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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Quando iniziai lo studio dell’ikebana (ben 15 anni fa) non mi sarei minimamente aspettato ciò che poi avrei vissuto anche perché l’approccio a questa arte fu solo di interesse lavorativo come spesso ricordo (ovvero che Hiroshi Teshigahara aveva realizzato delle scenografie per Turandot) e non per amore verso i fiori o l’Oriente. Questo è accaduto dopo. Il mio è stato un percorso ad ostacoli perché non mi accontento mai di ciò che so, cerco, approfondisco, mi documento e forse, anche per deformazione professionale, allargo il giro di orizzonte. E questo atteggiamento di non accettazione supina spesso non è ben visto.

Ho avuto la fortuna, durante il mio percorso, anche di incontrare persone estranee al mondo dell’ikebana come Carlo Scafuri, Silvia Orsi o Luciana Queirolo che, con la loro passione e sapienza, hanno arricchito il mio mondo ampliandolo di concetti, sfumature o immagini. Pensare a studiare un’arte, come quella dell’ikebana, senza documentarsi sulla storia Giapponese, le idee, l’arte, le tradizioni o senza entrare in contatto con altri esponenti di arti tradizionali, fare solo ikebana, praticare solo ikebana è un sentiero a senso unico per me, mentre amo molto vedere anche le diramazioni e dove conducono.

Per questo quando Luigi Gatti mi propose un ciclo di tre conferenze legate al significato che gli ideogrammi, da noi utilizzati, possano avere accettai subito la proposta. Quello che davvero per me è stato fonte di gioia è non solo vedere le mie allieve partecipare (anche chi dall’estero aveva un fuso orario sfavorevole), ma anche un esponente della Wafu e ben 11 esponenti della scuola Ohara da varie parti d’Italia. Per quanto uno si dedichi ad un percorso artistico (per cui in teoria illuminativo) in realtà spesso cadiamo preda di debolezze umane e l’ikebana non è un campo libero da questo. Quando iniziai lo studio c’era una forte rivalità tra le scuole (e anche all’interno di esse) per cui ho sempre cercato di abbattere queste divisioni. Il chapter romano di Ikebana International lo ideai proprio a quel motivo (su suggerimento della sensei Keiko Ando). Quindi vedere altre persone di altre scuole, che fra l’altro praticano da più tempo di me e con maggior successo, seguire la conferenza per me è stato davvero un atto di amore verso questa arte. La bellezza della condivisione di un percorso, di stati d’animo in un clima di poesia e serenità (e si sa bene di quanto se ne abbia bisogno in questo momento). Chi non condivide, chi sta nel suo giardinetto, non saprà mai la bellezza e la vastità del mondo.

Gatti aveva paura di dire concetti già a noi noti, ma (al di là del repetita iuvant) in realtà ha aggiunto nuova linfa al nostro studio svelandoci il significato reale di diverse parole e, con il suo metodo visivo, di farcele ben memorizzare.

Se il concetto dell’ideogramma di amare ci ha travolti ed affascinati tutti è innegabile che, almeno per il sottoscritto, la svolta sia stata l’ideogramma che si vede nel titolo di questo mio post e che ha illuminato improvvisamente il mio percorso passato, presente e, spero, futuro.

華道 (kadō) ovvero la “via dei fiori”. Per anni ho sentito ripetere questa frase, io stesso l’ho utilizzata molte volte ed è anche il titolo di un progetto di cui vi parlerò nei prossimi giorni. Quanta pochezza di significato ho sempre dato a quei due ideogrammi! Iersera ho scoperto quante sfumature poetiche e illuminanti abbia. Gatti ha aperto un mondo dove il “semplice camminare” è in realtà la parte meno “importante” del resto ed è per questo che vi dobbiamo mettere impegno e testa, l’importanza del qui e dell’ora.

Come interessante è stato il concetto di dōjō nel suo reale e profondo siginifcato suddiviso in quattro sezioni che vanno a realizzare un cammino che è tanto spirituale quanto di pratica, anzi ci porterà a realizzare la possibilità di effettuare una pratica il fatto che abbiamo alle spalle lo studio. E questo ci porterà all’emozione. Ed è sinceramente vero perché io quando vedo gli ikebana se mi emoziono vuol dire che la comunione di cuori e di intenti c’è stata. C’è stato lo stupore che ci può giungere dall’ideogramma di Ka.

Prossimamente avremo la fortuna di una seconda conferenza e ne darò qui notizia.

Concentus Study Group

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Dal 1 dicembre al 31 gennaio è possibile, per gli insegnanti iscritti alla STA, partecipare attraverso il sito della scuola Sogetsu a due seminari dedicati rispettivamente alle composizioni per le festività del Natale e del Capodanno.

