなのいけばな展 Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition – 5 edizione) e Ilaria sono da anni che ci seguono in tutte le nostre iniziative e, a casa dopo ogni lezione, si sono sempre esercitate con molta assiduità e le ringrazio di questo.

Per l’occasione parteciperanno da Roma i maestri Lucio Farinelli ed Anne Justo e l’allieva Patrizia Ferrari da Merano; questa condivisione, questa amicizia tra i membri del gruppo mi fa davvero piacere e mi rende felice perché lungo la via dei fiori (se fatta correttamente) non ci può essere spazio per sentimenti negativi.

Sarà una grande festa e per le due neomaestre sarà molta l’emozione e non è detto che per un ikebana… non si sia in tre a crearlo. Perché tutti noi stiamo percorrendo assieme questo percorso.

I legami più profondi non sono fatti né di corde, né di nodi,

eppure nessuno li scioglie.

(Lao Tzu)

Concentus Study Group

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Inizio questo post con una bella citazione di Jacques Deval come titolo perché fa al caso nostro.

Studiare un’arte come quella dell’ikebana è molto impegnativo e richiede una pratica costante; si vive per quest’arte e tutte le nostre idee sono focalizzate su di essa (come ogni nostra spesa!).

Per chi studia ikebana Sogetsu sa quanto il vaso (non considerato un mero contenitore di fiori né avendo forme obbligatorie per i vari stili) sia importante al fine della composizione. Possiamo partire dai materiali e poi abbinarvi il vaso giusto o viceversa, iniziare dal contenitore e decidere materiali e forme. Resta comunque parte del nostro lavoro perché, come detto prima, non è appunto un contenitore, ma fa parte del tutto.

Se è vero che possiamo usare contenitori realizzati da noi con carta, plastica o metallo, o vasi di vetro è anche vero che l’elemento basico rimane la ceramica. Non c’è limite alla fantasia per forme e colori se non il buongusto. Un vaso non adatto (tecnicamente o per forma o per altezza, ad esempio nel caso dei suiban se il bordo è più basso del kenzan) o esteticamente brutto o pesante dimostrerà solo poco interesse per il nostro studio.

Che il contenitore sia importante lo dimostra anche la frase che la Iemoto Akane Teshigahara scrisse nella motivazione del mio primo premio al concorso internazionale “The 4th Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition on Facebook“: He captures the characteristics of individual plants well and blends them with his own style so that this work is full of confidence. This, plus the sense of unity with the container he created, lends this beautiful work a very strong impact. As shown by the creator, I can feel a refreshing breeze blowing through the work, with rays of light.

Ma come si idea un vaso per l’ikebana?

Quando ho cominciato a studiare ikebana io li comperavo dai siti online, poi ho conosciuto vari ceramisti di Roma come il Cer, Susy Pugliese e Sebastiano Allegrini ed ho iniziato ad utilizzare quelli che loro creavano per me su mia richiesta od idea. Con il maestro Sebastiano sto prendendo lezioni di ceramica (i vasi più difficili o particolari li continuo a commissionare a lui che comunque mi sprona sempre a provare nuove tecniche, materiali etc) perché voglio proporre alle mie allieve le mie idee e coinvolgere esse stesse nella realizzazione dei loro vasi grazie alla guida di un vero e bravo maestro di ceramica come è appunto il mio che studia e pratica da anni questa arte (ora affiancato da Angelica). Ad inizio lezione il maestro mi chiede che idea voglio sviluppare, poi mi “abbandona” o meglio lascia che io svolga il mio lavoro e se ho dubbi o necessità sa che tanto chiederò a lui o ad Angelica, ma mi lascia libertà di movimento. Sebastiano ha tenuto anche che dei workshop con le mie allieve.

