Skip to content

Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Tag Archives: Roma

IMG_4841

(Ikebana e foto di Ilaria Mibelli)

Di recente in un manuale di Bob Cassidy ho letto la seguente asserzione: “Semplicità significa pulizia ed impatto. Non ha nulla a che vedere con le difficoltà del metodo impiegato. Rileggete le ultime due frasi cinquanta volte e non dimenticatevene mai.”

Cassidy non si occupava affatto di ikebana, ma credo che la sua affermazione in questione sia perfetto per il nostro percorso dei fiori e per questo ho preso ad esempio l’ikebana della maestra sogetsu che sta a Livorno Ilaria Mibelli.

Se, come asserisce Sofu Teshigahara nel principio n. 1 della Sogetsu, un bel materiale non fa di conseguenza un bell’ikebana è vero che se andiamo ad utilizzare materiale particolare agli occhi di chi vede, soprattutto se è profano, sembra che si sia fatto chissà che cosa quando magari abbiamo solo appallottolato del materiale e infilato in un vaso in maniera carina.

E’ ovviamente più semplice infilare dei fiori in un vaso  e appoggiare ad esso un ramo per fare una cosa di impatto che scegliere un nageire base come ha fatto Ilaria.

Mi chiederete il perché.

Nello stile libero (anche se in realtà si dovrebbero andare ad applicare liberamente le regole apprese nei khion e non dimenticarle) uno può sostenere che quella è la sua idea, che ha volutamente sproporzionato il tutto (anche se ci si dovrebbe sempre attenere alle 3 misurazioni della scuola) etc mentre nei khion base hai quelle regole prefissate, le posizioni dei 3 Shushi, l’angolazione etc. Se nello stile libero puoi ingannare inzeppando l’imboccatura del vaso con dei fiori a fare da tappo, nel nageire base devi per forza utilizzare (e bene) le tecniche apprese a scuola.

Quindi niente trucco e niente inganno.  La pura maestria da maestra (scusate il gioco di parole) non è nel fare un ikebana velocemente (anche se un maestro per via delle dimostrazioni pubbliche deve poter contare su questa dote), ma farlo bene, alla perfezione.

A partire dalla scelta del materiale. Una volta un’allieva, che si riteneva pronta per essere maestra, mi portò dei finisismi rami di pitosforo e delle brassiche più grandi dei cavoli sotto cui nascono i bambini. tutto sproporzionatissimo.

Ilaria avrebbe voluto abbinare il lauro con la rosa, ma in questo periodo (San Valentino) anche le rose più brutte hanno prezzi proibitivi.  E’ quindi ricorsa a dei fiori similari alle rose per forma ovvero le brassiche, ma, a differenza della persona sopra nominata, le ha scelte piccole facendo sì che per dimensione e forma si abbinassero, senza sopravaricare, ai rami. Un maestro lo è anche nell’abbinare bene i materiali (anzi direi che è il 96% dell’essere maestro).

E nella pulizia visiva del nageire Ilaria lo ha fotografato così senza alcun effetto che potesse celare le mancanze tecniche perché l’ikebana va visto nella sua interezza, non ha un lato nascosto come la Luna.

Spesso, se a lezione avanzano i materiali (dopo averne dati alle allieve anche per portarseli a casa ed esercitarsi oltre a quelli usati durante la lezione), con il maestro Farinelli facciamo dei nageire per mantenerci esercitati. E’ impossibile esercitare un’arte senza mai allenarsi costantemente nelle tecniche perché la perdità della manualità sarebbe immediata.

Non è il saper realizzare un buon soegi-dome che fa un bel nageire, ma è quello che ce lo sorregge. E non è un compito da poco.

Concentus Study Group

 

Annunci

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

20190210_131359a.jpg

Chi mi segue sui vari social sa che ultimamente mi sto divertendo con l’utilizzo della lensball in fotografia.

Ma di cosa si tratta? Sono sfere di cristallo K9 ovvero lo stesso cristallo che viene utilizzato per le lenti della fotocamera e di altre ottiche per le sue caratteristiche di elevata trasmissione luminosa e rifrazione della luce. Ricorda un poco la versione tascabile delle sfere divinatorie dei chiromanti ed è ultra trasparente, un cristallo lucido e temperato, per una superficie perfetta e senza graffi. Con la lensball ci possono “giocare” tanto i principianti che i fotografi professionisti essendo ideata non solo per le  fotocamere professionali ma è anche per qualsiasi fotocamera degli smartphone.

