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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: giugno 2016

indexOggi ero invitato dalla Fondazione Italia Giappone, in qualità di Presidente del Chapter di Roma di Ikebana International, all’inaugurazione della mostra en plein air TOCCARE IL TEMPO dello scultore Kan Yasuda che si snoda per tutto il centro cittadino di Pisa.

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E’ paradossale come certe persone entrino continuamente nella tua vita apportando sempre bellezza, pace ed importanti lezioni di crescita.

Yasuda l’ho incontrato per la prima volta durante l’esposizione che tenne a Pietrasanta senza immaginare che anni dopo avrei avuto l’onore di lavorare con lui per la fortunata edizione di Madama Butterfly di cui lui aveva realizzato le scene (Un ikebana per Butterfly).

Yasuda è uno dei grandi artisti che ho avuto la fortuna di conoscere durante la mia carriera (come Folon) il cui incontro è un balsamo per l’anima, non solo per ciò che realizzano, ma umanamente. Sempre molto gentile, disponibile con tutti. Il suo sguardo verso le sue creature è quello di un padre amorevole. Lui vuole che le sue opere si tocchino, si percepiscano, si amino.

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Avevo anche visto la sua personale che tenne ai Mercati Traianei (Roma) e per l’occasione venne con me anche il maestro Lucio Farinelli dato che tanto gli avevo decantato questo artista di cui anche lui rimase affascinato.

La scorsa estate quando Lucio Farinelli si recò presso la Sogetsu Foundation e seguì la lezione di Okazaki Shinobu Sensei il tema si rivelò…. ispirarsi per un ikebana alle opere di Yasuda. Una combinazione? Io non ho mai creduto alle combinazioni.

13548908_10207746649438491_1881186022_o(Ikebana di Lucio Farinelli ispirato allo stile scultoreo di Kan Yasuda)

Oggi, durante il percorso fatto con le Autorità cittadine, il maestro Yasuda mi chiedeva dei miei progressi con lo studio dell’ikebana e se avevo mai avuto l’occasione di conoscere l’attuale Iemoto di cui lui conosceva bene il padre Hiroshi. Ed ecco che un altro tassello va al suo posto in un mosaico di rimandi.

30062016-20160630_184614(Luca Ramacciotti e Kan Yasuda)

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(Luca Ramacciotti, l’Ambasciatore del Giappone Kazuyoshi Umemoto, il professor Franco Mosca e Kan Yasuda)

Dato che la scuola Sogetsu invita sempre a non studiare solo ikebana, ma tutte le forme artistiche da cui possiamo trarre ispirazione ed insegnamento io invito le mie allieve a vedere questa indimenticabile esposizione. Oggi avendo con me solo lo smartphone mi sono limitato a poche fotografie, ma tornerò a ritrovare queste opere che mi parlano di un maestro e del suo amore per ciò che è bello.

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Concentus Study Group

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_MG_7944-2Con questa bellissima citazione di Henry de Montherlant torno a parlare di ikebana e profumi. Dopo la preziosa esperienza di Campomarzio70 (Essenza) mi erano rimasti in mente due profumi assaggiati durante la scorsa edizione di Pitti Fragranze.

Il primo era di Antonio Alessandria e il secondo di Meo Fusciuni. Mi ronzavano in testa, e gentilmente Alessandria e Fusciuni mi hanno dato la possibilità di ristudiare i loro lavori. Ad essi si sono inaspettatamente uniti quelli di Filippo Sorcinelli e di Oliver Valverde Risquez.

4 profumi completamente diversissimi tra di loro, ma tutti estremamente intriganti.

Fleurs et Flammes lo stesso Alessandria lo descrive così:

“Ogni anno, a metà luglio, nel quartiere dove sono nato viene organizzata una festa storica.
Una voce popolare in città dice che quello sia il periodo più caldo dell’anno.

