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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Quando ero studente di ikebana…..

Ricomincio scusate perché studente lo sono ancora e lo sarò sempre, diciamo che con il livello di maestro ho un nuovo approccio (ed esperienza) allo studio di questa arte.

Comunque dicevamo… nel mio libro di testo del 4 anno c’era l’invito ad ideare un ikebana andando ad utilizzare come contenitore un oggetto di uso comune (barattolo di latta, bottigilie etc).

Ricordo che io usai un cartone del latte interamente coperto di rafia blu e il   maestro Farinelli un contenitore di cibo da asporto cinese ricoperto da una cartina geografica.

Memori di questo come lezione a sorpresa alle allieve del terzo anno facciamo fare una cosa simile.

“State andando ad una vostra mostra/dimostrazione di ikebana e vi si rompe il vaso. Vicino avete una cartoleria e dovete rimediare qualcosa che vi serva da contenitore.”

Ovviamente a lezione prepariamo già gli oggetti che possono essere utili, cosa impensabile da farsi online.

Oggi avevamo online la lezione finale di Deborah Gianola la nostra allieva che vive in Svizzera e che, per ovvi motivi, non è potuta venire a Roma.

Deborah sta compiendo un ottimo percorso di studio e sono felice di constatare che nonostante il II posto ottenuto lo scorso anno all’草月みんなのいけばな展 Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition non si sia montata la testa.

Mentre scrivo, l’edizione attuale del concorso è in pieno svolgimento, chissà chi vincerà questa volta. Noi siamo fieri che su 8 edizioni abbiamo vinto cinque premi (di cui due primi premi) con la soddisfazione personale che su 5 foto premiate 4 erano scattate dal sottoscritto che non è un talentuoso fotografo, ma cerca di imparare dagli amici fotografi (Lorenzo Palombini e Giuseppe Cesareo) a scattare decenti foto. Buona sorte a tutti i partecipanti!

Torniamo alla lezione di oggi.

A Deborah (eravamo in collegamento via Zoom il sottoscritto, il Farinelli e appunto l’allieva) chiediamo di scegliere i fiori ed un vaso che voleva. Le diamo ampia libertà di scelta.

Quando ci presenta il materiale, il vaso blu ed i fiori scelti, le diciamo la nostra proposta di lezione.

La differenza è che se a Roma siamo pronti a sostituire il vaso “rotto” con oggetti che possano contenere l’acqua e cartoncino bristol per “ricostruire” un vaso Deborah non aveva nulla né, naturalmente, la possibilità di uscire per andare a comperare qualcosa.

Ha trovato in casa della carta regalo e ha utilizzato come contenitore la ciotola per il taglio in acqua.

Questo il risultato.

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(Ikebana, foto e vaso di Deborah Gianola)

Direi che per essere stata presa in contropiede ha dimostrato duttilità e creatività.

Poi, dato che non siamo cattivi come ci dipingono, le abbiamo fatto fare anche l’ikebana che aveva ideato prima che le si “rompesse” il vaso.

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(Ikebana e foto di Deborah Gianola)

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Il titolo di questo è un omaggio affettuoso al lavoro del grande Maestro Ennio Morricone recentemente scomparso la cui musica ha sempre accompagnato la mia (e dalle reazioni in tutto il mondo non solo la mia) vita.

Nello stesso tempo però è anche una riflessione.

Di recente ho letto questo libro che consiglio a tutti.

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Si legge piacevolmente con un ritmo che ricorda i libri di Banana Yoshimoto e, per i diversi suoni onomatopeici riportati, un manga. Pare quasi di assistere ad un film invece di leggere tanto le descrizioni sono vivide ed immediate.

Il libro è costituito da una serie di racconti della vita dell’autrice quando da ragazza viveva in Giappone. Ogni racconto è legato ad un piatto della cucina giapponese ed introdotto da una calligrafia realizzata dalla scrittrice medesima. Una sezione centrale riporta le suggestive fotografie di Yasufumi Manda relative alla cucina nipponica.

Il capitolo per me più “vicino” è quello relativo alla cerimonia del tè perché spiega quello che dovrebbe essere l’approccio di uno studente ad una disciplina (ovvero affidarsi totalmente ad un maestro senza chiedersi il perché delle correzioni eventuali o della severità – come si suol dire il medico pietoso fa la piaga purulenta) e, nello stesso tempo, le frustrazioni che si provono se non si riesce in quell’arte che abbiamo deciso di imparare.

Ho avuto due maestre che ho seguito fino a quando non avevano altro da insegnarmi ed ho subito ogni loro correzione senza battere ciglio. Nemmeno quando ero costretto ad usare le odiate gerbere (e la maestra lo sapeva per quello voleva che le adoperassi). Se mi affido ad un maestro penso sempre che nella parola affidare c’è la base latina fidus ovvero idato)

Interessante per me è stata la visita anche dell’Iho-an all’interno del tempio Kōdai-ji a Kyoto.

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Non avendo qui in Toscana i miei libri e prima discrivere una cosa per un’altra (con rabbia a volte ho scoperto che persone che ritenevo più esperte di me mi avevano insegnato dei concetti sbagliati per pigrizia nel verificarli) mi sono affidato a Letizia del Magro Scuola di Cerimonia del tè Jaku che ha confermato (e aggiunto anche informazioni nuove) ciò che sapevo:

Il padiglione del tè è rustico come se fosse una capanna perché rispetta il pensiero wabi-cha. É illuminato di solito solo dalla luce naturale (e nelle sere d’inverno da candele nello yobanashi no chaji). L’ingresso degli ospiti è rialzato da terra ed è basso di altezza perché gli ospiti devono inchinarsi (la sala da tè è come un tempio). L’interno dovrebbe essere piccolo da quattro tatami e mezzo a due tatami. Il tetto in bambù intrecciato. Il maestro entra da un ingresso diverso rispetto agli ospiti, dove c’è mizuya cioè la cucina di preparazione del tè che è anch’essa tradizionale e con il “lavabo” a terra poiché si usa seiza. L’unica decorazione sono i fiori e il kakejiku in tokonoma. Non ci sono altre “distrazioni “ e non ci sono mobili. Le finestre sono in carta schermata da pannelli esterni in bambù. Fuori dalla porta degli ospiti c’era un supporto per lasciare le katana: le armi non possono entrare in sala da tèMolto importante è anche il giardino.”

Parto da quest’ultima frase vi rimando ad un mio vecchissimo post (alle volte mi meraviglio da quanti anni siano che tengo questo blog).

Torniamo sulla frase cardine: L’ingresso degli ospiti è rialzato da terra ed è basso di altezza perché gli ospiti devono inchinarsi (la sala da tè è come un tempio).

Eccoci ricollegati anche al titolo omaggio al Maestro Morricone. Entriamo abbassando la testa. Entriamo in uno spazio dove si fa arte, cultura. C’è un Maestro che sta per metterti a disposizione ciò che ha imparato.

L’umiltà credo sia la chiave di volta per entrare davvero dentro qualsiasi tipologia di percorso che ci apprestiamo a compiere.

Spesso sorrido quando colleghi di lavoro accanto al nome mettono la qualifica di artista o di cantante/regista/scenografo etc. Deve essere il pubblico a qualificarti.

Un po’ come se nel fare un ikebana scrivessi che è un’idea innovativa o che esprime tensione, i fiori vibrano e questo significa questo quell’altro. Michelangelo non spiegò il suo concetto della Pietà. Lasciò che arrivasse al cuore di tutti (sinceramente ogni volta che vado in San Pietro quella giovanetta che tiene il corpo di suo figlio morto continua a commuovermi).

Capisco, sono studente anche io, che sia difficile mettere da parte il proprio io, ma fa parte del processo di crescita. Una correzione non è mai (almeno si spera) fatta per umiliarti, ma per spronarti a vedere l’errore in cui cadi.

Spesso io chied consiglio delle mie idee di ikebana ad altri maestri o alle allieve divenute maestre perchè “so di non sapere” e soprattutto un occhio esterno noterà sempre qualcosa che alla nostra mente sfugge. E se mi ricevo osservazioni non mi sento sminuito, ma aiutato da altre persone.

