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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Tag Archives: Scultura

Per chi, come il sottoscritto, è nato e cresciuto a Viareggio il Carnevale fa parte del DNA e viene fuori ad ogni piè sospinto inconsciamente come quando ideai l’ikebana per l’emozione “allegria” da proporre al libro “Ikebana inspired by Emotions“.

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(Ikebana di Luca Ramacciotti – Foto di Lorenzo Palombini – vaso di Alessia Nannicini)

E’ innegabile che i rami di Salix Sekka così colorati da me potrebbero essere stelle filanti lanciate in aria e i papaveri dei coriandoli. Questo ikebana l’ho idealmente dedicato a Stefano ed Umberto Cinquini che (assieme a Michele Cinquini) hanno realizzato il Carro di Prima Categoria “Papaveri Rossi” che ha vinto il Primo Premio del Carnevale di Viareggio 2018 che si è concluso ieri.

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Poi, le cose non accadono mai da sole e leggo sulla pagina Facebook gestita da Ilse Beunen il seguente post: ” For every workshop, Els Goos gives us homework. We have to think about a saying, theme or subject, and translate this into an ikebana arrangement. Last weeks assignment was the expression “losbollig”. We associate “losbollig” with Carnaval but finding a translation in English was not so easy. “Google translate,” and other online dictionaries came up with nothing. I did some more research, and I came up with this translation: light-hearted, frivolous, light-minded. This is my arrangement using willow and colored paper.” Ed ovviamente il risultato è un ikebana molto creativo ed interessante (vedete la foto sulla sua pagina).

Lì mi è venuto in mente di creare qualcosa di carnevalizio (lo so siamo in quaresima, ma a Viareggio abbiamo fatto carnevale fino ad ieri e poi c’è sempre il Carnevale Ambrosiano come scusa) ed ieri durante la sfilata dei carri ho comperato stelle filanti e coriandoli.

Oggi a fare lezione da me c’erano Silvia ed Ilaria perché chi diviene maestro e desidera avere altre lezioni ovviamente le può fare e loro si erano dette interessate. Non è un obbligo per nessuno proseguire naturalmente, ma fa sempre piacere quando un allievo non si ferma sulla soglia del diploma.

Quindi la mia proposta è stata di fare un ikebana a testa utilizzando come materiale non convenzionale le cose che avevo acquistato ieri. E qui vedete i nostri risultati.

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(Ikebana di Luca Ramacciotti – foto di Silvia Barucci)

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(Ikebana e foto di Silvia Barucci – Vaso Patrizia Piciacchi Triziapic)

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(Ikebana di Ilaria Mibelli – foto di Silvia Barucci)

Ringrazio Silvia ed Ilaria per il piacevole tempo trascorso assieme e Silvia per aver fatto le foto in condizioni per nulla agevoli di spazio e luce.

Concentus Study Group

 

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(Ikebana e vaso di Luca Ramacciotti – foto di Lorenzo Palombini. Pubblicato nel libro “Ikebana inspired by Emotions” – emozione rappresentata”tristezza”)

Ultimamente mi son trovato più volte a riflettere sul mio ruolo di maestro e cosa significhi, per me, essere maestro di ikebana.

Sinceramente mentre studiavo l’essere maestro non era, per me, un traguardo; sapevo solo che alla fine mi sarei diplomato, ma non ci pensavo. Non ho mai studiato per quel fine. Stavo seguendo un percorso artistico che mi piaceva e mi dava soddisfazione.  L’entusiasmo lo mettevo anche partecipando a tutte le attività del gruppo che dirigeva la maestra Lina Alicino perché quello che mi era chiaro fin dall’inizio che ogni esperienza persa era un passo indietro nel mio studio. Il fatto che non fossi stabile a Roma non mi facilitava in questo come per Lucio Farinelli che spesso alcuni eventi si svolgessero in settimana durante l’orario di lavoro. Non è semplice studiare ikebana e fare attività per chi ha un lavoro fisso o per chi deve fare, come il sottoscritto, tutte le settimane Viareggio – Roma – Viareggio per cinque anni. Però vi ho investito, perché ci credevo, ogni mio singolo risparmio e guadagno non avendo né ricchezze di famiglia né la possibilità di essere mantenuto dai miei familiari, ma forse questo mi ha portato ad apprezzare maggiormente ogni singolo insegnamento ricevuto.

