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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: febbraio 2014

Luca Ramacciotti

Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prim’ancora che i corpi si vedano.

Really important meetings are planned by the souls long before the bodies see each other.

(Paulo Coelho)

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Hinamatsuri

Il tre di marzo (terzo giorno del terzo mese) è il giorno della festività Hina (Hinamatsuri), la festa delle bambine (雛祭り). E’ un giorno dedicato alla preghiera per ottenere una buona crescita e felicità per le giovani bambine. Il giorno viene chiamato anche “Momo no sekku” (festa dei peschi) riferendosi alla stagione della fioritura dei peschi seguendo il vecchio calendario lunare.
Il 5 di maggio (quinto giorno del quinto mese) viene poi festeggiato il “Kodomo no hi“, la festa dei bambini. Nonostante quest’ultima festa viene festeggiata con un giorno festivo, Il Hinamatsuri rimane invece un giorno lavorativo.

Molte famiglie giapponesi con bambine in casa usano mettere in mostra delle speciali bambole chiamate “hina” (Hinaningyou). Solitamente disposte su cinque o sette piani (hinadan) coperti da un tappetino rosso chiamato Mousen, queste vedono in cima le bambole che raffigurano l’imperatore “Dairi” e l’imperatrice “Hina”. Ai loro lati si trovano due lampade chiamate bonbori.

L’usanza di disporre le bambole cominciò durante il periodo Heian e originariamente si pensava che possedessero la forza di fermare i cattivi spiriti.
Il Himamatsuri prende le sue origini da un’antica usanza giapponese chiamata hina-nagashi (bambola galleggiante) in cui bambole di paglia venivano messe su una barca e lasciate nelle acque del fiume. Si pensava che le bambole, scendendo il fiume e arrivando al mare, portassero via con se problemi e cattivi spiriti. Questa usanza sembra aver avuto origine a sua volta da un’usanza cinese in cui i propri peccati e la sfortuna venivano trasferiti alle bambole che venivano poi abbandonate nel fiume.

Tradizionalmente per questa festa si beve l’amazake: una versione non alcolica del sakè dal sapore dolce che si ottiene dalla fermentazione del riso insieme a questa bevanda si mangiano dei piccoli salatini di riso glutinoso detti arare che vengono conditi anche con salsa di soia.

Per l’hinamatsuri si prepara un dolce detto hishimochi ottenuto che tre sratti di riso mochi uno verde che simboleggia la terra su cui cresce l’erba, uno bianco che indica la neve e uno rosa che simboleggia i fiori di pesco insieme questi tre simboli indicano l’inizio della primavera quando si scioglie la neve inizia a crescere l’erba e germogliano i fiori di pesco.

Per festeggiare questa ricorrenza il chapter di Roma dell’Ikebana International propone una dimostrazione di ikebana della Scuola Ikenobo come da locandina che apre questo post. Ospite speciale dal Giappone la maestra Mayumi Mezaki che sarà coaudiuvata da due sue allieve locali, le insegnanti Carla Sacco e Yoko Kurata. La dimostrazione si terrà lunedì 3 marzo (ore 19.00) prsso l’Associazione Il Fiume Via dei Dalmati 37 Roma (zona San Lorenzo)

 

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© Robert Mapplethorpe(© Robert Mapplethorpe)

Ho già trattato in passati post l’argomento inerente la fotografia di ikebana, ma ci ritorno in vista dell’organizzazione di due workshop che si terranno a Roma rispettivamente il 10 maggio e il 12 ottobre p.v. Se il re indiscusso su questo tema è Mapplethorpe è pur vero che noi, nel nostro piccolo, possiamo cercare di far sì che il nostro lavoro risulti al meglio. Nessuno ha uno studio fotografico, luci e fondali, ma possiamo tentare di rendere buono il nostro lavoro perché quell’immagine non solo è quello che comunichiamo al resto del mondo, ma è anche l’unica testimonianza che resterà del nostro ikebana.

Le tecniche fotografiche sviluppandosi hanno dato un’ampia gamma di possibilità alla portata di tutti ed un incremento incredibile delle foto che vengono costantemente pubblicate sui social network per non parlare di programmi di grafica ormai scaricabili anche sugli smartphone.

