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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Tag Archives: Roma

In questo mio post (mi perdonerà il mio maestro di ceramica Sebastiano Allegrini) voglio segnalare un ceramista raku di cui ho sempre ammirato l’opera.

Elio Cristiani si presenta così:

“Mi chiamoElio Cristiani, sono nato a Milano e ho 48 anni. La mia passione per la ceramica è iniziata nell’inverno del 2007, scoprendo i lavori di Mara Funghi, straordinaria artista, nonchè donna dal forte temperamento e grande generosità. Partecipando ai suoi corsi mi sono addentrato nell’affascinante mondo della ceramica Raku, e negli anni ho approfondito le mie conoscenze e sperimentato nuove tecniche con artisti di caratura internazionale come David Roberts, riferimento del Raku moderno occidentale.

Naturale conseguenza di questa vera e propria folgorazione è stata la decisione di dare una svolta alla mia vita. Nel 2012 ho dunque interrotto il mio percorso professionale, dove, partendo da una laurea in Economia Aziendale conseguita alla Bocconi di Milano, sono arrivato a ricoprire il ruolo di Responsabile Marketing di importanti aziende nazionali, e ho dato il via al mio personale progetto artistico, che prevede una mia produzione e l’organizzazione di corsi aperti a tutti coloro che vogliono dare spazio alla propria creatività attraverso una tecnica magica e affascinante come quella della ceramica Raku.

Ma non solo, nel 2015 i miei corsi si arricchiscono di una nuova tecnica, la paper clay, che dopo un workshop con il grandissimo Luca Tripaldi, mi ha affascinato e voglio insegnare per condividerne le grandi potenziali espressive.

Nel 2016 e nel 2017 ho rispettivamente aggiunto il corso di Kintsugi eTornio.”

La mia allieva Patrizia Ferrari ha partecipato a dei workshop di Cristiani e non solo ha confermato le mie idee (purtroppo la nostra conoscenza è ancora virtuale) sulla persona e l’artista, ma ha sottolineato la disponibilità e passione.

A me fa molto piacere sapere che, quando possono, le mie allieve affiancano l’arte ceramica allo studio dell’ikebana perché è importante, interessante e stimolante cercare di unire le due discipline.

Concentus Study Group

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Nell’ambito della bellissima mostra, realizzata dall’Istituto Giapponese di Cultura, “Kimono” (attualmente in corso di svolgimento) si stanno tenendo collateralmente le mostre di ikebana alternandosi con le scuole Ikenobo, Ohara e Sogetsu.

Ovviamente a noi l’onore e l’onere di rappresentare la scuola Sogetsu nel periodo che andrà dal dopo vacanze natalizie al giorno di chiusura della mostra. Con il maestro Lucio Farinelli e le maestre del nostro Study Group stiamo già pensando a quali materiali, vasi e stili della scuola mostrare al pubblico per ben far capire le caratterizzazioni della scuola Sogetsu. Non possiamo utilizzare vasi non idonei o materiali che non si parlano tra loro stilisticamente (che so tipo ilex e rose o rosa canina con pino, magari nemmeno lavorato) per non parlare di kenzan a vista o vasi senza acqua perché in qualsiasi frangente l’integrità della scuola va rappresentata ai massimi livelli tanto che si sia in una sagra quanto in un luogo prestigioso come l’Istituto Giapponese di Cultura. Per questo motivo siamo già tutti in allerta anche in vista della dimostrazione pubblica finale delle tre scuole che si terrà il 18 gennaio p.v. (prossimamente daremo tutte le coordinate) con un titolo meraviglioso ideato dalla dott.ssa Maria Cristina Gasperini (Relazioni Culturali dell’Istituto), ma di questo ne parleremo prossimamente.

Per ora segnatevi le date!

Concentus Study Group

 

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Se il designer Marco Rubini aveva contattato il sottoscritto, la mosaicista Caterina Vitellozzi invece conosceva il maestro Lucio Farinelli e con lui avevano ideato l’abbinamento ikebana e mosaico.

La Vitellozzi non fa mosaici classici, ma in essi vi infonde la matericità e l’astrattismo dell’arte moderna plasmando forme, colori, riflessi, giochi di luci e cromie e spesso vi inserisce anche elementi naturali come muschio o legni.

Era da tempo che discutevano assieme di come sviluppare questa idea per fare una cosa ben strutturata ed innovativa. Come spiegato più volte in questi miei post il tema della scuola Sogetsu “Complementing an Art Work” comprende l’idea di unire un ikebana ad un’opera d’arte di qualsiasi tipologia creando un unicum, una perfetta integrazione. Cosa facile se prendo un’opera d’arte di un artista che è morto o non raggiungibile, meno facile se l’artista è vivente e dà il suo giudizio. In fin dei conti si parla di integrazione tra due lavori e non di sovrapposizione.