Per me un maestro di ikebana deve comprendere se quella forma (soprattutto interna) se quell’imboccatura del vaso possono creare problemi oppure sono idonei alle varie forme e tecniche da utilizzare. Ma io è pochi anni che studio ceramica (nemmeno due per la precisione e in maniera saltuaria dato il mio lavoro) ed ancora devo imparare molto. Spesso la forma che vorrei fare diventa un’altra oppure se riesco nel mio intento devo stare attento a non rovinare il tutto durante la rifinitura e la smaltatura. Solitamente prediligo vasi di forte impatto, materici mentre per i colori tendenzialmente non ho vie di mezzo vado da vasi completamente scuri a molto chiari.

Sebastiano dice che miglioro, non so, sinceramente vedo i lavori che fanno gli altri suoi allievi e mi pare di essere sempre molto indietro. Non ho ancora mai affrontato il tornio perché voglio essere sicuro sulle tecniche a colombino e lastra. Non ho fretta. Negli ulltimi tempi mi sono dedicato a realizzare i vasi che dono alle mie allieve quando divengono maestre. Per ognuna di loro ho ideato, forme e colori differenti. Per me è una sfida anche creare vasi per appositi progetti come quello sopra riportato del concorso della Sogetsu o per la pubblicazione nel libro “Ikebana inspired by Emotions” perché davvero è “pensare” nel tempo (realizzare il vaso, farlo asciugare, prima cottura, smaltatura, seconda cottura) e sperare di trovare tutti gli elementi vegetali che ho in mente per la mia idea.

Mi piace sperimentare e lavorare l’argilla è rilassante da quando inizio a impastare allo scegliere la tecnica, i colori. Solitamente in tre o quattro lezioni termino un vaso.

Ma come ho detto è poco che ho affiancato la ceramica all’ikebana per cui ho chiesto anche l’opinione, la loro storia ad altri tre maestri di ikebana Sogetsu che realizzano i propri vasi.

Iniziamo da Inger Tribler.

Ho lavorato con l’Ikebana per 35 anni, e non è facile trovare contenitori interessanti in Danimarca, infatti 20 anni fa ho iniziato a creare i miei vasi per questa arte. Ho frequentato molti corsi, e per alcuni anni ho avuto un insegnante. Sto ancora partecipando a diversi corsi, ma ora ho il mio meraviglioso laboratorio con un forno elettrico. Realizzo tutti i miei contenitori di ceramica usando il gres. Mi ispiro alla natura e anche, molto, alla ceramica giapponese. Faccio da me gli smalti, ora sto usando diversi smalti a base di cenere. A novembre voglio fare un tour in Giappone per visitare diversi ceramisti e seguire dei workshop.

Ora lasciamo, momentaneamente, l’Europa e facciamo un salto direttamente a Murrumbateman, New South Wales. Ecco ciò che mi scrive Alexander Evans che ho già citato in un mio precedente post.

“Lavorando per l’arte.

L’Ikebana è un’arte straordinaria. L’apprezzamento della bellezza e della natura sono molto importanti, così come il rispetto per le tradizioni della forma. Quando si pratica Ikebana al di fuori del Giappone, una sfida spesso da affrontare è quella di trovare contenitori appropriati. Ci sono un certo numero di soluzioni che si presentano di fronte a questo problema, uno dei quali è quello di creare i propri contenitori. La cosa meravigliosa della Sogetsu è che incoraggia chi pratica nel provare cose nuove, nello sperimentare e sviluppare la comprensione che quasi ogni oggetto o elemento può essere riciclato e avere un nuovo utilizzo nel nostro lavoro o addirittura diventando parte essenziale dell’ikebana stesso. Tuttavia, alla fine non c’è niente come lavorare con un contenitore che ha un’estetica inerente alla sua forma per l’ikebana  – da qui la popolarità di specifici progetti di vasi.