Una persona che va da un maestro e si sente già pronta o grande in realtà è solo uno scolpasta e non imparerà mai nulla.

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Approfitto, per la copertina di questo post, di un disegno trovato online del maestro Shozo Koike che di recente ha pubblicato un imperdibile libro sul sumie per riparlare di un argomento trattato da poco qui: i Simple ikebana.

Se l’ikebana deve sempre trasmettere eleganza ed empatia in chi osserva, a maggior ragione se andiamo ad utilizzare pochi elementi.

In questa stagione calda dove è difficile trovare materiale, o che non sfiorisca subito, è importante, più che mai, riuscire a realizzare un ikebana con i pochi elementi che abbiamo a portata di mano.

La difficoltà, come scrivevo nell’altro articolo, è di non dare l’idea di uno o due materiali messi in un vaso. Dovremo connettere il materiale al vaso, ed eventualmente all’ambiente circostante. Non si tratta di “semplici fiori” perché anche il fiore di campo più rustico ha il suo carattere, i fiori non sono mai semplici, belli sì, ma semplici no. Dovremo fare composizioni (in apparenza) semplici.

La difficoltà è trasmetetre empatia creando qualcosa di nuovo.

Poi per carità online si vedono persone che non solo riciclano le stesse idee, ma usano anche gli stessi vasi e fiori nel farlo, ma noi vogliamo seguire bene quest’arte e farlo per trasmettere gioia e serenità e non il proprio ego. Anche se viene da chiedersi che tipo di maestro si sia se continuamente ci ricliamo; con tutto ciò che la natura offre è bello sperimentare.

Ma torniamo ai nostri ikebana “semplici”.

Il primo che voglio proporvi è dello Iemoto della Koryu shoohkai il maestro Rihoh Semba.

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L’opera comunica subito un forte impatto emotivo. I fili di erba creano un’unica cosa con i vasi, hanno carattere, linea, armonia. Non danno un senso di costrizione, anzi l’idea è di movimento, come se fossero pronti ad uscire da uno dei due vasi. I vasi sottolineando l’andamento ad arco dei fili d’erba e questi mettono in risalto la peculiarità di forma dei vasi.

Ora due esempi della mia scuola in rigoroso ordine alfabetico trattandosi di due grandi maestre.

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La maestra Kosa Nishiyama descrive così il suo lavoro: “I was conscious of the unique shapes and lines in the crystal vase and wanted to mirror those with the simple flower and leaves.

Anche qui la parte terminale della foglia va a “collegarsi” al design interno del vaso e gli altri elementi sottolineano con estrema eleganza la forma del vaso illuminando (grazie al colore del fiore) il tutto. Un vaso di una compattezza solida ingentilito dal ramo leggero e sinuoso.

Si comprende l’amore di questa maestra per questo vaso e come l’idea sia stata proprio per metterlo in risalto.

La terza foto che voglio proporvi tocca un altro tema che a me piace molto, ma che non è affatto semplice: i vasi di vetro.

La difficoltà sta nel giocare con la rifrazione dell’acqua perché tra fare una cosa elegante ed una fredda che ricorda le sezioni anatomiche nei vasi di formaldeide il passo è breve.

Dobbiamo valorizzare il materiale e non affettarlo, anzi più lo lasciamo intero e più si dimostra la propria bravura secondo me.

Inolre in estate con il clima caldo che abbiamo trasmettono, se ben eseguiti, un’idea di freschezza.

Ecco il lavoro della maestra Mika Otani.

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I due fiori non paiono costretti tra pareti di vetro, ma fluttura magicamente in un “non spazio” non sono costretti in gelatine o dalle pareti del vaso ed uno è la continuazione, la promessa, l’inizio e la fine dell’altro in un’unica danza.

Ciò che accomuna questi tre lavori, oltre all’eleganza del lavoro, è palesemente l’assenza di chi lo ha esguito.

Mi spiego meglio.

E’ ovvio che ogni maestro ha il suo stile e così i suoi allievi (non siamo in una fabbrica che stampa gli stessi modelli, per quanto ci possa piacere lo stile del nostro maestro ognuno di noi ha propri gusti e carattere e li deve esprimere sennò invece di fare ikebana si fa ike…a), ma quando siamo innanzi ad opere come le tre qui riportate è la NATURA che diviene protagonista. C’è, ovviamente l’idea, la mano di chi l’ha esguita, ma vedendo la foto non pensiamo a questo.

Vedendo la foto rimaniamo incantati innanzi all’opera d’arte.

Dopo l’incanto pensiamo a chi l’ha realizzata e come.

Se ciò non accadesse ahimè avremmo fallito perché invece della natura in primo piano avremmo messo il proprio ego o la propria presunzione.

L’arte è empatia, è un linguaggio universale.

Che si studi ikebana o meno è palese che questi tre capolavori parlano al cuore di tutti, non sono un discorso tra appartenenti di uno stesso circolo

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Un anno fa scrissi un articolo in cui si parlava dei “trucchi” utilizzati in ikebana per far rimanere i materiali vegetali in una certa posizione “innaturale”, che sfidasse le leggi di gravità.

Chi pratica l’arte dell’ikebana sa che le tecniche di  fissaggio (se ben apprese) ti permettono di sfidare le leggi della natura e posizionare i rami o i fiori in un determinato modo.

Ma il trucco in ikebana non è solo quello o… questo sotto….

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ma è proprio anche inteso nel senso di make… up.

Vediamo quale sia la differenza tra trucco e… trucco.

Partiamo dal primo dove non intendiamo il make up… o quasi.

L’insegnante che mi ha portato fino al diploma di maestro si raccomandava sempre che nei nostri ikebana non si vedessero tagli a vista di qualsiasi grandezza.

Cosa è un taglio a vista? Si sa che in ikebana si taglia ciò che è superfluo quindi compresi rami secondari o rametti. Questa rimozione (taglio) lascia un’impronta ben visibile essendo il ramo internamente più chiaro della corteccia esterna.

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Vedere un taglio sui nostri ikebana è impensabile sia per una questione prettamente estetica sia per quel senso di naturalezza che il nostro lavoro deve dare (ricordiamoci che l’ikebana è al 98% una composizione con rami/foglie e fiori non bricolage o giochetti stile performance, che in realtà performance non sono quasi mai).

La mia prima insegnante consigliava il lapis o la cenere della sigaretta per scurire il taglio.

Personalmente non sono un fumatore e con il lapis ho sempre avuto difficioltà perché se il taglio è grosso si può colorare male.

Praticissimi, soprattutto se si viaggia per andare a fare un workshop, sono i pennarelli a punta grossa.

Quando nel 2016 la Iemoto Akane Teshigahara tenne un workshop in Europa al momento della correzione del mio secondo lavoro apprezzò il fatto che il ramo non toccasse il tavolino e che non ci fossero tagli a vista come ahimè erano nella maggior parte degli ikebana presenti. Ma su questo punto il sottoscritto, e il maestro Farinelli, ossessionano talmente le allieve che sapevo che quella correzione lei non l’avrebbe fatta alle altre persone presenti del mio gruppo (Ilaria, Silvia e  Tiziana).

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Un insegnante che non si cura di insegnare una cosa importante come questa mi chiedo se sia davvero bravo. Ovviamente ci sta che a volte a lezione sfugga un taglio a vista, ma se accade sempre…..

E purtroppo online di foto con tagli a vista se ne vedono molti.

E’ talmente importante che se fai lezione alla scuola Sogetsu, i vari assistenti che girano per la sala ti fanno notare che hai dei tagli a vista.

Solitamente io termino il mio ikebana e li coloro, ma all’Head Quarter man mano che faccio un taglio lo coloro subito per evitare appunto che mi facciano notare quella ferita aperta.

Lì all’head Quarter ho imparato a colorare i tagli usando i colori ad acqua (in realtà loro usano un inchiostro molto simile al sumi-e vedendone colore e consistenza).

In effetti usando un pennellino e il colore l’operazione di copertura viene meglio… e l’occhio non vedrà un segno che distoglierà dall’insieme generale della nostra composizione.

Ricordiamo sempre che ogni segno diverso dal resto del contesto sarà quello che attirerà immediatamente il nostro occhio.

