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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: aprile 2012

(Kiwi, Margherite, Shodo di Riccardo Koseki Sirica, rielaborazione dell’immagine di Lorenzo Palombini)

Chi adora internet, chi lo demonizza, chi ci convive, chi lo ignora. Sicuramente è uno dei mezzi di comunicazione più veloce e rivoluzionario che si potesse mai immaginare. A me personalmente ha permesso di conoscere ikebanisti di tutto il mondo, fotografi (come Lorenzo Palombini che mi ha aiutato nel sistemare una foto non perfetta), appassionati del mondo orientale etc.  Con alcuni c’è stata la possibilità di incontrarsi, con altri ancora la speranza che un giorno i nostri cammini si incrocino.

Probabilmente senza internet non avrei avuto la possibilità di conoscere Riccardo Sirica (il nome d’arte Koseki significa Pietra nel lago) maestro di Shodo.  Con lui ci siamo incontrati diverse volte in ambiti sia spensierati sia di mostre ed ogni volta è un piacere totale osservare le sue realizzazioni.

Recentemente, come ricordato in un altro post, la famiglia della maestra Maria Grazia Rosi ha donato a me e al maestro Lucio Farinelli dei preziosi vasi e kenzan che aveva usato lei e, ovviamente, come possiamo utilizziamo questi contenitori sia perché sono splendidi sia perché è come se lei fosse lì con noi come ha recentemente sottolineato una nostra collega quando Lucio Farinelli a Viterbo ha utilizzato il mezzo suiban verde di Maria Grazia.

Volendo entrambi lavorare assieme abbiamo optato per questi due splendidi vasi alti di vetro i cui colori caldi e luminoso erano quelli che Maria Grazia amava maggiormente.

Dato anche la sua predilizione per i fiori semplici, i rami che presentavano curve particolari la scelta del materiale è stata immediata così come la forma data ad “abbraccio” ad unione. Il maestro Farinelli ed io abbiamo lavorato assieme in simultanea, senza interpellarci, ma come se entrambi si avesse avuto la stessa idea e, probabilmente, è stato così.

Posizionandolo poi abbiamo osservato che il ramo più slanciato, della parte da me realizzata, andava ad abbracciare il dono fatto da Sirica e ci è sembrato che si integrasse perfettamente al tutto. Veder lavorare il maestro Sirica è uno spettacolo. Nelle sue mani l’inchiostro è vivo, movimenti rapidi, eleganti e precisi che delineano non una calligrafia, ma un percorso, uno stato d’animo, un quadro vero e proprio.

Così vorremmo ringraziare sia lui per il dono fatto (e non parlo solo del quadro, ma anche dell’amicizia) che la famiglia Rosi che ci permette (a me e al maestro Farinelli) di continuare a fare ikebana con Maria Grazia.

(Riccardo Koseki Sirica)

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(© Giuseppe Cesareo)

La Giornata della Terra (in inglese Earth Day), è il nome usato per indicare il giorno in cui si celebra l’ambiente e la salvaguardia del pianeta Terra. Le nazioni Unite celebrano questa festa ogni anno, un mese e due giorni dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile. Nata il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra. Come movimento universitario, nel tempo, la Giornata della Terra è divenuta un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti lo utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili. Si insiste in soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo; queste soluzioni includono il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate. Tutti, a prescindere dall’etnia, dal sesso, da quanto guadagnino o in che parte del mondo vivano, hanno il diritto etico a un ambiente sano, equilibrato e sostenibile. La Giornata della Terra si basa saldamente su questo principio. Il 22 aprile del 1970, 20 milioni di cittadini americani, rispondendo a un appello del senatore democratico Gaylord Nelson, si mobilitarono in una storica manifestazione a difesa del nostro pianeta. Oggi, su questo principio quanto mai d’attualità ci si mobiliterà ancora, in 175 paesi del mondo. (Wikipedia)

Per celebrare questa giornata era nata l’idea con il mio gruppo di allieve e l’altro maestro che lavora con me (Lucio Farinelli) di fare ikebana in mezzo alla natura. Una parte di materiale si sarebbe preso al Mercato dei fiori ed un’altra invece andava reperita nel luogo convenuto dove si sarebbe svolta la sessione di ikebana.