Vivere in Australia ha le sue sfide quando si tratta di ikebana. Uno dei principali è che la maggior parte dei rivenditori giapponesi di prodotti per l’ikebana non spediscono i loro prodotti qui. Spesso mi trovo a desiderare contenitori con determinate caratteristiche o proporzioni che semplicemente non posso comprare qui e quindi rivolgo le mie capacità creative verso la ceramica con l’idea di creare i miei vasi. Questo sforzo non è senza sfide. Le abilità di apprendimento nella ceramica, la ricerca di forniture e l’accesso alle attrezzature e ai forni sono tutte cose che devono essere elaborate. Nel mio caso specifico ho iniziato a studiare ceramica e vasi nella scuola secondaria come materia extra scelta personalmente nella scuola che frequentavo. Mi rendo conto ora che questa è stata una fortuna. Dentro e fuori nella mia vita, molto prima che iniziassi a studiare ikebana, cercavo altre anime creative a cui piacesse fare cose, per compagnia e amicizia e anche per una gioia condivisa nel creare e imparare con un’altra persona. E così il mio impegno con la ceramica, con l’argilla come mezzo espressivo è sempre stato con me. Naturalmente quando non ho potuto procurarmi contenitori specifici per l’ikebana qui in Australia ho deciso subito che dovevo farne un po’ io; chi altro poteva capire meglio di me cosa volevo o di cosa necessitavo? Poco dopo aver preso questa decisione, ho avuto la fortuna di diventare amico di una ceramista locale che mi ha invitato molto gentilmente nel suo studio a realizzare alcune cose. Il suo studio è un grande capannone di sua proprietà ed è sempre un alveare di attività. Vasi da cuocere, da smaltare, caraffe, rulli per lastre e tanti scaffali per l’asciugatura, non c’è spazio per la parete. In mezzo a tutto un grande forno che, come i muscoli muovono un corpo, sforna i vasi che andranno per il mondo. Ovviamente il cuore dell’operazione è la mia cara amica Susan Hill, una grande artista, realizzatrice di contenitori e anima creativa. Questa donna è come un vulcano, mi incoraggia sempre a realizzare di più, a fare di più, a iniziare un progetto e allo stesso tempo mi fornisce un esempio come modello a cui guardare. A volte lavoro nello studio di Susan e mentre chiacchieriamo io lavoro lentamente e metodicamente su uno o due pezzi in tutto un pomeriggio mentre Susan avrà nel frattempo abilmente preparato intere serie di tazze e ciotole, aggiunto maniglie e beccucci alle cose e mi farà sembrare a confronto un lavoratore molto lento.

Ma ci sono delle differenze in ciò che facciamo; le mie creazioni sono un progetto unico, mai ripetuto, in cui lascio che l’argilla mi parli come parte del processo mentre Susan si concentra sulla produzione e fa affidamento alla produzione delle sue ceramiche per averne un reddito. io ho il lusso del tempo a mia disposizione e non ho bisogno di guadagnare dai miei manufatti, anche se non credo che diminuisca il loro valore.

Spesso comincio con un disegno e un piano di lavoro, solitamente ispirato a qualcosa che ho visto. Lavorando con il rullo o l’estrusore e costruendo manualmente la forma inizia a materializzarsi. Molto spesso, ad un certo punto lungo la lavorazione accade qualcosa di inaspettato e l’argilla vuole andare per la sua strada. Piuttosto che combattere questo e lottare verso il perfezionismo, abbraccio la lezione che mi dà l’argilla ovviamente se rimane il cuore del mio design e la funzione del contenitore non viene compromessa. Penso che questo porti ad alcune opere deliziose. Sono il primo ad ammettere che, in termini di ceramiche, le mie abilità e tecniche sono tutt’altro che avanzate, onestamente forse sono un po’ sopra al livello base, ma lasciando che l’argilla mi guidi piuttosto che costringerla a sottomettersi sono in grado di creare pezzi che forse incarnano l’essenza dell’ikebana almeno tanto quanto le linee molto nitide e altamente raffinate dei alcuni dei contenitori realizzati in serie.

