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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: novembre 2018

Uno dei temi più affascinanti del curriculum del V livello della scuola Sogetsu è: Using Various Locations.

Partendo dalla celebre frase di Sofu Teshigahara ovvero che tutte le persone possono fare ikebana (ovviamente, aggiungo io, studiandola bene prima) in qualsiasi luogo e con qualsiasi materiale, questa forma d’arte viene svincolata dalla collocazione tradizionale del tokonoma giapponese.

Questo cosa comporta? Poco se abbiamo un tavolo e un muro dai colori neutri dove collocheremo il nostro lavoro, molto se lo spazio è diverso.

Ma come si arriva a comprendere come dovremo realizzare il nostro lavoro? Ci aiutano lezioni degli anni precedenti come ad esempio Keeping in mind the view from below e Keeping in mind the view from above.

Prendo tre esempi.

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Questo ikebana del Maestro Lucio Farinelli (anche il vaso è stato realizzato da lui) è ideato appunto per chi lo osserva dall’alto, posizionato su un basso tavolino come può essere anche quello da incontri di lavoro o conferenze.

Come

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questo ideato dalla Maestra Anne Justo.

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Questo invece di Nanae Yabukiè congeniato per chi lo osserva da una posizione più bassa

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come questo della Maestra Ilaria Mibelli.

Quindi si evince che prima di tutto dobbiamo pensare a dove sarà collocato il nostro lavoro, cosa ha intorno, quali sfondi, materiali, colori. Non è pensabile di farsi un ikebana a casa e poi riciclarlo andandolo a schiaffare dove capita. Anche perchè al 99% dei casi il lavoro sarà completamente estraneo al luogo dove lo collocheremo sia per forme sia per colori sia per proporzioni (quindi oltre a tener conto come sempre delle proporzioni tra materiale e vaso per non avere ad esempio un contenitore piccolo e materiale altissimo, dovremo considerare anche le proporzioni del luogo circostante).

Uno dei miei primi esperimenti (e non era ancora uscito illibro del V livello) fu da Pots nel 2012.

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Avrei usato due contenitori realizzati (e scelti) dal maestro Sebastiano Allegrini in un contesto, come si vede dove tra il colore della parete e gli oggetti attorno ebbi del filo da torcere per integrarvi il mio lavoro, ma alla fine dopo diverse visite al laboratorio l’idea venne fuori andando per contrasto di forma e colore ed utilizzando un filo modellabile che ricollegasse la mia composzione al colore della parete di sfondo.

E se non c’è uno sfondo?

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In questo caso Silvia Barucci aveva per sfondo le acque del lago di Massaciuccoli

 

mentre io

e

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Lucio Farinelli due vetrine (nel mio caso la terrazza dell’Ara Pacis di Roma e le Terme di Merano, nel caso di Lucio la vetrina del Museo Civico P.A. Garda di Ivrea).

Si va quindi da una distesa d’acqua tanto bella quanto cangiante, per luce e forma, a delle trasparenze che non solo faranno sì che il tuo ikebana sia visto a 360°, ma anche che dovremo tenere di conto di tutti gli oggetti che il vetro farà sempre visualizzare nelle linee del nostro lavoro per non parlare delle persone che passano.

Ovviamente anche fotografarli non è affatto semplice…. (grazie ad Ilaria Mibelli per le foto di Merano e Ivrea)

Vediamo altri due esempi.

Sia la Maestra Lucia Coppola (ikebana di sinistra), sia Patrizia Ferrari hanno avuto il compito di ideare un ikebana da esporre nella toilette dell’hotel dei Congressi di Roma dovendo considerare lo stretto spazio a loro disposizione (quindi ikebana non invasivi che potessero dare fastidio ai fruitori del lavandino), la luce atificiale e il vetro che riflette il materiale.