Quando feci il colloquio con Arianna Di Pietro della mai troppa compianta associazione culturale Versoriente ero fresco di diploma e non avevo esperienza, ma forse la convinse la mia passione. Perché per me questo l’ikebana era. Non ho mai voluto diplomarmi per fregiarmi del titolo di maestro o per dirigere un gruppo, ma perché speravo di trasmettere ad altri la passione che mi animava.

Si può studiare ikebana per passione (e come si sa il mio non fu un colpo di fulmine, anzi…), perché un giorno si vuole dirigere un proprio gruppo o come hobby. Tre strade possibili di cui due, soprattutto una, per me, portano su strade inermi.

Se oggi dirigo (in realtà nominalmente a fare tutto c’è anche il maestro Lucio Farinelli) uno Study Group è solo per questioni di ufficialità della scuola, non per sete di potere o posizione e chi mi conosce bene lo sa. Non ho mai smaniato per dirigere o puntato i piedi o chiesto di essere il re fondatore. Non mi interessava ed infatti le decisioni si prendono in due (quelle basiche) o con tutto il gruppo a cui chiediamo durante le riunioni sempre il loro pensiero.

Ma torniamo ai nostri studi.

Chi fa l’ikebana per sedersi sul trono da maestro, per me, no ha capito nulla di questo percorso che deve essere fatto con molta umiltà e a capo chino. Se alziamo la testa non sentiremo cosa ci dice la natura che è la nostra primissima collaboratrice. Le imporremo cose a cui si ribellerà rendendo i nostri lavori o sbagliati o freddi ed asettici. L’ikebana non è stupore, ma amore (a proposito Buon San Valentino a tutti).

Non dobbiamo vedere un ikebana e gridare che è figo, ma in silenzio sentire il cuore che ci batte.

Se l’ikebana è un hobby può essere un percorso piacevole. Dipende da come svolgiamo l’hobby. Se ci prende il tempo libero che abbiamo da famiglia, lavoro etc. siamo sulla giusta strada (e non sarà più un hobby, ma parte integrante della nostra vita). Se è un hobby che appena fatta la lezione va nel dimenticatoio… bè perché perdere cinque anni?

L’ikebana non si fa in cinque minuti, bisogna dedicargli del tempo.

Per me è un rituale.

Quando vaso e fiori sono scelti, prendo ogni strumento che mi servirà o mi potrebbe servire. La ciotola per il taglio in acqua (impensabile fare ikebana senza, si va contro la base di quest’arte), un asciugamano, un sacchetto per lo sporco, se il vaso è alto preparare l’ancoraggio (fondamentale sia per questioni tecniche sia perché sennò inesorabilmente avremo solo dei fiori in un vaso ed  un occhio esperto subito lo percepisce) tutti gesti atti solo a farmi piano piano imboccare l’istante in cui inizierò davvero a realizzare l’ikebana.

L’ikebana è un rapporto privato tra me e la natura. A lezione si impara come si fa, a casa si assapora la gioia di applicare ciò che si è appreso con tutto il tempo che vogliamo dedicarci.

Tempo fa un mio amico mi disse: “Ma come prendi ancora lezioni? Con i traguardi che hai raggiunto?” Ho solo annuito, non sapevo come spiegargli il perché del prendere lezioni. Prima di tutto in un percorso artistico io credo non si smetta mai di imparare, poi non so come spiegare la gioia (e a volte la frustrazione a lezione c’è anche quella di sensazioni ed è sempre preliminare a godere pienamente della felicità) di vedere idee con occhi diversi, imput dati da maestri differenti che portano con loro il proprio bagaglio di esperienze, idee ed emozioni.

E questo io chiedo agli allievi. Mi devono emozionare.

E sono fortunato che lo fanno spesso sia provenendo da ogni parte d’Italia (e non solo Italia) sia per la dedizione che mi stanno dimostrando esercitandosi a casa con volontà, caparbietà, ma soprattutto gioia.

Concentus Study Group

 

 

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Luca Ramaciotti

(foto di Ben Huybrechts)

Al quarto livello di studio della mia scuola c’è una lezione decisamente difficoltosa perché si fa una composizione nel suiban (il vaso basso) senza il kenzan che siamo abituati ad utilizzare per sostenere i rami.