Perché usarle?

Una mia amica mi diceva che non le piace vedere un’immagine “chiusa” in una bolla, invece per me è focalizzare un punto di vista diverso. Non tutte le foto sono belle con una lensball e nemmeno tutti i soggetti sono adatti ovviamente.

49948211_2027552637291673_436726336380207104_n

Però a volte può essere che nel cercare un soggetto adatto noti qualcosa che distrattamente ti era sfuggito.

Ieri ad esempio ero ad un ristorante dove mi sono recato più volte percorrendo il giardino di ingresso, dove ho sempre notato le varie piante (anzi più volte li ho “minacciati” di arborizzamenti), ma non ero mai sceso nei dettagli. Ho osservato il muschio sulla panchina, sul terreno, sul muro.

Era come se in mano avessi una lente di ingrandimento.

Ma non è solo questo. Se si osservano le meravigliose foto di Stefen Lanz, autore anche di una breve, ma intensa guida sull’argomento, si evince che possiamo creare dei nuovi mondi dove la sfera è nelle nostre mani o diviene il soggetto/oggetto/sguardo della nostra foto.

Se prendiamo la foto di apertura di questo articolo e la ribaltiamo (chi ce lo vieta? Anzi su instagram l’ho proprio pubblicata così.)

20190210_131359

avremo, ovviamente un effetto più naturalistico e meno estraniante.

Un gioco? Forse. Per me è uno stimolo verso un altro punto di vista, una nuova ricerca.

Vi chiederete cosa ci incastra tutto ciò in un blog sull’ikebana.

Con la seguente motivazione.

Il cammino dei fiori deve avere sempre occhi nuovi, cercare idee (che comunichino non esibizioni di egocentrismi dobbiamo parlare agli altri non a noi), osservare la natura non solo con i nostri occhi, vedere se delle immagini di una natura “diversa” ci suggeriscono nuove interpretazioni dei temi proposti dalla nostra scuola, osservare come le linee si curvano nella lensball, comprendere come i colori possano mescolarsi o risaltare, vedere un riflesso che ci cambia la prospettiva,

non

fossilizzarsi

MAI

sulle stesse cose

diventando ripetitivi

RIMBALZANDO

sui soliti temi

Se pensiamo (per me cosa molto utopica) di essere bravi su un tema, che questi non abbia più nessun sviluppo per noi, passiamo un altro.

Non dobbiamo diventare fotocopie di noi stessi.

Perché nessun fiore, ramo o foglia è uguale all’altro.

Concentus Study Group

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Screenshot_2019-02-07 (1) STAMBA - Home.png

Se ci hanno sempre fatto piacere le innumerevoli collaborazioni che in Italia, solo il nostro Study Group ha realizzato dai gioielli, ai profumi, ai prodotti di bellezza, alla moda, alla scultura, ai mosaici, alla cucina, al design etc., ancor maggior soddisfazione accade quano un’importante realtà come quella della Stamba chiede al maestro Lucio Farinelli il permesso di condividere un suo ikebana sulla loro pagina Facebook ed Instagram e soprattutto ciò che ci colpisce è la frase che accompagna il post. Un riconoscimento al lavoro e all’impegno che profondiamo nella divulgazione dell’arte dell’ikebana con umiltà e studio.

Ovviamente moltissimi complimenti al maestro Farinelli.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Nella Sogetsu Teachers Association Members Guide al capitolo “After completion of the texbook” il punto 11 recita: “Take an interest in others Arts – The world of art is infinite: by broadening you experience of other arts you will increase your sensibility, so encurage students to experience as much of the arts world as possible.” Fortunatamente questo concetto non lo devo ribadire alle mie allieve perché sono tutte interessate all’arte di ogni periodo storico anche se, ovviamente, quella moderna è, con le sue peculiarità, quella per noi più vicina come fonte di ispirazione.

L’arte è davvero fondamentale nella mia scuola a partire da temi quali: Complementing an Art Work (più volte sviluppato in Italia solo dal mio Study Group con eccellenti collaborazioni professionali) a propri specifici riferimenti all’interno del Kadensho scritto da Sofu Teshigahara.