Quando si tratta di smaltare mi piace provare e mantenere le cose relativamente semplici. Il mio obiettivo è creare contenitori che non siano in concorrenza con le composizioni, ma piuttosto complementari o fornire un punto di partenza, anche se mi piace per uno smalto avere un certo grado di casualità nel modo in cui si sviluppa nella cottura – da qui il mio amore per lo smalto “shino”. La ceramica è fondamentalmente un processo chimico guidato da molte variabili, il tentativo di controllare ogni aspetto diventa un compito oneroso che preferisco non affrontare, ma invece accolgo una certa quantità di casualità e variazione. Gli smalti si comportano in modo diverso a seconda della velocità del forno, alla sua temperatura, della posizione dell’oggetto nel forno, della quantità di ossigeno presente nel forno, di ciò che vi è accanto, della velocità con cui si raffredda e di tanti altri fattori che a meno che non si voglia ripetere esattamente  in ogni cottura ogni singola variabile, si è destinati a ottenere una certa quantità di casualità, non importa quale. Non la combatto, l’abbraccio. Ogni manufatto è una sorpresa alla fine della lavorazione, alcuni sono ben fatti ed altri no, ma questo fa parte del processo di apprendimento, la gioia della ceramica e la gioia di combinarla con l’arte che è quella dell’ikebana.”

Chiudiamo con Louise Worner anello di congiunzione tra Alexander e noi europei (leggendo il suo scritto comprenderete il perché 🙂 )

“Ho iniziato a studiare ceramica a Madrid, in Spagna, nel novembre 2017, quindi solo 5 mesi fa. Sentivo di essere finalmente in grado di parlare bene lo spagnolo e che quindi potevo frequentare corsi di ceramica in un’altra lingua. Il mio insegnante di ceramica si attiene a una filosofia di classi aperte in cui siamo incoraggiati a creare cose che siano rilevanti per ognuno di noi. Come novizio in ceramica, i miei disegni di vasi sono dettati dall’apprendimento di tecniche di base, dalla sperimentazione di smalti, tessiture superficiali e diversi tipi di argilla.

La forma, la linea e il colore dei vasi che realizzo non solo colmano le lacune nella mia collezione di vasi, ma riflettono anche il mio stile di ikebana. Ho una preferenza per un ikebana forte, audace e contemporaneo con elementi strutturali e/o architettonici e penso che i tipi di vasi che creo riflettano questo.

I miei vasi sono anche ispirati dagli ambienti in cui sono cresciuto e ora vivo. Ho creato delle tessiture superficiali su vasi che riflettono il paesaggio secco, arido, arido del Lago George (appena fuori Canberra, dove vivevo una volta), così come il vento e le rocce erose dal mare sulla costa della Galizia, nel nord ovest della Spagna .”

Ovviamente ringrazio Inger, Alexander e Louise per aver partecipato al mio post, spero vogliano ancora parlare prossimamente del loro rapporto tra ikebana e ceramica, li ringrazio anche per le foto dei loro bellissimi manufatti e spero che anche altri maestri di ikebana (non solo Sogetsu) che realizzano i loro vasi mi mandino le loro idee.

E’ bella la condivisione vera lungo la via dei fiori, è puro arricchimento.

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Oggi a Livorno si è tenuta la conferenza “Sakura. Il fiore di ciliegio nella cultura giapponese” a cura della Dott.ssa Rossella Marangoni.

Un appuntamento a cui non sarei mai potuto mancare per la stima verso la docente nata in seguito a tutte le sue molteplici attività culturali, ai suoi articoli e libri letti. Segnalo qui il suo ultimo interessantissimo trattato

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Ma andiamo per ordine.

Per festeggiare la Terra stamani mi sono trovato a casa di Ilaria Mibelli con Silvia Barucci ed abbiamo terminato di provare gli ikebana che faranno sabato prossimo durante la loro prima dimostrazione da Maestre Sogetsu da poco nominate.