Tre anni di kenzan ed improvvisamente ci viene tolto.

Un tema talmente importante che viene poi riproposto al V livello quello che si segue per diventare insegnanti.

Ovviamente la prima volta che ci troviamo a dover eseguire questo tema la stabilità sarà la nostra maggior preoccupazione, ma dobbiamo sempre ricordare che facciamo un’arte estetica per cui anche il risultato sarà importante.

Ovviamente i nostri rami/fiori/foglie non potranno avere un puntello esterno al tavolo. Sarebbe sbagliare completamente il tema e/o barare.

Lo scorso fine settimana a casa di Ilse Beunen, su mia richiesta, abbiamo affrontato questo tema.

Premetto una cosa sul risultato finale. Non ho riempito di acqua fino all’orlo il suiban come richiesto temendo  poi di rovesciarla nel trasporto, ma credo sia ad un’altezza già sufficiente per comprendere che sensazione trasmetta questo stile.

Ovviamente la scelta del suiban è fondamentale sia per forma sia per colore.

La mia scelta primaria è stata sulla forma in quanto non posseggo (per ora) suiban quadrati o rettangolari, la secondaria su un colore che si “legasse” al materiale che mi era stato dato.

Ad ognuno di noi Ilse aveva fornito del materiale (tanto) differente per stimolare la nostra creatività e tecnica.

Dobbiamo visualizzare l’andamento del nostro materiale, capirne il peso, il baricentro e lavorarlo in maniera tale che la forma sia soddisfacente e le linee chiare.

Credo che più di tutti questo spieghi il significato di Kadō (la via dei fiori); osservare a lungo ed attentamente il materiale, rispettarne la natura. fare la composizione è solo il tassello finale di questo percorso.

Potrebbe essere un tema che mette a dura prova la nostra pazienza mentre sinceramente a me rilassa. E’ davvero uno stile che ti mette in stretto rapporto con ciò che hai innanzi, non ti permette di barare sapendo che hai la rete di sicurezza fornita dal kenzan. E piano piano il mondo scompare, il cuore rallenta e la voce si abbassa.

Su impulso di Ilse ho provato a cambiare la disposizione del mio materiale per uscire ancora una volta dalla mia “confort zone” riuscendo ad avere un minimo di stabilità già con due rami e con il suo aiuto ho aggiunto l’elemento floreale.

La bravura di Ilse, oltre a spingermi a fare sempre un passo maggiore, è nel riuscire a cogliere il nostro spirito e a farci correzioni in base ad esso. Infatti ogni nostro ikebana rispecchia chi lo ha eseguito.

Di seguito porto i lavori degli altri.

Lucio Farinelli

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(foto di Ben Huybrechts)

Nicoletta Barbieri

Rosa Bianca

(foto di Ben Huybrechts)

Silvia Barucci

Silvia Barucci

(foto di Ben Huybrechts)

Concentus Study Group

 

 

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(alcuni dei vasi da me realizzati a lezione di ceramica presso Pots)

Un proverbio italiano dice che la Paura fa 90, ma nel mio caso il 90 fa riferimento al numero (senza contare tutti quelli piccoli) dei vasi in possesso del Concentus Study Group (e senza pensare a quelli che si sono rotti nel corso degli anni o a quelli regalati). Un giorno dovrò anche avere il coraggio di contare anche il numero dei libri e delle riviste in nostro possesso……

Per molte scuole di ikebana ogni stile ha una ben precisa tipologia di vaso abbinato, nella Sogetsu no e questo porta, spesso, chi è all’inizio del suo percorso a sbagliare la tipologia di vaso da prendere se non si lascia consigliare o ha sufficiente esperienza.

Alle allieve consiglio sempre il set base, ovvero il suiban per il moribana e il vaso alto per il nageire. Con questi due vasi, il kenzan e le hasami siamo a posto per i primi due anni.

 

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Questi due tipi di vasi ci permettono di fare tutti gli stili base atti a comprendere bene le misure, la spazialità e il rapporto tra i materiali stessi e tra loro e il contenitore ed hanno misure standard.

Superati i primi due livelli ci possiamo guardare attorno. Ceramisti, amazon, ebay, siti appositi di ikebana possono venirci incontro, ma anche svendite occasionali in negozi di casalinghi. Ikea spesso nel settore dei vasi (non dei casalinghi) ha contenitori che pososno esserci utili e ad un prezzo ragionevole.