Nel primo le opere dei Master Istructor Gaho Isono, Suisen Takagi e Kosa Nishiyama, nel secondo come Master Istructor sono presenti Miseia Ishikawa, Seiko Ozawa e Sozan Nakamura. In entrambi, al termine 4 ikebana della Iemoto Akane Teshigahara.

Prima di tutto è molto bello che la scuola pensi a coloro che, in questo momento, non possano viaggiare e quindi siano raggiunti online da queste lezioni. E’ un modo per stare vicini e, nello stesso tempo, apprendere.

In entrambe i seminari si parte dagli stili base moribana e nageire. Anche queste lezioni, che parrebbero scontate per un maestro, invece sono importantissime perché spesso in Europa sugli stili base ricevi (o almeno è stato il mio caso) informazioni discordanti. Inoltre un conto è eseguirle da allievo e un altro riprenderle e visualizzarle con l’esperienza del maestro. Spesso ci pare “banale” eseguire uno stile base presi come siamo dalla nostra “artisticità”, ma è sempre meglio la delicatezza e perfezione di uno stile base che vedere un fiore messo a testa in giù in un vaso.

In realtà le due tematiche affrontate sono un “pretesto” per ripassare concezioni e tecniche della scuola. Viene ribadito costantemente come siano importanti le tecniche di fissaggio del materiale, il rapporto tra il materiale vegetale e il vaso (che nella Sogetsu non è un mero contenitore), le tecniche di piegamento o la profondità che dobbiamo dare al nostro ikebana (quando online spesso vedo ikebana che paiono muri frontali per non parlare delle discussioni avute con un’insegnante non europea che sosteneva che non è vero che nella Sogetsu ci sia il concetto di profondità). Un altro importante tema che viene continuamente espresso in questi video è che tutto deve sembrare sempre naturale anche quando vai ad unire grossi rami ricorrendo all’avvitatore perché spiegano che le viti e i tagli a vista non si devono percepire. Non devi avere l’idea di materiale frullato, affettato e reincollato. In questo caso rimando proprio al video dell M. I. Nakamura che praticamente crea un grosso sostegno con dei rami che poi vengono “occultati” da altri, ma non come se sopra ci mettesse delle toppe o li soffocasse e nascondesse con altro materiale, ma li integra perfettamente in un gioco prospettico.

Sono ikebana dove la natura non perde mai il proprio aspetto nemmeno quando, in quello eseguito dalla M.I. Ishikawa, abbiamo una specie di parete in bambù. O con l’inserimento di pattern ripetuti di elementi di bambù geometrico come quello eseguito dalla Iemoto. Sono tutte strutture che vengono integrate visivamente ed “ammortizzate dal materiale”.

Come l’utilizzo da parte della M. I. Nishiyama di materiale vegetale tinto d’argento in un contesto naturalistico che non pare fuori luogo sul grande ramo da lei utilizzato.

Costantemente viene ripetuto come sia importante che i fiori siano in acqua e come integrare ad essi eventuale materiale colorato o secco.

Insomma un ripasso di molte tecniche e concetti che un maestro di ikebana Sogetsu dovrebbe conoscere ed applicare costantemente nei suoi lavori. Sono queste composizioni che arrivano all’anima, ti travolgono, danno gioia e poesia. E’ palese che questi lavori non esprimano presunzione o pretesa di cosa artistica, strana o figa.

Ma essendo davvero pensati con il cuore sono più artistici e di impatto di qualsasi altro ikebana fatto volutamente con l’intenzione di stupire e dimostrare che siamo “artisti”.

Inoltre questi ikebana eseguiti fanno comprendere quanto cammino ancora ci sia da compiere con umiltà prima di raggiungere quei livelli-

Sono anche felice di vedere le tipologie di ikebana realizzati costantemente in queste lezioni o dimostrazioni online perché di recente un libro fotografico di ikebana aveva dato della scuola Sogetsu un’idea molto parziale visto la quasi totalità di immagini presenti dove nemmeno c’era un fiore. E di quella tipologia di ikebana nei lavori che fa la scuola non ci vedo mai traccia. Forse non dovremmo dare una personale interpretazione di una scuola quando ci esprimiamo a nome di essa.

Concentus Study Group

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La nostra allieva Fiammetta Martegani, antropologa e curatrice al Museo Eretz  Israel di Tel Aviv, tempo fa mi parlò di un libro di ikebana che aveva trovato al Mercato delle pulci di Jaffo, la città vecchia di Tel Aviv. Ha rintracciato Ilan, il figlio della maestra di ikebana che aveva scritto il libro e mi ha inviato le impressioni che questa arte suscita in lei e il suo percorso svolto. Lascio a lei la parola e la ringrazio per questo prezioso ed emozionante contributo.