Da bambino, al mattino presto nel giorno di festa, andavo con mio padre al mercato sotto casa a comprare un mazzo di fiori. I gambi venivano recisi e i fiori venivano tenuti in una piccola camera fino al tardo pomeriggio quando, al passaggio del corteo festivo, i fiori venivano lasciati cadere dai balconi.

Molti ospiti venivano per assistere alla festa ed erano accolti con un rinfrescante bicchiere di latte di mandorle.  A notte fonda si aspettavano i fuochi d’artificio.

Finita la festa, a letto, nei sogni di bambino, i fiori si trasformavano in fiamme e l’odore pungente dei fuochi d’artificio si sublimava nel profumo dei fiori custoditi all’ombra mentre fuori ardeva il sole.”

Ho quindi cercato di ricreare queste sensazioni visive ed olfattive. Sono partito dai sentori del profumo (Bergamotto, Limone, Frutta, Galbano, Note Verdi e Minerali, Garofano, Rosa, Giglio, Fiori Bianchi, Latte di Mandorla, Legni Biondi, Note Muschiate), ma anche dalla suggestione visiva creata dalla descrizione e dall’immagine pubblicitaria dove tra i fiori c’erano i Leucosperma. Questo non è un fiore che ami molto in quanto, come tutti i fiori tropicali, ha un gambo duro, molto vistoso che è di difficile utilizzazione con l’ikebana. Intanto pensavo all’idea dei fuochi di artificio, ai fiori percepiti in questo profumo, alle note verdi, al giallo degli agrumi. Immediata l’associazione tra il solidago e il leucosperma, ma come unire il tutto? La mattina al mercato dei fiori ho trovato (presso Quattroemme di Massimo d’Ortenzi) la soluzione: le foglie di Anthurium Renaissance. Se all’inizio avevo pensato ad un moribana poi l’idea si è concretizzata su un nageire e come vaso ho utilizzato quello del maestro Sebastiano Allegrini che meglio mi dava l’idea di materico, del “terroso” da cui si elevavano i fiori ed i fuochi di artificio andando a sviluppare il tutto in altezza come dei fuochi veri e propri.

_MG_7721a(Ikebana di Luca Ramacciotti – vaso di Sebastiano Allegrini – ispirato al profumo Fleures et Flammes di Antonio Alessandria)

Per Meo Fusciuni ero diviso tra Narcotico e Odor 93. Alla fine ha prevalso il primo perché mi dava un’idea di “passato che non ritorna”, una malinconia dolce. Meo Fusciuni lo descrive così:

Come ogni indelebile segno ricordo bene ogni passo.
Il viaggio è iniziato nella città di Palermo, sugli scalini di una chiesa, in un settembre passato. Sapevo che stavo cercando qualcosa che mi facesse iniziare a scrivere e a sentire. L’odore incessante di quella soglia che non ho mai varcato è ancora nella mia memoria olfattiva. Palermo come inizio, un viaggio in diversi luoghi alla ricerca di un significato a tutto il cammino. Il mio destino ha segnato un percorso olfattivo su cui l’anima ha il dovere di camminare, l’opera massima è diventata il viaggio, la ricerca. Narcotico racconta un inizio, un nuovo  ciclo  che avviene. Un  profumo  che  diventa  rito,  primo  capitolo  di  un  nuovo  percorso  di  ricerca,
poetico-olfattivo, il “Ciclo della Mistica”.
Un viaggio fisico e mentale in luoghi sacri e trasfigurati dell’Odore, dell’animo umano.
L’iconografia olfattiva è ricercata nell’odore profondo, che riconduce come ogni memoria ad una via, già percorsa dall’uomo, già vissuta dalla nostra anima. Profumi, odori, stati mistici intrecciati che vestono il corpo. Incenso, Oud, Benzoino, Patchouli, Fava Tonka…
L’incontro con l’immagine sacra, come ogni preghiera è culla di un nostro bisogno. Immagine dopo immagine, il volto si ferma, il capo si china sulla resina odorosa.
Il ricordo rimane. Narcotico.
Mi immaginavo un muro coperto da muschio, ombreggiato dall’umidità e dei fiori che cercavano la luce del sole. Tra il luminoso e l’oscuro. Mi sono avvalso di tre piccoli contenitori realizzati dal maestro Sebastiano Allegrini e vi ho visto qualcosa di fiore luminoso (girasole), ma che segnasse il passaggio del tempo e il fatto che questo profumo non contiene fiori (quindi li ho utilizzati secchi). Il pitosforo stabilizzato mi ha aiutato a ricreare l’idea delle resine utilizzate in questo profumo. Il Dianthus verde invece ha chiuso il tutto con una nota di verde muschiosa come il passaggio del tempo che questo profumo evoca.
 _MG_7734a(Ikebana di Luca Ramacciotti – vaso Sebastiano Allegrini- ispirato al profumo Narcotico di Meo Fusciuni)