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Mi congratulo con loro per aver ideato l’iniziativa e per lo spirito con cui hanno affrontato la via dei fiori. Dopo di me (nel 2011) e Lucio Farinelli (nel 2010) nessuno, in Italia, aveva più realizzato una dimostrazione pubblica per festeggiare la nomina a maestro. Eseguiranno diversi stili della Scuola con un finale a sorpreesa da triplo salto mortale  🙂

Dopo un loculliano pranzetto e gelato, rifocillati nello spirito e nel cuore, ci siamo recati a seguire una conferenza che ha avuto solo il difetto di finire troppo presto perché il tempo è davvero volato. la Dott.ssa Marangoni ci ha illustrato ciò che concerne di cultura, poesia, tradizioni e storia il mondo dei ciliegi giapponesi dalle origini storico/culturali della sua importanza legata ai Kami alla diffusione in pitture, poesie, stampe, kimono, scenografie, armature, tsuba, agli ōka. Un viaggio affascinante fatto con tono divulgativo che ha offerto molti spunti su cui riflettere ed ha apportato conoscenze che prima non possedevo (grazie!). Il tutto corredato da magnifiche diapositive e soprattutto fotografie che ci han portato in un mondo fatto di morbidissimi petali portati via dal vento.

20180421_175715.jpg(da sinistra Silvia Barucci, Rosaria Lenti, Rossella Marangoni, il sottoscritto e  Ilaria Mibelli)

 

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(da sinistra Ben Huybrechts, Marianne de Wit, Lucio Farinelli, Liisa Nurminen e Douglas Holtquist, davanti Luca Ramacciotti)

Facebook stamani mi ha riproposto nei ricordi questa foto che io amo molto. La foto fu scattata la sera del 19 aprile 2013 ad Etten-Leur prima della dimostrazione di Tetsunori Kawana Sensei di cui ho parlato anche in altri post. Al di là delle persone in foto che concretizzavano anni di contatti online e che finalmente conoscevo dal vivo c’era l’emozione del nostro primo workshop internazionale ed eravamo in attesa delle allieve che dall’Italia ci avrebbero raggiunto.

Spesso io noto che i maestri di ikebana partecipano ai workshop, ai seminari e poi insegnano agli allievi ciò che hanno imparato, invece con Lucio fin da questa prima volta aprimmo l’iniziativa a tutte le nostre studentesse.

Per noi la squadra è sempre stata importante; ogni notizia che riceviamo l’abbiamo sempre comunicata a tutto il gruppo come ogni loro ikebana eseguito a lezione è riportato sulle nostre pagine con tanto di nome. In mostre particolari come quella realizzata presso Campomarzio70 dove (per l’eleganza del posto e la tipologia di esposizione) non potevamo mettere accanto agli ikebana il nome di chi lo aveva realizzato ideammo dei depliant che erano anche una mappa di percorso. Poi, naturalmente online, ogni ikebana riportava il nome dell’autore.

Non abbiamo mai molto apprezzato chi voleva fare strada a sé stante perché credo che in ogni arte ci debba essere la gioia del condividere, il calore che ti danno altre persone (oltre al fatto che non abbiamo mai impedito ogni singola iniziativa personale delle nostre allieve).

Dai grandi artisti che hanno sempre creato gruppi e cenacoli, si sono scambiati lettere dove dicevano le loro teorie, sensazioni, ai libri della Scuola Sogetsu (è un modo virtuale di stare tutti assieme). A me piace molto il laboratorio di ceramica del maestro Allegrini proprio perché si lavora in gruppo. Si scambiano idee, soddisfazioni, delusioni. Ogni manufatto può essere fonte di ispirazione, di idee per un altro. Il confronto fa parte della crescita. Il cammino in solitaria non ti da le giuste proporzioni di cambiamento.