The most accurate translation of the Japanese word Ikebana is “the way of flowers”.

For every student, Ikebana is always the beginning of a journey, and not necessarily in Japan. I started my journey in Australia in 2006, where I spent six sabbatical months between the end of my MA and the beginning of my Ph.D in Anthropology. In Sydney, one of my flatmates used to practice Ikebana. Every week, she would bring home a beautiful “Japanese flower arrangement”, sparkling joy in the entire apartment.

As an Italian, arriving from the country of the Renaissance, I immediately recognized in this “flower composition” a piece of art, a “creation”.  Not surprisingly, the word “Ikebana” is combined with hana, “flower”, and ikeru, a verb that can be translated as “life”, “to live”, “to give birth”, “to create”. Hence, from this meaning, every artwork is also a creative act in itself. As an anthropologist, I immediately realized that I wanted to explore and dive much deeper into the world of Ikebana. 

Luckily, once I came back to Milan, my hometown, I found a Japanese Ikebana Sensei (“Master”), Keiko Ando Mei. She introduced me to the fascinating world of Ikebana, together with a deep study of the most celebrated Japanese poets: Basho, Kenko, Ryokan. According to Keiko, the best attitude to discover the “way of flowers” was through a literary journey. This was how I discovered Japan, many years before my first visit to the Land of the Rising Sun.

However, this was just the beginning of my journey because, three years later, my postdoctoral program brought me to Israel, where I have lived ever since. Once I arrived in Israel, I immediately looked for an Ikebana Master – her name was Erika Shomrony. In 1947, shortly after the end of World War II, she escaped to Israel from Austria. Erika passed away in 2018 at 100, still practicing Ikebana. She wrote the first, and so far the only, book in Hebrew about Ikebana, entitled “Arranging Flowers”, published in 1974. The book is a beautiful tribute to the Japanese art of flower arrangement with particular attention to Israeli nature and environment.

Following her passing, I approached the Japanese Embassy in Tel Aviv. This is when I discovered that I was currently the sole Ikebana expert in the country. Hence, the journey brought me to another level. I started to learn more about Japanese aesthetic and harmony in general as this is the very essence of Ikebana, a natural, asymmetrical, and humble flower arrangement, created to bring nature and harmony in your own home.

These are the three words that I always use to describe the feeling of practicing Ikebana: beauty, nature and harmony. This last word in particular, wa, in Japanese, is also a philosophy of life. Thus, once you discover the core principles of Ikebana’s aesthetic, you can easily apply it to every aspect of your life from home to family, as well as from your desktop to your entire company.

Practicing Ikebana daily is also a wonderful way to meditate and be more focused in every aspect of our lives, just as the Samurais used to do. As in every other Japanese Zen practice and arts, including martial arts, the main purpose is not the final result, but the process itself. In other words, it is not about what to do, but how to do it. And this is, to me, the most fascinating part of the journey because it is never ending.

Eventually, I made the real journey to Japan and after this I started to study the Japanese language. This led me to discover another art, shodo, “the way of calligraphy”. During my studies, I realized that Ikebana and Shodo are deeply connected and intertwined with one other. Sofu Teshigara, the “Picasso of Japan”, used to practice them both and successfully combined them together. He was the founder of the Sogetsu School, one of the most avant-garde schools of Ikebana. I belong to this School and am currently studying, under the supervision of the masters Lucio Farinelli and Luca Ramacciotti, in order to become the first official Sogetsu Master in Israel, an extraordinary country where different cultures, religions and traditions live next to each other. Like the art of Ikebana, which is born from the encounter between nature and humans: it can be practiced anywhere and by anyone, with no national or ethnic boundaries. It crosses borders and brings us back to our original roots in nature, since the purpose of practicing Ikebana is to create in the flower vase the same harmony that we need in our minds.

This is why, after travelling all around the world, I feel that only when practicing Ikebana I can be deeply connected to the place where I live. Ikebana makes me feel grounded and connected with life.

To me, this is the essence of practicing Ikebana. A beautiful and never ending journey: “the way of flowers”.

Concentus Study Group

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Di recente ho letto questo libro di Rino Panetti (per tutt’altri scopi rispetto allo studio dell’ikebana) che consiglio caldamente sia a chi si occupa di arte sia a chi studi ikebana con la scuola Sogetsu.

Spesso ci sono confusioni su cosa sia effettivamente creativo nell’ikebana Sogetsu eseguita nel mondo occidentale e questo libro, è per me, una guida su come si possa definire ed affermare il concetto di ikebana per chi studia nella mia scuola.