Se il marrone ci distrae dal vedere un taglio gli altri colori ci possono distrarre… nella stessa maniera.

In che senso?

Pensiamo ad una struttura realizzata con solo rami; potremmo colorare, le estremità di essi, invece di marrone (o di sue tonalità o di verde a seconda del materiale usato) di differenti colori.

Lì il nostro occhio registrerebbe un segno ben preciso e voluto, un’aggiunta al nostro lavoro. Mi si potrebbe dire che più tagli a vista potrebbero avere lo stesso valore grafico. In realtà no.

Il nostro occhio (e quindi la nostra mente) vedrebbero sempre quei segni come la scissione del ramo, un nostro intervento. Colorare le varie estremità invece viene registrato come idea artistica.

Sembra paradossale, ma è così.

Certo se abbiamo uno zeppo di legno e coloriamo in cima e in fondo non avremo fatto una cosa artistica, ma colorato le estremità di un pezzo di legno.

La nostra opera deve sempre avere una “presenza” ben precisa, una sua idea di base che comunichi e non che trasmetta l’idea che l’autore (o l’autrice) si senta tanto figo/a e intellettualmente superiore da mettere un pezzo di legno sull’altro credendo di aver fatto qualcosa di scultoreo.

L’ego non deve sovrastare l’opera, ma l’idea che scaturisce da noi, dal nostro intimo, dalla nostra personalità, dal nostro percorso culturale, ha il compito di creare. Se l’ego domina e vogliamo fare una cosa figa al 99% dei casi faremo una cosa che non vorremmo mai nella nostra casa (come dice sempre il maestro Farinelli).

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Quindi armiamoci di colori (quelli in foto li comperai a Merano durante una delle presenze del nostro gruppo per merito della maestra Patrizia Ferrari. Lì hanno una stupenda cartoleria a due piani dove io e la maestra Chiara Giani non dovremmo mai entarre 🙂 ) e decidiamo quale trucco adottare.

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Nella scuola Sogetsu gli elementi del titolo sono praticamente il corpo della scuola. Se gli stili base e le variazioni studiate i primi due anni sono l’ossatura della nostra costruzione, questi tre temi (difficili) sono la nostra copertura, l’abbellimento “esterno” della nostra ossatura, la pelle del nostro corpo ikebanistico.

Sono temi talmente importanti che Mika Otani Sensei durante il suo workshop a Roma volle che uno dei tre workshop vertesse proprio sull’abbinamento di due di questi tre temi. Quando poi lei passava per la correzione dovevamo dire l’abbinata fatta (massa e linea o massa e colore o linea e colore).

Se noi in Occidente pensiamo al concetto di massa ci viene in mente subito qualcosa di pesante, di statico. Il dizionario Treccani così definisce la massa: “quantità di materia, omogenea o no, unita in un solo pezzo, indipendentemente dalla forma che l’insieme assume o può assumere.”

Vediamo cosa recita il libro di testo della scuola Sogetsu in merito alla massa.

“In ikebana, however, a mass is one way of composing arrangements by assembling the materials togheter into a certain shape.
The densley assembled mass should not be see-trough. What is important is not just putting materials togheter but expressing the inner power by doing so.”

Quindi noi dobbiamo utilizzare il nostro materiale (solitamente fiori, ma nulla vieta di ricorrere a foglie o rami; proprio nel libro di testo c’è un bellissimo esempio in cui si utilizzano rami di camelia con fiori e foglie abbinati a crisantemi) in maniera compatta (il testo specifica che NON ci deve passare la luce tra il materiale) però dando una forma e quindi non creando qualcosa di statico.

Ovviamente se andiamo ad utilizzare i fiori di diversi colori e texture il nostro lavoro sarà più interessante.

Questo perché la massa va pensata anche in rapporto al vaso e allo spazio circostante.

Per questo al di là della vittoria della nostra allieva al concorso Sogetsu 草月みんなのいけばな展 Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition mi ha fatto piacere il giudizio della nostra Iemoto.

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E’ un tema su cui insisto molto con le mie allieve perché è facile fraintenderlo andando a creare delle specie di “palle” inermi di materiale oppure qualcosa che non sia realmente una massa, ma dei materiali abbinati tra di loro. Si possono avere anche più masse (come più linee, ma di questo ne parliamo tra poco) unite tra di loro o che si “attraggano” o vadano in senso opposto. Comunque la tensione nel nostro lavoro deve essere palese.

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(Ikebana e foto di Luca Ramacciotti)

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(Ikebana di Lucio Farinelli – vaso di Sara Kirschen – foto di Luca Ramacciotti)

 

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(Questi sono tre esempi di concetto di massa fatta a lezione e fotografate dal sottoscritto Luca Ramacciotti. Dall’alto: Patrizia Ferrari, Silvia Pescetelli, Rumiana Uzunova.  Per il secondo ikebana vaso di Luca Ramacciotti, per il terzo di Sebastiano Allegrini).

Prima accennavo al concetto di linea (l’altro tema in triade con massa e colore). Nello stesso livello di corso (il terzo) in cui si studiano questi tre importanti concetti abbiamo prima tre lezioni dedicate alle linee (linee dritte, linee curve, linee dritte e curve) in cui si vanno ad utilizzare elementi di piante che già tendenzialmente hanno il movimento richiesto. Certo possiamo anche intervenire sul materiale (accentuandone una curvatura, o “spezzando” una linea dritta per metterne in evidenza le linearità delle altre), ma non andremo mai a prendere un nocciolo contorto per studiare una linea.

Quindi dopo lo studio di queste lezioni e del concetto di massa si va ad unire il tutto.

Questo non vuol dire che se noi abbiamo un ikebana a massa ci mettiamo una linea ed il gioco è fatto. Lì avremmo una massa trafitta da uno stecco non massa e linea. Anzi dovremo ideare qualcosa che sia esattamente il contrario di questo modo di operare. Dovremo creare una massa in cui la tensione è maggiormente messa in evidenza dal suo evolvere in linea oppure da linee che l’attraversano o la “prolungano. non è detto che debba essere una sola linea, possono anche essere due come, dicevamo prima, possiamo avere più di una massa.

Per fare questo non avremo MAI una massa con linee dritte e curve assieme (proviamo ad immaginare una massa da cui parte una linea verticale che poi ad un certo punto si curva o una massa dove linee dritte e curve si intersecano) perché questo provocherebbe solo confusione di forme e sovrapposizione di linee. Inoltre il nostro lavoro dovrà avere tensione. Se abbiamo dei materiali pesanti che vanno verso il basso e materiali leggeri verso l’alto perderemo tensione.

 

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(Ikebana e foto di Silvia Barucci)

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(Ikebana e foto di Ilaria Mibelli – vaso di Silvia Pescetelli)

Ecco alcuni esempi svolti a lezione.

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(Tutte le foto sono di Luca Ramacciotti. Dall’alto ikebana di Anne Justo, Chiara Giani – vaso di Luca Ramacciotti e Daniela Bangiorno – vaso di Luca Ramacciotti)

Per concludere vorrei postare un’opera del capostipite della nostra scuola che ho sempre trovato di una forza e bellezza incredibile. E’ innegabile che lì le due masse “separate” in realtà hanno una forte tensione tra di loro, come due calamite che si stiano attraendo.

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“The Kyozo” di Sofu Teshigahara

 

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Lo scorso ottobre quando prendemmo lezione privata dalla maestra Kosa Nishiyama presso il Sogetsu Headquarter la seconda lezione verteva sui Simple Arrangement, una composizione in apparenza semplice.

Sgombriamo subito il campo da un possibile fraintendimento.

Simple arrangement non è mettere alcuni materiali (spesso ricadenti perché senza alcuna tacnica) sul bordo di un vaso di piccole dimensioni oppure usare un vaso dal bordo stretto e inzepparlo di  materiali magari piegati in diverse fogge per distrarre l’occhio. Insomma non è quello che potete vedere nella copertina di questo blog.

E’ creare una composizione che sia palesemente un ikebana, ma senza particolari costrutti visivi diciamo “importanti”.