Forse avendo fatte parte di molte associazioni (da quello hobbystiche come Star Trek a quelle professionali dei Sommeliers) ho sempre amato l’idea di comunità (per non parlare del mio lavoro di regista dove è un intero gruppo di moltissime persone che compiono tutti lo stesso percorso che porta alla messa in scena attraverso ogni singola abilità), con Lucio, abbiamo sempre spinto le allieve a partecipare a mostre, fare dimostrazioni, venire ai workshop, ma sicuramente nche per una frase che mi è sempre rimasta in mente fin da quando lessi il romanzo “Per chi suona la campana” (del mio amatissimo Hemingway) che fa da introduzione a questo capolavoro della letteratura che è di John Donne:

“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa.”

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(Dinamismo di un footballer – Umberto Boccioni, 1913)

La metà/fine dell’800 è stato caratterizzato dall’invenzione della fotografia e del cinema e questo non solo ha influnzato (e cambiato) tutto il mondo socialmente, ma soprattutto il mondo dell’arte.

Senza fare qui un trattato di arte è innegabile che già l’introduzione in essa di prospettiva e via di fughe diede un senso di tridimensionalità sconosciuta in epoca antica. Per adeguarsi ai nuovi mezzi espressivi si doveva anche dare il senso di movimento. Si iniziò una ricerca che portò sia all’iperrealismo sia al simbolismo, all’astrattismo. Le immagini fedeli ormai facevano parte della fotografia, si doveva arrivare direttamente all’animo del fruitore usando o forme particolari o colori che, magari non rispecchiavano ciò che rappresentavano, ma davano le “giuste sensazioni” all’osservatore.

Come scritto in precedenti articoli, la scuola Sogetsu è molto legata all’arte moderna (tanto da spronare gli insegnanti a portare o a consigliare gli allievi di vedere mostre d’arte) pur mantenendone le ideologie base e classiche di quest’arte e questo genera, a volte, difficoltà di base nel fare ikebana.

Mi spiego meglio. Le varie scuole hanno degli stili prefissati con tutti gli elementi al loro posto (a volte non c’è nemmeno la possibilità di scegliere altri materiali) mentre nella scuola Sogetsu la creatività continua è basilare.

Se ciò, ad un occhio inesperto, può sembrare una facilitazione in realtà non lo è affatto perché siamo “spinti” a cercare sempre nuove vie espressive pur mantenendo tutte le regole.

Se ammiro molto il lavoro di Ilse Beunen è perché, al di là della stima professionale, ciò che sta realizzando settimanalmente ha dell’incredibile per me. Di recente avevo talmente lavorato sull’arte dell’ikebana che dovendone fare due nuovi non sapevo nemmeno da dove cominciare tanto avevo le batterie fuse. E, sinceramente, non mi andava di fare qualcosa che avevo già fatto.

Ripetere le stesse forme, per me, è tanto inutile quanto sarebbe frustrante.

Tutti gli artisti (pittori e scultori) che ho l’onore di conoscere non si ripetono mai, ma cercano continuamente nuove vie, idee.

Fortunatamente in questi anni la Nexo Digital sta portando nei cinema tutti i grandi artisti che possono essere fonte continua di suggestioni senza muoversi da casa e lasciare che mente e anima si arricchiscano.

Oltre a dover ideare nuove forme visive noi della Sogetsu dobbiamo sempre tener conto nei nostri lavori dei tre temi della scuola: linea, massa e colore. Dobbiamo dare profondità ai nostri ikebana, senso di unità ai materiali vegetali, far avere al tutto asimmetria, equilibrio, armonia e che i materiali non siano sparsi nei vasi, ma che tutto sia unito, collegato.

All’ultimo workshop a cui ho potuto partecipare nell’atelier di Ilse ci è stato chiesto di ideare ikebana seguendo i concetti dell’astrattismo.

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(foto di Ben Huybrechts)

Questo ikebana è stato realizzato da Lucio Farinelli al suddetto workshop di Ilse. Lo analizziamo assieme per meglio capire tutte le parole che ho detto fino ad ora? L’aspetto è naturalistico e non forzato perché nulla dà l’idea dell’intervento dell’uomo dato che in natura i rami si possono spezzare con il mal tempo. Ad una massiccia verticalità si contrappongono le corolle dei fiori ed un “muro” frontale è spezzato dall’elemento posto dietro a sinistra che dà al tutto profondità. Posso assicurare che, girando attorno a questo ikebana, era visibile tranquillamente da ogni lato.