(© Giuseppe Cesareo)

(© Giuseppe Cesareo)

Grazie a due amici fotogrfi trovare il luogo è stato semplicissimo e ci ha permesso anche di conoscere una famiglia fantastica che ci ha accolto e fatti sentire a casa nostra come se ci si conoscesse da anni. Il cielo era grigio e il vento spesso veniva ad infastidire il nostro lavoro, ma questo non ci ha nè fermati nè scoraggiati. Era talmente bello fare ikebana circondati dalla natura, non avere limiti di tempo, orari, fare uno stile e cambiarlo a seconda di quel che il materiale raccolto suggeriva.

Rosanna e Cesare ci hanno seguito in questo lavoro aiutandoci in tutto a partire dall’acqua usata per riepire i suiban e le ciotole dove fare il mizugiri (taglio nell’acqua).

(© Giuseppe Cesareo)

(© Giuseppe Cesareo)

Rosanna poi era nella triplice veste di padrona di casa, fotografa e mia allieva dato che si era deciso tutti assieme, per ringraziarla dell’ospitalità, di donarle un suiban realizzato da Susy Pugliese e una lezione di ikebana.

(© Giuseppe Cesareo)

Scelta la postazione ognuno si è dedicato alla propria composizione nel silenzio più assolto concentrati nell’osservare il materiale, percepire quello che ci suggeriva, ideare come renderlo al meglio lavorandolo. Solo al termine io e Lucio siamo intervenuti sui vari ikebana per dare alcuni suggerimenti, se necessari.

(© Giuseppe Cesareo)

(© Giuseppe Ranocchiari)

(© Rosanna Papalini)

(© Rosanna Papalini)

(© Giuseppe Cesareo)

(© Giuseppe Ranocchiari)

E’ stata senza alcun dubbio un’esperienza emozionante, che ha rilassato il cuore e la mente di tutti donandoci un rapporto con la natura particolare, facendoci percepire quell stato spirituale che i giapponesi definiscono hana-no-kokoro.

Dopo un pranzo luculliano e conviviale con i nostri amici tutto il gruppo si è poi spostato al vicino Centro Botanico Moutan per ammirare le bellissime peonie alcune delle quali ancora in boccio ed altre sfiorite, ma questo è il bello dell’impermanenza della vita che ci fa assaporare appieno doni come questa giornata dedicata alla bellezza della Terra.

(© Giuseppe Ranocchiari)

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(Kiwi, Gloriosa)

“Il cuore della Cerimonia del tè consiste nel preparare una deliziosa tazza di tè; disporre il carbone in modo che riscaldi l’acqua; sistemare i fiori come fossero nel giardino; in estate, proporre il freddo; in inverno, il caldo; fare tutto prima del tempo; preparare per la pioggia e dare a coloro con cui ti trovi ogni considerazione.”

(Sen no Rikyū)

Il Cha no yu (letteralmente “acqua calda per il tè”), conosciuto in Occidente anche come Cerimonia del tè, è un rito sociale e spirituale praticato in Giappone, indicato anche come Chadō (“Via del tè”).
È una delle arti tradizionali zen più note. Codificata in maniera definitiva alla fine del XVI secolo dal monaco buddhista zen Sen no Rikyū e successivamente da Toyotomi Hideyoshi . Questa cerimonia e pratica spirituale può essere svolta secondo stili diversi ed in forme diverse. A seconda delle stagioni cambia la collocazione del bollitore in autunno e inverno è posto in una buca di forma quadrata, ricavata in uno dei tatami che formano il pavimento. In primavera ed estate in un braciere appoggiato sul tatami. Si usa, in varie quantità, il matcha, tè verde polverizzato, che viene mescolato all’acqua calda con l’apposito frullino di bambù (chasen). Quindi la bevanda che ne risulta non è un’infusione ma una sospensione: la polvere di tè viene cioè consumata insieme all’acqua. Per questo motivo e per il fatto che il matcha viene prodotto utilizzando germogli terminali della pianta, la bevanda ha un effetto notevolmente eccitante. Infatti veniva e viene ancora utilizzata dai monaci zen per rimanere svegli durante le pratiche meditative (zazen).