Si tratta quasi sempre di due, massimo tre, materiali abbinati tra di loro.

Screenshot_2020-06-07 いけばな草月流 Sogetsu Ikebana ( ikebana sogetsu) • Foto e video di Instagram

Questo il bellissimo esempio realizzato dalla Iemoto Akane Teshihìgahara durante la dimostrazione live che ha tenuto ieri dalla piattaforma Instagram della scuola.

Anche se mi sono dovuto alzare alle 3 del mattino per seguire la diretta (non mi sarei accontentato di vedere poi la differita sulla pagina Facebook della scuola) è stato un momento altamente emozionante ed istruttivo. Queste quattro dimostrazioni online (3 Master instructor e la Iemoto) sono state molto importanti per tutti per comprendere quali siano le linee guida da seguire della scuola.

Stamani con il maestro Farinelli ci siamo esercitati su questo tema grazie anche a tutti i fiori che ci aveva lasciatola maestra  Anna Justo dopo essere venuta venerdì per il progetto sui profumi.

Prima di tutto abbiamo ovviamente messo acqua nel vaso. Mi chiedo sempre, vedendo alcune foto, come si possano fare ikebana (soprattutto nei vasi di vetro) e lasciare i fiori senza acqua o posizionati proprio fuori dal contenitore.

Io avevo scelto un vaso che avevo acquistato presso il negozio della scuola Ikenobo durante il mio primo viaggio in Giappone e il maestro Farinelli uno realizzato dal sottoscritto.

Il problema con i Simple arrangement è di dare la grazia classica di un ikebana, ma utilizzando pochi elementi che, posizionandoli. diano un’idea di “completezza”. In caso diverso o avremo dei rami in un vaso (magari appoggiati graziosamente sul bordo come se fossero caduti) o qualcosa che è più un segno grafico che un vero e proprio ikebana.

Abbiamo studiato sulle forme, sugli abbinamenti, scelto anche il colore per lo sfondo della fotografia. Volevamo che tutto fosse completo.

Il bello, e il difficile, nella scuola Sogetsu è che ognuno di noi deve seguire le regole della scuola, ma, nello stesso tempo, sviluppare il proprio stile. E’ illogico, con tutte le possibilità a disposizione, diventare tutti dei cloni. Mi dispiacerebbe molto se gli ikebana, e anche lo stile fotografico, mio o del maestro Lucio Farinelli fosse il medesimo delle nostre allieve/maestre. Avrei banalizzato la scuola e non creato opere d’arte, ma riproduzioni di Ikea,

Ed ecco il risultato del nosto studio mattutino.

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(Simple Arrangement di Lucio Farinelli – foto e vaso di Luca Ramacciotti)

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(Simple arrangement e foto di Luca Ramacciotti)

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In un mondo di persone che si credono artiste semplicemente perché frullano insalate e le posano su di un ciocco di legno, di recente qui ho pubblicato un post dedicato all’Arte escludendo dagli interventi un’arte a me cara ovvero quella del profumo.

Questo semplicemente per dedicargli uno spazio a parte.

Prima del parlare del perché di questa mia scelta lascio la parola all’esperta e creatrice di profumi Caterina Roncati:

“É difficilissimo definire arte e artistico al di là delle mille definizioni che troviamo sui vocabolari, sulla bocca dei tuttologi, in mezzo alla gente e soprattutto dentro di noi ogni qual volta ci poniamo questa domanda….Dobbiamo partire dall’artigianato, dalle “regola d’arte”, dal saperla propria un’arte in modo da maneggiarla a proprio piacere o ascoltare quello che abbiamo dentro e cercare di tradurlo in qualche forma artistica?
Credo che l’atto stesso di provare a dare forma alla nostra estetica ( che poi estetica è un concetto soggettivo o oggettivo!!!) sia un atto artistico… forse non sempre porta a creare dell’arte.
Se penso al mio mestiere forse mi è più facile…. raramente si nasce con un naso alla Grenouille per cui trovo che sia necessario un approccio didattico, uno studiare a fondo le materie prime, siano esse essenze, assolute, cromie, filtri di una macchina fotografica, ombretti, fiori o note musicali, in modo da poterle fare proprie, dominarle, conoscerne le sfaccettature e le inclinazioni…..l’opera d’arte apporta sempre qualcosa di nuovo? Sebbene si ispiri a tutto il vissuto di una persona…? È necessario uno sforzo nell’andare oltre per trovare un proprio codice, un dialetto che possa emozionare tu che crei e la persona che osserverà, indosserà o udirà il progetto finale?
L’arte del profumo ha la capacità di dare emozioni ed è lo scopo ultimo del mio lavoro…. spesso anche delle opere incomplete, non rifinite raggiungono questo scopo….
Personalmente vivo questo processo in maniera molto razionale, ascolto, osservo, provo spinta da una curiosità e da una ricerca genuina, fanciullesca, senza filtri… allora sì che arriva tutta la parte irrazionale, quella che mi permette di entrare in empatia, di cogliere le sottili differenze tra un sinonimo ed un altro e credo che stia lì il mio processo creativo.
Poi la formula viene da sè, quasi per magia potremmo dire, ma è il compimento di un processo profondo e ancestrale.”

Ringrazio per questa stupenda riflessione e spiego perché ancora una volta sono qui a parlare dell’abbinata ikebana e profumi.

Fino ad ora quando ho ideato un ikebana ispirato ad un profumo mi sono sempre concentrato o sulle sensazioni che questi mi comunicava oppure sulle materie prime che si percepivano.

Come scritto in diversi post a tema su questo blog la mia passione per i profumi risale all’adolescenza anche se, per vari motivi, è stato un rapporto altalenante.
Ho sempre, però, continuato negli anni ad acquistare profumi, romanzi e saggi che ne parlassero.
Quando ho letto del corso di OlfAttivazione – iniziazione olfattiva che Caterina Roncati avrebbe svolto online ho subito deciso di parteciparvi perché sarebbe stato un importante primo step di crescita guidato da una persona più che conoscitrice del settore.
Con mio piacere in questa avventura mi hanno seguito due maestre del mio Study Group di ikebana ovvero Anne Justo e Patrizia Ferrari.
3 incontri online di due ore corredati da una dispensa didattica e 17 fiale di accordi profumati che Caterina avrebbe insegnato durante le live ad ascoltare, comprendere e memorizzare.
Per facilitarci in questo, oltre al kit di cui sopra, erano allegate delle stoffe da accarezzare e delle fotografie da osservare mentre studiavamo i vari sentori. Quindi un abbinamento tattile, visivo e olfattivo molto inetressante, come le varie domande e riflessioni delle persone partecipanti.

Se a me piacciono da sempre i profumi agrumati o a base di incenso questa volta mi sono voluto sfidare su una nota a me da sempre poco familiare (paradossalmente visto il mio lavoro con l’ikebana) ovvero il fiorito.
Per la precisione i “fiori freschi” (poi ci sono i “fiori ricchi”) che si caratterizzano per un senso di freschezza, di “acquatico”, di luminoso, di verde.
I fioriti fanno parte delle note di cuore e qui, prima di illustrare il mio lavoro, vorrei fare un inciso proprio a riflessione degli stimoli ricevuti da questo corso.
Come da titolo del post i profumi sono composti da note che convenzionalmente sono suddivise in una piramide olfattiva che prevede note di testa, note di cuore e note di fondo. Sono classificate in base al loro peso molecolare o, per dirlo semplicimente, quanto sono percepibili o restano “attaccate” alla nostra pelle.
E’ interessante, per noi ikebanisti, notare che:

Note di testa: Esperidata – Nuova Freschezza – Aromatica – Marina
Note di cuore: Fiorita fresca – Fiorita Ricca – Verde- Fruttata
Note di fondo: Speziata – Legnosa – Fougère – Chyprée – Cuoio – Gourmand – Orientale – Ambrata – Cipriata – Muschiata