Come dicevo agli inizia a questi due profumi che mi giravano nel cuore dallo scorso settembre se ne sono uniti altri due. Il primo di un personaggio eclettico come Filippo Sorcinelli che così racconta il suo lavoro:

Chi vive in una cerimonia non può che immaginare il divino. Ma divino è Bellezza, è mistero, è gotico sale dal sapore dell’elevato.
L’Incenso degli incensi in un armonico contatto con qualcosa che sottrae il quotidiano senza eccezioni e che annulla ogni forma di carattere temporale.
LAVS, l’atelier con eccellenti fondamenti rituali di Palissandro, ragione di custodia dei sensi, con gli inni liturgici d’oro dell’Opoponax, con il misterioso modulare delle fibre nobili dell’Ambra, con la sinfonia mistica della Fava Tonka.
Un culmine estremo dell’impossibile che diventa ampiezza del determinato, totalità dell’esserci senza toccare, dell’unicum che non ci lascia mai vuoti.
Acume della tenerezza e aspra rivendicazione del tesoro trasfigurato nel colore delle volte pungenti dell’Elemi, nella connessione armonica e stagliante dei chiodi di Garofano, del Labdano sacrale e dello speranzoso Coriandolo.
E il suono olfattivo celebra gli eventi, trascinando i tessuti verso le vette più alte del pensiero, dove il materiale diventa contrappunto solenne delle volontà del Pepe Nero, compiendo la vera metamorfosi dello Spirito.
Il canto dei colori, la gemmatura della nuvola del Cardamomo senza stanchezza, il bere dalla fonte pulsante del sogno misterioso… L’attimo assoluto e la fame dell’uomo sono un unico corpo, velluto senza romanticherie ma gotica rappresentazione di un’urgenza interiore, volte aperte, nel sensuale consacrato di un Gelsomino che evoca sogni assoluti.
L’essere in cammino significa avere fame mentre tutti dormono, guardare mentre qualcuno chiude il cuore, toccare mentre non si è disponibili…
Il nuovo nell’antico, il moderno ma con sentimento medievale si staglia, nell’apertura di un nuovo linguaggio. La tradizione dei simboli si svecchia ricercando l’infinito in una fase parabolica, distaccata e ricca di ogni pregio luminoso e invasa di difetti con un eco primitivo di una preghiera silente.
La vetta celebrativa dell’olfatto nasce dal tempo puro che oltrepassa quello reale, dove sconfina l’Arte perché ricca di un mistico canto, mistero che nessuna parola può raggiungere. Perché il mistero è così profondo ed intimo da non toccare il linguaggio umano, è il non conoscibile senza ragione, è il profumo che avvolge l’incanto e che evoca l’Infinito. E’l’Incenso degli incensi.
Qui l’immagine per me è stata immediatamente netta. Bianco e Nero (questo fra l’altro colore molto amato dal Sorcinelli). Volevo qualcosa che ricordasse le volute dell’incenso e nello stesso tempo che rammentasse il biancore luminoso e carnoso del gelsomino. Date le condizioni climatiche di quest’anno il mio gelsomino non è ancora fiorito e in giro si trova solo del Rincospermo per cui ho avuto l’idea di ricorrere ad una Phalaenopsis e al mio vaso realizzato a lezione con il maestro Allegrini che pare percorso da volute di fumo. Come elemento che ricordi i fumi dell’incenso ho utilizzato dell’Asparagus Sprengeri che ho colorato di nero.