Sen Rikyu nelle sue sette regole riguardanti il chado come terza regola scrive: “Disponi i fiori come sono nei campi. Ovvero non metterli così come viene, ma far risaltare la bellezza e la vitalità di ogni fiore. Ciò è possibile ottenerlo solo quando lo spirito è davvero in armonia con la natura”. Piuttosto che osservare una complicata composizione senza capirvi nulla è meglio percepire la bellezza, la vitalità e il messaggio che dona un unico fiore. Un celebre aneddoto mette in risalto questo concetto. Sen Rikyu aveva un celebre giardino di Hemerocallis (Belle di giorno) che all’epoca erano state appena introdotte dalla Cina. Lo shogun Hideyoshi desideroso di contemplare questi rari, bellissimi e freschi fiori chiese a Sen Rikyu di organizzare una cerimonia del tè. Quando Hideyoshi entrò nel giardino della casa di Sen Rikyu non vide nemmeno l’ombra di un fiore e nemmeno lungo il sentiero che portava allo chashitsu. Sconcertato entrò nella costruzione e vide nel tokonoma un vaso in cui galleggiava un’unica Bella di giorno bianca ed umida di rugiada.

Fu sempre Sen Rikyu che ideò la costruzione (chashitsu) separata dalla casa e da cui si accedeva percorrendo il giardino. La porta d’ingresso era bassa in modo che chi entrava era costretto ad abbassare il capo simboleggiando l’umiltà con cui si avvicinava a tale cerimonia. La composizione di fiori utilizzata per questa cerimonia era denominata chabana La cerimonia si svolgeva innanzi al tokonoma dove era disposto artisticamente il chabana eseguito in vasi di bambù o giunchi ed era caratterizzato da un’assoluta semplicità. Le caratteristiche base come l’asimmetria era mantenute, ma anche il rapporto dei tre rami principali realizzato, qualora si fosse usato un solo ramoscello o un solo bocciolo come era la prassi, per mezzo di foglie o rametti laterali posti in risalto dalla sapiente potatura. Questo stile nacque a Kyoto ed inizialmente si utilizzava il nageire che diede vita a due stili, il chabana e il seika. Infatti per certi versi il chabana riprende lo stile del nageire anche se, a differenza degli altri stili di ikebana, non ci sono regole prestabilite. Anzi le nozioni apprese durante lo studio dell’ikebana possono essere tanto di aiuto quanto d’intralcio. Questo perchè il chabana è un’espressione pura di estetica del buddismo zen dove si ignora la propria personalità e si lascia che lo spirito e la meditazione ci portino a realizzare questa composizione.

Per maggiori informazioni sul mondo del tè vi rimando al blog http://cerimoniadelte.blogspot.it/


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(Cardo, Spirea, Ceramica di Susy Pugliese. Esposizione Tra cielo e Terra in onore di Maria Grazia Rosi)

© fotografico di Giuseppe Cesareo (http://www.cesareofotografi.it)

Quando osserviamo una pratica giapponese (chado, shodo, sumi-e, etc) rimaniamo sempre affascinati dalla precisione dei gesti, dalla ritualità che il popolo giapponese mette nel compiere le singole azioni. Appare tutto molto controllato, ma non asettico, hanno una leggerezza che ricorda la danza, i movimenti di una farfalla. Tutto questo è dovuto ad una costante pratica. “From formality comes fredoom” era il motto di Sofu Teshigahara. Per raggiungere questo livello noi occidentali dobbiamo mettere in gioco le nostre convinzioni, il nostro modo di porci ed affrontare con serietà il Ka-do, la via dei fiori.

Prima di tutto dobbiamo spegnere ogni rumore. Recentemente mi è stato chiesto quale musica è adatta per comporre ikebana. Nessuna. Il silenzio, possibilmente assoluto, è la migliore musica che possa seguire il nostro lavoro tanto che si faccia a casa nostra che in altre occasioni. Non dobbiamo pensare di dover fare un ikebana spettacolare, di impressionare le persone, ma di concentrarci in noi stessi, dedicarci del tempo, di rilassare la nostra anima, la nostra mente. L’occorrente per realizzare il nostro ikebana dovrà essere tutto a portata di mano. Dovremmo evitare di alzarci per prendere gli oggetti. Il tavolo su cui andremo a comporre l’ikebana va pulito costantemente perché la confusione non ci aiuterà nel nostro lavoro e non sarebbe male, come fanno i giapponesi, avere a portata di mano un piccolo asciugamano (quello per gli ospiti è della grandezza giusta) su cui posare le hasami in modo da non far rumore.

