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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

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Tag Archives: Essenziale

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Matteo Torretta (classe 1980) è il classico ragazzo che si è costruito una carriera ed una sua realtà contando su tenacia, professionalità, studio ed estro artistico. Il suo soprannome è The King e ha frequentato la scuola alberghiera Carlo Porta di Milano per approdare subito a far pratica in grandi e rinomate cucine (Gualtiero Marchesi, Giancarlo Perbellini, Carlo Cracco e Antonio Cannavacciuolo) Nel 2008 è executive chef al celebre ristorante Savini di Milano. La sua cucina basata sull’importanza delle materie prime e la tradizione culinaria si amalgama alla modernità estetica del piatto e dei sapori. Spesso ospite nelle puntate di “Detto Fatto” o nella striscia pomeridiana di “Master Chef” dal 2014 è executive chef presso il ristorante Asola, Cucina Sartoriale di Milano e nel 2016 approda al talent TopChefItalia arrivando secondo.

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Perché parlare di Torretta in un post sull’ikebana? E’ presto detto. A parte un mio passato da sommelier A.I.S. (girando per ristoranti e cantine di tutta Italia) ed una curiosità gastronomica genetica, già una volta avevo accomunato ikebana e cucina, ma mai come in questo post e nel progetto che da questa esperienza si scatenerà (ma ne riparleremo nel 2018).

Alla ricerca di stimoli sempre nuovi per me e le mie allieve, dopo aver abbinato ikebana e scena teatrale, ikebana e fotografia, ikebana e arte, ikebana e profumi, ikebana e moda, ikebana per convegni/inaugurazioni o ikebana dedicati al grooming maschile d’autore ancora una volta per primi in Italia tentiamo un’esperimento nel mondo dell’ikebana Sogetsu e lo possiamo fare perché chef Torretta ha acconsentito sia al progetto sia a concederci l’utilizzo delle foto dele sue meraviglie gastronomiche.

Ed ecco la sfida: vedendo i suoi capolavori (e leggendo la sua descrizione dei piatti che ci ha dato) ci siamo ispirati ad essi per realizzare i nostri ikebana.

A disposizione un’ampia selezione di piatti e Lucio Farinelli ed alcune delle allieve hanno ideato gli ikebana che pubblico sotto scegliendo tra la varie proposte.

Ovviamente un gigantesco GRAZIE va allo chef Torretta che ci ha permesso questo studio e, nella speranza che sia rimasto soddisfatto dei nostri lavori, l’appuntamento è per poter assaggiare dal vivo le sue creazioni.

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Poter realizzare un ikebana ispirato a tali capolavori culinari è stato  per noi un onore ed un onere.

Alici e guacamole

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Interpretato da Luca Ramacciotti

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Pancia di maiale e gamberi

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Interpretato da Lucio Farinelli (vaso di Luca Ramacciotti)

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Triglia in Primavera

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Interpretato da Ilaria Mibelli

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Risotto Milano Napoli

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Interpretato da Rosaria Malito Lenti

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e da Nicoletta Barbieri (vaso di Alessia Nannicini)

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Faraona crocchetta avocado

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Interpretato da Patrizia Ferrari (vaso realizzato da lei)

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Battatuta di salmone con chantilly e foglia di senape

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Interpretato da Silvia Barucci

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e da Ilaria Mibelli

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Primavera

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Interpretato da Chiara Giani (contenitore realizzato da lei)

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Frutti rossi granita Franciacorta

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Interpretato da Ilaria Mibelli (vaso di Rosi Tschenett)

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Gianduia, Nocciola e cioccolato

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Interpretato da Nicoletta Barbieri

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(foto di Alessandra delle Fave)

In questa foto mi si vede mentre faccio un ikebana per la mia regia di Madama Butterfly in Nicaragua. Se notate ho una tracolla che mi attreversa la schiena. E’ quella della mia reflex.

Difficilmente io compaio in foto (con dispiacere di mia mamma) perché sono quello che le foto le fa. Non mi lamento, amo fermare gli istanti e presto (spero) imparerò a farlo meglio. Purtroppo spesso accade che se non c’è il sottoscritto armato di macchina fotografica mancano le foto sia a lezione, alle dimostrazioni o alle mostre.