Un vaso fatto a mano ha il suo fascino, ma non è detto che, soprattutto agli inizi, si debba spendere tanto e se un vaso ci piace (e cosa fondamentale comprendiamo che ci sarà davvero utile) perché privarsene?

Certo eviteremo cose pacchiane, dalla forma sbagliata, tutti della stessa misura o poco dissimile o che ci porranno difficoltà tecniche di ancoraggio dei fiori. In caso di ciotole dovremo anche considerare se poi avremo difficoltà nel nascondere il kenzan. E’ sempre poco bello vedere le foto di ikebana dove si vede, o intravede, il kenzan sotto la superficie dell’acqua perché per la nostra scuola non si deve mai notare.

Il passo succesivo può essere prendere lezioni di ceramica con un maestro di lunga esperienza ed un laboratorio ben fornito (evitiamo insegnanti dell’ultimo momento o che non hanno un vero e proprio laboratorio). Con le mie allieve abbiamo fatto vari workshop di ceramica, ma lo studio di questa arte difficilmente può essere inserito nei primi anni di studio dell’ikebana (a meno che non si stia già facendo). Questo perché non abbiamo abbastanza esperienza per capire che tipo di vasi possono servirci ed è bene focalizzare l’attenzione su un’arte alla volta. Se si considera che il primo livello di scuola Sogetsu io l’ho conseguito nel 2006 e che mi sono diplomato maestro nel 2010, ho ottenuto un livello successivo nel 2013 e che nel 2015 ho iniziato a dedicarmi alla ceramica si comprende quanto abbia atteso per fare questo passo.

Anche perché la ceramica pone diverse difficoltà. La prima è proprio materica, ovvero imparare a modellare bene un vaso. In tre anni di studio ancora non mi sono avvicinato al tornio perché ho voluto ben comprendere la tecnica del colombino e le varie legate alla lastra. Una volta imparate bene le tecniche, c’è da ideare la forma del vaso. Possiamo trarre spunto dall’arte, dai libri, o da esempi visti online. Ormai a lezione non mi chiedono più cosa voglio fare (tutti eseguono vasi, tazze, piatti, lampade, sculture etc), ma che vaso ho in mente.

Data la forma al nostro lavoro dovremo affinarlo affinchè abbia il giusto peso e non ci voglia un culturista per alzarlo. Questa è la fase più delicata, ma che permetterà di ottenere davevro un buon manufatto.

Il livello successivo di difficoltà è dato dalla smaltatura. Come dice il mio maestro Sebastiano Allegrini una buona smaltatura salva un oggetto abbastanza ben realizzato, una pessima rovina un prodotto eccellente. Ci sono varie tecniche di smaltatura e la possibilità di combinare tra di loro gli smalti con effetti notevoli. Di contro ci sono smalti che si “muovono” durante la cottura e possono dare effetti notevoli, ma se applicati male possono rovinare il vaso oppure scivolare fino al piano di appoggio del forno e creare dei veri disastri.

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E soprattutto le “sgocciolature” devono dare un’idea di una cosa artistica , quasi naturale, non la colatura di una tinta data male o simmetrica.

Purtroppo per impegni personali di lavoro e di ikebana non posso seguire l’arte ceramica come vorrei o come meriterebbe e i passi sono lenti e graduali.  I miei vasi restano per me o al massimo li dono alle allieve quando divengono maestre per dar loro un qualcosa di autenticamente mio personale, ma non sono ancora all’altezza che vorrei per farne davvero dei regali.

Le allieve che mi chiedono, o lo fanno con Lucio Farinelli, consiglio sui vasi avranno sempre la mia esperienza nel settore perché purtroppo l’ho fatta a mie spese quando ero all’inizio ed ho comperato contenitori che poi si sono rivelati assolutamente inutilizzabili.

Concentus Study Group

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Questo fine settimana insieme a Lucio Farinelli e alle neomaestre Silvia Barucci e Nicoletta Barbieri ci siamo recati ad Anversa per fare workshop e approfondimento lungo la via dei fiori con la maestra Ilse Beunen.