 _MG_7754a(Ikebana e vaso di Luca Ramacciotti ispirato al profumo Lavs di Filippo Sorcinelli)
Ultimo, ma non ultimo M.O.U.S.S.E di Oliver & Co. Ideato da Oliver Valverde Risquez ecco la descrizione:
Il suo nome deriva dalla mousse de chene (muschio di quercia), che fu il primo ingrediente da profumo scoperto da Oliver. Il suo profumo evocò in lui qualcosa di selvaggio e al contempo sofisticato. Una “Atmosfera” energico, stimolante e confortante che lo portò a comporre la sua prima formula. Cercando di racchiudere quell’atmosfera “in una bottiglia” , Oliver selezionò altre  essenze naturali come le aldeidi, chiodi di garofano, lime e lavanda. Tutto combinato per riflettere queste sensazioni. La molecola di iso e super amplifica questo mood, facendo di M.O.U.S.S.E una fragranza allegramente edonistica.
Ascoltando i vari sentori, da profano quale sono, (aldeidi, assoluta di lavanda, chiodi di garofano, iso e super, lime, muschi bianchi, muschio di quercia e sandalo di Mysore) la lavanda mi ha colpito immediatamente (un profumo che, assieme a gelsomino ed incenso, ha su di me da sempre un forte ascendente) per cui senza alcun dubbio sarebbe stata presente nel mio ikebana. Così i vari muschi, quel sentore di erba bagnata, di “foresta verde” che percepivo sarebbe stata ricreata con l’utilizzo dell’Asparagus Sprengeri che fa “massa”, ma con leggerezza (se lavorato ovviamente). La difficoltà si è presentata nella scelta del vaso. Mi serviva qualcosa che risuonasse con questi due materiali e con le sensazioni che il profumo mi evocava. Credo di averne provati (e scartati) almeno 5 diversi. Poi l’illuminazione e da lì tutto è volato via come la scia di un profumo.
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(Ikebana di Luca Ramacciotti – vaso Sebastiano Allegrini – ispirato al profumo M.O.U.S.S.E di Oliver & Co.)

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_MG_7700Akino Shinobu, docente presso l’Istituto Centrale di Ricerca Ikenobo e responsabile del Laboratorio di Rikka tradizionale in questi giorni ha tenuto una serie di eventi presso  l’Istituto Giapponese di Cultura in Roma.  L’evento il cui titolo apre l’articolo ha visto un’interessante dimostrazione lo scorso martedì 14 e una mostra a cura dell’Ikenobo Study Group Italia. Ad essi erano collegati due workshop di avvicinamento all’ikebana della scuola Ikenobo. Per l’occasione il maestro Akino Shinobu ha fatto effettuare degli stili liberi spiegando come la scuola non preveda in essi delle misurazioni, ma tutto venga esplicato attraverso il nostro sentire e la ricerca di una profondità degli elementi per quanto l’Ikenobo solitamente abbia una visione frontale (questo non esclude che gli ikebana siano ugualmente interessanti visti di lato o dietro). Il mio lavoro lo ha giudicato buono per il movimento e la profondità e mi ha corretto la posizione di uno dei rami. Pubblico qui di seguito la foto affinchè dopo averla vista possiate godervi invece i bellissimi ikebana della mostra.