Sofu sostiene che chi è legato al rispetto della tradizione non è soggiogato da esse e la ricerca di nuove idee e strade è fondamentale per un ikebanista, perché l’ikebana è un’arte in evoluzione come la pittura, la scultura etc.

Più volte, anche per questo, nelle nostre conferenze, il sottoscritto e il maestro Lucio Farinelli, abbiamo definito la Sogetsu la Bauhaus d’Oriente per diversi motivi. Definizione piaciuta molto, di recente, ad una giornalista del Corriere della Sera.

50593788_2045801308800139_7489704364655771648_o

Ma perché avvicinare la scuola Sogetsu proprio alla realtà artistica della scuola Bauhaus?

Non sto qui a ricordarvi le peculiarità del movimento Bauhaus che sicuramente conoscerete, ma l’importanza che ebbe per i temi proposti (e per come lo erano effettuati) e la rivoluzione che portò nel campo artistico, architettonico e di design. Cambiò l’arte occidentale come la Sogetsu fece con l’ikebana andando a frantumare schemi e tradizioni cristallizzate senza però mai negare o respingere l’esperienza del passato. In entrambi i casi il “sentire personale” era tanto importante quanto le tecniche apprese.

Inoltre pensiamo ad uno dei più noti esponenti di questo gruppo ovvero Vasslij Kandinskij e al suo “Punto, linea, superficie”:

“Il punto geometrico è un’entità invisibile. Deve quindi essere definito come un’entità immateriale. Pensato materialmente, il punto equivale a uno zero. Ma in questo zero si nascondono diverse proprietà, che sono «umane». Noi ci rappresentiamo questo zero – il punto geometrico – come associato con la massima concisione, cioè con un estremo riserbo, che però parla. In questo modo, nella nostra rappresentazione, il punto geometrico è il più alto e assolutamente l’unico legame fra silenzio e parola. E perciò il punto geometrico ha trovato la sua forma materiale, in primo luogo, nella scrittura – esso appartiene al linguaggio e significa silenzio.

La linea geometrica è un’entità invisibile. è la traccia del punto in movimento, dunque un suo prodotto. Nasce dal movimento – e precisamente dalla distruzione del punto, della sua quiete estrema, in sé conchiusa. Qui si compie il salto dallo statico al dinamico. La linea è, quindi, la massima antitesi dell’elemento pittorico originario – il punto. La linea può essere definita come elemento secondario.

Il punto è il risultato del primo scontro tra lo strumento e la superficie materiale, la superficie di fondo. Carta, legno, tela, stucco, metallo, eccetera, possono essere il materiale di questa superficie di fondo. Lo strumento può essere matita, bulino, pennello, penna, punta, eccetera. Attraverso questo primo scontro viene fecondata la superficie di fondo.

Anche in un altro regno di elementi puri – nel regno della natura – ci si presenta spesso l’accumulazione di punti; ed essa è sempre funzionale e organicamente necessaria. Queste forme della natura sono, in realtà, piccoli corpi nello spazio e si trovano, in rapporto a un punto astratto (geometrico), nella stessa relazione del punto pittorico. A dire il vero, d’altra parte, tutto quanto il « mondo» può essere considerato come una composizione cosmica in sé conchiusa, che è formata a sua volta di infinite composizioni autonome, anch’esse in sé conchiuse e sempre più piccole; e questo mondo, nel grande e nel piccolo, fu creato, in definitiva, da punti; e con ciò, d’altra parte, il punto ritorna al suo stato originario di entità geometrica. Si tratta, infatti, di complessi di punti geometrici che stanno sospesi in diverse figure regolari nell’infinito geometrico. Le più piccole di queste figure in sé conchiuse sono figure puramente centrifughe e si presentano di fatto al nostro occhio poco esperto come punti, che stanno in rapporto fra loro attraverso connessioni allentate. Lo stesso aspetto hanno alcuni semi: e se noi apriamo la capsula del papavero (che è, in definitiva, un punto sferico ingrandito), così bella, liscia e levigata come avorio, scopriamo in questa calda sfera delle miriadi di freddi punti azzurro-grigi, che obbediscono a un piano di composizione e portano in sé la latente quieta forza generatrice, proprio come il punto pittorico. Qualche volta forme del genere nascono nella natura per smembramento e disgregazione dei complessi già menzionati – si può dire, come slancio verso la figura originaria della condizione geometrica. Se il deserto è un mare di sabbia, composto esclusivamente di punti, non a caso la capacità di movimento invincibile e tempestosa di questi punti « morti» ha effetti terrificanti. Anche nella natura il punto è un’entità chiusa in se stessa, piena di possibilità.”