Ora proviamo a pensare a questa piramide in termini di ikebana.
Se realizziamo un morimono dove agli elementi base sono presenti degli agrumi (se in stagione ovviamente) immediatamente i loro colori accesi, le forme rotondeggianti e il sentore nitido, acuto e piacevole ci daranno un’aria di “leggerezza”.
I fiori in un ikebana non sono di certo pesanti visivamente (certo questo dipende da come li disponiamo), ma hanno una presenza già molto caratterizzata sia per la loro forma sia per il loro colore.
O come nel caso dei fiori bianchi, come ricordava Caterina Roncati nel corso, per il loro forte profumo dato che le api, non vedendo il colore bianco, non sarebbero mai attratte da essi.
Quindi abbiamo un materiale che non è né leggero (Note di testa) né pesante (Note di fondo).
Se pensiamo a degli ikebana dove sono presenti dei rami secchi o rami scenograficamente importanti (come il salice o il nocciolo contorto) vedemo subito come il tutto acquisti una sua “pesantezza estetica” e non per nulla le note legnose fanno parte delle Note di Fondo.
Proviamo a visualizzare un contenitore di qualsiasi tipo (un vaso, una scatola etc.) e immaginiamoci dentro un pezzo di nocciolo contorto. Avremo sicuramente qualcosa di molto pesante visivamente per cui è impensabile lasciarlo da solo e si equilibra con dei fiori e/o delle foglie. Quindi si va a costruire una piramide di “sentori” anche in ikebana dove se ci fosse un solo elemento (che so un ramo secco) non avremmo uno sviluppo sensoriale, ma un qualcosa che rimane lì e non evolve. Questo perché se è interessante anche studiare le singole materie prime (e anche indossarle) il vero capolavoro è nel creare qualcosa che le coinvolga tutte.
E’ sicuramente più interessante e stimolante fare un simposio di sensazioni che posare lì un materiale (che sia una materia prima per un profumo o un fiore/foglia/ramo per un ikebana) senza creatività.
Questa riflessione per me è stata molto importante perché credo questo sia utile per pensare un ikebana fuori dagli schemi, ovvero dalla mera composizione didattica ben eseguita.
Non serve sminuire un ikebana trasformandolo in una pila di palline per essere fuori dagli schemi (anche perché sennò mi sarei dedicato al bricolage e non all’ikebana), ma visualizzarlo a contatto con altre discipline.
Sicuramente è un processo più difficile ma di sicuro più affascinante.

Ma torniamo all’accordo fiorito.
Mi domandavo come poter dare l’idea di freschezza, di luce, di verde al mio lavoro.
Non volevo nemmeno utilizzare un contenitore che ricordasse la forma del vaso o che fosse visivamente troppo caratterizzato.
La mia scelta è quindi ricaduta sul vaso a piramide che anni fa era di moda nella mia scuola.
L’idea era quasi (forse suggestionata dal colore del vaso) di ricreare un piccolo lembo di prato dove si “affastellassero” varie tipologie di fiori abbastanza campestri e colorati. Di quei fiori in cui in apparenza non percepisci se non un profumo tenue, un lontano erbaceo misto ad una nota dolce quasi impercettibile, ma che poi sotto i caldi raggi del sole tirano fuori tutta la loro fragranza vivace, allegra, che sa di primavera senza mai diventare troppo presente.
Ho quindi utilizzato dei lisianthus, delle godesie e fiordalisi.
Per la nota verde ho scisso in due una foglia di areca andando a collocarla in maniera che desse (o almeno così io spero) l’idea dei fili d’erba smossi dal vento.
Non so quanto vedendo questo ikebana un appassionato o un esperto di profumi possa pensare alla nota di fiorito fresco, io so di aver fatto un passo in avanti andando ad ideare un accordo che probabilmente nelle occasioni precedenti ho sempre preso di lato.
Ho voluto sfilarmi fuori dalla mia confort zone.

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(Ikebana e foto di Luca Ramacciotti – vaso di Sebastiano Allegrini)
A ideare di creare un ikebana legato al corso e a uno degli accordi è stata la Maestra Patrizia Ferrari che ha scelto di lavorare sull’Accordo Marino che così descrive.

“Appena ho sentito l’accordo marino ho avuto una percezione di colore e forme molto nitida. Un sentore molto fresco e luminoso color smeraldo chiaro quasi trasparente con qualche scintilla di grigio luminescente e dalla forma prevalentemente lineare e verticale.
Man mano che l’accordo persisteva nell’aria la spazialità del profumo iniziava ad allargarsi fino a stendersi come un velo evanescente sulle cose. Anche il colore mutava. Lo smeraldo chiaro del primo impatto diventava più corposo con sfumature e velature in turchese e verde luminoso. Molto lontanamente percepivo qualche punta di colore caldo, arancio-rosa pallido.

La prima associazione che ho avuto era il riverbero di luce sulla superficie del mare smeraldo della Sardegna. Ed é a questa immagine che mi sono ispirata per il mio Ikebana.”

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(Ikebana e foto di Patrizia Ferrari)

La maestra Anne Justo invece ha scelto l’accordo talcato.

“E’ vaporoso, bianco. Quando si mette sulla pelle prima è compatto, quindi la scelta delle ortensie bianche, poi vola la polvere simboleggiata dagli Ammi majus.  Infine il blu del limonium per ricordare il colore dell’iris.”

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(Ikebana di Anne Justo – foto di Luca Ramacciotti – vaso di Sebastiano Allegrini)

Concentus Study Group

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“You are free to use these images for any other purpose after publication (website, brochure, portfolio, exposition, etc.) without requesting our approval”.

Questa la frase del regolamento del libro in questione che è l’ultimo che vedrà la nostra partecipazione per i seguenti motivi:

  • moltissime foto sono vecchie addirittura del 2014 (quindi cosa si scrive a fare un regolamento se poi si permette a chi ci pare di pubblicare qualsiasi cosa?)
  • la maggior parte degli ikebana sono un ramo in un vaso (e scusatemi tra un simpliefied e questo c’è una bella differenza)
  • un nutrito gruppo pare realizzato dalla stessa mano (forse dovuto al fatto che sono tutte eseguite a lezione dalla solita maestra e poi fotografate da un unico fotografo)
  • tutti sono citati solo con il paese di provenienza tranne una persona che oltre alla nazione è nominato con il gruppo a cui appartiene (spiegatemi il motivo se non per fare pubblicità)

C’è da chiedersi se, dato che ad esporre sono tutti  maestri, come mai non siano riusciti a fare ikebana nuovi (una addirittura ha riciclato quello che mandò anni fa come augurio di Natale) dato che conosco anche maestri che non soddisfatti delle proprie foto (e ce ne sono nel libro di sgranate e grigie o leggermente fuori fuoco) non hanno mandato nulla alla redazione.

IO PERSONALMENTE sono fiero dell’unica mia foto pubblicata perché

  • Non ho santi in Paradiso
  • Il giorno che feci le 3 foto richieste ero andato a letto alle 3 del mattino (a differenza di molte persone presenti nel libro io devo lavorare) per una notte luci, alle 9,00 ero in piedi con Ilaria Mibelli, Silvia Barucci e il fotografo e alle 5.00 p.m. ero di nuovo al lavoro. Idem il Maestro Lucio Farinelli che ha dovuto svolgere il tutto durante le pause lavoro. Quando scrissi alla casa editrice facendo presente i miei tempi stretti non mi risposero di mandare foto vecchie, ma che di sicuro avrei trovato il tempo per fare tutto il lavoro.
  • Essendo Maestro e dato che era un libro in cui sarebbero stati presenti gli Iemoto delle scuole ho ritenuto giusto rispettare il regolamento mandato da chi per primo poi non ne ha tenuto conto.
  • Non ho fatto un ikebana a lezione e non ho proposto varianti dello stesso tema come ho visto pubblicati.

Posso capire se gli Iemoto, con la mole di attività che hanno, mandano delle foto di ikebana non nuovi, loro sono ospiti, ma a noi era stata chiesta un’altra cosa.

Peccato così non si promuove un’arte, la si mortifica.

Un’occasione persa per fare una grande festa.