Inoltre c’è sempre da tener conto dell’originalità onde evitare di rimbalzare idee o lavori già compiuti in passato giocando facile e senza sforzo. Anche perché sarebbe poco soddisfacente o puerile. Non siamo Andy Warhol con il suo studio sulla tecnica della serigrafia (che va anche contestualizzata al tempo in cui visse ed operò l’artista). Dobbiamo sempre sforzarci di non citarci o copiare cose del passato rimbalzandole di nuovo sotto gli occhi di tutti.

Abbinare una forma d’arte così fortemente materica a degli ikebana non è affatto semplice.

Lucio Farinelli e Caterina Vitellozzi hanno optato per un primo esperimento su due lavori della mosaicista mentre io ne ho ideato uno utilizzando del materiale che avevo a disposizione in quel momento avanzato dal lavoro precedente con Rubini (ovvero le mie amate Gloriose).

E’ stato affascinante vederli al lavoro perchè ognuno dei due proponeva il suo punto di vista. Questo tema (che ho avuto la fortuna di sviluppare più volte) è interessante perché sono due forme di arte che si uniscono con caratteristiche ed esigenze diverse. E le persone che le eseguono hanno spesso idee e gusti dissimili. E quando si raggiunge il punto di contatto avviene la magia.

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(Ikebana di Lucio Farinelli – Mosaico di Caterina Vitellozzi)

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(Ikebana e vaso di Luca Ramacciotti – Mosaico di Caterina Vitellozzi)

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(Ikebana di Lucio Farinelli – Mosaici di Caterina Vitellozzi)

Ovviamente questo è solo un primo step del progetto e ringraziamo questa artista che, come altri, ha creduto in noi.

Concentus Study Group

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(Ikebana e foto di Luca Ramacciotti – Contenitore di Marco Rubini)

Il tema del V livello della Scuola Sogetsu: Complementing an Art Work è davvero importante perché, per mia fortuna, ho avuto varie possibilità di collaborare con grandi artisti come ad esempio Gioni David Parra per la mia dimostrazione presso la Galleria degli Uffizi.

Ogni volta è un onore ed un onere poter collaborare con un artista perché sono due menti che vanno a collimare assieme, ognuna delle quali con una ben propria caratteristica e gusto personale. E, sinceramente, per me è una sfida, per trovare nuove strade, soluzioni, incrementare la mia creatività (ammesso che l’abbia!) per non ripetere MAI un ikebana già da me fatto anche magari solamente cambiando il contenitore, ma lasciando le linee generali uguali.

Qualche mese fa vengo contattato dall’architetto e designer Marco Rubini che mi chiede se sono interessato ad una collaborazione con lui e come vedo i suoi lavori è amore a prima vista e se guardate il suo sito potrete condividere con me il suo entusiasmo verso la sua elegante ed essenziale creatività.

Sinceramente imbarazzato nello scegliere quale vaso utilizzare (li avrei voluti sperimentare tutti!) chiedo a lui di decidere e con emozione apro il pacco inviatomi.

Due meravigliosi vasi di cui uno sarà utilizzato da Mika Otani sensei durante la sua dimostrazione a Roma nel prossimo novembre 2019 (ma di questo avremo tempo di riparlarne).

Lascio un attimo la parola allo stesso designer: “La serie dei vasi minimi dell’architetto Rubini rappresentano la sfasatura tra forma e significato del contenitore di fiori. L’essenza è quella componente grazie alla quale una cosa è ciò che è, superando i caratteri sensibili che, al contrario, mutano nel corso del tempo. La semplicità è l’assenza di complessità o di complicazione, è indice di naturalezza, modestia, sobrietà e talvolta di ingenuità. L’essenza unita alla semplicità ci permette di arrivare al concetto di minimo, per cui si arriva a sottolineare l’ importanza del contenuto con una forma minima. Il vaso svuotato dal suo valore di contenitore diventa un esaltatore del contenuto : il fiore. La vita. Così il contenitore ridotto al minimo nella sua forma dà importanza all’essenza che contiene, la vita che nel fiore viene espressa nella sua più bella forma.

Nel mio caso avrei usato come contenitore Minimo III. Ma come mettere in risalto una linea così esenziale? Come valorizzarne la pulizia essenziale della forma? La sua geometricità?

L’ispirazione è avvenuta venerdì mattina mentre giravo per il Mercato dei Fiori di Roma grazie (o per colpa) di uno dei fornitori a cui mi rivolgo (Massimo D’Ortenzi) che mi dice di aver trovato dei rami di Gloriosa. Solitamente infatti si trova solo il fiore reciso e lui sa della mia passione per questo fiore. Immediatamente ho la visualizzazione del mio lavoro comprando dei rami di cornus.