Una volta raggiunto questo stato di calma interiore ed esteriore (spegnamo i telefoni per qualche minuto di tempo non crollerà il mondo) ci dedichiamo ad analizzare il materiale vegetale. Esso ci dirà cosa fare.  Dobbiamo superare il concetto personale di “questo mi piace, questo non mi piace”. La natura è tutta meravigliosa in ogni sua esternazione e noi dobbiamo sapere come valorizzarla al meglio. Sta a noi trovare in ogni singolo vegetale ciò che la natura esprime. Può essere un atteggiamento che gli allievi potrebbero avere alle prime lezioni, ma va ricordato che un ikebanista usa tutto il materiale che la natura gli offre e che deve ringraziarla per questo. Non ci sono brutti materiali, ma brutti accoppiamenti tra di loro od ikebana sbagliati perché non siamo riusciti ad andare al di là dell’apaprenza. Iniziamo quindi ad osservare la linea, la forma di ciò che abbiamo scelto, o ricevuto dall’insegnante, e questo processo va fatto con molta calma, non mi stancherò mai di ripeterlo, non è una gara a chi è più veloce, ma a chi osserva maggiormente, chi si compenetra con la natura. Possiamo quindi cominciare a lavorarlo. Se un ramo, un fiore, una foglia ha un andamento che ci piace, ma stona con il resto dell’ikebana andremo a sacrificarlo. L’ikebana non è individualismo, ma un tutt’uno armonico. Dobbiamo portare, con il nostro lavoro, un senso di assoluta armonia, non di disequilibrio.

Dopo aver parzialmente lavorato il materiale vegetale ed aver deciso lo stile da eseguire iniziamo scegliendo anche il contenitore che non deve essere estraneo all’insieme, ma far parte di esso. In Giappone si fa lezione nel seguente modo: il maestro esegue l’ikebana, dopo lo fa l’allievo e se non va bene, senza dire nulla, il maestro lo smonta e l’allievo ricomincia da capo. Può, per noi occidentali, essere un modo di fare inconcepibile, ma se analizziamo nel dettaglio ci accorgeremo che questa metodologia evita che si faccia confusione durante la lezione, che ci si concentri e che quando il maestro fa le correzioni l’allievo si giustifichi o non faccia le correzioni indicate (mi è successo). L’umiltà è il primo atteggiamento da acquisire in questa pratica, rispetto per il maestro e la natura sono fondamentali come la pazienza che dobbiamo dimostrare quando abbiamo qualche difficoltà tecnica che non ci deve far avvilire o precipitarci nello sconforto.  Tutto ciò lo affronteremo con il maestro che saprà rimuovere l’ostacolo posto sul nostro cammino.

Dobbiamo sempre lavorare usando entrambe le mani (uno degli insegnamenti più preziosi dato dalla mia insegnante), stando composti, il nostro corpo deve per primo esprimere armonia mentre andiamo a ricrearla nell’ikebana. Pensiamo a quando siamo a tavola. Non teniamo una mano sotto il tavolo e mangiamo con una sola, come non metteremo i gomiti sulla tavola o li terremo stile gallina mentre mangiamo. Lo stesso vale per quando creiamo il nostro ikebana. Se seguiamo queste regole, poniamo attenzione ai nostri gesti piano piano arriveremo ad ottenere quel risultato che tanto ammiriamo nei giapponesi quando eseguono un’arte. Noi e la composizione diveniamo un’unico fluire dalla nostra mente, alle mani, alla composizione senza momenti di pausa o stacco. Dobbiamo fare pratica costante perché solo questa ci permetterà la padronanza delle tecniche e dei movimenti. Ricordo che quando studiai da sommelier avevo difficoltà a versare il vino nel bicchiere senza che una goccia non scivolasse lungo il calice. Una domenica dalla mattina alla sera mi misi a ripetere i gesti fino a quando non fui soddisfatto del risultato. Chi affronta una qualsiasi arte sa che il costante allenamento e studio è alla base di un buon rendimento e se abbiamo scelto l’ikebana vuol dire che amiamo eseguirla, che non ci (dovrebbe) costare fatica fare esercizio costante anche a casa. Anche perchè questo ci permetterà piano piano di mettere da parte l’ego personale a favore dell’universalità della composizione. Spesso su Facebook o flickr vedo con sorpresa commenti a miei lavori che ritenevo meno riusciti di altri. Evidentemente quegli ikebana hanno invece comunicato maggiormente delle senszioni alle altre persone e questo, ricordiamocelo sempre, è lo scopo principale dell’ikebana. Quindi la domanda va posta in maniera diversa. Come mai quegli ikebana che ritenevo perfetti non comunicano come gli altri che consideravo di meno? Dove ho sbagliato? Forse la risposta è che proprio l’ego messo nel farli che mi ha distolto dalcammino dei fiori.