Il problema è che questo ha portato a far sì che si scattino milioni di foto di cui il 90% son da gettare via. E invece le pubblichiamo lo stesso.

Questa foto fu fatta durante una mostra ad un mio ikebana da parte di Giuseppe Cesareo che terrà il primo workshop romano.

Ikebana © fotografico di Giuseppe Cesareo (http://www.cesareofotografi.it)

Questa è la versione (mi scuso con Giuseppe in anticipo, ma è per spiegare! Lascio il copyright perché la foto originale è sua) che si potrebbe photoshoppare senza un minimo o poca esperienza.

550218_3310175951066_1168110547_32661886_1218808855_nCiò per dire che se non siamo davvero esperti meglio cercare di fare un’ottima foto piuttosto che andare ad impelagarci in risultati che magari al nostro occhio possono pure sembrare ottimi lavori, ma che…. cito: Da quando esiste Photoshop non siamo più disposti a concedere alla fotografia lo status di rappresentazione oggettiva della realtà. (Marco Pratellesi).

Un muro, un telo bianco (basta andare in un negozio di stoffe e farsi tagliare uno scampolo delle dimensioni a noi necessarie) o di un colore uniforme qualsiasi (dipende dal tipo di ikebana da fotografare ovvero dal colore dei fiori e del contenitore) sono strumenti più che ottimi per fare un buon lavoro. Ed ovviamente una buona luce.

Una volta la mia prima insegnante mi fece fare questo ikebana (a mio discapito dico che ero al II livello!) per una mostra all’interno di una biblioteca, spazio trovato dall’allora mio compagno di studi Lucio Farinelli. Al di là del lavoro (ripeto ero al II livello!) come si vede la foto è brutta, come era sbagliata l’esposizione. C’è una sovrapposizione, di forme, colori, immagini al di là della grata. Non era un posto ottimale per l’esposizione e la foto scattata malamente accentua il tutto.

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L’ikebana sottostante, realizzato per una mostra successiva nel medesimo luogo, presentava lo stesso tipo di problema, ma la foto di partenza era migliore quindi lavorabile.

IMG_2756

Nella foto al termine di questo piccolo paragrafo la vedete  photoshoppata (grazie al fotografo Lorenzo Palombini) ovvero senza la grata retrostante.

E qui vorrei chiarire un concetto. Photoshoppare una foto non è che ti permette di prendere una foto orrenda e trasformarla in buona, ma di apportarvi correzioni diciamo di “tiro” oppure eliminare elementi di disturbo come nel caso di questa foto. Ma per farlo si deve veramente padroneggiare il mezzo. Piuttosto è meglio pubblicare la foto così come è venuta. Se siamo davvero esperti con questo programma di grafica (intendo non credere di saperlo usare, maneggiarlo veramente) vi assicuro che nessuno se ne accorgerà.

3112598607_11ba434b07_oOnline si vedono foto di ikebana dove:

Sono inquadrati male – un ikebanista deve capire lui per primo come si fotografa il suo lavoro al fine di renderlo al meglio

L’inquadratura è storta – il vaso pare in procinto di cadere assieme al tavolo dove è posto

Problemi di inquadratura – non è che se l’inquadratura è storta si fa la foto artistica (volutamente in apertura ho usato quella foto molto “geometrica” di Mapplethorpe) e per favore che non escano dal quadro rami o fiori, non sono rette parallele che proseguono all’infinito. Se il soggetto principale è l’ikebana, ma vogliamo mostrare il contesto non dobbiamo fotografare il salotto e in un agolo sul pianoforte si scorge da lontano il nostro ikebana….

Francobolli – se si teme che copino il nostro ikebana mettiamo la foto in cassaforte, se la pubblichiamo inutile editarla in formato francobollo. Con una buona lente di ingrandimento si vedrà e rischierà ugualmente di essere copiata.

Parkinson – se la foto è mossa perchè pubblicarla?

Da qui la decisione di fare due workshop fotografici. Il primo introduttivo, e il secondo di apprfondimento. I temi che tratteremo il 10 maggio sono espressi nella stupenda locandina realizzata dallo stesso Giuseppe Cesareo.