Concentus Study Group

 

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Il curriculum dei libri della scuola Sogetsu consta di 110 lezioni di cui:

Disassembling and Rearranging the Materials (IV anno)

Using both fresh and Unconventional Materials (IV anno)

Dried, Bleanched or Colored Materials (IV anno)

Composing Using Unconventional Materials (V anno)

Relief work (V anno)

Queste lezioni (5 su 110) presentano la possibilità di fare un passo oltre al consueto ikebana, ma come insegnava Kawana sensei, ad un workshop a cui partecipai, dobbiamo stare attenti a non scivolare nel flower arrangement perché il confine è davvero labile.

Ci sono lezioni atte anche a focalizzare l’attenzione sullo studio di un materiale ben preciso per impararne le differenze sie di forma, sia di colore sia di lavorabilità

With Flowers Only (IV anno)

With Leaves Only (IV anno)

With Branches Only (IV anno)

Green Plant Materials (V anno)

di cui solo la lezione con le foglie prevede (ovviamente) l’assenza del fiore. Già perché in tutte le altre nominate (anche in versione essiccato o come infiorescenza dei rami) il fiore è sempre presente. Questo almeno secondo i dettami della scuola Sogetsu che io seguo. Ovviamente ci possono essere delle eccezioni (come in ogni arte), ma appunto sono e devono essere tali (eccezione dal latino exceptionem da exceptus participio passato di excipere che vuol dire escludere, l’atto o l’effetto dell’escludere. Limitazione. Restrizione).

Nel libro di testo alla Variazione 4 (II livello di studio) si legge (so di averlo già scritto, ma non mi stancherò MAI di farlo):  “Among the three main steams, Hikae actually plays the most important role. The space created by plancing the other main stems can never be perfected without Hikae. The composition made only by Shin and Soe, no matter how beautifully they arranged, loses stability without Hikae from the three-dimensional from point of view. In short, it is impossible to make ikebana without Hikae. “

Questo perché Hikae è sempre un fiore nell’ikebana Sogetsu.

Vi propongo due ikebana realizzati dal sottoscritto.

Il primo a  sinistra lo realizzai da un’insegnante, il secondo da me. Al di là dell’ovvia e palese differenza di vaso e disposizione di materiale si nota come l’aggiunta del fiore (all’equiseto presente in entrambe le composizioni) porti gioia e colore? Per quanto noi si possa colorare materiale secco anche con una perizia da pittore sopraffino, non avranno mai questi materiali il calore e la forza naturale dei colori che hanno i fiori freschi. A sinistra un lavoro che ho amato (ed amo ancora) molto interessante e grafico, a destra qualcosa che indubbiamente non potremo mai definire flower arrangement o scultura perché si capisce (almeno per chi studia ikebana) che i fiori si stanno muovendo liberamente nello spazio ed hanno vita (ikebana, come ricordava Otani sensei nel precedente post deriva da due parole della lingua giapponese: “Ikeru che significa rendere vivo e Hana che significa un fiore”).

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Pensate a questo ikebana realizzato dal maestro Lucio Farinelli (e fotografato da Lorenzo Palombini) senza i fiori centrali. Probabilmente sarebbe stato ugualmente bello, ma sarebbe stata più una scultura che un ikebana (tema: Horizontal Composition) e soprattutto un lavoro freddo.

Nella lezione Dried, Bleanched or Colored Materials (come dicevo nell’omonimo post del mio blog) è vero che nel libro di testo si spiega che è possibile utilizzare anche solo materiale sbiancato/colorato/secco, ma ho sempre visto pochissime volte (se non nessuna dai grandi maestri) utilizzare questo tipo di materiale senza l’aggiunta di un fiore.

Ad esempio è interessante la lezione del V livello Composition with Branches – A Two- Step Approach proprio perché prima andiamo a  costruire una scultura di rami e dopo vediamo come questa vada adattata in un vaso con aggiunta di fiori o infiorescenze.

Poi diciamocelo tranquillamente i grandi maestri e gli Iemoto riescono a fare sculture assemblando legni e creando cose memorabili, noi si tende al bricolage (un po’ di sana autocritica è sempre bene tenerla presente).

Questi ikebana realizzati a lezione dalle maestre Ilaria Mibelli, Silvia Barucci, Patrizia Ferrari e dall’allieva Rumiana Uzunova provate a visualizzarli senza il tocco del fiore. Come nel caso sopra relativo al lavoro del Maestro Lucio Farinelli la struttura reggerebbe all’impatto visivo, sarebbe interessante, ma il fiore vi dà un afflato di vita che altrimente non avrebbe.

Anche perché non avrebbe senso fare cinque anni di studio per attaccare una corteccia ad un pezzo di ferro e tanti saluti, quello potevo farlo anche prima dello studio.

Se continuamente diciamo di seguire la “via dei fiori”  (kadō)… bè mettiamoceli i fiori sennò stiamo seguendo la via delle sculture.

Le composizioni “tradizionali” (ovvero con rami/foglie e fiori) sono talmente importanti per la mia scuola che nel libro del V anno (quello che dovrebbe diplomare un allievo maestro… ma attenzione… “Nulla è ancora deciso, perché manca il mio voto, che potrebbe confermare o ribaltare la situazione!” 🙂 ) sono la maggior parte dei temi (se consideriamo su 30 lezioni ce ne sono solo due davvero particolari). Come si ritorna (sempre nel testo del V anno) a ripassare le tecniche di ancoraggio del materiale perché non importa studiare per mettere rami, fiori o stecchi in bilico in un vaso dall’imboccatura stretta.

Questo se si vuole seguire i dettami della scuola che ci ha reso maestri. Se pieghiamo l’ikebana alle nostre necessità o voglie… bè non è più quella che abbiamo studiato.

Ad esempio nel libro del V livello alla lezione Kakebana, Tsuribana leggiamo: In this lesson the work is place apart from the table or the floor. […] In either case, the first thing to do is to find the place to display the work. A suitable space would be found for example, in the living room, dining room, entrance hall, terrace, or by window.” Questo potrebbe essere un problema nella sala dove facciamo lezione se non attrezzata per l’ikebana di questo tipo, ma se io dovessi fare dei post o delle lezioni du questo tema di certo dovrei inventarmi qualcosa (anche seguendo gli esempi fotografici del libro di testo) e non con uno sfondo anonimo come una parete bianca o nera.

Questo perché noi maestri abbiamo il compito e il dovere di rappresentare la scuola senza considerare che se di 110 lezioni ripeti sempre e solo una tipologia bè… qualcosa sotto ci deve essere.

Infatti mi chiedo anche che senso abbia un libro che dovrebbe illustare al mondo cosa sia l’ikebana e che invece propone a iosa ikebana fatti tutti secondo la stessa ottica che poco hanno di ikebana e fra l’altro con foto nemmeno inedite, ma tutte pubblicate da anni online (ma di questo ne parleremo successivamente).

Le mie allieve finché appartengono al mio gruppo devono dimostrarmi di saper eseguire ogni tipo di ikebana prescritta dalla scuola sia per temi sia per tecniche come io stesso faccio perché come dice Lorenzo Casadei: “Quando una Via viene snaturata, percorrerla non porta lontano.”

Concentus Study Group

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Inizio questo post con un titolo che è una famosa citazione di Albert Einstein perché qui, grazie ad alcuni esperti di vari campi artistici, vorrei esplorare il concetto di arte, di ciò che si considera artistico. Personalmente io non mi pronuncerò su cosa sia per me arte sperando che il mio lavoro parli da solo e perché non sono all’altezza degli artisti qui coinvolti.

Negli anni l’arte si è evoluta attarverso correnti, stili influenzati da scoperte di materie prime, scoperte scientifiche, mutamenti epocali della società, confronto con altre culture.

Ci sono state opere che hanno affascinato, sconvolto, denunciato. Opere che sono state apprezzate, altre incomprese.

Ma cosa è realmente un’opera d’arte? Cosa è l’arte? Ultimamente si va sempre più a ricercare qualcosa di strano, di incomprensibile, dei fuochi di artificio (splendidi, ma che scompaiono subito) o stiamo ritornando ad una comunicazione tra animi?

Si può essere artisti senza studio? Senza una tecnica?

L’arte sta diventando una cosa sterile perdendo la sua comunicatività tra persone? Non trasmette più emozioni (sia positive sia negative?).