Nel precedente post scrivevo che durante le mostre dobbiamo sostituire i fiori che si sciupano, ma se eseguiamo un ikebana a casa quando il fiore inizia a cedere dobbiamo semplicemente smontare il nostro lavoro. Non dobbiamo dispiacerci di questo. L’ikebana, come già scritto, ci ricorda l’impermanenza della vita, lo scorrere del tempo. Se alcuni materiali rispetto ad altri sono ancora in buono stato allora andremo a creare un ikebana differente, non si deve mai sprecare il materiale. Anche gli elementi che tagliamo durante la lavorazione sono importanti. Non vanno gettati a terra o sciupati. Possono esserci utili come elementi di sostegno della composizione o potremo utilizzarli per altri ikebana. Non è importante solo il materiale scelto, tutto può servire a ricreare attorno a noi la meraviglia della natura.

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(Sterlizia, Ceramica di Susy Pugliese. Esposizione Tra cielo e Terra in onore di Maria Grazia Rosi)

Preparare una mostra di ikebana è molto simile al lavoro che io svolgo, ovvero la messa in scena di un’opera.

Ci sono le prove da fare, l’attrezzeria da utilizzare in scena, la sera della recita.

In ikebana si studia attentamente la composizione che andremo a realizzare, il vaso/contenitore, i fiori, la forma, il movimento, i colori, la luce. Prviamo il tutto, correggiamo, sistemiamo (le prove).

Con noi dobbiamo avere tutto ciò che ci può servire. Le hasami (le cesoie da ikebana) o robuste cesoie dai giardiniere, le forbici da carta qualora si dovessero affrontare fili di erba o materiale simile e un seghetto per rami più impegnativi. Un asciugamano per tamponare eventuali versamenti d’acqua, un cestino a portata di mano dove gettare subito il materiale di scarto. Rafia, stecchini, fili di ferro verde, gli Ito Harigane (fil di ferro, ricoperti di carta di diverso spessore e colori per mimetizzarsi meglio con gli elementi vegetali), sassolini per coprire il kenzan, il Kenzan Okoshi (un piccolo strumento che oltre a raddrizzare i chiodini del kenzan che tendono a storcersi a lungo andare serve anche ad eliminare lo sporco che tra i vari dentini può rimanere), un annaffiatoio, uno spruzzino (Kirifuki) , un coltellino con la lama a sega (se abbiamo steli erbacei come quelli dei tulipani o delle calle potrebbe aiutarci a non schiacciarli come succederebbe con le forbici) ed una ciotola per effettuare il mizugiri. (l’attrezzeria)

La sala dove esporremo deve essere luminosa, non presentare pareti o quadri che potrebbero distrarre l’occhio del visitatore dai nostri lavori (a meno che non si decida di fare un altro tipo di lavoro dove l’ikebana e gli sfondi siano un unica cosa), gli ikebana non devono essere esposti uno a ridosso dell’altro o uno dietro all’altro dove avremmo una sovrapposizione di linee che distrarrà l’occhio di chi osserva. Gli ikebana saranno posizionati o su tovaglie bianche, o su stuoie o sui dai (le apposite basi in legno). Se abbiamo bei tavoli da esposizione uguali potremmo utilizzare quelli senza alcuna tipologia di base. Dobbiamo sempre ricordarci che il tutto deve essere all’insegna dell’eleganza e della bellezza. Evitiamo tovaglie di carta o vasi che perdono acqua come fontane o fiori che sono in deciso stato di declino (ho assistito a queste scene purtroppo). Non è bene nemmeno in un’esposizione (soprattutto se piccola) ripetere la stessa tipologia di fiore seppur con sfumature di colore diverse. (la sera della recita)

In teatro c’è una figura professionale che è il direttore discena. Esso controlla che tutto sia posizionato bene in scena e che ogni personaggio entri al momento giusto e segua la regia. In una mostra di ikebana ognuno è il direttore di scena del suo lavoro. Deve essere presente (come minimo) all’apertura e chiusura di ogni giornata di esposizione, controllare il livello dell’acqua nei contenitori, lo stato dei fiori, eventualmente sostituire quelli che si stanno deteriorando. Nessuno può farlo al posto suo, ognuno è responsabile del proprio allestimento. E lo spettacolo continua.