_MG_7708(Ikebana di Luca Ramacciotti realizzato durante il workshop del maestro Akino Shinobu)

E’ sempre interessante, ed istruttivo, conoscere anche i modi di comporre delle altre scuole e le idee che vi sono alla base. Le differenze con la propria scuola, l’evoluzione dei vari stili nel corso dei secoli.

Ikebana della mostra presso l’Istituto Giapponese di Cultura in Roma

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Concentus Study Group

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Di recente ho iniziato a leggere il libro di Leonard Koren intitolato: Wabi-sabi per artisti, designer, poeti e filosofi (Ponte alle Grazie).

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Inizia così:

“Lo spunto di questo libro fu una festa del tè organizzata in Giappone e molto pubblicizzata. Da secoli l’estetica giapponese del wabi-sabi viene associata alla cerimonia del tè, e la manifestazione si prospettava come un’esperienza di wabi-sabi profonda. Hiroshi Teshigahara, iemoto (grande maestro) della scuola di composizione floreale Sogetsu, aveva commissionato a tre dei più affermati architetti giapponesi la progettazione e la realizzazione di altrettanti ambienti per la cerimonia del tè. Dal canto suo, Teshigahara avrebbe elaborato un quarto progetto (1). Dal mio studio di Tokyo raggiunsi con un viaggio in treno e in pullman di tre ore abbondanti la sede della manifestazione, il parco di una residenza estiva. Costernato, scoprii che a essere celebrati erano il fasto, la grandiosità e l’eleganza e che di wabi-sabi c’era a malapena qualche traccia.

(1) Oltre alla struttura in bambù per esterni progettata da Teshigahara, gli altri ambienti per il consumo del tè erano opera di Tadao Ando, Arata Isozaki e Kiyonori Kikutake.La manifestazione si chiamava “Grande evento del tè di Numzau” allusione esplicita alla “grande festa del tè di Kitano” dell’ottobre 1587, il più grande evento legato al tè mai organizzato in Giappone. Il condottiero Toyotomi Hideyoshi, che aveva da poco conquistato l’isola meridionale di Kyushu, emise un proclama in base al quale tutti coloro che praticavano l’arte del tè – ricchi o poveri che fossero – avrebbero potuto partecipare ai festeggiamenti di Kyoto, nella pineta attorno al tempio Kitano, dove furono costruite all’incirca ottocento capanne del tè.

Della festa ideata dal takō Hideyoshi ne parla anche Yasushi Inoue nel celebre romanzo “Morte di un maestro del Tè” recentemente pubblicato anche in Italia (Skira editore). Sicuramente anche la festa del 1587 di wabi-sabi aveva ben poco come quella del 2000 a cui partecipò il nostro precedente Iemoto in quanto il wabi-sabi sembra più riferirsi alla sfera del privato, delle “piccole cose”. Una definizione di wabi-sabi nemmeno si trova nella realtà. Lo si descrive e basta o meglio ancora si cerca di intuire. Quindi alla base della delusione di Koren c’è, forse, uno sbaglio di aspettative che in un grande evento si potessero trovare tracce di wabi-sabi.

Sicuramente ha a che fare con il passaggio del tempo, l’imperfezione che ha una sua intrinseca bellezza e ovviamente legato alla corrente buddista zen. Come si concilia questa “ideologia estetica” con ciò che Koren “critica” all’inizio del suo trattato e con l’ikebana Sogetsu?