Ecco gli interventi delle persone interpellate che ringrazio (sulle traduzioni dagli interventi in inglese mi assumo ogni responsabilità di fallace traduttore ^_^ ).

Mika Otani (Artista dell’Ikebana Sogetsu)

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Che cos’è Ikebana? La gente pensa che l’Ikebana sia la composizione floreale tradizionale giapponese che continua da più di 500 anni, ma io credo che Ikebana sia più di questo.

L’origine della parola Ikebana in lingua giapponese combina 2 parole, Ikeru che significa rendere vivo e Hana che significa un fiore. I fiori muoiono una volta dopo averli tolti dal terreno, ma possiamo dare loro la seconda nuova vita se li utilizziamo. Se mettiamo i fiori come li abbiamo trovati in natura è solo una copia di questa. Non possiamo mai trascendere la nostra natura. Ecco perché dobbiamo trasformarli nella nostra arte, coglierne l’aspetto bello, metterli in un ordine diverso, aggiungere la nostra nuova idea ed emozione e riflettere in questa ciò che siamo. Ikebana non è solo una decorazione da posizionare da qualche parte. L’Ikebana è un potente mezzo di auto-espressione. L’Ikebana è arte.

Quando sistemo i fiori, ricordo sempre le famose parole di Sofu Teshigahara, il fondatore della scuola Sogetsu Ikebana. Vorrei riportare qui le sue parole.
“Quando sono posti in un Ikebana, i fiori cessano di essere solo fiori. I fiori si umanizzano in Ikebana. Ciò rende Ikebana interessante e anche difficile. Sia che ti trovi in ​​ambienti innaturali, naturali o soprannaturali, i fiori diventano umani “.
Se l’Ikebana è un’arte per esprimerci, posso dire che la stessa opera di Ikebana non verrà mai ricreata. Perché chi siamo e la nostra idea e prospettiva cambiano sempre ogni giorno. Abbiamo una brutta giornata e una buona giornata e stiamo invecchiando. Dopo 10 anni, pensi che la tua prospettiva sia la stessa di 10 anni fa? Il lavoro attraverso l’Ikebana è un miracolo che avviene in quel momento quando incontri un fiore, da lì succede qualcosa di originale. Ogni volta che creo un Ikebana, mi preoccupo se posso esprimere le mie idee e pensieri. Mi interessa ciò che posso esprimere attraverso i fiori. Non si tratta della bellezza. Anche se verrà bello o no, il punto più importante è la mia espressione e i miei pensieri. Mi chiedo sempre: “È un’arte o solo una bella decorazione?”.

La mia avventura continua all’infinito con i fiori.

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Akira Satake (Ceramista)

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Creo la mia argilla, per i miei forni a legna, combinando diversi tipi di pasta ceramica con alcuni ingredienti aggiunti per avvicinarmi il più possibile all’argilla utilizzata nella produzione di articoli Shigaraki, prodotta in una delle regioni del cosiddetto sei vecchi forni del Giappone, che risalgono al XII secolo. Il mio forno ha un design moderno chiamato Train Kiln (per la sua forma ricorda una vecchia locomotiva a vapore), sebbene basato su quello che sarebbe un design tradizionale del forno; le sue caratteristiche distintive sono il caricamento più comodo e una dimensione molto più piccola, rispetto ai tradizionali Anagamas.

Confronto la creazione di queste opere con l’approccio mio alla musica, in cui la melodia da me scritta prende vita solo dopo essere stata suonata dal gruppo di musicisti per cui è stata concepita; quindi, i miei pezzi di ceramica devono essere interpretati dagli incendi.

Per me, l’atto della creazione è una collaborazione tra me, l’argilla e il fuoco. Collaborazione significa trovare ciò che l’argilla vuole essere e far emergere la sua bellezza nel modo in cui la bellezza di ciò che ci circonda viene creata attraverso forze naturali. Ondulazioni nella sabbia che è stata mossa dal vento, formazioni rocciose causate da frane, il crepitio e la patina nel muro di una vecchia casa; tutti questi devono la loro bellezza speciale alla mano casuale della natura. Il fuoco è l’ultima parte casuale dell’equazione collaborativa. Spero che il fuoco sia il mio alleato, ma so che trasformerà sempre l’argilla in modi che non posso anticipare.

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Piero Figura (Designer)

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L’arte è un esigenza! Un certo tipo di persone sensibili usa l’arte per esprimersi e rendere pubblica una loro emozione privata. Mi chiedono spesso come si diventa un artista ed io rispondo sempre che “si nasce artisti non si diventa” Certo poi gli studi, gli incontri, ma soprattutto la ricerca ti affina e ti completa Io sono stato un po’ precoce a 5 anni disegnavo e coloravo come un ragazzo di 14/15 anni. Poi sono arrivati gli studi e la laurea in architettura Ho anche vinto alcuni premi e qualche anno fa la rivista AD mi ha nominato come uno dei cento designers che hanno firmato il Made in Italy negli ultimi 10 anni. Cosa serve per essere un artista? Servono tre cose: la curiosità, tanta creatività ed un pizzico di fortuna.  

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Michele Maino (Chef)

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Nelle culture primitive arte e artigianato erano una cosa, che prendeva forma negli attrezzi, nelle statuette votive, nei manufatti per celebrare i riti comunitari: semina, raccolto, caccia, matrimonio, funerali, riti di passaggio, nel rispetto di canoni statici tramandati per generazioni.
Per le civiltà monumentali, l’arte è insieme conoscenza e pratica del foggiare la materia (pietra, legno, metallo…) in forme capaci di accogliere il divino e d’imprimere solennità alle fondamenta dello Stato: la regalità, l’amministrazione della giustizia, la guerra.
Con la frammentazione degli imperi, l’arte diventa, se possibile, ancor più agiografica: opere e artisti sono chiamati a giustificare un potere non più dato da Dio e a celebrare le virtù dei vari nobili, feudatari e prelati. L’artista comincia a poter esprimere una personalità, ma mai tanta da ledere la maestà dei permalosi committenti, pena la miseria, l’esilio, la morte.
Al tramontare degli dei, la nuova società materialista ha bisogno di sfrondare la contemplazione a vantaggio della produzione e genera due nuovi tipi d’artista: l’educatore, incaricato di coltivare i cittadini ed educare i fanciulli, e il romantico ribelle, il cui compito è di intrattenere l’annoiata borghesia emergente.
La stagione degli ‘-ismi’ politici e culturali produce un’arte nazional-popolare che infiamma il cuore del popolo e, spesso, ne assopisce la mente. Presto, l’arte scivola sulle cattedre degli accademici e dei critici i quali, nel pur encomiabile tentativo di codificarla, la strappano, come un erborista fa con le piante, al suo terreno vitale e ne espongono le esequie nei musei, nelle gallerie, nelle rassegne, abbandonandole agli ingranaggi del mercato e alla furia consumistica dei gift shop.
Attraverso le epoche, il discorso dell’arte smotta dalle vette siderali del potere giù, giù fino alla massa e, sciogliendosi, si dirama velocemente in mille linguaggi sempre nuovi, la cui vita, spesso, è più breve del tempo necessario affinché un numero sufficiente di parlanti si prenda la briga di imparare a parlarli sul serio.
Liberatosi dal suo Drang con una compressa di Xanax e smarcato da ogni responsabilità metafisica, l’uomo contemporaneo può comprare una macchina fotografica digitale in una stazione di servizio o degli acquerelli al supermercato sotto casa e, finalmente, divertirsi, esprimere se stesso, ‘fare arte’.
Fin qui ho parlato di arte, una parola ormai così inquinata, abusata e svuotata da non avere quasi più senso. E invece voglio parlare del sacro: chiunque, dotato di talento bastante e padrone di un qualsiasi linguaggio, che sia così generoso da sostenere lo sforzo, così umile da fare abbastanza spazio dentro di sé per lasciare che l’universo, il divino, gli archetipi fluiscano e si manifestino attraverso di lui, compie un sacrificio, offre un servizio sacro, dà vita a un’opera sacra. E la potenza numinosa di tale opera risuonerà in chi è ugualmente sensibile, come un diapason fa vibrare il suo simile. Naturalmente, come una medesima frequenza condiziona diversamente diapason diversi, così il sacro è da ognuno diversamente recepito.
Molti linguaggi necessitano di grande esercizio e abnegazione, altri d’un grande lavoro di pulizia interiore, altri ancora di una vasta conoscenza o di una pratica indefessa: ma il sacro è sempre disponibile a farsi accogliere dove trova uno spazio conveniente, nella lettera d’amore di un’adolescente, nella voce di un bambino, nelle mani di una nonna che stende la sfoglia con il mattarello. Chi pensa che l’arte sia a tutti costi emozione, complessità, stupore, solennità o eccellenza, a mio parere, s’inganna: non sa più apprezzare una luna senza dito, un viso senza belletta, una voce senza birignao. Arte è la cosa giusta al momento giusto, quel movimento perfetto, né sciatto né affettato, oltre il pensiero e prima dello sforzo: il sacro, appunto.
Similmente, anche la cosiddetta arte culinaria può manifestarsi in un raffinato haiku di sapori, tanto più prezioso in quanto condivide la fugace e commovente bellezza del màndala di sabbia e dell’ikebana, così come nel greve elaborato concettuale di una personalità debordante o nella vacua messinscena di un callido cuoco. Dove manca un senso, il cibo decade da servizio sacro a merce.
Una merce che, è sempre bene rammentare, non coinvolge solo i sensi ma penetra nel corpo e diventa sangue e carne.