Così, purtroppo, accadde nel 2006 quando per il mio spettacolo “Stati di animo”, per l’inaugurazione dell’ XII Premio Versilia A.I.S. Toscana a Pietrasanta con il patrocinio del “Festival Puccini di Torre del Lago e dell’A.I.S., io e Lucio Farinelli si fece una scenografie con canne lacustri, solidago e iris (circa quattro metri di altezza per tre di lunghezza) e non ebbi mai le foto scattate dal fotografo incaricato. All’epoca io avevo una compatta, ancor meno esperienza di oggi e soprattutto ero l’ideatore, il regista e presentatore dello spettacolo…. insomma mancava spazzassi il palco ed era fatta. Questa scenografia era montata su tre carrelli perché nel II atto dello spettacolo (con pianoforte, cantanti lirici, balletto e acrobati) la scenografia veniva “rimontata” in maniera differente.

Da allora scatto sempre al volo qualsiasi cosa io faccia sul palco per cui mi vedono correre da una parte all’altra con quella che ormai è divenuta una mia estensione del corpo. Nonostante ciò è difficile che mi si veda mentre faccio un ikebana sul palco proprio perché ancora non ho imparato la bilocazione e ringrazio per la foto che apre l’articolo.

Con Lucio Farinelli siamo stati i primi a realizzare in Italia un ikebana scenografico ed io, grazie al mio lavoro, a fare ikebana direttamente sul palcoscenico sia in regie di Madama Butterfly mie o di altri registi sia prossimamente nell’opera Junior Butterfly del compositore Shigeaki Saegusa (libretto di Masahiko Shimada) che avrò l’onore ed onere di mettere in scena presso il Romano Teatro Kulturális Egyesület a Miskolc dove, come in Nicaragua, sarò il primo a parlare di ikebana e di Sogetsu.

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Da circa 18 anni sono socio Swarovski, dopo che mia nonna paterna, mi regalò quello che sarebbe divenuto il primo pezzo della mia collezione dove, ovviamente non potevano mancare i fiori…08062017-_MG_9257

(un piccolo campionario dei pezzi dedicati al tema fiori in mio possesso)

… o i riferimenti al Giappone.

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Negli anni l’estetica della Swarovski è molto cambiata, da sfaccettature abbozzate ad una perfezione inimitabile. Vero costano cari, ma la qualità si paga sempre.  Non ho mai compreso chi in casa si mette le copie degli Swarovski, quelli che potremmo definire Fintoski, né sinceramente chi li realizza. Sarà che non ho mai amato le copie o chi copia magari spacciandosi pure per originale.

Pensiamo alla natura. Ogni fiore ad una prima occhiata ci pare uguale all’altro, ma se osserviamo bene ogni singolo petalo, foglia si differenzia, si caratterizza. Per questo in ikebana ogni elemento deve avere il suo spazio. La difficoltà del tema della Massa nella scuola Sogetsu è proprio di “ammassare” i materiali senza dare l’idea di mancanza di spazio, di costrizione,  di una cosa statica, senza alcun movimento o possibilità di compierlo.  La forma deve suggerire qualcosa di non statico, non il materiale magari piegato per suggerire il movimento che in realtà ad un’occhiata più  approfondita manca o che pare schiacciato nel vaso o tra le sue pareti.

E noi che ci occupiamo di ikebana dobbiamo servirla, non usarla per cercare di metterci su un piedistallo in cerca di attenzioni ed elogi; l’arte deve sviluppare la nostra anima, il nostro cuore, il nostro cervello non l’ego. L’IO ci porta a sminuire l’arte che dovremmo divulgare e servire, a non renderci conto di ciò che ci accade attorno o creare dei cloni quasi a livello industriale. Si deve puntare sempre all’originalità non mettendo fiori storti, foglie piegate a fisarmonica o rami a testa in giù se non hanno un reale motivo di stupire. Dobbiamo lasciare che il nostro cuore e la natura dialoghino, si rapportino in maniera spontanea.