Sofu nell’ikebana introduce i temi di: linea, massa e colore dove, dei tre, la linea è l’elemento più importante. Sempre nel Kadensho scrive: “Ikebana can be see in terms line, color, or mass. These three elements measure in various ways and express infinite possibilities. […] In ikebana, two or more types of flowers are often combined or matched. This is a good way to make use of these three elemts. Branches excel in lines, while flowering plants excel in color and mass. […] Ikebana is an art of space – the space between branches, the space between flowers and leaves and the spaces between masses. In other words, the space between the branches and flowers come alive. This space is a plentiful void projecting tension and power.”

Pensiamo anche ad un altro grande esponente pittorico della scuola Bauhaus (di cui quest’anno ricorre il centenario dalla fondazione ovvero otto anni prima della nascita della Sogetsu) ovvero Paul Klee e al suo senso ritmico e musicale che riversò in pittura. Se Klee  sviluppò i concetti di proporzioni, immagini riflesse, delle forme e colori primari e la loro percezione, Kandinskij invece si basò principalmente sul disegno analitico la composizione cromatica, seguendo i principi dell’analisi e della sintesi e dando importanza agli effetti del colore nelle sovrapposizioni tra di essi e nella loro percezione.

Pensiamo alla frase sopra riportata a proposito della linea dove Kandinskij scrive: “Nasce dal movimento – e precisamente dalla distruzione del punto, della sua quiete estrema, in sé conchiusa. Qui si compie il salto dallo statico al dinamico. ” Se la natura la consideriamo la nostra “linea” l’ikebana nasce dall’atto dinamico, dalla recidere (distruzione) una parte di un elemento originario (fiore, ramo, foglia) per dargli una nuova forma. Sofu afferma che un crisantemo quando viene reciso e posto in un ikebana non è più un crisantemo, ma qualcosa di nuovo.

Se invece riflettiamo sulla frase: “Carta, legno, tela, stucco, metallo, eccetera, possono essere il materiale di questa superficie di fondo. Lo strumento può essere matita, bulino, pennello, penna, punta, eccetera.” come non andare col pensiero ai Relief Works o agli Zenei-Bana o all’uso di materiale non convenzionale in ikebana da parte della mia scuola?

Sempre leggendo il Kadensho vi ritroviamo spesso concetti che vanno in parallelo a molte idee della Bauhaus ponendo attenzione sull’abbinamento di materiali (Setting ikebana, however, is not like mixing ingredients for a meal), la pesantezza di alcuni fiori tropicali (…resulting in a superficial ikebana that is shallow and saccharine) o il rapporto che ci deve essere tra i fiori (potrebbero essere il nostro punto) e il vaso (che potrebbe corrispondere alla superficie). L’argomento di Sofu nel Kadensho che mi ha sempre fatto venire in mente i due pittori sopra menzionati è però il seguente: In ikebana, it is important to try to find ways to confer movement to branches and flowers that are normally static. […] Movement is the sense of motion that arises from perfect stability – movement based on a solid sense of equilibrium.

Quindi per Sofu Teshigahara l’ikebana oltre ad avere linea, massa e colore deve trasmettere un senso di movimento, possedere un suo peculiare ritmo.  Infatti poche righe dopo sosterrà che “Pilling flowers into a massive arrangement without rhyme or reason is really distasteful to me. It is taboo to stick too many flowers into a vase. Especially with nageire, only one or two stems will suffice.”

Questi gli aspetti più pertinenti (detti con molta sintesi) per me che legano la scuola Sogetsu ad una rivoluzione culturale ed artistica come quella della scuola Staatlitches Bauhaus per non parlare poi di concetti come l’architettura o il design che la Sogetsu ha sempre introdotto nel campo dell’ikebana, basti pensare al lavoro che svolse Kasumi Teshigahara assieme al suo gruppo di giovani artisti o all’importanza architettonica della Sede della scuola stessa e la sua elegante essenzialità.