Quando si va a collocare un ikebana che sia un albergo, un ristorante, un qualsiasi luogo pubblico dobbiamo sempre considerare tutte queste cose. Lo spazio, la tipologia di arredamento, la luce (naturale, artificiale, neon), la posizione e da che altezza sarà guardato dalle persone

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come in questo ikebana realizzato da Chiara Giani all’interno di Pots (notare anche i richiami cromatici tra vaso e gli altri oggetti di ceramica circostanti)

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o in questo che Lucio Farinelli realizzò per la mostra Sgargiante Sobrio all’Istituto Giapponese di Cultura in Roma dove si sfruttano le altezze e la naturalezza del materiale del tatami su cui va a “ricadere” l’ikebana.

Concludo con un ultimo esempio.

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Questo ikebana lo ideai per la mostra Essenza presso Campomarzio70 e la sfida lì fu doppia in quanto il mio  ikebana doveva essere ispirato ad un profumo (quindi ero legato o ai sentori o all’idea che da esso scaturiva) e collocato in un ben preciso luogo. Creai un vaso che richiamasse l’idea della ciotola del tè  e lo smalatai di un colore che potesse ben amalgamarsi con la porta retrostante. Da lì poi partii per l’idea cromatica ed olfattiva del lavoro.

Segnalo che la foto di copertina di questo blog è la celebre opera di Sofu Teshigahara dal titolo “Kyozo” dove si vede non solo come la scultura sia collocata, ma come essa stessa attiri in sè il concetto di spazio.

Scoraggiante dover pensare a tante cose? No. Basta aver ben assimilato i concetti studiati durante il percorso della scuola, ogni singola lezione da cui poter trarre aiuto e ispirazione. Poi basta lasciare che il luogo ci parli, capire come far sì che il nostro ikebana non sia fagocitato da ciò che lo circonda (anche l’opposto è ovviamente sbagliato). Il resto sarà solo questione di tecnica e fantasia.

Perché tutti possono fare ikebana in qualsiasi luogo e con qualsiasi materiale.

Concentus Study Group

 

 

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Da noi del Concentus Study Group il primo incontro consiste in un’introduzione storico/filosofica sul mondo dell’ikebana e le prime due lezioni pratiche ovvero il moribana Stile BaseVerticale e il Moribana Stile Base Inclinato.

Questo mini “workshop” è stato mutuato dalle lezioni che faceva Lina Ranson Alicino Sensei a me e a Lucio Farinelli dove prima della lezione pratica ci narrava di alcuni aspetti culturali del Giappone. Da questo l’idea di condensare la storia e i concetti base in un incontro, spiegare l’evoluzione stilistica dell’ikebana e poi accingersi a farlo. Siamo stati i primi ad ideare questa formula e a quanto pare è piaciuta.

Solitamente una delle domande che ci pongono gli allieviall’inizio è: Come si riconosce se inannzi a noi, o in una foto, se c’è un ikebana oppure no?

Credetemi non è semplice rispondere. O meglio rispondere è semplice, è far capire concretamente che è difficile. Da qui l’idea di questo post.

Un ikebana deve presentare elementi di asimmetria, di pieni e vuoti, equilibrio, armonia, ma basta questo?

Vediamo la foto sottostante.

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A scanso di equivoci ho scritto quale sia un ikebana perché un occhio poco esperto potrebbe essere tratto in inganno. Ringrazio Lucio Farinelli che si è prestato all’esperimento.

Gli ho chiesto di usare proprio lo stesso vaso per comprendere meglio perché quello di sinistra non sia un ikebana. Lucio da buon ingegnere e maestro di ikebana non è riuscito a sbagliare del tutto il rapporto di misura tra il materiale e il vaso, ma di sicuro questo è un elemento chiave. Quando vedete un vaso che si “mangia” visivamente il materiale o viceversa non è un ikebana o almeno non è corretto.

Proseguiamo: asimmetria. Entrambe le composizioni sono asimmetriche. Vero. Torneremo dopo su questo punto per spiegare quale differenza ci sia tra le due asimmetrie.