Tornato a casa, nonostante un inizio di influenza incombente, mi metto al lavoro decidendo di utilizzare anche delle tecniche di legature apprese durante la mia ultima lezione da Ilse Beunen e ricorrendo a del sottilisismo (e come avrei scoperto molto fragile) fil di ferro rosso.

Come realizzare una struttura che non sia invasiva con il vaso, ma che ne metta in risalto lo stesso la forma? Ovviamente non deve essere qualcosa che, in questo caso (nell’esempio che farò domani dello stesso tema sviluppato con un altro artista vedrete come le cose possono mutare) sia avulso dall’opera d’arte, ma che ne sia parte senza sembrare di soffocarla o che gli faccia da cornice.

Traccio alcuni schizzi del mio lavoro chiedendomi anche come avrei poi inglobato un fiore il cui gambo era sì una linea essenziale come il cornus e il contenitore ideato da Rubini, ma con una corolla così particolare.

Se già il lavoro non era semplice, l’avanzare dell’influenza non mi stava rendendo il compito facile, ma ero talmente entusiasta di questa collaborazione che ho tirato a dritto.

Che un tale designer si fidasse di me da propormi questa collaborazione era talmente un onore che non avrei desistito per nulla al mondo.

Quando finalmente ho ritenuto che il mio lavoro fosse finito ho inviato la foto all’architetto Rubini sperando che fosse soddisfatto del mio lavoro.

Lo ringrazio ancora per la sua risposta.

Concentus Study Group

 

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Anche questa edizione del concorso bandito dalla Sogetsu si è concluso. Complimenti a 許淑貞 per la vittoria del Primo Premio e segnalo volentieri ad Amelia Worner e Isabel Worner per la vittoria del Ikeru-chan Prize.

Ogni anno per me, Lucio Farinelli, le altre maestre ed allieve è divertente parteciparvi e, come scritto in passato, nemmeno ci saremmo mai sognati di vincere un premio (il primo premio io e il premio del Magazine Sogetsu ad Anne Justo e Silvia Barucci), ma soprattutto un primo premio in entrambi i casi.

Perché continuare a parteciparvi? Perchè ci ha sempre caratterizzato la condivisione, la voglia di partecipare, di rappresentare l’Italia.

Poi è una sfida dover sempre inventarsi qualcosa di nuovo. Non si parteciperebbe mai, né ci saremmo gustati la vittoria, con un ikebana che fosse la copia precedente di un nostro lavoro. Sarebbe un po’ come barare. Anche perché è proprio richiesto dal concorso di non realizzare qualcosa pubblicato in precedenza e non basterebbe solo cambiare il vaso o i vasi. Anzi la nostra felicità è dovuta anche al fatto che ognuno di noi ha vinto con un ikebana realizzato e fotografato interamente da noi.

Ecco le foto del Concentus Study Group inviate quest’anno. Dove non specificato le foto sono a cura dello stesso ikebanista.

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(Ikebana di Lucio Farinelli – foto di Lorenzo Palombini)

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Come sempre grazie a chi ha potuto partecipare del nostro gruppo!

Concentus Study Group

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Uno dei temi più affascinanti del curriculum del V livello della scuola Sogetsu è: Using Various Locations.

Partendo dalla celebre frase di Sofu Teshigahara ovvero che tutte le persone possono fare ikebana (ovviamente, aggiungo io, studiandola bene prima) in qualsiasi luogo e con qualsiasi materiale, questa forma d’arte viene svincolata dalla collocazione tradizionale del tokonoma giapponese.

Questo cosa comporta? Poco se abbiamo un tavolo e un muro dai colori neutri dove collocheremo il nostro lavoro, molto se lo spazio è diverso.

Ma come si arriva a comprendere come dovremo realizzare il nostro lavoro? Ci aiutano lezioni degli anni precedenti come ad esempio Keeping in mind the view from below e Keeping in mind the view from above.

Prendo tre esempi.

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Questo ikebana del Maestro Lucio Farinelli (anche il vaso è stato realizzato da lui) è ideato appunto per chi lo osserva dall’alto, posizionato su un basso tavolino come può essere anche quello da incontri di lavoro o conferenze.

Come

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questo ideato dalla Maestra Anne Justo.

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Questo invece di Nanae Yabukiè congeniato per chi lo osserva da una posizione più bassa

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come questo della Maestra Ilaria Mibelli.