20180510_134201

Recentemente nella grande esposizione FLOWERS BY NAKED ci sono stati anche giochi di proiezioni (quindi non più solo luci come si faceva prima) su un grande allestimento realizzato dalla Sogetsu, una continua evoluzione di questa meravigliosa arte seguendo il motto dell’attuale Iemoto Akane Teshigahara: Into the Ocean of Diversity.

Concentus Study Group

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

In questi giorni a Parigi si è tenuto un evento, che definirei epocale, per il mondo dell’ikebana. Purtroppo il mio lavoro mi ha impedito di essere presente dovendo partecipare a degli spettacoli, ma per fortuna grazie ad internet ho potuto seguire tutto l’evento.

Partecipare ai workshop dei propri Iemoto oltre ad essere istruttivo, è emozionante sia per quello che loro rappresentano sia perché, ovviamente, hanno una preparazione summa. Un poco invidio i colleghi ikebanisti che, stando a Parigi in questo giorni, hanno potuto partecipare a tale evento. Impensabile essere lì e non fare il workshop.

La foto di copertina è tratta dalla pagina 公益財団法人日本いけばな芸術協会 mentre le altre dalla pagina ufficiale dell’Ikebana Sogetsu Branche Française. Ringrazio loro per il permesso della condivisione.

Come ringrazio lo Iemoto dell’Ichiyo, il sig. Naohiro Kasuya, che un giorno spero di conoscere di persona, che quasi in tempo reale mi ha mandato su messanger le foto e i video dei suoi lavori tra cui questa splendida installazione

50847865_1359459060862828_354013869078740992_n

che era posizionata accanto a quella della mia scuola.

Le scuole presenti erano Ikenobo, Ichiyo, Ohara, Sogetsu et Mishô.

Spero che venga pubblicato il testo della conferenza, ma questo incontro è stato importante anche da un punto di vista simbolico. Sono scuole che presentano diverse sfaccettature della stessa arte ed è bello constatare che collaborino assieme, tutte le foto di gruppo che ho visto degli Iemoto è palese il loro affiatamento, la gioia di essere a Parigi assieme per parlare e studiare l’ikebana.

In attesa di una prossima occasione, con malinconia però mi ha fatto piacere che membri del Chapter Francese mi abbiano scritto per dire che la presenza di noi italiani gli è mancata.

Concentus Study Group

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Se è relativamente facile abbinare i materiali andando a comprarli al Mercato dei Fiori, dai Grossisti o presso Vivai, le cose cambiano quando si va in mezzo alla natura. Dico relativamente facile perché se con delle gerbere invece di abbinare che so dei rami di ligustro ricorriamo a del cornus il nostro ikebana è spacciato in partenza.

In natura noi non possiamo disboscare le piante per cui la nostra scelta dovrà essere mirata e consapevole.

E se nel nostro vaso (stile base o libero) andiamo a ricreare un distillato della natura per cui i fiori non possono tendere a piegarsi verso il basso e dei rami noi dobbiamo vedere la pagina superiore, così nell’illuminare il nostro lavoro penseremo a come lo sarebbe in natura.

Come dice il fotografo Rinaldo Serra, la luce naturale cade dall’alto per cui il nostro lavoro dovrà essere illuminato, possibilmente, da questa direzione.

Ricorrendo alla mia esperienza teatrale se illumino un soggetto dal basso avrò subito un effetto estraniante (pensiamo alle classiche immagini del diavolo ai cui piedi c’è sempre il fuoco per intenderci), come una luce di taglio ci porterà il soggetto illuminato solo da un lato. Per illuminarlo completamente ci vorranno due luci di taglio che si intersecano. Le ombre devono essere sempre nette perché se molteplici o sfuocate attireranno il nostro occhio più del soggetto che vorremo illuminare.

Di fotografia so poco, di luce qualcosa ho imparato in questi anni anche grazie a professionisti dell’illuminotecnica come Valerio Alfieri. Però ho sempre ascoltato i pareri di fotografi più esperti di me.

A partire da Lorenzo Palombini autore delle foto del nostro passato workshop su aloe (i primi ad usarlo e con sapienza in Italia), moda e materiale non convenzionale, nonché di quelle per il libro internazionale Ikebana inspired by Emotions.

(queste due foto son tratte da un mio vecchio post sulla fotografia)

Lo stesso Giuseppe Cesareo quando tenne con noi il primo workshop sulla fotografia ben spiegò come realizzare le nostre foto. Luci dirette ed ombre uniche e nitide. Lezioni che si dovrebbero sempre tenere a mente e mai dimenticare.