Premettendo che, pur essendo una scuola dove c’è il concetto di freestyle ed è innegabile il suo legame con l’arte moderna occidentale (come spesso ho trattato in questi miei post), la scuola Sogetsu è pur sempre nata in Giappone con una mentalità, una cultura e, di conseguenza, un approccio alla giapponese. Quindi va studiata e realizzata pensando alla giapponese non all’occidentale. Dovremmo ricordare sempre bene questo concetto perché ad esso sono legate le tradizioni del mondo dell’ikebana su cui Sofu Teshigahara apportò delle innovazioni (e di quale portata!), ma non creò qualcosa ex abrupto.

Questo ci riporta ad un concetto ben espresso nel libro dove si evidenziano le differenze ideologiche e di inquadramento tra un mondo occidentale giudaico-cristiano e quello orientale. Ovviamente non si fanno differenze teologiche, ma proprio come ci si approcci a determinati concetti, quale ad esempio novità, inquadrandoli nella giusta ottica.

Concetti come SUN e FUN qui espressi (non vi spiego ovviamente cosa significhino non per obbligarvi a leggere il libro, ma perché come riportato più volte nel testo è il percorso che compiamo importante non arrivare all’immediata meta) possono davvero essere la base di partenza per quando, ogni volta, ci accingiamo a praticare un tema freestyle della scuola Sogetsu.

Ho cercato di fare gli esercizi proposti nel libro (inizialmente, lo confesso, un poco frustranti, ma poi piano piano gli ingranaggi iniziano a girare) nella mia duplice ottica ovvero quella teatrale e quella inerente l’ikebana (le mie personali “abbazie”) scoprendo spesso come arrivassi a risultati similari.

Questo libro fa comprendere molto bene le differenze tra avere talento ed essere creativo e come, eventualmente, indirizzare bene il nostro talento. Come avere una visione d’insieme e non solo parziale oltre al fatto che si sproni spesso a prendere appunti su di un taccuino.

Sembra una sciocchezza, ma non lo è. Un esercizio manuale come la scrittura ha una ben diversa valenza dal digitare su una tastiera come sto facendo in questo momento. Spesso mi accorgo di come si abbia ormai difficoltà nello scrivere a mano.

Per quanto io prenda appunti durante il lavoro o faccia annotazioni sullo spartito è molto ben diverso dallo scrivere a lungo e questo lo capii quando eseguii l’ikebana ispirato al profumo Notturno di Meo Fusciuni dovendo trascrivere le poesie di Rilke, Holderlin, Celan, Neruda e De la Cruz in una buona grafia anche se consapevole che, probabilmente, e così fu, a fine lavoro non si sarebbe ben visualizzata la mia scrittura.

Inoltre avremo un diario del nostro percorso.

Nulla accade per caso potrebbe essere il sottotitolo di questo prezioso manuale (in realtà è un vero e proprio workshop da compiere guidati dall’autore). “Non chiederti cosa può fare la creatività per te, chiediti cosa puoi fare tu per la tua creatività” – allargare lo sguardo, spronare, provocar(ci)e, muoversi sono tutti verbi usati in questo libro per meglio descrivere come dovremo rapportarci con ciò che dovremo realizzare (imparando a cambiare i nostri schemi mentali usuali).

Un consiglio, non mio, ma dell’autore. Spegnete il telefono o evitate di guardarlo durante la lettura. Concentratevi su ciò che leggete e gli esercizi perché è davvero una lettura piacevole e spesso vi ritroverete a pensare “perché questo non l’ho capito prima?”

Dovremo avere ben evidenti i percorsi e i concetti espressi in questo manuale pratico (leggendolo capirete perché lo definisco così) quando la prossima volta ci appresteremo a realizzare un ikebana per comprendere se siamo sulla giusta via, se ciò che stiamo realizzano è davvero creativo, se “dice” qualcosa, se è un passo avanti e poi di lato che compiamoo o semplicemente continuiamo a citarci addosso.

Concentus Study Group

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Di recente ho avuto la bella notizia dell’uscita, a fine mese, della seconda fatica letteraria di Roberta Santagostino. Tre anni fa il suo bellissimo libro “Piante e fiori dell’ikebana” (dedicato in realtà non solo all’ikebana, ma a tutte le tradizioni culturali del Giappone legate alla natura) ed ora un saggio inerente una tipologia di composzione che personalmente adoro molto.

Il Chabana spesso viene travisato in Occidente dandogli delle forme che non sono propriamente sempre corrette per cui sicuramente questo libro sarà illuminante e di insegnamento in tal senso. Inoltre credo che recuperare la delicatezza di certe tipologie di composizioni possa sempre fare bene.