Pieni e vuoti. Nel primo a sinistra vediamo un clamoroso buco non un vuoto

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come invece si può percepire tra i materiali del vero ikebana

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dove ogni materiale ha il proprio spazio anche dove sopra al bordo del contenitore si “ammassa”.  C’è un “vento”, il ki, che scorre tra gli elementi ognuno del quale ha il suo preciso spazio.

Equilibrio. Ritorniamo al nostro esempio iniziale.

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Al di là di un vero e proprio equilibrio fisico (nel nonikebana i fiori danno l’impressione di essere sul punto di cadere mentre a destra sembrano sgorgare in maniera naturale dal vaso) si tratta di un equilibrio visivo, “estetico”. A sinistra abbiamo del materiale gettato nel vaso senza alcuna tecnica di alcun genere né tecniche di aggangio che sono la caratteristica e la base di questa arte, nel secondo ogni materiale pare soggersi spontaneamente. Non basta mettere dei materiali storti in un vaso per fare un ikebana. Ci deve essere un equilibrio di forme, di dimensioni, di colori. Se si osserva la cosa a sinistra è statica, pesante, mentre a destra nell’ikebana il materiale esprime vita ed energia. A sinistra abbiamo materiale che non si rapporta tra di loro e con il vaso a destra sembra che naturalmente quel materiale sia cresciuto assieme e che sgorga da un unico punto. Inoltre l’ikebana è tridimensionale mentre la cosa a sinistra è di una piattezza unica.

Armonia. Qui ci ricolleghiamo al concetto di prima dell’asimmetria. Il nostro ikebana in chi lo osserva deve comunicare armonia. Quindi è vero che in entrambe le composizioni abbiamo dell’asimmetria, ma quale vi comunica armonia? Non credo sia difficile la risposta.

Già questi primi elementi ci possono far comprendere se abbiamo innanzi a noi un ikebana o qualcosa che vorrebbe esserlo, ma… non lo è. O almeno non lo è correttamente.

In un ikebana, vaso, rami, fiori, foglie son tutti rapportati con misure precise (anche nello stile libero ovviamente) per cui se uno dei tre elementi è di spicco sull’altro bé avremo fallito.

Come diceva sensei Alicino gli ikebana Sogetsu esprimono “forza”. Allora diamogliela! Diamogli carattere.

Non mettiamo dei fiori in un vaso tanto per fare.

Per quello non servono anni di studio.

Concentus Study Group

 

 

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(Locandina di Silvia Barucci)

Concentus Study Group reopens the doors of the school. Sogetsu ikebana classes based on Rome are active again. Main teachers are Lucio Farinelli and Luca Ramacciotti, but also other teachers of the group give their contribute in carrying out the lessons. Furthermore, during the course we explain how to take pictures of arrangements. Students from every part of Italy and Europe attend our classes.

Il Concentus Study Group riapre i battenti della scuola. Il corso di ikebana Sogetsu che ha per base Roma è di nuovo iniziato.
I maestri principali sono Lucio Farinelli e Luca Ramacciotti, ma anche le altre insegnanti del gruppo coadiuvano allo svolgersi del corso.
Inoltre durante le lezioni si spiega come si fotografa un ikebana.
Le nostre classi sono frequentate da alunni provenienti da ogni parte d’Italia e di Europa.

Concentus Study Group

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Ikebana di Luca Ramacciotti ispirato a:

Su un ramo secco
si posa un corvo,
crepuscolo autunnale
Matsuo Bashō (1644-1694)

Foto di Karlheinz Sollbauer

Già in passato avevo toccato il tema ikebana/social ed ora vorrei ampliare le riflessioni fatte allora. Questo perché sempre di più il fenomeno del brutto dilaga con l’approvazione di tutti coloro che ne fanno parte.

I Maestri di ikebana devono (dovrebbero) sentire la necessità di contribuire alla vera diffusione dell’ikebana e non alla confusione.