È importante un continuo studio, aggiornamento e pratica sennò avremo solo avuto un assaggio, negli anni di studio, di ciò che sia l’ikebana Sogetsu. Una scuola dalle ampie possibilità che porge nuovi stimoli, ma che implica anche il mettersi in gioco continuamente e, soprattutto, avere una mente libera e pronta a superare la “confort zone” come dice la stessa Ilse.

Cosa, almeno per me, non sempre facile di immediata attuazione anche perché già alcuni temi hanno bisogno di un maggior approfondimento di loro (e dopo il percorso di studio si vedono anche con occhio e mente diversi), mentre altri si affrontano in step successivi.

L’importante è sempre aver presente le tecniche, i principi della Sogetsu, i temi portanti (linea, massa e colore) ed Ilse ricordava che Tetsunori Kawana insegna che bisogna portare vita nella nostra composizione.

Questo preambolo era necessario per introdurre uno dei temi della Sogetsu che a volte è fonte di discussione, ma semplicemente perché viene interpretato e realizzato male finendo per fare più del bricolage che altro data la staticità, la mancanza di asimmetria o di equilibrio.

Sofu Teshigahara insegnava che ikebana è composto da ikeru che vuol dire tanto far vivere quanto orgnizzare il materiale e che per lui era il secondo verbo ad avere un peso maggiore nell’ideare un ikebana (si pensi alla composizione/scultura Kyozo). Sosteneva anche che se fosse nato in Manciuria e non avesse, quindi potuto ricorrere ai fiori, avrebbe organizzato la terra.

Senza considerare che durante, e immediatamente dopo, la II guerra mondiale non c’era di certo la possibilità di trovare materiale vegetale per fare ikebana e si doveva utilizzare ciò che avevamo a portata di mano.

Nasce così l’ikebana costituito solo da materiale non convenzionale (Zenei-Bana) ovvero nulla di vegetale. Che differenza tra questo ed una scultura? Prima di tutto dobbiamo considerare l’arte mondiale dell’epoca, le sue innovazioni, sperimentazioni, ciò che in seguito avrebbe poi portato ad importanti movimenti artistici. In secondo luogo che noi, nel realizzarlo, dobbiamo avere un focus sui principi, temi e tecniche della scuola. Andremo quindi a sperimentare, creare un ikebana senza il timore di rovinare o sciupare un materiale vegetale utilizzandone di inerme. Questo ci può anche aiutare ad incrementare le tecniche a cui poi ricorreremo in alcune tipologie di ikebana (avvitare, trapanare, incollare etc) andando ad utilizzare, modificare tutto il materiale che la nostra mente ci suggerirà.

Il problema è che spesso si finisce per fare cose inermi, pesanti e statiche.

L’osservazione e la correzione fatta da Ilse al mio lavoro è stato che io non avero realmente lavorato il materiale scelto, ma lo avevo assemblato. In effetti, per deformazione professionale, avevo realizzato una scenografia.

Prima di proseguire apro una piccola parentesi. La difficoltà di insegnare, e soprattutto correggere, un ikebana Sogetsu è che devi lasciare inalterata l’idea dell’allievo e questo spesso pone grosse difficoltà ad un insegnante che lo deve modificare, ma senza mutarne lo spirito di base. Questa la regola, poi ho conosciuto anche insegnanti che hanno creato cloni di loro stessi sia forse per ingenuità sia perché amano un solo tipo di ikebana e creano tutte versioni similari. Ognuno di noi ha un gusto e uno stile che caratterizzerà i propri ikebana. Così non fosse c’è da chiedersi se una persona abbia davvero personalità.

Torniamo al nostro materiale non convenzionale. Al mio per la precisione. Ho utilizzato delle sfere in cartapesta (resto di una incredibile installazione fatta a Gand), del polistirolo e dei nastri colorati. La mia idea, unita alle correzioni di Ilse, la vedete qui sotto.

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(foto di Ilse Beunen)

Al di là dell’esercizio importante e stimolante, come in ogni manifestazione della Sogetsu, non è mai scollegato al resto degli stili o dei temi.

Questo lavoro Ilse lo ha fatto come propedeutico al workshop sul rendere astratto il materiale vegetale. Quindi un ikebana legato ai principi dell’arte astratta da Kandinskij a Picasso a Mondrian etc. Cosa vuol dire? Si tratta di fare o visualizzare un disegno e poi vedere di realizzarlo tridimensionalmente.