Per non toccare sacri maestri che della fotografia di fiori hanno fatto dei capolavori come Mapplethorpe.

robert-mapplethorpe_07

Facendo tesoro degli insegnamenti dei fotografi e documentandomi io cerco di progredire sul percorso della fotografia.

Sia Palombini che Cesareo o Serra hanno insistito nei loro workshop come l’avere tanta strumentazione non voglia dire fare belle foto, anzi magari all’inizio è meglio averne la giusta, essere creativi e studiare tanto. Nel mio articolo relativo al workshop che il maestro Serra tenne da me in Versilia per le allieve toscane sono riportati esempi di studi fotografici che ci fece effettuare spostando proprio le luci per comprendere al meglio come fotografare.

La luce deve illuminare, essere presente, ma nello stesso tempo non protagonista, come in ikebana non si deve vedere l’intervento della mano dell’uomo (che c’è), ma ogni cosa dovrebbe (il condizionale è d’obbligo purtroppo) sembrare sgorgare spontaneamente come in un bosco e dare idea di vigore e movimento, non di pesantezza e staticità.

Se vediamo la foto sopra di Mapplethorpe è innegabile che la luce giochi un ruolo fondamentale, ma è quasi di sfondo al vaso di fiori, se ne integra, non diviene il punto focale del nostro sguardo.

Ispiriamoci sempre alla natura e non al nostro ego e non sbaglieremo mai.

Ricordiamoci che il termine fotografia deriva dal greco φῶς, φωτός, luce e -grafia γραϕία, scrittura.  Se abbiamo una pessima calligrafia nessuno comprenderà cosa volevamo dire. Parleremo solo per noi stessi.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Il Maestro Lucio Farinelli che, ha vissuto per un anno in Finlandia, da sempre possiede l’Alvar Aalto Collection vase di IIttala e lo ha utilizzato più volte (anche in coppia con uno di dimensioni più piccole) andando a creare ikebana naturalistici (Smoke Tree e Nigella) a più particolari (Equiseto e Godesia) a monomateriale (Tulipani).

Per anni io ho osservato quel vaso a casa sua senza mai pensare di farci un ikebana fino allo scorso ottobre quando mi ha colto l’ispirazione per un ikebana da dedicare al nuovo profumo di Antonio Alessandria.

Uno dei temi della scuola Sogetsu che si studiano al V curriculum è proprio quello dei vasi di vetro dove si deve giocare con la trasparenza, le rifrazioni etc. Il tutto ovviamente deve avere un aspetto artistico e il materiale che si vede in trasparenza non deve essere messo male o a caso. Per tale motivo spesso come ancoraggio si ricorre all’uso del Jika-dome ovvero il fissaggio diretto.

Domenica scorsa con i materiali avanzati dalle lezioni e dalla dimostrazione e mostra presso l’Istituto Giapponese di Cultura, con il maestro Farinelli ci siamo messi a studiare il suo vaso di vetro e cercare di capire quali lavori si possano fare al suo interno.

Qui apro una piccola parentesi. Spesso facciamo questi studi, questi lavori. Credo per un maestro esercitarsi continuamente sia assolutamente indispensabile. Al di là della passione verso questa arte che ci spinge a creare, a trovare idee, soluzioni, un professionista non si può esimire dal continuo studio ed esercizio. Ho sempre preteso molto dai miei insegnanti come faccio con me stesso. Se io vado ad imparare sono sì grato al mio insegnante, ma altresì voglio essere soddisfatto e completamente al 100% del servizio che ho pagato. Credo sia disdicevole, come è successo al sottoscritto, trovare insegnanti che non conoscessero bene i temi della scuola da loro rappresentata o che dovessi imprestare loro i libri della mia biblioteca perché, oltre al libro di testo, non avevano altro. Non sono mai stato molto diplomatico in vita mia e non ho mai slecchinato i miei insegnanti pubblicamente, di contro chi ho trovato valido ha sempre trovato spazio nella mia riconoscenza e ne ho parlato pubblicamente qui tra queste righe. Slecchinare non serve, imparare seriamente sì “approfittando” di quei maestri che ti insegnano al massimo delle loro possibilità. Per questo io (e ovviamente il maestro Farinelli) ai miei allievi cerco di dare il massimo ad ogni lezione e mal ho sempre sopportato il pressapochismo di pochi o di gente che crede di organizzare dei corsi quando obbliga le allieve di rifornirsi di vasi e/o portarseli da casa. Purtroppo anche io ho subito uno di questi organizzatori, ma non accadrà più anche perché la riconoscenza spesso muore bambina.