Di recente ospite a Merano dalla mia allieva Patrizia Ferrari ho realizzato questo ikebana.

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Un ikebana in apparenza semplice,  nulla di eclatante. Tutto è partito dalla visione di questo vaso, posseduto da Patrizia, e delle ortensie blu nel suo giardino condominiale. Tema: Colore del vaso. Non potevo certo disboscare la pianta per cui ho osservato bene l’andamento dei rami e scelto i fiori , aiutato da Chiara Giani,  rimuovendo poi le foglie in eccesso (e tra l’altro più foglie si vanno ad eliminare e maggiormente arriverà al fiore acqua) per creare una struttura dinamica che desse l’idea di sgorgare naturalmente dal vaso (mentre il tutto era sorretto da un robusto tate-no-Soegi-dome). Questo mi hanno ispirato vaso e materiali. Troppo semplice? Può essere, ma ero io, la mia anima, il mio medesimo in quel momento e ho provato gioia nell’eseguire il lavoro. Questo io cerco in questa arte. Il mio piacere personale, la mia crescita. i like e i ❤ li lascio ad altri talmente presi da tutto ciò da spatafasciarsi (non cercate questo termine sul vocabolario perché non esiste) in complimenti senza nemmeno accorgersi di commentare post dove il nome della scuola, che dovrebbero rappresentare e tutelare, è scritto in modo errato.

Lo so sono particolarmente pedante su questi temi, ma cerco sempre di tendere verso la Swarovski e mai verso i fintoski per cui mi documento, faccio molta attenzione a ciò che scrivo e dico e se sbaglio e mi correggono ringrazio sempre perché in quel momento ho appreso qualcosa di nuovo e ho fatto un passo avanti.

Per questo per me l’originalità non è mai stata mettere i rami capovolti, ma realizzare per la prima volta ikebana per hall di teatri, ikebana e profumi, ikebana e moda etc. I primi. Sempre. Poi ovviamente ci sono gli ammiratori che ti omaggiano. Copiandoti.

Siamo stati anche i primi, sempre in Italia, a sviluppare il rapporto tra ikebana e ceramica molto importante per la nostra scuola. Ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere molti ceramisti italiani e a Roma ne abbiamo incontrati diversi (con cui abbiamo anche collaborato con mostre) prima di fermarci da Sebastiano Allegrini.  La scelta su di lui è stata tanto naturale quanto obbligatoria.  Prima di tutto la più che decennale preparazione  (non potrei mai affidare me o i miei allievi ad un ceramista che studia questa arte da due o tre anni) perché ovviamente all’atto pratico si vede sia nella realizzazione finale (vasi di aspetto grezzo e pesante) sia nell’insegnamento. Sebastiano (oltre ad avere una passione e cultura sul Giappone ed un’estetica perfetta per noi della Sogetsu) può insegnarti qualsiasi tecnica (dal colombino, alla lastra, al tornio), ha a disposizione tutti gli strumenti necessari, sa come farti fare certi lavori con l’utilizzo di ceneri, sabbie, metalli e, cosa ovviamente non indifferente, sa come smaltare i vasi sia per esperienza personale, sia per il quantitativo incredibile di smalti che ha nel suolaboratorio sia per come ne studia sempre di nuovi e ti insegna come abbinarli sia tra di loro sia in base alla tipologia di vaso. Sebastiano è Swarovski. Anche perché lui stesso studia continuamente,  sperimenta, realizza. Sentendo le sue spiegazioni ai workshop  si comprende quanta passione metta nella sua arte. In due anni di studio (purtroppo non costante per via del mio lavoro) grazie a lui mi si è aperto un mondo. Ed inizio quasi (e sottolineo quasi) ad essere soddisfatto dei miei infinitesimali progressi. E provo gioia nel fare queste cose come dicevo prima per ciò che concerne l’ikebana. Credo sia fondamentale fare ikebana (o un’altra arte) per soddisfare il bambino felice che è in noi, per scollegarci dalle contingenze della quotidianità e portarci in un mondo al di là dei mondi. Se si leggono le lettere dei grandi artisti si vede come anche all’apice del successo non abbiano mai smesso di continuare a studiare, a provare nuove strade, documentarsi, non hanno mai detto che erano dei grandi né si crogiolavano in titoli o sgomitavano per farsi spazio. Perché appunto erano dei grandi e servivano l’arte a cui si erano dedicati invece di servirsene (il gioco di parole è ovviamente voluto).