Il primo lavoro concerneva fare un ikebana dove le linee formassero uno spazio ben preciso, spazio che diventava elemento dell’ikebana e non un vuoto.

Questo il mio primo ikebana.

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(foto di Ben Huybrechts)

Dico primo perché a Ilse è piaciuto molto, ha voluto che non lo modificassi, ma mi ha chiesto di fare un ulteriore passo e di lasciare la mia confort zone.

Cambiati i contenitori ho realizzato un secondo ikebana.

Luca Ramaciotti

(foto di Ben Huybrechts)

Nel pomeriggio lo studio prevedeva la realizzazione di una struttura astratta invece che con le linee con la massa. Come rammentato prima linea, massa e colore sono le basi della nostra scuola. Se la mattina avevo utilizzato i fiori come colore, nel secondo ho preferito giocare con il colore e la peculiarità del vaso scelto.

Altra parentesi (scusatemi). Il vaso, come spesso ho scritto nei miei post, per la Sogetsu fa parte dell’ikebana, non è meramente un semplice contenitore, quindi va scelto con cura. Ovviamente a scuola sarà compito del maestro assegnarlo all’allievo, ma per lezioni avanzate spesso si lascia scegliere, non si impone sia per stimolare la fantasia dell’allievo, sia perché comprenda bene come abbinare vaso e materiale, sia perché l’ikebana è gioia e non costrizione. Il mio aver iniziato lo studio della ceramica, purtroppo da soli due anni, è proprio volto a ciò, ma come dice Ilse non è necessario comperare vasi costosi, ma funzionali e belli sì (se si ha un vaso più basso di un kenzan sapremo già che dovremo scartarlo come solitamente si evitano vasi in raku perché spesso trasudano l’acqua interna per cui dentro vi dovremo collocare un ulteriore contenitore).

Ritorniamo alla nostra massa astratta.

Come ricordavo dal workshop che feci anni fa con Kawana sensei la massa non deve avere né spazi, né vi deve filtrare luce, per cui una compattezza assoluta, ma senza dare idea di staticità e pesantezza. Il vaso che avevo scelto era molto bello e tanto particolare. A disposizione avevamo l’equiseto e poi potevamo decidere se volevamo aggiungere del colore coi fiori oppure una linea utilizzando lo stesso equiseto oppure un ramo di salice.

Due giorni prima, per la mostra Il Fiore e l’Argilla in corso di svolgimento presso Pots, avevo utilizzato l’equiseto facendo una struttura intrecciata. Ora mi si chiedeva un grosso passo in avanti e un approccio senza barriere mentali utilizzando lo stesso materiale.

Il vaso a me ricorda tanto le tipologie di “decorazioni” che si vedono nei film di Tim Burton e soprattutto ha una forma a tornado rovesciato per cui ho cercato di prolungare il movimento. Non sapevo se la mia decisione fosse giusta, ma come suggerito da Ilse, ho mollato gli ormeggi e mi son lanciato nel vuoto.

E ad Ilse il mio volo è piaciuto.

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(foto di Ben Huybrechts)

Ringrazio sia lei sia Ben Huybrechts non solo per gli insegnamenti lungo la via dei fiori, ma anche quelli sul come si fotogrfa un ikebana (e ricordo che oltre che nelle lezioni reali potete seguirli in quelle virtuali sulla loro piattaforma) e soprattutto per la loro signorile, affettuosa, amichevole ospitalità. Con loro ti diverti ad apprendere perché lo fanno davvero con gioia e professionalità. Non si comportano da pomposi e saccenti cattedratici, ma da veri maestri nel senso più totale del significato di questa parola.

Concentus Study Group

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(Ikebana, foto e contenitore di Luca Ramacciotti)

Uso questa bellissima frase di Ardengo Soffici per fare il punto su alcune riflessioni che ho fatto a mente (quasi) riposata dopo un intenso weekend dedicato alla mia crescita culturale e al dedicarsi a ciò che ci fa stare bene.

Lo scorso sabato, come scritto nel post precedente, era nostro ospite Antonio Alessandria  per parlarci dell’affascinante mondo dei profumi, nel pomeriggio abbiamo tenuto lezione di ikebana e così anche ieri mattina (domenica) questa volta  ospiti del laboratorio Pots.