© Giuseppe Cesareo

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Le foglie della parola
‘ti amo’, sono forse
le uniche che non mutino
neppure la sfumatura
dopo l’autunno, stagione d’oblio.
Anonimo
© fotografico di Luca Ramacciotti
Iniziare il giorno dedicato all’amore litigando su di un blog non è il massimo. Però vedere gente che senza aver fatto un giorno di ikebana pubblica foto sul proprio blog di fiori ammassati in un vaso e li definisce ikebana perché vengono dal proprio cuore o non usa fiori “già addomesticati all’edulcorazione” [sic.], ma solo quelli di campo e che si risente se faccio notare come quell’atteggiamento sia superficiale, offensivo verso un’arte e nei confronti di chi spende tempo e denaro per impararla, bè scatta il mio peggior lato toscano e poco zen…. perché non si dimostra così l’amore per la natura, ma solo mistificazione e riempirsi la bocca con paroloni…..
Poi accade che entro su Facebook e trovo un post di Biblioteca Giapponese e il cuore si rasserena. Questo blog (e la relativa pagina di Facebook) è sempre spunto di informazioni interessantissime. Anna Lisa Somma guida con professionalità e competenza il tutto (nel suo blog trovai il post sul romanzo Fiori di un solo giorno di Anna Kazami Stahl che consiglio anche se è un romanzo un poco lento a volte).
E a lei vorrei “rubare” (come già fatto in apertura) 2 citazioni del bellisimo dono di San Valentino fatto oggi a chi la segue (Speciale San valentino: l’amore nella letteratura giapponese).
Ho amato soltanto una persona, me ne sono innamorata e gli ho stretto la mano.
Quello che desidero è incontrarlo un giorno da qualche parte, per caso. Per esempio, incrociarlo
per strada, o prendendo lo stesso autobus. Un incontro casuale voluto dal destino. Mah, diciamo
così, e se succedesse gli confesserei tutto. Gli direi: nella mia vita non ho amato nessun altro che te.
Murakami Haruki, 1Q84
 

Amare, essere amato… come sono tristi le azioni umane. Quando ero al secondo o al terzo anno

del liceo femminile, durante un esame di inglese vennero fuori alcune domande sulla forma attiva

e passiva dei verbi. Colpire, essere colpito; guardare, essere guardato… mischiati tra tanti verbi

come questi, ce n’erano due che emanavano una luce speciale: amare, essere amato. Mentre

guardavamo con attenzione le domande leccando le matite, a un certo punto da dietro le spalle mi

arrivò un bigliettino, che qualcuno aveva fatto girare per gioco. Guardai, c’erano scritte due

domande: «Vuoi amare?», «Vuoi essere amata?». E sotto la frase «Vuoi essere amata?», scritti con

l’inchiostro o con la matita blu e rossa, c’erano molti cerchietti, mentre nella colonna del «Vuoi

amare?» non c’era nemmeno il più piccolo segno di adesione. Anch’io non feci eccezione e aggiunsi

il mio cerchietto sotto «Vuoi essere amata?». Perfino le ragazze di sedici, diciassette anni, che

capiscono ben poco di cosa quelle parole «amare», «essere amato» possano significare, intuiscono

già per istinto che la felicità sta nel fatto di essere amate. Solo la ragazza seduta accanto a me,

quando le passai il biglietto, vi diede una rapida occhiata e subito, a colpo sicuro, con un deciso

tratto di matita tracciò un grande cerchio nella colonna bianca ignorata da tutte le altre. Lei voleva

amare.

Inoue Yasushi, Il fucile da caccia

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Il Linguaggio Muto della Natura

(25-27 Aprile 2014 Museo Orto Botanico Largo Cristina di Svezia, 24 Roma)

L’innovazione di una mostra parte dal suo titolo. La natura non è silenziosa, i suoi fruscii, gorgoglii, schianti son ben udibili, ma ha un modo di rapportarci a noi senza parole, in un mutismo di contemplazione arriviamo a comunicare, dobbiamo non fare silenzio, ma annullare qualsiasi suono per poter entrare in comunicazione con le piante (bonsai), le ossa della natura (suiseki), i sorrisi che essa ci dona (fiori).

Ed ecco che viene organizzata questa stupenda mostra dove per la prima volta i Bonsai, i Suiseki e l’Ikebana germoglieranno assieme come un dono verso i visitatori. Dono magnificamente “incartato” dalle opere di shodo.