Mi spiego meglio.

Su Flickr si pubblicavano (ora è in disuso, ma ancora molti utenti lo usano) le foto degli ikebana e la gente sotto commentava (all’epoca c’era davevro sete di informazioni), si domandavano spiegazioni sul tema etc. Myspace è stato una specie di ibrido anche se tendenzialmente era più spinto verso musica e cinema che altro ed è stata la “base” dell’idea di Facebook mentre Twitter è per le brevi comunicazioni.  Pinterest è un social che non ha mai conquistato il grande pubblico ed Instagram è una specie di Flickr senza le complicazioni di quest’ultimo. E sinceramente ultimamente gli ikebanisti cercano rifugio lì dalla confusione di Facebook.

Chris Messina fu il primo ad utilizzare (e quindi inventare) l’hastag con un twitter. Da wikipedia: “Un hashtag è un tipo di etichetta (tag) utilizzato su alcuni servizi web e social network come aggregatore tematico, la sua funzione è di rendere più facile per gli utenti trovare messaggi su un tema o contenuto specifico. […] Gli hashtag sono utilizzati principalmente come strumenti per permettere agli utenti del web di trovare più facilmente un messaggio collegato ad un argomento e partecipare alla discussione, ma anche per incoraggiare a partecipare alla discussione su un argomento indicandolo come interessante. Sostanzialmente, sono dei collegamenti ipertestuali che fungono da etichette.”

Viene da sé che un hastag funziona se più persone lo usano. se siamo solo noi a metterlo…. è una voce nel deserto.

Ma torniamo ai nostri ikebana e come davvero educare le persone online.

Personalmente io cerco di farlo anche attraverso questo blog sdoganando certe idee preconcette su questa arte da parte chi non la conosce veramente, non la segue ed ha solo imput dai social o dalle testate giornalistiche.

Ilse Beunen lo fa attraverso la sua piattaforma di video oppure nella sua pagina di Facebook dove analizza sempre i temi da lei trattati personalmente o a lezione.

Questo è importante perché si deve capire, si deve insegnare a chi non sa o a chi sta incominciando a studiare quest’arte.

Purtroppo, da maestro, anche vedendo una foto comprendo se una persona (ovviamente appartenenete alla mia scuola) realizza ikebana con le tecniche giuste, con gli ancoraggi necessari, se fa forme ripetitive per ovviare a mancanze tecniche e o artistiche, se sbaglia le posizioni del kenzan nel suiban, se mette materiali che tra di loro non si rapportano e la tentazione del commento è sempre a portata di mano, ma è inutile perché se dopo anni di studio ci cristallizziamo nella nostra ignoranza fieri di ricevere like dalle persone bè abbiamo totalmente travisato il concetto della nostra arte, abbiamo gli occhi offuscati dall’arroganza tanto da non accorgerci che mettiamo dei fiori storti in un vaso dando un senso di precarietà quando l’ikebana deve sempre dare l’idea di vitalità e di sorgere con forza e vigore dal nostro contenitore. Peggio ancora chi per piaggeria o comodità fa sì che questa “ignoranza culturale” dilaghi.

Spesso mi son sentito dire che uso questo blog per colpire, per me non è un’offesa. Cerco sinceramente e con passione di istruire le persone, per il poco che ho appreso in questi anni, e di abbattere tutti quei travisamenti che riducono un’arte ad un’accozzaglia di materiali.

Per fortuna poi vedi anche ikebana spettacolari e lì c’è la vera interazione che sarebbe alla base dei social media. E ti ritrovi a parlare di ikebana con rappresentanti veri e seri di quest’arte sparsi per i quattro angoli del globo.

E il cuore torna a respirare.

Concentus Study Group

 

 

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In questi anni ho freniticamente percorso le vie dell’ikebana perché è stato tutto un susseguirsi di eventi (e altrettanti sono in programmazione fino al 2022!) uno più grande dell’altro. Solo la passione (ed incoscienza) del sottoscritto e di Lucio Farinelli poteva dire di sì ad ogni proposta.