Saper fotografare bene un ikebana è importante per  cui perché nasconderci dietro un dito o a scuse? Anche in questo abbiamo sempre puntato alla perfezione  (e ancora non l’abbiamo raggiunta) sia affidandoci a professionisti del settore da Lorenzo Palombini a Rinaldo Serra sia realizzando workshop con fotografi come Ben Huybrechts e Giuseppe Cesareo. Per i miei ikebana casalinghi possono anche bastare le mie foto, ma per mostre, dimostrazioni etc. devo umilmente e con coscienza cedere il posto agli Swarovski del settore.

Anche nel mio lavoro ho sempre preteso il massimo da me stesso e passo tranquillamente dal ruolo di assistente di regia a quello di regista assistente a regista perché, per me, non conta il titolo, ma la qualità del mio lavoro. Quando artisti con cui ho lavorato mi hanno fatto delle referenze ho gioito non per i complimenti ricevuti,  ma perché so che il mio impegno era stato riconosciuto.

Un abito,  un profumo, un qualsiasi prodotto o lavoro può costare poco. Perché quindi spendere di più? Per la qualità e la durata. Un profumo da poco dura molto meno (e puzza fidatevi) di uno di autore e vi darà meno gioia allo spirito. Anche in questo campo ci siamo sempre rivolti ai migliori perché appunto io colleziono gli Swarovski non i fintoski e la qualità della vita, del cuore e dello sguardo per me è fondamentale.

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Quando io e Lucio Farinelli studiavamo il IV livello della scuola Sogetsu c’era una lezione intitolata  “Dried Material relief on playwood or cardboard”. Dal fare per quattro anni ikebana in un contenitore (seppur ogni ikebana fosse differente dall’altro dati gli innumerevoli temi a stile libero), improvvisamente dovevamo “spalmarlo” su di una superficie piatta. Partendo da un’idea, un progetto, disegnare uno schizzo si realizzava un “collage” di materiali che stimolassero la nostra creatività e che applicassero i prinicpi dell’ikebana e della Sogetsu appresi fino a quel punto (non per nulla era l’ultima lezione del IV livello). Per arrivare a realizzarla prima c’erano lezioni sul collage (Collage) e sul disegno geometrico (Two-dimensional geometrical drawing, with three- dimensional objects attached to it). Quindi si doveva partire da un preciso percorso di studio che poteva anche essere ispirato alla pittura (basti pensare ai quadri di Mondrian, Rothko, Klee, Kandinskij o Boccioni e Balla per stare in Italia), al ritmo, al movimento, al colore.

Come ricordato in un mio precedente articolo una volta realizzai (fui il primo in Italia a farlo) per la hall del Gran Teatro Giacomo Puccini un pannello che traeva ispirazione da questa lezione.

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Nel nuovo libro del V livello viene ripreso questo tema nella lezione “Relief Works” che di recente con Lucio Farinelli abbiamo fatto fare a Merano a due mie allieve del V livello della Toscana. Come si legge nel libro se l’ikebana è un’arte tridimensionale (non scordiamoci mai che per la Sogetsu questo è un concetto basilare, la profondità fa parte delle nostre composizioni, non sono piatte, ma hanno sempre qualche elemento che ne dia profondità e tridimensionalità, la Sogetsu levò l’ikebana dal tokonoma) questo tema è di due dimensioni e… mezzo. Questo ovviamente perché ha una parte che poggia sulla superficie (legno, cartone, acrilico) che poi sarà attaccata al muro. Una commistione tra ikebana, scultura e pittura.

Per questo tema si utilizzano materiali secchi, secchi colorati o sbiancati. Il motivo è ovvio. Senza acqua (un tema talmente fondamentale per la Sogetsu tanto da avere un suo capitolo nel Kadensho di Sofu Teshigahara) il nostro materiale appassirebbe e, proprio nel Kadensho, Sofu specifica che c’è differenza tra la bellezza del materiale secco e del materiale appassito. Possiamo comperare del materiale già colorato, ma ovviamente è meglio se lo coloriamo noi utilizzando i colori acrilici. Sinceramente io ricorro spesso (o meglio quando ciò che sto per fare lo richiede) alle bombolette spray che si usano per le carrozzerie delle auto perché danno al materiale dei riflessi interessanti.

Dobbiamo pensare al nostro lavoro, progettarlo e provare la combinazione da noi ideata, se tutto ci convince procederemo al fissaggio.

Per l’occasione sia io sia il maestro Farinelli abbiamo deciso di realizzare anche noi questo tema.

Lucio è partito da un’idea legata sempre alla sua passione per la moda (quindi ispirandosi al design di Marimekko) mentre io, Silvia e Ilaria abbiamo sviluppato degli imput che ci avevano colpito. Tutti noi abbiamo colorato i nostri materiali scelti e seccati. Si ringrazia Mauro Cappagli per la preparazione della base delle tavole utilizzate.

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(Lucio Farinelli)

Per il mio ho utilizzato dello smoketree dipinto di blu e del colore spray acrilico. E’ interessante notare dove l’elemento blu poggia sullo sfondo giallo come ai nostri occhi sembri verde.

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(Luca Ramacciotti)

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(Silvia Barucci)

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(Ilaria Mibelli)

Siamo stati molto soddisfatti e felici di aver realizzto questo tema ancora poco utilizzato in Italia.

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Inizio questo post con una citazione di Gerhart Hauptmann perché in questi giorni che ero andato a Merano ad insegnare ikebana ho appreso dalle mie stesse allieve. Ma andiamo per ordine.

Sofu Teshigahara diceva: “Qualcuno una volta mi chiese cosa avrei fatto se fossi vissuto in un posto come la Manciuria dove non ci sono fiori o piante. Gli risposi che forse avrei organizzato la terra…. Ovviamente è una fortuna se uno ha i fiori con cui può lavorare, però non sostengo che se si vive in un luogo dove non ci sono fiori è necessario coltivarne a tutti i costi per produrre ikebana. Va ricordato che il termine ikebana è costituito da due parole; ikeru, che significa organizzare o creare, e Hana, che designa fiori, e che tra i due, ikeru è il più importante. Ogni volta che vado a realizzare una composizione floreale, la mia prima considerazione è l’impostazione. Il mio obiettivo è sempre quello di organizzare quei materiali che ho in modo tale che si adattino armoniosamente con l’ambiente circostante.”

Fare ikebana non è “semplicemente” posizionare in modo elegante o “strano” dei fiori in un vaso, è l’unione di uomo e natura, uomo e arte, mente/anima/mano che esegue. I concetti sono molti da imparare (e per questo per dirla alla Fowles: Non si fa la felicità di molti facendoli correre prima che abbiano imparato a camminare), ma ancora di più dobbiamo apprendere come si guarda il mondo con una visione differente del solito sguardo distratto con cui ci muoviamo quotidianamente. Notare ogni piccolo dettaglio perché se osserviamo bene la natura che noi dovremo poi rappresentare in un contenitore il gioco è… quasi fatto.

Noi uomini moderni siamo facilitati dato che oggi con qualsiasi dispositivo possiamo immortalare la natura e le suggestioni che ci offre, memorizzarle, riguardare le foto per trarre ispirazione da esse.

Io sono anche fortunato perché Patrizia Ferrari (allieva al IV livello) ha una bella preparazione botanica e passeggiare con lei nei Giardini di Castel Trauttmansdorff  è davvero affascinante ed istruttivo come divertirsi a fare le foto assieme a Chiara Giani e Ilaria Mibelli. Studiare i colori, la luce o anche vedere cose che ad ognuno di noi potrebbero sfuggire, ma che vede l’altro come nel caso della foto seguente che ho scattato dopo che Chiara mi aveva fatto notare come quel punto del giardino sembrasse un paesaggio toscano.