Quando lo scorso anno Cosimo Pepe e Paco Donato proposero questa avventura l’entusiasmo nostro fu immediato. Una sfida non indifferente per noi ikebanisti dato che allestiremo tre spazi all’ingresso oltre ad una mostra delle nostre allieve e delle altre scuole coinvolte nell’Ikebana International.

L’Associazione Culturale ‘Shizuka Bonsai e Suiseki’  ha organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Biologia Ambientale Università la Sapienza di Roma questa mostra/evento che si svolgerà nel Museo Orto Botanico di Roma. Situato tra Trastevere e le pendici del Gianicolo, i visitatori seguiranno un percorso che si snoderà tra le piante in pieno rigoglio primaverile.

Claudia Tassone coordinerà la sezione dedicata allo shodo (Scuola Romana Shodō Bokushin) presentando calligrafie realizzate dai propri allievi insieme a alcune del M° Norio Nagayama.

Aldo e Fabio Pasquarella cureranno una mostra fotografica sempre incentrata sulle meraviglie della natura
Segnalo anche l’esposizione dei tavoli per bonsai e suiseki realizzati da Sergio Biagi, di cui spesso utilizzo le radiche per l’esposizione dei miei ikebana, che pur ispirandosi ai modelli più classici della produzione giapponese  dà vita ad un oggetto sempre unico ed originale dopo attento studio, disegno e progettazione (vedere il suo studio è un’esperienza unica); ed i giardini giapponesi realizzati da Fast Pond, azienda specializzata nella realizzazione di progetti verdi con laghetti e carpe koi.

Alla mostra/esposizione si affiancheranno le seguenti conferenze:

“Forme, suoni e sensazioni nell’arte dei bonsai e dei giardini giapponesi”, alla presenza dei  relatori  F.Merlo, A.Tollini, E.Rossi, L.Queirolo e M.Bandera.
“Dal Kaiy ū-shiki-teien al moderno karesansui, ascoltando la voce dei giardini”, a cura di Francesco Merlo
“La natura nel pensiero artistico giapponese”, a cura di Aldo Tollini
“Il bonsai artistico ed il bonsai naturale”, a cura di Edoardo Rossi
“La forma come ispiratrice di sensazioni”, a cura di Luciana Queirolo
“Bonsai Therapy: il valore educativo e riabilitativo della via bonsai”, a cura di Massimo Bandera

Lorenzo Casadei presenterà l’ultima opera di Veronique Brindeau “L’elogio del muschio”.
Inoltre si segnalano le seguenti conferenze :

Per i bonsai avremo: Antonio Acampora, Lorenzo Agnoletti, Massimo Bandera, Nicola Crivelli, Enzo Ferrari, Stefano Frisoni, Edoardo Rossi, Alfredo Salaccione e Shin Zhong Quan.
I suiseki in mostra saranno di Fabrizio Buccini, Igor Carino, Luciana Queirolo, Diego Rigotti e Daniela Schifano.
Per l’Ikebana, Lucio Farinelli e Luca Ramacciotti, della scuola Sogetsu, le loro allieve ed esponenti della Scuola Ohara ed Ikenobo.

Quindi per tre giorni il Giappone sarà racchiuso nel cuore di Roma.

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Ikebana(Sterlizia)

In altri post (Materiale non convenzionale) ho parlato di questa tipologia di ikebana della Scuola Sogetsu che si studia al IV livello. La difficoltà è di non scadere nel banale, nel ridicolo, nel flower design (L’ikebana… con le palle). Ciò che noi andiamo ad aggiungere al materiale “fresco”  dovrà sembrare naturale (come già spiegato nei citati post) che si trovi lì, che faccia parte della natura. Pensiamo ad un prato dove si veda che so della plastica, delle lamine di ferro, dei fili, ecco immediatamente tutto ciò ci appare fuori posto, inquinante, viceversa in questo tema della Sogetsu dovrà sembrare un’unica cosa con il fiore, la foglia o il ramo utilizzato. E’ uno dei miei temi preferiti perchè si presta molto allo scenografico, ma è anche uno di quelli che va studiato maggiormente a tavolino perchè non dobbiamo fare la “cosa figa”, ma tutto deve sempre partire dal nostro interno, svilupparsi attraverso la nostra creatività.