Prima di tutto è bene ricordare che per il Cha no yu (la cerimonia del tè) vi era una composizione floreale (denominata chabana ovvero fiori del tè) per la quale non serviva saper fare ikebana, anzi poteva essere vista come ostacolo. Il chabana è un’espressione pura di estetica del buddismo zen dove si ignora la propria personalità e si lascia che lo spirito e la meditazione ci portino a realizzare questa composizione. Si usano solo fiori di stagione, ci si pone innanzi al tokonoma (o alla parete neutra che andremo ad utilizzare per la cerimonia), ci si rilassa e si medita regolarizzando il nostro respiro. In un contenitore alto useremo tre fiori erbacei o tre rami posti in verticale molto vicino al bordo del vaso eliminando le foglie che possono andare dentro al vaso o troppo vicine all’imboccatura. In un vaso largo i fiori possono essere distribuiti in larghezza e tagliati corti. Se lo spazio è piccolo possiamo anche optare per due soli fiori (anche qui valgono poi le regole della disparità del materiale come in ikebana). Non si usano tecniche di fissaggio per i fiori, al limite per i vasi alti si può ricorrere ad un rametto che sostenga gli altri posto all’imboccatura del vaso. Questa composizione nasce per contrapposizione alle forme lussureggianti ed appariscenti allora in voga in ikebana e per questo deve dare l’idea di una spontaneità e delicatezza tenue particolari. Spesso si utilizza per queste composizioni un cesto di vimini, di quelli dei pescatori, idea che venne a Sen Rikyu mentre percorreva le rive del fiume Katsura. Dato che il chabana era esposto nel tokonoma assieme ad un braciere con l’incenso per purificare il luogo non si utilizzano mai fiori con un forte odore. Non si ricorre nemmeno a rami con frutti e bacche (anche se a volte si sono visti chabana con melograni bianchi o alchechengi) o fiori vistosi come le dafne o le celosie avendo i colori troppo vivaci. Sen Rikyu nelle sue sette regole riguardanti il chado come terza regola scrive: “Disponi i fiori come sono nei campi. Ovvero non metterli così come viene, ma far risaltare la bellezza e la vitalità di ogni fiore. Ciò è possibile ottenerlo solo quando lo spirito è davvero in armonia con la natura”.

Ma l’ikebana, nello specifico Sogetsu, può essere wabi-sabi (ricordandoci però che per il Cha no yu si parlava di chaban, appunto, non di ikebana, ma prestiamoci al gioco ideologico)? Sì. Iniziamo considerando che l’ikebana ha sempre un aspetto “asimmetrico” sia per dare l’idea di movimento, ma anche di qualcosa non finito, in divenire, transitorio. E comunque basti pensare al tema di” Dried, Bleached, or Colored Materials”. Analizziamo un’ikebana che feci per la mostra Arte Giovane.

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1 – 2 -3 potrebbero essere punti wabi-sabi della composizione? Iniziamo dal vaso realizzato dal maestro Sebastiano Allegrini. E’ composto solo da materiali naturali, ha la parte finale di aspetto “grezzo”, e il colore principale ha una tinta indefinita che può rammentare la carta riclata (in foto un poco l’aspetto del colore e le puntinature si perdono un poco). La funzionalità e l’utilità sono valori secondari in quanto l’oggetto non è stato creato per lo scopo a cui io l’ho destinato e, ovviamente essendo di ceramica, può adeguarsi al degrado e all’usura. Quindi il vaso potrebbe essere in qualche maniera wabi-sabi. I fiori secchi sono anche loro materiali naturali, si adeguano al degrado e all’usura (e questo vale anche per i crisantemi freschi ovviamente) , la corrosione e la contaminazione ne arricchiscono l’espressione (trovo che i girasoli seccati e/o spogliati dai loro petali acquistino un’austera bellezza). C’è una stagione per ogni cosa (e questo è facile da intuire dal binomio fresco e secco). Quindi questo ikebana potrebbe essere wabi-sabi anche per la durata effimera dei fiori (anche quelli secchi a forza di usarli si deteriorano in maniera irreversibile). Nel wabi-sabi si riduce il tutto all’essenziale senza però perderne il lato poetico, non si ricerca una freddezza, una sterilità, ma un caldo emotivo. Ogni singolo elemento deve deve essre connesso l’un l’altro. In questo lavoro (che omaggiava Van Gogh) ho cercato di mantenere un equilibrio tra forme, fresco e secco che ricordasse la malinconica bellezza del quadro dei girasoli del pittore olandese (molto wabi-sabi!), ma sicuramente viene fuori anche l’aspetto scenografico tipico della scuola Sogetsu che è connaturato in noi che apparteniamo a questa scuola.