Fin dall’inizio abbiamo cercato di evitare fiere, mercati, sagre o manifestazioni consimili perché un’arte deve avere la sua dignità e questo sinceramente ha creato spesso fraintendimenti, ma se ci occupiamo di un’arte fine va sempre fatto dandole la giusta cornice. Non avremmo mai pensato che un giorno avremmo esposto all’Istituto Giapponese di Cultura, collaborato con l’Ambasciata del Giappone in Italia, l’Orto Botanico La Sapienza di Roma, il MAXXI, l’Ara Pacis, la Galleria degli Uffizi. Creato con Silvana Mattei e Romilda Iovacchini il chapter romano di Ikebana International. Tutti eventi che se ci penso ancor oggi mi fanno tremare le gambe.

Ma perché li abbiamo realizzati? Vedete la foto che ho scelto per questo mio post? L’acero (che fa subito Giappone) è bello ed elegante e se ogni singola foglia è bella, la sua precipua caratteristica è quella di avere rami coperti da una morbida massa di foglie sovrapposte l’una all’altra. Foglie di cui ognuna ha un suo proprio spazio, un movimento, ma tutte assieme confluiscono nel dare bellezza al ramo, all’albero, alle sue radici. Perché se ad un ramo togliamo le radici muore. E dovremmo sempre ricordarci delle nostre radici ed essere riconoscenti ad esse che ci hanno dato la vita.

Come lo dobbiamo essere ad ogni parte, ogni foglia che sovrapponendosi delinea, cratterizza quel tipo di albero.

E le foglie sono i singoli elementi che costituiscono un gruppo: le allieve. Mi accorgo che spesso parlo di loro, mostro qui i loro ikebana, i loro successi in campo di questa arte. Chi mi segue conosce il nome di ogni singola mia allieva (o ex) perchè credo sia doveroso nominarle in quanto sono la linfa vitale del mio lavoro.

Se è vero che le nomino, mostro i loro ikebana non mi sono mai soffermato per una cosa che invece sarebbe la base. Ringraziarle.

Ogni singola allieva la ringrazio per aver compreso la mia (e di Farinelli ovviamente) linea d’azione, perché ci sostengono sempre con il buono e il cattivo tempo. Ci incoraggiano nel proseguire questo percorso, partecipano alle nostre iniziative (ai nostri pranzi 🙂 ), percorrono mezza Italia, in alcuni casi, per stare con noi sia a lezione sia a mostre e/o dimostrazioni, sempre con un entusiasmo a mille. Se noi facciamo questo percorso è perché abbiamo splendide allieve che vanno dalla primissima in assoluto (Anne) alle nuove leve di quest’anno che hanno affrontato lo studio dell’ikebana con una passione che io sicuramente non avevo all’inizio quando principiai lo studio.

Quindi grazie.

Grazie che amate l’ikebana come il sottoscritto, che vi impegnate per diffondere questta arte con la gioia e il divertimento che vi ho sempre trovato io senza mai perdere di vista la serietà professionale richiesta.

Grazie per aver sopportato e accettato le mie correzioni sapendo che erano al fine di una crescita vostra e mia perché anche il maestro trae insegnamento dagli allievi in qualsiasi caso.

Grazie di cuore. Con voi non mi sento mai solo lungo la via dei fiori ed è sempre primavera.

Concentus Study Group

 

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Questo post nasce ora in treno, durante il mio ennesimo viaggio, mentre ripenso alla giornata di ieri.

Sia nel mio lavoro in campo operistico sia nell’ambito dell’ikebana ho avuto la fortuna di incontrare anche belle persone che credono in quello che fanno, lo credono veramente, esenti da interessi, intrighi, dispetti.