Ho fatto questa divagazione perché chi si iscrive ai nostri corsi deve sapere (o comprendere) che nelle nostre lezioni oltre a vasi, strumenti e materiale vegetale ci sono i nostri studi, l’esperienza, il noleggio di una sala congressi (non amiamo spazi stretti o riadattati alle meno peggio) e il continuo ideare lezioni per le allieve di corso avanzato per non proporre sempre gli stessi concetti o materiali da usare.

Quindi con Lucio sistematicamente ci dedichiamo ai Kalei, ai vari temi per ampliare le nostre conoscenze, inquadrarli sotto altre prospettive per una continua evoluzione personale e di chi ci segue studiando la via dei fiori.

Fare ikebana vuol dire avere un stretto rapporto empatico con il materiale vegetale, concentrarsi e capire al meglio come usarlo lasciando fuori il tempo dalla stanza. Non è un gioco di abilità o tetris, è dedicarsi a noi e alla natura che ci circonda.

Torniamo ai nostri vasi di vetro, anzi all’unico vaso di vetro con cui abbiamo voluto sperimentare giochi di rifrazione ed ikebana.

Il Maestro Farinelli ha utilizzato due bacchette di vetro rosse tagliandole alla misura giusta (tra i vari attrezzi da ikebana abbiamo anche il tagliavetro!) ed una rosa varietà Red Eyes (che sono stato il primo ad usare in Italia e dico questo proprio per far capire come noi continuamente si cerchi materiale nuovo, inedito (senza guardare ai costi) da studiare e far usare a lezione grazie anche al nostro fornitore Massimo D’Ortenzi che è il primo a svolgere questo servizio di ricerca e proposta).

510_02

Lo studio non è stato solo la realizzazione del lavoro, ma anche come fotografarlo, quale fosse la rifrazione più interessante o la luce giusta. Credo ognuno di noi abbia un peculiare modo di fotografare o almeno dovrebbe trovare la propria formula senza cercare di scimmiottare inutilmente (anni di esperienza non si suppliscono con gli strumenti e basta) fotografi celebri.

Solitamente si prediligono sfondi neutri o con pochi “effetti”, ma vedendo questa composizione non so come mai mi sia venuto in mente un altro sfondo fotografico e proposto a Lucio lui ha subito accettato l’esperimento.

510_01

Lucio ha dispiegato la sua tovaglia di Marimekko e abbiamo fatto una versione fotografica del suo lavoro. Ho cercato di sfuocare leggermente lo sfondo e mettere in risalto il vaso andando a colpirlo frontalmente con la luce. Cambiava totalmente la composizione che abbiamo girato varie volte prima di deciderci come fotografarla. Quale preferite di versione?

Poi è stata la volta mia. Volevo giocare di colori, ma non amo quei vasi dove si mette l’acqua colorata perché fa sì che il vaso non sembri di vetro trasparente, ma colorato. Il tema è la trasparenza del vaso. Però io avevo nel cervello l’idea dei colori.

Dalla dimostrazione presso l’Istituto Giapponese di Cultura mi erano avanzati dei Papaveri (altri li avevo portati a lezione) e dei rami di Ammi majus ed avrei usato quelli. Ma il colore? L’acqua deve essere limpida. Potevo immergere i fiori dentro il vaso e giocare con le rifrazioni, ma lo avevo già fatto fare anche a lezione alle allieve. Dovevo trovare una nuova strada. Non amo ripetermi all’infinito. Anzi credo la mia scelta sulla scuola SOgetsu sia dovuta proprio all’ampia possibilità creativa che offre.

Così sono ricorso a delle fialette di vetro, a del colorante alimentare che riprendesse i colori del materiale vegetale (giallo e verde) in maniera da lasciare il vaso con l’acqua trasparente e nello stesso tempo avere il gioco di rifrazioni (ho quindi posizionato una terza fialetta con semplice acqua nel retro del vaso) e colori che volevo. E per fare questo ho pure affrontato l’annale mia fobia per le siringhe.

_mg_2272

Concentus Study Group

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: