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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: gennaio 2012

(Gloriosa, Kiwi)

Se la tua mente non sarà agitata da venti e da onde, vivrai sempre tra montagne azzurre e verdi alberi. Se la tua vera natura possiede la forza creativa della Natura stessa, ovunque tu vada, vedrai i pesci guizzare e le oche svolazzare. (Hung Tzu ch’eng)

La possibilità, nella Scuola Sogetsu, di esprimersi attraverso lo stile libero ha spesso creato fraintendimenti. Stile libero non vuol dire accantonare i principi appresi della Scuola, ma reinterpretarli in maniera ancora più creativa del solito sganciandosi dai diagrammi delle composizioni base. Questo riguarda sia la disposizione dei rami, sia il materiale che andremo a scegliere o (come nella foto) anche ad utilizzare qualcosa che non era nato come contenitore per l’ikebana.

Il nostro lavoro con lo stile libero non è volto allo stupire chi lo osserverà, ma a far vedere come con la fantasia siamo andati a realizzare un ikebana ricorrendo anche a materiale non convenzionale.

Anche se il nostro lavoro sarà espressività totalmente personale non dovremo mai tradire o stravolgere i principi che abbiamo imparato e su cui si basa.

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Finito il mio percorso di studio della Scuola Sogetsu ho scelto di prendere il diploma da maestro per poter insegnare. Per quale motivo si decide di insegnare ikebana? Personalmente per trasmettere la gioia che quest’arte mi ha donato.

L’ikebana è un’arte rigorosa, non  si percorre il cammino dei fiori alla leggera se davvero vogliamo fare un buon percorso, ma è innegabile che allo stesso tempo ci apra gli occhi sulle meraviglie della natura che prima nemmeno si notava, ci doni serenità, gioia. E che ci cambi nella vita quotidiana.

L’ultima lezione che ho fatto con le studentesse del secondo anno riguardava il floating arrangement ed una mia allieva sottolineava come già muovere le mani nel suiban pieno d’acqua rilassasse. Certo il primo anno che si imparano le tecniche, che non capiamo bene ancora il percorso intrapreso alle volte possiamo anche provare attimi di frustrazioni, ma che gioia e soddisfazione personale quando raggiungiamo il nostro risultato.

Personalmente amo fare lezione a più di una persona in contemporanea per il motivo che tra gli allievi c’è un confronto. Il mio percorso di studi si è svolto assieme a quello di Lucio Farinelli che ora insegna con me. Lui di estrazione ingegneristica, io teatrale. Due modi di concepire il mondo (e l’ikebana) differenti e questo ci è servito per vedere come ognuno di noi sviluppasse un tema, lavorasse il materiale. Tutti noi abbiamo una storia personale, un percorso di studi (non intendo necessariamente quello scolastico), di interessi e questo si rispecchierà in quello che andremo a realizzare. Per tale motivo è importante, secondo me, il confronto tra gli allievi che vedono come con lo stesso tipo di materiale (in realtà non è proprio così dato che non ci sarà mai un ramo, un fiore o una foglia identici) si realizzino ikebana completamente differenti.

E che gioia quando l’allievo sente nel proprio animo la soddisfazione per ciò che ha fatto. Quando si insegna ikebana dobbiamo far sì che l’allievo capisca le tecniche, cosa sbaglia e cosa fa di giusto, ma dobbiamo anche percepire se è felice del suo lavoro o se accetta i nostri consigli senza realmente approvarli. Qui sta la sfida dell’insegnamento dell’ikebana rispetto all’arrangiamento floreale. Dobbiamo percepire con il nostro cuore la felicità che la composizione ci dona, non solo la soddisfazione estetica degli occhi.

Si lavora assieme con l’allievo, gli si insegna la tecnica, come guardare, osservare (e non son sinonimi questi due verbi), toccare il materiale. Lo stile migliore per poterlo valorizzare, come non arrendersi davanti ai possibili problemi tecnici perché se lungo il nostro cammino dei fiori troviamo un ostacolo, basta sapere come rimuoverlo.

L’importante per me è che gli allievi non siano entità, ma divengano amici, anche tra i vari livelli del corso, che si festeggi per i traguardi che ognuno ottiene, che si celebri il ritorno di qualcuno che per problemi aveva dovuto sospendere per un poco lo studio dell’ikebana, perché la natura è unita e noi dobbiamo esserlo attraverso di essa.

Inoltre vorrei sfatare una concezione errata che abbiamo, in Italia, su questa arte. Abbiamo grandissimi fioristi, ma pochi ikebanisti. L’ikebana non è un’arte prettamente femminile. Noi abbiamo in mente la donna giapponese che in kimono compone ikebana e non sappiamo che i fondatori delle scuole di ikebana son stati tutti uomini, quanto quest’arte sia stata per secoli di appannaggio solo maschile. Sul cammino dei fiori c’è spazio per tutti e il nostro animo ci ringrazierà per la decisione presa di compierlo.

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(Papavero – Mandorlo ritorto)

Mi è successo molte volte di desiderare ardentemente un determinato tipo di materiale per farci ikebana e di non sapere come usarlo una volte che finalmente ero riuscito a trovarlo.

Non è facile ideare continuamente accostamenti, forme cercando di non ritornare sui propri passi. Spesso per utilizzare adeguatamente un determinato fiore, ramo, foglia si deve ricorrere all’esperienza del maestro. Questa è una figura, come ho già scritto diverse volte qui, fondamentale. Non ci sono libri, riviste, saggi che possano insegnare ad una persona quanto il suo maestro. Se noi seguiamo anche passo passo le “istruzioni” riportate da un libro, ma siamo soli faremo un semplice esercizio di stile. Il maestro sa scegliere ciò che va bene per un determinato lavoro, ci insegna l’estetica, ci fa notare cose che da noi non vedremmo.

Ed è importante andare a mostre, studiare i lavori di maestri di altre scuole. In Italia spesso il mondo dell’ikebana è stato diviso in scomparti, ma se noi stiamo percorrendo un cammino perché dovremmo accontentarci di vedere solo la parte destra del nostro sentiero e non la sinistra o ciò che abbiamo alle spalle?

L’ikebana non è un’arte per iniziati o signore di una certa classe sociale che cercano un hobby. E’ sfida, è guardare in noi, è aprirsi al mondo e alle sua sfaccettature. Solo così faremo davvero un cammino.

E la mia fortuna, durante il mio percorso, è di trovare continuamente persone entusiaste a cui non potrò mai dire abbastanza grazie. Come all’amico Carlo Scafuri caporedattore (e tra gli ideatori) di una meravigliosa pubblicazione che vi segnalo http://issuu.com/bonsaiandsuisekimagazine/docs/gennaio-febbraio-12

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(Sterlizia)

Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l’acqua.
Niente ostacoli – essa scorre.
Trova una diga, allora si ferma.
La diga si spezza, scorre di nuovo.
In un recipiente quadrato, è quadrata.
In uno tondo, è rotonda.
Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa.
Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua.
E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei.

(Lao Tze)

L’acqua è la fonte primaria della vita ed è importantissima sia per la nostra sopravvivenza sia per quella del mondo vegetale.

Quando facciamo ikebana mettiamo per prima cosa l’acqua nei contenitori, effettuiamo il taglio del materiale in acqua (in modo che nei canali linfatici penetri subito l’acqua e non l’aria prolungando la vita dei fiori o delle foglie), puliamo con l’acqua i fiori, le foglie, irrorandoli.

Ci sono  due lezioni, durante il percorso di studi della Sogetsu, che son proprio focalizzate sull’acqua. Una (Floating Arrangement) viene effettuata il secondo anno e l’altra (focusing on the Uses of Water) durante il quarto.

L’acqua qui diviene un elemento ancora più importante che negli altri stili in quanto è la protagonista, può essere considerata uno degli elementi principali o essere messa in risalto scegliendo contenitori di vetro, o di foggia particolare, nel modo in cui disponiamo gli elementi (se da un lato del contenitore, se “fluttuanti”, se circondano il contenitore etc), usando anche kenzan trasparenti, dare il senso del movimento delle acque, tutto quello che lo studio, lo spirito ci suggerisce.

E mentre lo facciamo non scordiamo che fortunatamente per noi l’acqua scorre.

 

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(Albero dei rosari, Ciclamini, Eucalipto)

Venerdì scorso al mercato dei fiori di Roma ho trovato dei rami di eucalipto e mi son piaciuti sia per forma che per colore. Prima di proporli agli allievi ho deciso di lavorarli io stesso. Bisogno conoscere bene il materiale che faremo usare agli studenti. Saggiarne la flessibilità, se è robusto o debole, i possibili accostamenti con altri materiali, come se ne prolunga la durata.

Subito ho avuto l’idea di una possibile idea di “massa in movimento” abbinando le bacche di eucalipto a quelle dell’albero dei rosari. Ho scelto il suiban da utilizzare per la composizione e mi son messo al lavoro.

Mi è stato chiaro ben presto che mi stava sfuggendo qualcosa, non riuscivo a visualizzare completamente il mio ikebana. L’idea della “massa in movimento” è un concetto tipico della Scuola Sogetsu dove appunto abbiano non una massa statica di materiale, ma qualcosa che dia l’idea del movimento. E con l’albero dei rosari ero riuscito a ricreare questo. Poi avevo dato slancio all’ikebana usando i rami di eucalipto e modellandoli tra di loro sfruttando l’elasticità e robustezza del materiale. Ma qualcosa continuava a sfuggirmi.