In passato ho fatto ahimé cose eccipibili, ma sinceramente non per colpa mia, ero ancora studente, e veniva fatta leva sul dover fare un ikebana sempre strano, mettere un fiore a testa in giù (peccato poi non prenda acqua per cui si infrange il comandamento supremo dell’arte dell’ikebana destinando il fiore ad appassire. All’Headquarter Sogetsu quando fai lezione non appena scegli il vaso te lo fanno riempire subito d’acqua) o composzioni “scenografiche” che in realtà non avevano né capo né coda, ma solo presunzione.

Questo è uno degli “ikebana” fatti senza una guida appropriata e, addirittura, lo eseguii per una mostra.

Come si vede nella foto sopra si può dire qualsiasi cosa tranne affermare che fosse realmente un ikebana. Era un guazzabuglio e lo riconosco senza alcuna difficoltà con l’esperienza che ho oggi. Poter vedere costantemente, anche attraverso i social, ciò che i grandi maestri del Giappone creano mi è servito come guida per cambiare rotta (e insegnante) e comprendere che non siamo artisti se mettiamo del materiale slegato che va in due o più direzioni o qualcosa di “strano”. Un’altra lezione importante possono essere i 50 Principi della Sogetsu che oltre ad essere consigli pratici sono proprio delle guide stilistiche. Basta assimilarli e capirli appieno.

Forse io, sapendo di non sapere, non mi distacco dalle linee guida della Sogetsu che è una scuola molto creativa e permette di realizzare ikebana anche particolari (materiale non convenzionale, sculture di rami, materiale secco etc-), ma sempre con la natura come protagonista.

La difficoltà, con la mia scuola è che conserva principi legati all’ikebana tradizionale, ma portandoli nella modernità dell’arte contemporanea per cui dobbiamo sempre tenere un giusto equilibrio con dei concetti (come quelli ben espressi in questo articolo del compianto Mauro Graf) molto “giapponesi”, ma universalizzati.

Forse io limito un po’ le mie allieve durante le lezioni come il signore nella vignetta sottostante…

ma è anche vero che le mie allieve sono quelle che al concorso Sogetsu hanno preso più premi in Europa per cui forse la via che percorriamo è quella corretta o, la scuola, comprende che cerchiamo di metterci al servizio dell’ikebana e della natura per fare composizoni che pur essendo artistiche sembrino naturali, come se dietro non ci fosse la mano dell’uomo. Come è doveroso che sia.

“Flowers become me” è il motto della nostra Iemoto. Pensiamoci quando facciamo un ikebana perché quello sarà la nostra trasposizione in natura. Cosa vogliamo raccontare di noi?

Anche perché per mettere in un vaso un fiore a testa in giù o un rametto secco storto non serve studiare ikebana.

Cocnetus Study Group.

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Ciò che mi affascina dello studio di un’arte è che c’è sempre la possibilità di contaminarla con altre discipline. Realizzando la messa in scena di opere liriche non mi sono mai settorializzato sullo studio del melodramma, ma il mio interesse è sempre andato anche ad altri settori dello spettacolo, dell’arte, del fumetto, del cinema, di tutto ciò che mi incuriosiva e solleticava. Questo aspetto io, coaudiuvato dal M. Lucio Farinelli che la pensa esattamente come me, l’ho riportato anche in ikebana. Per me è impensabile studiare “solo” l’arte floreale giapponese senza mescolarvi altre possibili discipline perché tutte insieme vanno poi a formare un substrato culturale che noi riverseremo nei nostri lavori. Devo dire che sono anche fortunato avendo un pool di allieve, maestre del mio gruppo o amici di altre scuole che la pensano come il sottoscritto.

Recentemente ho avuto la fortuna di conoscere (purtroppo al momento solo virtualmente) Luigi Gatti autore del libro di cui ho parlato in un precedente articolo. Gatti è una persona di un entusiasmo unico pari alla sua passione e alla voglia di ampliare la conoscenza e l’interesse cosa che può accadere solo con contatti tra persone perché i vari sentieri non si percorrono mai da soli. Lo scambio delle proprie esperienze o di ciò che conosciamo porta sempre ad una crescita. Parlando con lui è nata l’iniziativa di cui vedete la locandina ideata e realizzata dalla grafica Silvia Barucci.

Prima di spiegare di cosa si tratti vorrei ringraziare Gatti (lui non vuole essere nominato come professore, ma per noi in questa occasione lo sarà dato che ci porterà la sua conoscenza) per la proposta che ci ha fatto di cui siamo tanto felici quanto onorati. Come vorrei ringraziare tutte le persone che si sono subito dimostrate entusiaste. In questo anno così devastante e particolare il mio gruppo non ha mai cessato di fare attività anche se la maggior parte delle iniziative sono state a livello “online”, ma non importa. Vuol dire che la nostra mente desidera combattere tutto ciò che ci sta accadendo solo con cose positive e belle.