Non parlano, realizzano fatti. Non si celano dietro improvvise amicizie, slanci appassionati di complimenti, restano in disparte a studiare, evolversi nel loro percorso artistico.

Una di queste persone è il mio maestro di ceramica, anzi i miei (pazienti) maestri di ceramica: Sebastiano Allegrini ed Angelica Mariani.

Per me fare ceramica è tanto una sfida manuale, tecnica quanto un piacere. So di non essere bravo, ho preso poche lezioni (purtroppo il mio lavoro non mi permette al momento di seguire con l’assiduità che io vorrei) e sono cosciente del mio livello.

Certo traggo spunti dai libri e dalle riviste di ikebana per avere idee per i vasi, ma non penso minimamente di essere all’altezza di rifare quei vasi uguali. Di certo un principiante non può credere di poter fare un vaso come Sofu, Hiroshi o Akane Teshigahara, ma nemmeno uno di quelli dei grandi ceramisti che appartengono alla Sogetsu o di chi studia da anni questa arte. Sarebbe presuntuoso soprattutto se il risultato ci sembrasse ottimale e se ne andasse fieri.

E a me i miei risultati in ambito ceramico, con disappunto dei miei maestri (ma credo che, in realtà, comprendano il mio atteggiamento), a me sembrano quasi sempre insoddisfacenti.

In due anni non mi sono ancora avvicinato al tornio perché non mi sento pronto e continuo nelle tecniche di colombino e (soprattutto) lastra.

Ogni volta a lezione spiego che progetto ho in mente e lo adattiamo alle mie capacità tecniche.

Nella foto vedete un vaso che mi piace, l’ultimo da me creato, ma non solo per il risultato finale, ma perché nella realizzazione c’è un’unità di intenti.

Mi spiego meglio.

Avevo visto su un libro della Sogetsu dedicato ai vasi da ikebana uno che mi piaceva per forma ed idea e la maestra Angelica mi ha spiegato come io avrei potuto provare a fare qualcosa di simile. In corso di realizzazione l’idea di base (come spesso mi accade in ogni campo) ha subito una mutazione trasformandosi in qualcosa di mio personale.

Ho iniziato con l’impastare l’argilla, a spianarla per ottenere lo spessore voluto e intagliare le lastre. La maestra Angelica mi ha aiutato a mettere in forma la lastra che avrebbe costituito la parte principale del vaso e dopo abbiamo proceduto all’asciugatura delle lastre per poterle montare subito dato che poi io sarei partito per Salisburgo e Monaco (io in viaggio strano vero? 🙂 ).

Al mio ritorno il vaso era stato cotto ed era pronto per essere smaltato. Il maestro Sebastiano mi ha dato i suoi suggerimenti per la smaltatura. Una proposta interessante quanto difficile, per me da realizzare. Contrariamente al solito dove i maestri ci fanno smaltare i nostri lavori per avere una preparazione a 360°, questa volta ha fatto tutto Sebastiano proprio per farmi vedere quelle nuove, per me, e particolari tecniche di smaltatura che aveva scelto per il mio lavoro.

L’idea sua di base era che l’interno del vaso avesse lo stesso colore delle “colature”, come se queste fossero esplose fuori dalle rotture.

Ho memorizzato ogni suo passaggio e movimento (da qui a saperli rifare la strada è lunga) compreso come ha soffiato lo smalto lucido sul pezzo che mi aveva fatto realizzare appositamente a questo scopo con un’argilla mista a sabbia.

Per questo sono lieto e fiero di questo mio vaso perché in realtà è una cooperativa. Tre persone che hanno unito i loro sforzi nel creare qualcosa.

Due veri maestri (che davvero credono in quel che fanno) che mi hanno messo in condizione di realizzare il mio lavoro.

Ed io ai veri maestri sono sempre riconoscente perché mi fanno proseguire nell’evoluzione non solo della via dei fiori, ma della mia vita personale.