(Spirea, Calle, Ederea. Ceramica di Susy Pugliese. Esposizione Tra cielo e Terra in onore di Maria Grazia Rosi – Ikebana realizzato da Lucio Farinelli)

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La Scuola Sogetsu prevede in ikebana l’utilizzo di tre rami principali:  Shin (Cielo), Soe (Uomo) e Hikae (Terra). L’uomo ha la posizione mediana tra questi due mondi che a lui si riferiscono e con i quali lui è in totale simbiosi. Ideando questa mostra ci siamo riferiti a questo argomento dato che era dedicata alla nostra carissima amica Maria Grazia Rosi. Non una mostra in memoria, sarebbe stato chiudere un portone, ma in onore perchè era per celebrarla e per l’onore che lei ci ha fatto nel seguire il cammino dei fiori con noi. Lei era un tramite tra Cielo e Terra non solo in riferimento a quanto detto in precedenza in merito ai tre rami principali, ma perché pur vivendo tra di noi il suo animo era elevato al cielo. Aveva una gioia nel vivere la quotidianità sulla terra ed un entusiasmo nel fare ikebana incredibile. Lei non stava creando composizioni, lei aveva ben compreso e realizzato il cammino dei fiori. Se io e Lucio Farinelli, altro Maestro della scuola Sogetsu, siamo a questo punto del nostro cammino lo dobbiamo solo a Maria Grazia, al suo entusiasmo, al suo incoraggiamento, al suo lottare perché noi si divenisse maestri a dispetto delle contingenza della vita.

Per celebrare un’amicizia quale miglior simposio d farlo con un’altra amica? Susy Pugliese bravissima ceramista crea mondi dalle forme e dai colori strabilianti, paesaggi, fiumi, laghi e vallate che ben si prestano ad unirsi ai fiori e ricordano spesso i vivaci colori che Maria Grazia tanto adorava. Ci siamo divertiti assieme a scegliere i suoi lavori ed abbinarli ai nostri ikebana per creare un unica cosa e che ricordasse anche lo stile che aveva Maria Grazia quando realizzava ikebana. E l’entusiasmo è stato ripagato da amici, colleghi di lavoro e visitatori vari che hanno affolato lo spazio de Le tre ghinee in questi due giorni.

E Maria Grazia è stata tra di noi. Lo ha fatto in forma della sua famiglia che è venuta a vedere questo piccolo nostro omaggio e ci ha donato i vasi e i kenzan utilizzzati da Maria Grazia.  La commozione è stata indescrivibile e se abbiamo trattenuto le lacrime è stato solo perchè Maria Grazia era sempre sorridente, felice anche nei momenti più bui. Inutile dire i ricordi e gli aneddoti che da parte nostra e della famiglia son venuti fuori riportando tra di noi un’instancabile viaggiatrice, un’appassionata dell’India, della meditazione, della serenità, dei fiori, dell’essenzialità della natura, della ricerca del materiale più singolare, del ramo che si piegava, del fiore che presentava una particolarità. Grazie all’accoglienza della famiglia Rosi, e al loro prezioso dono,  noi resteremo sempre con loro e con Maria Grazia che continuerà  a percorrere il cammino dei fiori con noi.

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(Ginestra, Peonia arborea)

Se il rosso è il colore principe del Natale, il bianco caratterizza la Pasqua. Festa di resurrezione,di rinnovo del mondo, della natura, di speranza.

I tempi che viviamo sono terribili. L’economia sta strangolando la vita quotidiana, scandali, speculazioni, il consumismo, il frenetico correre quotidiano.

Quindi il mio augurio è che la Pasqua doni a tutti noi una nuova vita, migliore, dove si comprenda le gioie che il mondo ci offre, le meraviglie del creato. E per coloro che non festeggiano la Pasqua auguro una buona primavera e che tutto fiorisca per loro come la natura sta facendo in questi giorni.

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