Ma veniamo a noi e alla conferenza che Gatti terrà via Zoom su prenotazione.

Kadō 華道 è, come sappiamo. una parola giapponese, da decenni in uso anche nella nostra lingua, con la quale si indica generalmente il percorso da compiersi per imparare l’arte floreale giapponese nota maggiormente con un altro termine (più recente) ovvero l’ikebana. Come spesso accade con le parole giapponesi, il suo significato va ben oltre a questo. Con Luigi Gatti, scrittore, viaggiatore ed esperto di cultura giapponese, vedremo come Kadō sia un concetto capace di guidarci lungo sentieri e percorsi inaspettati, in un viaggio che ci farà attraversare la filosofia e lo spirito del popolo giapponese.

Avremo quindi un approccio diverso alla materia che stiamo studiando andando ancora maggiormente a comprendere il significato nascosto, profondo nelle parole che utilizziamo costantemente. Un aspetto spesso trascurato, ma che invece reputo molto importante e che ci darà ancora nuovi imput per continuare con gioia il sentiero dei fiori.

Per informazioni concentusstudygroup@gmail.com

Concentus Study Group

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Una delle mie lezioni preferite del V livello per insegnanti è quella che porta il titolo di questo blog.

Se, in origine, fare ikebana poteva semplicemente voler dire utilizzare il materiale del proprio giardino o della natura circostante oramai grazie alle coltivazioni in serra e /o intensive è possibile trovare materiale di qualsiasi stagione tutto l’anno e si è perso il senso della bellezza precipua di ogni momento dell’anno.

Questa lezione invita invece ad utilizzare proprio il materiale tipico della stagione che stiamo vivendo, osservarne le caratteristiche, i colori, i profumi. Non è sbagliato utilizzare anche materiale di altri stagioni rispetto a quella in corso, ma l’importante è caratterizzare, con il proprio lavoro, la stagione che stiamo vivendo..

E per farlo dobbiamo onorare e utilizzare al meglio il materiale che la natura ci offre. Dobbiamo valorizzarlo, non inaridirlo, rispettare le loro forme o colori, siamo al suo servizio e non viceversa. Abbiamo la possibilità di utilizzare dei bellisismi rami e allora facciamolo nella loro interezza.

Spesso invece osservo come il materiale venga sempre spezzettato e ricomposto, non si riconoscono più le forme, assistiamo ad ikebana asettici freddi e mi dispiace che in Europa ci si stia allontanando dal sentiero che la scuola madre continua ad indicare. Di recente la master instructor of Sogetsu headquarters Misei Ishikawa ha tenuto proprio una dimostrazione online sul tema dell’autunno e i suoi bellissimi e strabilianti lavori arrivavano al cuore con la spettacolarità della natura. Erano poetici e pieni di pathos dove la natura era rispettata ed esaltata.

Quando Patrizia, Neicla e Chiara durante le loro passeggiate hanno mandato le bellissime foto della natura che stavano vedendo ho chiesto allora a chi poteva di realizzare degli ikebana autunnali. Osservare la natura è sempre istruttivo come il cercare di omaggiarla, ricrearla, anche se non pedessiquamente. Dobbiamo sempre ricordarci che facciamo ikebana e non sculture surrealiste.

Quindi grazie alle nostre fotografe, che nelle loro passeggiate hanno pensato di condividere con tutti noi ciò che vedevano, ci siamo messi al lavoro cercando ispirazione nelle forme e i colori della natura autunnale e chissà che gli stessi paesaggi non potrebbero dare suggerimenti diversi durante l’arco dell’anno perché è bello e istruttivo vedere anche come una stessa pianta muti durante le stagioni.

ikebana e foto di Silvia Barucci
Ikebana di Lucio Farinelli – Foto di Luca Ramacciotti – Vaso di Sebastiano Allegrini
Relief work, dipinto e foto di Patrizia Ferrari
Tsuribana di Anne Justo – foto di Luca Ramacciotti
Ikebana e foto di Chiara Giani – Vaso di Sebastiano Allegrini
Ikebana e foto di Ilaria Mibelli
Ikebana e foto di Luca Ramacciotti – Vaso di Jeff Shapiro smaltato da Sebastiano Allegrini
Ikebana e foto di Neicla Campi – Vaso di Tore Coi
Ikebana e foto di Deborah Gianola – Suiban di Sebastiano Allegrini
Ikebana, foto e vas di Silvia Pescetelli
Ikebana e foto di Rumiana Uzunova – vaso di Sebastiano Allegrini

Ancora una volta grazie a tutte coloro che hanno potuto partecipare seguendo il sentiero della via dei fiori.