Quindi potremmo dire che il wabi-sabi può in una certa maniera appartenere anche al mondo dell’ikebana, ma a seconda delle circostanze, dei temi toccati e della “grandezza” dei nostri lavori. Soprattutto se si considera i “precetti” di sbarazzarsi di tutto ciò che è superfluo e concentrarsi sugli aspetti essenziali.

Di certo io posso partire avvantaggiato quando utilizzerò questo piccolo vaso raku da me realizzato (e pure rotto – tutte le cose sono temporanee) che grazie all’idea di Silvia Barucci è stato restaurato benissimo da Andrea Terinazzi dove all’imperfezione della materia quale ideale da seguire (mia totale l’imperfezione creativa) si unisce la bravura di Andrea che ha arricchito l’espressione del mio piccolo lavoro grazie alla “contaminazione” materica.

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(© fotografico di Silvia Barucci)

L’importante come in tutte le arti è raggiungere il giusto equilibrio, a seconda delle occasioni, e in questo caso tra il wabi-sabi e il non wabi-sabi. Perché l’ikebana è una questione di equilibri.

Concentus Study Group

 

 

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Kadō (華道, la “strada dei fiori”) era il nome antecedente al termine ikebana con cui si indicava questa arte. Non è solo un cammino di crescita, di studio di un’arte, ma un percorso di gruppo, di unione di interessi al fine di migliorarsi.
Quando per il nostro Study Group proposi al voto dei futuri membri il nome Concentus fu proprio per stilare un “manifesto di intenti”; ovviamente ad un gruppo serve uno che tiri le fila delle situazione, ma ogni membro del nostro S.G. è parte di esso e ad esso può portare informazioni, esperienze ed idee.

Sotto questa premessa è nato il week-end appena passato che ci ha visti ospiti dell’allieva Chiara Giani nella sua casa a Nebbiù. Complice la festa del 2 giugno abbiamo deciso (io e il maestro Lucio Farinelli che coordina con me lo S.G.) , assieme a Patrizia Ferrari, Silvia Barucci, Ilaria Mibelli, di dedicarci all’ikebana e al visitare luoghi molto suggestivi per paesaggio e natura.

Mentre Chiara e Patrizia con Lucio iniziavano il percorso del III livello con Silvia ed Ilaria ci siamo concentrati su un tema della Sogetsu che faceva parte del curriculum di studio quando io ero allievo ovvero: Arrangement using wood, without container. Silvia ed Ilaria hanno ideato due strutture di rami che si sorreggevano intricandosi tra di loro.

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_MG_7534(Ikebana di Silvia Barucci)

Un lavoro interessante che si è svolto dopo una bella passeggiata nel bosco per scegliere quei materiali che meglio si adattassero al nostro scopo.

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_MG_7426(Ikebana di Ilaria Mibelli)

Dato che Silvia Barucci aveva portato della fibra di cocco e dei coloranti…. il passo successivo è stato spontaneo.

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(Ikebana di Silvia Barucci)

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(Ikebana di Ilaria Mibelli)

Ma per ritornare al concetto del nome “Concentus” è stata la volta anche per i maestri di imparare da un’allieva. Silvia, con un passato non sopito da bonsaista, aveva portato del liquido “jin” e ci ha spiegato come i bonsaisti ottengono l’effetto bianco delle parti secche della loro pianta.