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Qui alcuni dei miei scatti fatti durante questa bella passeggiata.

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Già osservando queste prime due foto è palese il significato della lezione del V livello della mia scuola dedicata a Green Plant Materials.

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Non solo il mondo vegetale può esserci di ispirazione per capire come abbinare i colori (anche con forti contrasti) oltre al fatto che spesso in ikebana si è ricorso all’utilizzo di piume.

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La mia fortuna è anche di avere Silvia Barucci esperta dell’affascinante e incredibile mondo delle orchidee e ci ha fatto da guida ed istruttrice presso il Raffeiner Orchideenwelt.

Ringrazio le mie allieve per ciò che mi sanno insegnare e vi lascio con alcune foto che ahimè nemmeno si avvicinano lontanamente a descrivere questi incredibili fiori.

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Come lo scorso anno si fece una gita “fuori porta” ospiti di Chiara Giani, così quest’anno siamo stati accolti da Patrizia Ferrari (e da suo marito Francesco) a Merano. Ovviamente la “scusa ufficiale” è di fare assieme una lezione di ikebana, ma in realtà è per godere della reciproca compagnia. Spesso in questi post ho parlato di squadra e di amicizia lungo la via dei fiori e di come il nome del nostro Study Group significhi: Armonia risultante dal suono concorde di più voci o strumenti. Ebbene in entrambi i casi siamo stati accolti con una gentilezza, con una passione che spero possano provare altri maestri di ikebana come accade a me e a Lucio Farinelli. Oltre a metterci disposizione casa e tempo libero, Patrizia ha procurato bellissimi fiori, su nostra indicazione, per le tre lezioni effettuate  il 2 giugno scorso e per una extra (non programmata) fatta il sabato mattina sia per usare il materiale avanzato, sia per la gioia di lavorare assieme. Esiste un video sul nostro profilo Instagram dove io giro per casa di Patrizia mentre tutti si accingono a fare ikebana che sembro stordito. In effetti lo ero perché tanto affetto davvero mi frastorna a volte e mi rende felicissimo.

E dato che tra di noi c’è questa armonia avevo deciso anche di sperimentare una tipologia di ikebana che in Italia, a quanto io sappia, non era mai stato fatto prima: il Renka.

Per la prima volta ne avevo sentito parlare nel suo blog da Lennart Persson. Dato che in Italia non mi sapeva dire nessuno circa questo modo di comporre ikebana ideato da Hiroshi Teshigahara ho chiesto lumi sia a Ilse Beunen sia a  Mika Otani (grazie ad entrambe). Il Renka deriva dal Renga (da Wikipedia:  Il renga (連歌), o poesia a catena, è uno stile poetico nato in Giappone nel XV secolo. Il componimento alterna due tipi di Strofa (ku) tipiche della metrica giapponese tradizionale, una composta di 17 morae spesso ricondotta a tre versi di 5,7 e 5 morae e l’altra di 14 morae, articolata in due versi di 7. Ogni poeta che partecipa al Renga prosegue la composizione inserendo alternativamente uno dei due tipi di strofa. Pur esistendo esempi realizzati da un solo autore, il Renga è tradizionalmente un passatempo colto e letterario in cui diversi partecipanti si alternano inserendo ciascuno un ku continuazione dei versi precedenti. Dalla strofa iniziale del renga deriva l’Haiku). Secondo Hiroshi Teshigahara “questo stile permetteva una molteplicità di espressioni che potevano essere ampliate dallo scontro o dalla concorrenza di due singoli stili: l’inaspettato e imprevedibile risultato di tale lavoro cooperativo trascendeva quindi l’individuo. Tutti i tipi di possibilità a disposizione con l’unica incognita dovuta al fatto che se non si lavorava alla pari il lavoro sarebbe stato destinato al fallimento.”

Il “gioco” sta anche nel limitato tempo che viene dato a disposizione ad ogni singolo ikebanista nello scegliere il vaso, il materiale e cosa realizzare. Ovviamente senza comunicare nulla al giocatore successivo che si troverà quindi costretto anche ad improvvisare.