Organizzare eventi è sempre fonte di preoccupazioni e responsabilità sia verso chi ospitiamo sia verso coloro che partecipano. Potremmo limitarci a fare “solo” lezione di ikebana o workshop legati a questa arte. Ecco questo è, forse, il punto. L’ikebana non è SOLO una composizione di fiori. Non lo è per me, ma nemmeno per la mia scuola che invita sempre ad andare a vedere mostre d’arte, di design, a intersecare la nostra arte con ogni espressione della creatività umana.

Per questo sono davvero lieto verso le allieve che hanno compreso e condivisivo questo sentiero dove ogni possibile espressione si può riversare nel mondo dell’ikebana Sogetsu.

Fare ikebana vuol dire sì compiere un percorso di studio (molto), di pratica (molta), di osservazione (moltissima), ma anche di guardarsi attorno a 360° e trarre ispirazione da tutto ciò che ci colpisce l’animo e la mente. Essere informati di e su ogni cosa. Per questo presto volentieri alle mie allieve tutti i libri che posseggo sia sull’ikebana, sia sulla cultura giapponese.

Come maestro ho il dovere di stimolare gli allievi verso ogni possibile iniziativa, evento, mostra, tutto può essere fonte di ispirazione di apprendimento.

Per questo quando con Lucio Farinelli prepariamo (con un mese di anticipo) le lezioni studiamo attentamente quali vasi far usare, materiali etc. Poniamo agli allievi delle sfide con materiali difficili o vasi difficoltosi.

E’ una sfida far comprendere ai nuovi allievi le regole, le nozioni, ma non applicarle sterilmente come una formula di matematica, cercare di trasformarle in poesia. In fin dei conti facciamo qualcosa di estetico che deve riverberare con il nostro io più profondo e farci stare bene.

Ed è una gioia vedere quelle allieve che portano a termine il loro cammino divenendo maestre come Ilaria, Nicoletta, Rosaria, Silvia e Tiziana a cui auguro buon proseguimento lungo la via dei fiori. A loro dedico il mio ikebana in apertura.

Per me, e per Lucio, è anche gioia vedere che si accavallano gli impegni le proposte, che le nostre attività hanno una programmazione quasi mensile, che mentre è in esecuzione la mostra presso Pots (iniziata proprio oggi) già si stanno delineando gli impegni per aprile, maggio e settembre e che la programmazione per il 2019 è in atto.

In realtà abbiamo già date anche per il 2020 e 2021, ma di questo avremo, ovviamente, tempo per parlarne.

Concentus Study Group

 

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(tutte le foto sono di Giuseppe Cesareo)

Quando partecipai al Kōdō, presso l’Istituto di Cultura Giapponese in Roma, rimasi molto colpito del fatto che si parlava di “ascoltare” l’incenso, non di annusarlo.

Memorizzare le varie tipologie di profumo per comprendere se ne stavamo ascoltando di diversi, di uguali, un interessante gioco (direi più una disciplina) che poneve l’accento su cosa il profumo ci stesse comunicando.

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Dato che questa disciplina era considerata (assieme al chadō e al kadō – l’antico termine con cui si designava l’ikebana) un’arte di raffinatezza, una delle tre vie artistiche e che il sentore dei fiori è un elemento molto importante da considerarsi quando si fa una mostra rivolta al pubblico è iniziato il percorso del nostro Study Group di approfondimento di questo tema.

Oggi abbiamo avuto l’onore, il privilegio e la fortuna di ospitare Antonio Alessandria che ci ha portato per mano lungo la storia del profumo, le sue caratteristiche e peculiarità. Un racconto pieno di aneddoti e fatti storici che ci ha narrato attraverso slide chiarissime realizzate appositamente per illustrare questo percorso.

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Ci ha illustrato le tipologie delle famiglie olfattive portando l’esempio di alcuni profumi che abbiamo avuto la fortuna di assaggiare e comprendere con la sua guida per poi approdare ai suoi meravigliosi capolavori ricchi di storia, poesia e passione, spiegati anche facendoci conoscere i sentori di alcune materie prime utilizzate.

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Un’esperienza davvero particolare che ha arricchito il nostro sentiero lungo la via dei fiori e che ci ha portato per diverse ore in un mondo tanto etereo quanto ricco di suggestioni e fascino.

Avere un Maestro del genere è stata una grande fortuna oltre il piacere di stare in compagnia con un vero e proprio signore.

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Concentus Study Group

 

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