Pensando ad un ikebana che inneggiasse all’amore, alla fratellanza mi sono venute in mente tre sterlizie “allacciate” tra di loro a differenti altezze. Forse una riminescenza del lavoro compiuto lo scorso anno (Amo come l’amore ama), non so, ma l’immagine era molto chiara in me anche se palesemente incompleta. Come sviluppare questo abbraccio? Come esaltarlo? In una delle mie varie visite al Brico Io di Viareggio (reparto colori sempre) sotto gli occhi mi capita una bomboletta spray arancione. Lo stesso colore delle sterlizie. Ovviamente lo prendo subito anche se ancora non ho ben in mente come utilizzarlo.

Voglio parlare di amore, di unione, di fratellanza, ho questo abbraccio trino che in teoria va verso l’infinito… e una bomboletta spray!

Continuando a pensare al tema mi viene spontaneo riflettere che la natura rifiorendo in primavera (lo so siamo distanti, ma un proverbio recita: Per san Valentino la primavera sta vicino) “spacca” il ghiaccio sovrastante, il gelo, come l’amore, l’unità, la fratellanza “lacerano” il manto di egoismo, razzismo, malvagità. E allora ecco l’idea. Le tre sterlizie usciranno da un cumulo di detriti. Che genere? Cosa può fare un fiore, un albero (le sterlizie è come fossero un unico tronco) crescendo? Invadere lo spazio circostante con le radici? E se fossero in un vaso? Spaccarlo? Complice un vaso di terracotta (già parzialmente rotto) ho realizzato il tutto prima colorandone l’esterno, poi l’interno del vaso con lo spray ed una volta asciutto… giù di martello. La difficoltà è stata nel cercare di realizzare i pezzi della forma che avevo deciso.

Avevo tutto o quasi. Decido di utilizzare come “contenitore” la mia prediletta tavola nera (che ormai ha girato per tuta l’Italia tra mostre e dimostrazioni), un piccolo vasetto di vetro (per contenere fiori ed acqua), un kenzan di colore nero (per meglio ottenere un camuffamento con il nero della tavola) e… il risultato è quello che apre questo mio post.

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Solitamente in ikebana l’ideazione parte scegliendo il materiale vegetale, studiandolo attentamente per capire come utilizzarlo e quale forma dargli. Una lezione della Sogetsu del III curriculum invece pone l’accento prima sul contenitore. Questo per focalizzare quanto questo (seppur di solito scelto in conseguenza al materiale e allo sviluppo che vogliamo dare al nostro lavoro) sia parte integrante ed importante dell’ikebana. Dobbiamo cercare di capire come quella tipologia di vaso scelta possa essere sfruttata al meglio e come la sua forma, il suo colore possa cambiare notevolmente in base al materiale che noi andiamo a scegliere. Possiamo usare colori che si abbinino a quelli del vaso oppure in contrasto, l’importante è come sempre che il nostro ikebana sia armonico, equilibrato e che tutto il materiale sembri scaturire da un unico punto assieme e non dei materiali sparsi nel vaso.

Come esempio ho scelto un vaso che mi sono fatto realizzare dal ceramista di Roma Sebastiano Allegrini. Sebastiano ha realizzato il vaso come lo avevo richiesto ed ha cercato di ottenre il colore più vicino a quello che volevo io (non è facile accontantare uno cresciuto con i colori della Giotto che avevano nomi come Blu di Prussia, Terra bruciata, Pervinca etc). Questo contenitore è stato poi usato da me, dal maestro Lucio Farinelli e da tre nostre allieve. Lascio voi giudicare come lo stesso vaso di volta in volta cambi “faccia” e come pur utilizzando quasi lo stesso materiale (sia io sia una mia allieva abbiamo ideato l’ikebana con mimosa e nocciolo contorto, più io vi ho aggiunto i giacinti) si creino forme differenti.

(Ikebana di Lucio Farinelli – Simplified Arrangement)

 

(Ikebana di Rita Civitarese – With Leaves Only)

Rita Civitarese

(Ikebana di Luca Ramacciotti – Setsubun)

Luca Ramacciotti

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