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Lo scorso inverno, presso la galleria Taka Ishii Gallery in Tokyo, si è svolta una personale di Sofu Teshigahara in cui si presentavano una selezione di sculture e opere di calligrafia prodotte dagli anni ’50 agli anni ’70. Sofu Teshigahara, assieme a Houun Ohara e Yukio Nakagawa, fece parte del movimento d’ikebana d’avanguardia che si discostava dalle pratiche convenzionali dell’Ikebana, senza mai però rinnegarne i principi.

Sofu Teshigahara, continuò costantemente a esprimere un forte interesse per le tendenze artistiche europee riuscì a incorporare lo spirito sperimentale dell’arte moderna nel contesto dell’Ikebana.

Una delle opere esposte in questa mostra (realizzata in collaborazione con la Sogetsu Foundation) era “Kikansha” (The Locomotive – 1951) una “combinazione” di vasi e strutture di ferro con materiale vegetale.

Nel libro “Ikebana” by Sofu Teshigahara si trovano delle foto della realizzazione di questa opera e la spiegazione di come trovasse interessante l’impatto che del materiale inorganico potesse avere a contatto con quello vegetale in quanto è difficile espremere emozioni attraverso il primo. In questa opera Sofu cercava di rendere il “simbolo” della locomotiva, una locomotiva surreale con sopra una composizione di fiori. Questo lavoro era di stimolo a incrementare la fantasia dell’ikebanista che non sempre ha a disposizione ciò che vorrebbe. Ovviamente lavorando con materiali organici ed inorganici è importantissimo il livello di equilibrio di entrambi, nessuno deve sovrastare sull’altro e il lavoro deve avere “ritmo”.

Questa opera di Sofu Teshigahara ha sempre molto colpito la mia fantasia sia per il suo carattere volutamente simbolista (come riportavo in un altro articolo di questo blog) sia per il ritmo scenografico che possiede. Nonostante la prevalenza visiva di materiale ferreo l’opera è viva, divertente, c’è il cuore e l’idea.

Quando il M. Farinelli, la scorsa estate, vinse al concorso #akane60 uno dei vasi creati appositamente per l’evento sinceramente non avevo idee su come utilizzarlo.

Giustamente essendo suo è stato il M. Farinelli per primo a realizzarci un ikebana.

Quando ho visto il suo ikebana il mio cervello ha collegato (non so per quale oscuro lavorio dei miei neuroni 🙂 ) quel vaso all’opera Kikansha. Ovviamente avrei, con il capo cosparso di cenere e tanta umiltà, solo compiuto un doveroso omaggio all’opera del fondatore della scuola, una specie di “grazie” espresso con i fiori senza alcuna pretesa di artisticità. Ho cercato quindi di ideare una composizione che ricordasse quell’opera e tentasse di avere ritmo ed equilibrio tra il vaso, il bicchierino nero messo vicino alla base e il materiale floreale. Spero Sofu sensei apprezzi il mio piccolo ringraziamento senza scagliare folgori dal cielo.

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Questo tema che si studia al IV livello della Scuola Sogetsu credo sia uno dei più ostici e spesso travisati. Dobbiamo non visualizzare il materiale che abbiamo innanzi come del cibo (e per noi occidentali toglierci dalla mente le composizioni di “nature morte” o di Arcimboldo andando quindi per sottrazione nel fare il nostro lavoro) ed utilizzarli come se fossero rami e fiori realizzando un ikebana con essi. Con la differenza che i rami e i fogli si possono molto lavorare per dargli la forma voluta. Non vanno pensate, queste composizioni, come un morimono, ma come per questo, la frutta deve apparire intatta come se fosse da poco uscita dalla busta del supermercato. Quindi se noi andiamo a “lavorare” la frutta/verdura o a unirla con degli stuzzicadenti (attenzione però se il frutto poi sgocciola) queste cose visivamente NON si devono vedere. Niente frutta/verdura a fette o fettine o trasformata in una decorazione da aperitivo.

Possiamo sia utilizzare vasi sia non dipende dal lavoro che abbiamo in mente andando anche ad aggiungere rami o fiori a patto che non siano preponderanti su frutta/verdura che è il nostro tema principale.

Sinceramente è uno stile che mi ha sempre presentato complessità e problemi perché non è semplice da eseguire a meno di non curarci delle regole, ma allora che senso ha studiare una scuola? Ho infatti molto ammirato ed apprezzato la composizione di questo tema che la Master Instructor Misei Ishikawa ha creato durante la recente dimostrazione online da lei tenuta. Dovremmo sempre ricordarci il loro esempio quando ci accingiamo a realizzare un tema della scuola per cercare di non travisarlo.

Di recente su Facebook ho letto il seguente post che se da una parte mi ha fatto sorridere (per il testo) dall’altra ho ammirato la realizzazione.