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Adriano Settimo Radeglia (Scultore)

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Da bambino ho sempre sentito il bisogno di creare, di esprimere le mie emozioni, non era importante il mezzo, bastava un semplice disegno sull’asfalto con pezzi di tufo, un foglio di carta fortuito e una penna, un cartone e dei colori o modellare la cera delle candele. A me interessava fare, fare bene, era uno sfogo. L’entusiasmo di materializzare quel sentimento, quel pensiero, ancora oggi é tale, ho scelto di nutrirmi di questo, di dedicarmi a fare tutto ciò che piacevolmente mi emoziona. Fare arte è una scelta di vita, un bisogno, ciò che più di ogni altra cosa mi gratifica e mi fa sentire libero, quella libertà che va nutrita con la dedizione. È la relazione tra cuore, mente, gesto e materia per dar vita ad un’opera che è parte di noi, racconta di noi, ci somiglia. Un’opera a cui si dona identità e stile riconoscibile, riconducibile all’autore, che racchiude l’esperienza, la conoscenza e il percorso che, creando, amalgama alle proprie emozioni. E non ci si può improvvisare, non c’è spazio per la superficialità, non si tratta di cose.

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Gioni David Parra (Scultore)

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Quando Lucio Fontana fu invitato a far visita a Pablo Picasso ad Albissola si immaginò di trovare un uomo tronfio di successo e di gloria. Ebbene, una volta arrivato e presentato, con grande sorpresa si trovò dinanzi ad un uomo in preda alla frenesia e alla premura. Quasi fosse l’ultimo degli allievi arrivati a lavorare la ceramica. Continuava a toccare e ritoccare i lavori cambiando continuamente angolo di vista e postura del corpo. Preoccupato e ansioso come colui che tutto deve ancora dimostrare e conquistare. Racconto questo aneddoto quale miglior risposta al quesito che il Maestro Ramacciotti mi sottopone. Infatti è proprio così che si distingue l’ESSERE artista da migliaia di falsi o caricature. Lo vedi e lo distingui per questa Urgenza, per questa Necessità. A seguire riconoscerai “l’opera d’artista” perché sarà costituita da un linguaggio unico e riconoscibile. Niente sarà come prima, niente sarà se non corrispondente a quel nome, perché il suo nome sarà “AUTORE”. Allora sarai certo di poter accogliere in te la declinazione di un altro mondo. Sarà come sbarcare sulla Luna o conquistare Marte ma lo farai attraverso altri tempi e nuovi spazi. E non sarà uno scherzo perché la Storia trova la sua narrazione da sempre in questi protagonisti che chiamiamo “Pionieri”. 

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Akihiro Mashimo (Artista del Bambù)

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Il mio primo incontro con il bambù è stato conun opuscolo che mi diede mia madre.
Era una guida per una scuola tecnica dove poter imparare l’artigianato.
C’erano molti tipi diversi di artigianato che potevi imparare in quella scuola, ma quello che scelsi fu subito il lavoro artigianale del bambù. Questo perché il bambù è un materiale che ho sempre sentito affine.
Il bambù è un materiale unico con una pelle esterna dura e una cavità all’interno. E l’arte dell’artigianato del bambù consiste nel modellare questo materiale per adattarlo all’antico stile di vita giapponese. Ogni giorno lottavo per gestire il materiale in questo modo.
Dopo la laurea, ho avuto la possibilità di lavorare per un’azienda gestita da un presidente, che era istruttore in una scuola tecnica. E da lì, mi sono completamente immerso nell’arte del bambù.

Vorrei spiegare un attimo cosa intenda per lavoro artigianale del bambù.
Il bambù appena cresciuto ha una sfumatura blu brillante, ma col passare del tempo cambia in bianco.
La superficie della pelle è liscia e fresca al tatto. Alla fine cresce oltre i 20 metri in tre mesi da quando spunta dal terreno.
Sin dai tempi antichi, si dice che la divinità risieda in tale bambù.
Ecco perché, anche ora, il giorno di Capodanno, un ornamento di bambù chiamato “Kadomatsu” viene posto all’ingresso di molte case e negozi come segno che la divinità scenderà dal cielo.
Nella storia più antica del Giappone “The Tale of Bamboo Cutter”, la protagonista è una principessa che nasce dal bambù e alla fine ritorna sulla luna. Il bambù è una pianta misteriosa.

Sono passati 20 anni da quando iniziai lo studio dell’arte del bambù. All’inizio ho faticato quotidianamente nel gestire il bambù. Oggi, creo opere d’arte mentre parlo con il bambù. Ora ho imparato a sapere che tipo di arte del bambù voglio fare e percepisco quale sia la forma che il bambù stesso vuole avere. Il bambù può assumere qualsiasi forma grazie all’uso delle mani. Ci sono infinite possibilità là fuori. Ai vecchi tempi, il bambù veniva utilizzato per costruire le pareti che venivano fissate in terra. Quindi, con lo sviluppo della cerimonia del tè, sono iniziate a comparire le recinzione di bambù. Ora può diventare una decorazione a display che viene illuminata, pur mantenendo il design classico. Soprattutto per quando il bambù viene illuminato c’è da dire che, cone le luci che fluttuano nel vento e si muovono sembrano davvero esseri viventi. Penso che simboleggi il modo in cui dovrebbe essere il bambù oggi, dove puoi sentire la natura e la vita in città.

Credo che toccare il bambù possa renderti felice. La ragione di ciò è che fa dimenticare alle persone il trambusto della città e impone le calma.
Con questo pensiero, sono arrivato a pensare che la mia missione è “far sorridere il mondo con il bambù”.
Spero che il bambù si diffonda non solo in Giappone, ma anche in tutto il mondo. Spero che le persone in tutto il mondo acquisiscano familiarità con l’arte del bambù e che il mondo si riempia di sorrisi a causa di esso.

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Stefano Raffaele (Disegnatore)

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Per quanto mi riguarda, cercando di essere il più sintetico possibile, l’essere artista vuol dire sentire nello stomaco di dover esprimere qualcosa, non riuscire a farne a meno, non poter vivere altrimenti, e cercare il linguaggio giusto per farlo, dentro se stessi, senza costrizioni.

Credo che la chiave per crescere sia fondamentalmente riuscire ad essere se stessi, magari riscoprendo anche il proprio essere stati bambini, quindi agire di stomaco, sulle nostre opere, e non smettere mai di meravigliarsi. La tecnica è importante solo fino ad un certo punto, ed è credo la parte più semplice da migliorare. Lavorare dentro di noi è più difficile.

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Ringrazio ancora una volta questi artisti che mi hanno concesso il loro tempo e attenzione. Quello che amo nell’arte è la possibilità di contaminazione, di rinnovarsi costantemente senza diventare dei monoliti di pietra.

Concentus Study Group

 

 

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