Come ho detto ad Ilse Beunen durante la mia ultima lezione da lei: “Non prendo lezioni per poter dire di aver fatto una bella cosa, allargare le penne come un pavone, ma per imparare.”

Concentus Study Group

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La prima volta che ho sentito parlare dei Flowers di Andy Warhol è stato nel blog di Lennart Persson  dove narra anche dell’incontro che il re della Pop Art ebbe con Sofu Teshigahara.

Come scritto più volte in queste colonne l’arte moderna è strettamente legata al processo creativo della mia scuola e infatti  nelle “regole” che ricevono gli insegnanti c’è di andare (e portare gli allievi) a vedere le mostre di arte.

Se non riceviamo imput è difficile avere stimoli creativi. Questo non vuol dire che se vedi dei quadri puoi in ikebana fare uguale, il processo di creazione è lento e si evolve man mano che vai avanti e studi. Nessun grande artista ha iniziato in maniera eclatante, prima ha studiato, forme, solidi, colori. Picasso non è diventato cubista la prima volta che prese un pennello in mano dico sempre a lezione. Ci vuole sempre la rinomata umiltà nel fare un’arte che non vuol dire non avere consapevolezza del proprio livello, ma sapere che c’è sempre da imparare. Chi diviene maestro di ikebana e lì si ferma senza continuare, approfondire lo studio è solo una persona presuntuosa che non ha capito nulla dei cinque anni di corso che si è lasciata alle spalle perché il diventare maestro è solo avere la consapevolezza che ancora non si sa nulla. Ovviamente anche continuare lo studio prevede umiltà perché se lo si fa solo per dimostrare che si fanno cose fighe o in cerca di titoli faremo delle belle (forse) composizioni, ma di sicuro fredde e sterili.

Per tuta questa serie di motivi (e ovviamente non solo) ieri, dopo la lezione di ikebana, con il Maestro Farinelli siamo andati a vedere due mostre: “Pollock e la scuola di New York” e “Andy Warhol”. Chi mi segue sa della mia passione per Pollock, ma oggi, riallacciandomi all’inizio dell’articolo, parlerò di Warhol.

Il motivo mio di interesse in questa mostra era doppio. Sapevo che c’era una delle serie dedicate ai fiori e due ritratti di una stilista che ho la fortuna di conoscere: Regina Schrecker.

Veniamo ai nostri fiori.

Questa serie (Flowers Hand-Colerd) è del 1974 anno in cui l’artista incontrò Sofu in Giappone ed è innegabile l’influenza dell’ikebana in questi dipinti di cui mi scuso per la bassa qualità fotografica, ma sono foto fatte con lo smartphone tra una persona e l’altra (più di un’ora di coda per accedere a queste due mostre) e soprattutto alcune sono posizionate in modo tale che per fotografarle bene ci vorrebbe una scala.

E’ ovvio che non siano rappresentazioni di fiori in vaso qualsiasi né all’occidentale.

Vedere queste opere è emozionante perché sono davvero la “collisione” di due mondi, di due grandi artisti, la fusione di due spiriti affini.

Basti pensare che un personaggio come Warhol conosceva Sofu e insistette per incontrarlo per capire la levatura di artista di Teshigahara e ciò che è riuscito a realizzare nell’ambito dell’ikebana.

Alla mostra era presente anche un ‘altra serie di opere ispirate ai fiori (Flowers Halston del 1980 e Flowers del 1970).

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Da sottolineare che non solo nel 1976 Warhol fece un ritratto a Sofu,

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ma che tornò in Giappone ancora negli anni ’80 utilizzando i fiori anche in fotografie (Polaroid)

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e si sa quanta passione e studio l’artista americano dedicò alla fotografia e proprio all’uso della Polaroid sia per ritratti sia come base per rielaborazioni andando anche a tagliare e riassemblare le foto.

Aver potuto vedere questi capolavori dal vivo è stata un’occasione grandiosa che qualsiasi ikebanista dovrebbe poter avere.

Concentus Study Group

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