Da qui l’idea di chiedere alle mie allieve che avevano già affrontato il tema a lezione e alle maestre del nostro gruppo di ideare degli ikebana utilizzando solo la frutta e verdura che avevano in quel momento a casa. Un compito che andava ad aggravare il già difficile tema (non che la precedente volta con questo tema ispirato alle opere del Maestro Giuseppe Carta avessi loro semplificato la vita…). Ringrazio coloro che hanno risposto alla chiamata e anche quelle che non hanno potuto per tutte le problematiche legate al momento. E’ sempre bello fare le cose in gruppo e prometto che per un po’ di tempo non le tedierò più con questa tipologia di ikebana 🙂

Silvia Barucci
Lucio Farinelli – Vaso di Sebastiano Allegrini
Composizione e vaso di Patrizia Ferrari
Chiara Giani – Vaso di Sebastiano Allegrini smaltato da Luca Ramacciotti
Composizione e vaso di Ilaria Mibelli
Luca Ramacciotti – Contenitore realizzato con i Lego
Daniela Bongiorno
Deborah Gianola – Vaso di Sebastiano Allegrini
Composizione e vaso di Silvia Pescetelli
Rumiana Uzunova – Vaso di Pots

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Quando nell’ottobre del 2005 inizia a studiare l’ikebana Sogetsu lo feci più spinto dal fatto che la mia maestra di allora avesse parlato di scenografie in bambù (quelle realizzate dallo Iemoto Hiroshi per Turandot) che per un vero interesse per quest’arte a differenza di Lucio Farinelli che avrebbe poi condiviso il percorso di studio con me. Decisione migliore non l’avrei mai potuta prendere in realtà perché il mondo dell’ikebana mi ha permesso di conoscere persone meravigliose dedite all’arte e alla divulgazione della cultura per amore di essa e non del proprio “io”.

Soprattutto non mi sarei mai aspettato attraverso l’ikebana di imbattermi in molte realtà artistiche che sarebbero confluite in essa (dai profumi, alla moda, all’arte, al cibo) o in persone che avrebbero arricchito la mia vita.

Studiando ikebana è impensabile, ovviamente, non leggere i saggi sul Giappone, la sua storia, arte, credenze, usi e costumi. Come non pensare ai libri di Fosco Maraini, Rossella Marangoni, Aldo Tollini o Giangiorgio Pasqualotto? Però quando amici mi chiedevano un libro per capire concretamente chi fossero i giapponesi e come si comportassero nella quotidianità io consigliavo sempre il libro di Will Ferguson “Autostop con Buddha: Viaggio attraverso il Giappone”.

Poi per uno dei misteriosi intrecci del cammino ho avuto il piacere di imbattermi nel professor Luigi Gatti di cui ho scoperto in maniera colpevole in ritardo il suo libro: “Il cammino del Giappone – Shikoku e gli 88 templi” edito da Mursia. Mi dispiace per Ferguson, ma di qua in avanti consiglierò a tutti questo libro per comprendere un popolo, quello giapponese, che tanto ci affascina per (o anche) le sue molteplici contraddizioni. Inoltre ordinando il libro direttamente all’autore (luigigtt@gmail.com) sarà possibile riceverlo con una dedica (ideogrammi) in china.

Prima di tutto, cosa non da poco, Gatti scrive bene, molto bene. Il suo stile, apparentemente discorsivo e di memoria (ill ibro racconta il suo viaggio in quello che è il parallelo nipponico del Cammino di Santiago), in realtà ci accorgiamo ben presto che è profondo e le descrizioni dei luoghi, delle persone e dei sentimenti resteranno impressi in noi come delle cartoline che l’autore potrebbe averci inviato.

Un libro che ci arricchisce anche culturalmente con le molte nozioni che contiene e che mi hanno permesso di impare cose nuove su questa società che pare sorprenderci sempre senza sosta. Il libro corredato di foto e di un dizionario a fine testo lo consiglio a tutti coloro che amano il Giappone o ne sono incuriositi, ma anche a quelli che stanno per compiervi in un futuro (che speriamo non lontano) un viaggio perché anche se non visiteranno gli stessi luoghi avranno una panoramica di ciò che può aspettarli affrontando un popolo che dell’ospitalità ne ha fatto una questione di onore e condivisione. Nel libro ci sono anche dei momenti che mi hanno davvero colpito e commosso, ma che non scriverò qui per non rovinare la sorpresa. Alcuni mi hanno anche fatto sorridere per le strane combinazioni della vita visto che anche io sono stato a Santiago (ma non facendo il cammino), amo il Giappone e il fado.

Tutte le foto sono tratte dalla pagina Facebook o dall’account Instagram dell’autore.

Concentus Study Group

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