556503_10150950262567509_1123001940_n(foto da me scattata durante la XIV Mostra Nazionale Bonsai & Suiseki “Citta di Frascati”)

Perchè interessarsi ad una tecnica bonsaistica? Semplice. Noi utilizziamo materiale secco facilmente deteriorabile mentre questo liquido (sbiancante) ci permetterà di conservare il nostro materiale intaccato da parassiti ed agenti atmosferici… oltre a colorarlo di bianco. Silvia ci ha insegnato i rami migliori da utilizzare e aveva realizzato delle dispense conducendoci per mano nell’apprendere questa importante tecnica per cui le va il nostro totale ringraziamento.

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(© fotografico di Chiara Giani)

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IMG_7602(© fotografico di Patrizia Ferrari)

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(© fotografico di Patrizia Ferrari)

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(© fotografico di Patrizia Ferrari)

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(© fotografico di Patrizia Ferrari)

….e il cammino continua….

Concentus Study Group

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_MG_69552(Ikebana di Luca Ramacciotti – Vaso di Sebastiano Allegrini)

“Direttore mi dicono i fiorai…” (certo…)

“Guardi non la paghiamo perché le si fa pubblicità in cambio…” (se siete arrivati fino a me si vede che ho già chi mi fa pubblicità)

“Spett.le Concentus Sogetsu Italia Group (ne avesse azzeccata una…) le paghiamo la fornitura di fiori…” (certo perché noi siamo un banchetto del Mercato dei Fiori di Roma)

L’Oriente in Italia va di moda (basti pensare al terribile “Festival dell’Oriente” dove si va dai cannoli siciliani alla finta danza del ventre made in Ladispoli o a tutti i cinesi che spacciano pesce pallido per sushi e fanno il “you can eat”) per cui c’è un risveglio inerente le arti ad esso legate. Ma è un risveglio di superficie, tra il salvifico e l’annegamento.

Si pensa che si diventi ikebanisti così per passione, non che ci siano corsi, scuole, anni di studio e di workshop. Siamo hobbysti del fiore per cui ci chiamano per fare la cosa figa senza minimamente comprendere che non stiamo a fare i centro tavola.

Il fiorista si paga per un allestimento perché è il suo lavoro, l’ikebanista invece va a rimborso spese perché è… il suo hobby.

Per il sottoscritto non è per niente un hobby né lo è per i suoi collaboratori che investono in corsi e workshop di aggiornamento.

Sono anni di studio, di passione, di impegno.

E come tale pretendiamo venga riconosciuto.

Sennò ci son tanti fiorai che possono fare la cosa figa e strana (questo per molti è l’ikebana). Non si comprende che l’ikebana parte da concetti diametralmente opposti dal flower arrangement, che deve dare idea di natura, di rapporto tra gli elementi, vita, pieni, vuoti, asimmetrie, equilibrio etc….

C’è Groupon che propone corsi di due giorni e, al termine, rilasciano un bel diplomino (inutile). La mia scuola prevede 4 livelli di base. Tanti? Se si desidera davvero imparare un’arte non lo sono.

Quando le organizzazioni propongono  uno spazio, dei tavoli e poi all’ultimo cambiano tutto non comprendono che per noi è un problema, come lo è se ci smontano l’ikebana per spostarlo di tavolo.

Sinceramente io ho la fortuna di lavorare con scuole come l’Ohara, che sono persone meravigliose ed esperti del settore, ed ho avuto l’onore di collaborare con grandi professionisti come la Campomarzio70 (Essenza).

Gli altri, mi dispiace, ma no. Non sopporto di leggere scritto SogetZu o frasi inesatte (malamente copiate da wikipedia) sull’arte che rappresento e di cui devo rendicontare alla mia Scuola. Non prendetemi per presuntuoso, ma non mi interessa esporre con chi toglie un ramo da un ikebana “perché si era sciupato” non ritenendo opportuno chiamarmi per risistemare il lavoro. Perché non ha capito nulla dell’arte dell’ikebana e come direbbe la mia amica Luigina non si danno confetti ai somari.

 Concentus Study Group

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