Un’opera moderna nella sua… classicità. L’ikebana “figo”, ma che comunica solo figaggine, credetmi è solo fumo negli occhi.

Quando ci poniamo a relizzare un ikebana prima di tutto dobbiamo avere tempo. Non si può farlo con il cronometro in mano. Poi dobbiamo chiederci se stiamo realizzando sempre la stessa forma o un passo in avanti. E lo dobbiamo fare con sincerità non illuderci che non serve a nulla.

Poi dobbiamo preparare il vaso.

Avete presente gli ikebana che sembrano partire da un unico punto e muoversi sfidando le leggi della fisica e gravità? Ecco sono ben ancorati all’interno del vaso. Se l’ikebana che vedete vi da l’idea di fiori infilati nel vaso bé… sicuramente ha delle falle tecniche. Come se ha un muro di materiale e non la profondità. Non serve mettere qualcosa dietro a  tutto, se è un muro rimane tale, la profondità è una via di fuga prospettica o qualcosa che dà (come nel caso dell’ikebana in foto) corpo tridimensionale al tutto.

E soprattutto, e qui si arriva al punto più difficile, deve comunicare emozioni. L’ikebana non può essere solo bello, ma freddo e statico o pesante. Deve essere qualcosa di caldo, di emozionante, che dà l’idea di vita.

L’ikebana è una Monica Bellucci non Nicole Kidman.

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Se ripenso alle tappe del mio cammino di maestro di ikebana i “grazie” che devo dire alle persone sono molti e per me la riconoscenza e la memoria sono due elementi molto importanti.

In passato ho nominato molte persone e più volte ho ricordato l’Associazione Versoriente e  i vari rappresentanti, ma oggi voglio dedicare questo post ad uno di essi che di recente è pure diventata mamma: Agnese Rollo.

Agnese ha coordinato i corsi di ikebana presso l’Associazione, ci ha aiutato a crescere, ma soprattutto mi diede l’imput per un’idea che negli anni si sarebbe sviluppata con varie collaborazioni che ci hanno resi unici in Italia.

Mi propose di ideare degli ikebana che fossero dei “display” per la colelzione di gioielli di Antonella Piacenti di Sondrigo (Vicenza).

Ovviamente dissi subito di sì (è una mia caratteristica accettare ogni sfida salvo avere incertezze subito due secondi dopo 🙂 ), poi iniziai a cercare come risolvere quella proposta.

Ero fresco di nomina di maestro, avevo per anni fatto solo ikebana senza mai pensare a questa tipologia di impiego. Quindi esperienza zero. Di certo l’ikebana era, in quel caso, al servizio dei gioielli per cui non poteva essere “invasivo”, il gioiello doveva essere l’elemento che spiccava senza però distrubare l’ikebana o sembrare la famosa (ormai l’ho ripetuto tante volte) pallina dell’albero di Natale.

Con la poca esperienza di allora ideai alcuni ikebana, mi diressi a Sondrigo e partecipai ad una serata emozionante con tanto di sfilata di moda e la mia esposizione di ikebana e gioielli. Era la prima volta in Italia che veniva fatta una cosa del genere, ikebana, gioielli e sfilate.

Pubblico con nostalgia alcune foto dei miei ikebana e anche con un sorriso perché oggi con maggior esperienza avrei adottato soluzioni diverse anche se sono felice di vedere che non creai ikebana che fossero pesanti, statici o che annientavano i gioielli.

Con l’esperienza di oggi avrei fatto anche altre foto, ma all’epoca avevo una macchina fotografica da poco e Agnese che teneva il lenzuolo 🙂

Però le pubblico perché è un caro ricordo ed attraverso quello voglio dire grazie ad Agnese.

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