Ad aprire le danze il maestro Lucio Farinelli.

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Questo il suo ikebana realizzato nel giradino della casa di Patrizia (gli ikebana erano posizionati su di un tavolo in esterno) dove finalmente aveva a disposizione la betulla che da tempo desiderava utilizzare in un ikebana e gli altri materiali scelti per raccordarsi anche alla forma e al colore del vaso.

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E’ poi stata la volta della padrona di casa che ha utilizzato due contenitori con dei cromatismi che, pur andando a “scontrarsi” con quelli di Lucio si armonizzavano perfettamente (anche grazie ad un richiamo del melograno).

Ecco il prosieguo di Patrizia Ferrari.

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Terza a mettersi in gioco Ilaria Mibelli

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Ilaria ha ripreso i colori e le morbidezze del lavoro di Lucio andando così ad abbracciare con lui quello di Patrizia posto al centro.

Chiara Giani ha collocato il suo lavoro tra i vasi già posizionanti creandone un cuore pulsante che ha unito tutti i lavori.

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Penultima chiamata in gioco Silvia Barucci che si è staccata completamente dalle forme e dai colori precedenti, ma come si vede in foto, è riuscita a fare un ikebana che si è armonizzato al tutto e che non era un corpo estraneo.

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Ultimo a scendere in pista il sottoscritto. Dalla sera precedente uno dei vasi posseduti da Patrizia mi aveva colpito per la sua peculiarità e vedendo il lavoro svolto fino a quel momento per forme, colori e posizione dei vasi (tutti piuttosto vicini) ho deciso non solo di utilizzare il contenitore che mi aveva tanto colpito, ma di posizionarlo distaccato dagli altri collegandolo poi con la posizione del ramo di melograno scelto sia per il colore del vaso sia perché così chiudevo il cerchio iniziato da Lucio Farinelli.

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Un’esperienza piacevole, divertente ed istruttiva.

Concentus Study Group

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(Ikebana e foto di Giulia Piccone Italiano – vaso di Sebastiano Allegrini)

Nella sua penultima newsletter Ilse Beunen torna a parlare degli stili base della scuola Sogetsu che si affrontano nei primi livelli.

Come già scritto in altri post i nostri libri di studio si dividono in Kakei (1 e 2 anno) e Composition and Line, Color and Mass (3) e Material and Space (4) più il recente libro del V livello (Techinique and Creation) per chi vuole divenire insegnante dove si ripercorre i 4 livelli andando focalizzarsi su tecniche, estetica o principi basilari come la copertura del kenzan che essendo uno strumento (come gli agganci per vaso alto tipo Tate-no-Soegi-dome o Jumonji-dome o per il vaso tsubo Kousa-dome o il Kugi-uchi Kousa-dome) non fa “parte” del nostro risultato finale.

Ilse in questa newsletter ricorda la sua esperienza di studente comuna a molti (me compreso). Facciamo tutti gli stili base quasi con fretta tutti tesi ad utilizzare fiori particolari o realizzare free style. Ed è un errore. Su questo io a lezione non transigo perché i nostri stili base (e e le loro variazioni) sono i mattoni su cui si costruisce il tutto. Se la base è di argilla (ed ecco spiegato il titolo) al prmo masso che cade tutta la nostra impalcatura crollerà. In questi anni di lezione (Ilse ricorda che lei insegna da 20 anni per cui è un’esordiente rispetto al 70% grandi maestri che praticano ikebana e quindi io sono ancora un lattante) ho visto gente non considerare gli stile base, non voler imparare bene le tecniche base e crollare miseramente al III o IV livello. Come ricorda Ilse nella sua newsletter citata questi stili non solo sono la base della nostra creatività, ma per esercitarsi possiamo ricorrere a loro e da lì partire la nostra fantasia. Gli stessi insegnanti ogni vota che ad un allievo spiegano gli stili base, i principi vi trovano nuovi spunti di riflessione, migliorarne la pratica con qualsiasi materiale che abbiamo a disposizione.

