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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

“Ikebana” ovvero “la via dei fiori”. Ma anche dei frutti, che sono spesso parte integrante dei rami con cui si costruiscono gli Ikebana. Uso il termine “costruzione” per scelta, poiché ogni Ikebana, trattandosi di una pratica zen, da un lato è basato sulla spontaneità e unicità del momento creativo, dall’altro – come ogni altra pratica artistica giapponese – è fondato su codici e regole ben precise, tra cui quella dell’utilizzo di fiori e frutti rigorosamente locali e di stagione, in base a dove ci si trova quando si realizza una composizione.

Vivendo da oltre 13 anni in Israele, in questi anni ho imparato ad apprezzare l’amore del suo popolo per i frutti della terra, che si manifesta nel corso di ogni festività ebraica, dove ad ogni ricorrenza è associato un frutto specifico. Spesso più d’uno.

Secondo il calendario ebraico quest’anno si festeggia l’anno 5783, che non coincide affatto con lo scadere del 31 dicembre – come nel resto del mondo – ma in una data che, per via del calendario lunare, varia di anno in anno tra l’inizio di settembre e l’inizio di ottobre. La luna e la sua influenza sui raccolti, infatti, ha da sempre scandito le festività del popolo ebraico. E col l’avvicinarsi del plenilunio di autunno si celebra Rosh ha Shana, letteralmente “il capo dell’anno”.

Per cominciare l’anno in un modo “dolce”, la cena di Capodanno prevede largo utilizzo di mele, melograni e datteri – spesso sotto forma di miele di dattero – sparsi in numerose pietanze dall’antipasto al dessert. I datteri, secondo tradizione, allontanerebbero la cattiva sorte, il che spiegherebbe perché, ancora oggi, vengono serviti anche durante il Capodanno cristiano.

Il melograno, invece, per via della ricchezza dei suoi grani, è simbolo di abbondanza e prosperità, ma anche di fratellanza e correttezza, dato che secondo la tradizione il suo frutto conterrebbe 613 semi, come le 613 prescrizioni scritte nella Torah, osservando i quali si ha un comportamento giusto.

Il melograno raggiunge una grande carica simbolica nel libro biblico che canta lo splendore dell’amore: il Cantico dei Cantici, dove è simbolo dell’amore fecondo e dell’intensa relazione tra i due amati. La bellezza dell’amata, colma di vitalità, è così descritta: “come spicchio di melograno è la tua tempia dietro il tuo velo” (cfr. 4,3.; 6,7). Persino nel giardino, luogo dell’amore, fioriscono i melograni. Lo sposo che cerca la sposa va a vedere se nel giardino sono sorti i germogli (cfr. Ct 6,11). Anche per questo motivo in molti studiosi sostengono che per tentare Eva le venne offerta non una mela, bensì un melograno.

Del melograno, così come del dattero, si parla nel Deuteronomio come una delle Sette Specie di Israele: i frutti che la terra produce in abbondanza, garantendo la vita del suo popolo: “la terra donata da Dio è ricca di frumento, orzo, uva, fichi, melograni, ulivi e datteri” (Dt 8, 8).

Non sorprende che la palma di dattero sia uno dei protagonisti di un’altra importante festività ebraica che segue il Capodanno ebraico: Sukkot, letteralmente, la festa delle “capanne” costruite per commemorare il periodo nel deserto dopo l’Esodo del popolo ebraico dall’Egitto verso la Terra Promessa.

Per questa ragione, ancora oggi, durante settimana di Sukkot, che di solito si tiene tra la fine di settembre e la fine di ottorbe, si usa costruire una capanna nel giardino di casa o in terrazzo, dove invitare amici e parenti per cena e in cui spesso i bambini si fermano a dormire in sacco a pelo di notte.

La palma viene utilizzata per coprire il tetto della capanna mentre sulla tavola della cena, come elemento decorativo, non mancano mai cedro, mirto e salice che, assieme alla palma, sono i 4 elementi del “lulav”, il fascio di rami utilizzato per la preghiera speciale dedicata alla festività di Sukkot, che inizialmente era una festa a carattere agricolo, tanto che coincide ancora oggi con il plenilunio di autunno e la cui preghiera si configura come un ringraziamento per i frutti del raccolto.

Secondo alcune interpretazioni le quattro specie rappresentano i diversi caratteri umani: la palma dà frutti dolci e nutrienti ma non ha profumo come coloro che compiono buone azioni più per senso del dovere che per altruismo; il mirto ha profumo ma non dà frutti come chi parla molto ma non fa nulla per trasformare le parole in azioni; il salice non dà né profumo né frutti come coloro che non compiono buone azioni e sono privi di interesse per gli altri; il cedro dà frutti buoni e nutrienti e perfino i suoi rami profumano come chi aiuta il prossimo sia con le buone azioni, sia con il cuore, rappresentato dal cedro stesso.

Utilizzando cedro, mirto, palme e camomille per la composizione di Sukot e melograno, datteri e crisantemi per Rosh ha shana, ho cercato dunque, utilizzando tutti gli elementi di queste due festività così vicine e uniche, di esprimere il mio amore per la terra di Israele e per i suoi frutti: un amore di tipo universale, come è l’insegnamento dell’Ikebana, che, prima ancora di diventare un omaggio dei monaci a Buddha nasce come rituale Shinto, un omaggio alla visione olistica della Madre Terra e di tutti i suoi frutti.

Con questo insegnamento, auguro a tutti di cominciare questo nuovo anno nel rispetto di ciò che la Terra ci regala ogni giorno e che sta a noi tutti preservare e curare. Tutto l’anno.

Concentus Study Group

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