In questo caso, almeno per me, non si deve insistere, ma lasciare che la mente vaghi. Avevo ben chiaro che avrei dovuto usare dei fiori bianchi e la forma che dovevano avere per contrastare sia la masse delle bacche dell’albero dei rosari, sia la rigidità che l’eucalipto trasmetteva.

La mattina dopo mi sono alzato e riguardando il lavoro svolto ho capito cosa mi desse fastidio. Ho così spostato il kenzan, con l’ikebana realizzato fino a quel momento, da sinistra a destra e subito il tutto ha acquistato maggiore armonia. Sono andato dal fioraio, cercavo qualcosa che avesse la forma dell’iris, ma più piccolo ed ho trovato una pianta di ciclamini. In pochi momenti il mio ikebana era pronto.

Racconto questo perché spesso ci innamoriamo di un materiale, è fondamentale questo stato d’animo in ikebana, poi ci accorgiamo in realtà di non avere le idee chiare. Non affrettiamoci a tagliare e mettere i rami nel kenzan se, come in questo caso, realizzeremo un moribana. Osserviamo ciò che la natura ci ha donato. Lasciamo che fiori, rami, foglie, radici parlino  a noi, si rivelino, ci dicano come adoperarli.

Se abbiamo delle esitazioni non tiriamo a dritto, fermiamoci, troviamo la pace, la meditazione, la calma che ci aiuterà a proseguire.

L’ikebana non è una composizione di fiori, è un luogo, un percorso che la nostra mente compie, non scordiamocelo mai.

Se durante le lezioni il tempo è limitato, quando siamo a casa prendiamo la cosa con calma, rilassiamoci e lasciamo che la nostra mente percorra il cammino dei fiori fino ad arrivare in un luogo tranquillo dove là visualizzeremo il nostro ikebana.

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(Alstroemeria, Bambù)

Studiare ikebana non è imparare delle regole o un’estetica. E’ la via dei fiori (Kado), un percorso di apprendimento di vita; la natura ci insegna l’armonia non solo con essa, ma tra di noi e con noi. Una via di pace, serenità e spiritualità.

Quando io cominciai a fare ikebana ero reduce da un workshop tenutosi dall’Istituto Giapponese di Cultura a Roma durante la Notte Bianca. L’Istituto aveva organizzato vari incontri con le arti orientali ed io scelsi l’ikebana perché a differenza del sumi-e, ad esempio, non sarei tornato a casa dipinto come un indiano conoscendo le mie abilità manuali.  L’incontro si svolse alla presenza della maestra titolare della scuola coadiuvata da un’altra maestra sua allieva (Maria Grazia Rosi) ed altre due allieve che, all’epoca,  stavano studiando con lei (Barbara Merolla e Maria Domenica Castrì). Si doveva realizzare la prima lezione della scuola, lo stile verticale e per me fu un inizio disastroso perché le gerbere non stavano al loro posto, ma cadevano rovinosamente sul bordo del suiban. Maria Grazia, mi consolò e mi fece i complimenti perché avevo scelto una gerbera che aveva una particolare rientranza laterale e che la rendeva diversa dalle altre.

Avrei reincontrato varie volte Maria Grazia. Si sarebbe riso durante un pranzo ad un ristorante cinese, scambiato idee, informazioni, condiviso una terrificante esperienza televisiva (non sarei andato in onda senza gli esercizi di meditazione che mi fece fare al momento), e se io oggi sono Maestro Sogetsu lo devo a lei che ha voluto fortemente questo incoraggiandomi, sostenendomi, lottando contro le avversità che mi erano state poste sul cammino.

Poi come tutte le cose belle terminano, Maria Grazia ha lasciato la materialità di questo mondo per far parte dell’afflato universale che tanto aveva seguito durante i suoi studi. Il suo cammino qui era terminato.

Stamani la voglio ricordare con questo ikebana che è una rielaborazione di una sua creazione realizzata nell’ambito di una mostra tenutasi presso la Biblioteca Pier Paolo Pasolini nel 2007. Lei utilizzò tre canne di bambù, delle piccole margheritine gialle e dei rametti di asparagina in questo medesimo contenitore che le imprestò il Maestro Lucio Farinelli. Ho voluto ricreare questo ikebana perché, se è vero che gli ikebana rispecchiano la personalità di chi li fa, secondo me, quello era l’esatta rappresentazione di lei. Uno slancio verso l’alto, la delicata eleganza come quella delle foglie di bambù ed un cuore luminoso come il bianco di questi fiori.

E proseguo sulla via dei fiori, sapendo che lei è sempre accanto a me che vigila il mio cammino. Grazie.

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Se ho iniziato a fare ikebana è stato perché ad un workshop all’Istituto Giapponese di Cultura incontrai quella che per me rimane l’incarnazione perfetta dell’insegnante di ikebana.

La sua passione, la sua gentilezza, il suo sorriso saranno sempre nel mio cuore.

E mi mancheranno.

Ciao Maria Grazia.

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