Ieri avevo lezione di ikebana con Lucio Farinelli e la neo maestra Giulia Piccone Italiano (Yuki Mi il suo nome da insegnante). Giulia era venuta proprio per una lezione di allenamento e per chiacchierare un poco di storia e “filosofia” dell’ikebana e della nostra scuola. Assieme abbiamo ripassato i 50 Principi della Sogetsu e realizzato un nageire ed un moribana.

Il nageire è un poco la “bestia nera” di quasi tutti gli allievi di ikebana perché è difficile tecnicamente. Se vai poi a spostare il vaso con la composizione questa non deve muoversi o cadere. Ne so qualcosa io che un’insegnante per tre anni mi ha solo fatto fare nageire ed io ho subito la sua decisione perché se vado da un maestro accetto sempre quello che mi dice. Non ho mai capito quegli allievi che contrastano un maestro. Se non lo apprezzi lo cambi, se resti bè… segui quel che ti dice. Cambiare maestro serve solo se vuoi fare un upgrade non per finire a rifare le stesse cose. In quel caso aveva ragione il maestro lasciato.

Di contro il moribana se è più facile tecnicamente (grazie al kenzan) hai anche una maggiore “superficie” da andare a riempire senza… riempire.

Ieri quindi Giulia per prima cosa ha messo nel vaso alto l’acqua (non si può pensare ad un ikebana senza acqua!) e poi ha realizzato il suo nageire e anche la foto. Voglio che ogni maestro da me diplomato sappia fotografare i suoi ikebana. Devo dire che per essere la sua prima volta Giulia non se l’è cavata male. Non le ho suggerito né luci né inquadratura o altro. Credo sia importante fare errori per comprendere e migliorare. Capita che uno faccia una dimostrazione, partecipi ad un workshop, ad una conferenza, una mostra e non è detto che ci sia sempre un Ben Huybrechts a portata di mano. Inoltre la fotografia è come un’impronta digitale. Si riconosce l’autore sempre. Si vede se uno fa foto sia per lui sia per gli allievi, se le foto son tutte diverse per stile, luci, editing o altro. Non c’è trucco nè inganno. L’obiettivo è appunto.. tale.

A volte a lezione avanza del materiale che spartiamo con le allieve (non voglio che accada come a me che una volta a lezione dovetti farmi cedere da Lucio i fiori che avvea usato per il suo ikebana perché non ce ne erano a sufficienza e non potevamo tagliarli come volevamo perché dovevano bastare per tutti) e a casa se non abbaimo idee… ci alleniamo in tecniche, in ripasso. E’ incredibile dopo anni di studio come, rivedendo gli stili base, non solo si comprenda la genialità di Sofu Teshigahara, ma come in essi vi siano spunti di riflessione. E lui stesso iniziava ogni anno realizzando uno stile base.

C’è, ad esempio al II livello, la IV variazione dove viene “tolto” uno dei tre rami principali. Un allievo potrebbe dire: “Vabbè che sciocchezza. Si toglie solo un ramo”. In realtà prima di tutto non dovremo solo, ovviamente togliere un ramo, ma non far percepire la sua assenza (tra l’altro si tratta del Soe il ramo che rappresenta l’uomo non quello principale – Cielo- o il fiore – Terra) e creare una tensione tra Shin e Hikae. La difficoltà maggiore poi in quesa variazione è quando si va a realizzare l’hanging.

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(schema realizzato da Moris Vincoletto su permesso della scuola Sogetsu)

Lo Shin va ad incurvarsi dai 45 ° rivolti verso l’alto in basso e per questo si deve scegliere un ramo che sia facile da piegarsi, incurvarsi. Dovremo avere un risultato “morbido” elegante, non una freccia puntata verso il tavolo.

Ci ricorderemo di questo stile quando faremo i temi di Massa e Linea, o lo Spazio al di là del contenitore. Come si vede quindi da un “semplice esercizio tecnico” già ho individuato due possibili temi da concatenarsi, ma ce ne sono anche altri ricollegabili ad esso, E così avviene per ogni nostro mattoncino che farà che la nostra strada sia ben asfaltata e non un campo minato.

Concentus Study Group

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