Quindi si evince che prima di tutto dobbiamo pensare a dove sarà collocato il nostro lavoro, cosa ha intorno, quali sfondi, materiali, colori. Non è pensabile di farsi un ikebana a casa e poi riciclarlo andandolo a schiaffare dove capita. Anche perchè al 99% dei casi il lavoro sarà completamente estraneo al luogo dove lo collocheremo sia per forme sia per colori sia per proporzioni (quindi oltre a tener conto come sempre delle proporzioni tra materiale e vaso per non avere ad esempio un contenitore piccolo e materiale altissimo, dovremo considerare anche le proporzioni del luogo circostante).

Uno dei miei primi esperimenti (e non era ancora uscito illibro del V livello) fu da Pots nel 2012.

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Avrei usato due contenitori realizzati (e scelti) dal maestro Sebastiano Allegrini in un contesto, come si vede dove tra il colore della parete e gli oggetti attorno ebbi del filo da torcere per integrarvi il mio lavoro, ma alla fine dopo diverse visite al laboratorio l’idea venne fuori andando per contrasto di forma e colore ed utilizzando un filo modellabile che ricollegasse la mia composzione al colore della parete di sfondo.

E se non c’è uno sfondo?

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In questo caso Silvia Barucci aveva per sfondo le acque del lago di Massaciuccoli

 

mentre io

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Lucio Farinelli due vetrine (nel mio caso la terrazza dell’Ara Pacis di Roma e le Terme di Merano, nel caso di Lucio la vetrina del Museo Civico P.A. Garda di Ivrea).

Si va quindi da una distesa d’acqua tanto bella quanto cangiante, per luce e forma, a delle trasparenze che non solo faranno sì che il tuo ikebana sia visto a 360°, ma anche che dovremo tenere di conto di tutti gli oggetti che il vetro farà sempre visualizzare nelle linee del nostro lavoro per non parlare delle persone che passano.

Ovviamente anche fotografarli non è affatto semplice…. (grazie ad Ilaria Mibelli per le foto di Merano e Ivrea)

Vediamo altri due esempi.

Sia la Maestra Lucia Coppola (ikebana di sinistra), sia Patrizia Ferrari hanno avuto il compito di ideare un ikebana da esporre nella toilette dell’hotel dei Congressi di Roma dovendo considerare lo stretto spazio a loro disposizione (quindi ikebana non invasivi che potessero dare fastidio ai fruitori del lavandino), la luce atificiale e il vetro che riflette il materiale.

Quando si va a collocare un ikebana che sia un albergo, un ristorante, un qualsiasi luogo pubblico dobbiamo sempre considerare tutte queste cose. Lo spazio, la tipologia di arredamento, la luce (naturale, artificiale, neon), la posizione e da che altezza sarà guardato dalle persone

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come in questo ikebana realizzato da Chiara Giani all’interno di Pots (notare anche i richiami cromatici tra vaso e gli altri oggetti di ceramica circostanti)

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o in questo che Lucio Farinelli realizzò per la mostra Sgargiante Sobrio all’Istituto Giapponese di Cultura in Roma dove si sfruttano le altezze e la naturalezza del materiale del tatami su cui va a “ricadere” l’ikebana.

Concludo con un ultimo esempio.

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Questo ikebana lo ideai per la mostra Essenza presso Campomarzio70 e la sfida lì fu doppia in quanto il mio  ikebana doveva essere ispirato ad un profumo (quindi ero legato o ai sentori o all’idea che da esso scaturiva) e collocato in un ben preciso luogo. Creai un vaso che richiamasse l’idea della ciotola del tè  e lo smalatai di un colore che potesse ben amalgamarsi con la porta retrostante. Da lì poi partii per l’idea cromatica ed olfattiva del lavoro.

Segnalo che la foto di copertina di questo blog è la celebre opera di Sofu Teshigahara dal titolo “Kyozo” dove si vede non solo come la scultura sia collocata, ma come essa stessa attiri in sè il concetto di spazio.

Scoraggiante dover pensare a tante cose? No. Basta aver ben assimilato i concetti studiati durante il percorso della scuola, ogni singola lezione da cui poter trarre aiuto e ispirazione. Poi basta lasciare che il luogo ci parli, capire come far sì che il nostro ikebana non sia fagocitato da ciò che lo circonda (anche l’opposto è ovviamente sbagliato). Il resto sarà solo questione di tecnica e fantasia.

Perché tutti possono fare ikebana in qualsiasi luogo e con qualsiasi materiale.

Concentus Study Group

 

 

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Da noi del Concentus Study Group il primo incontro consiste in un’introduzione storico/filosofica sul mondo dell’ikebana e le prime due lezioni pratiche ovvero il moribana Stile BaseVerticale e il Moribana Stile Base Inclinato.

Questo mini “workshop” è stato mutuato dalle lezioni che faceva Lina Ranson Alicino Sensei a me e a Lucio Farinelli dove prima della lezione pratica ci narrava di alcuni aspetti culturali del Giappone. Da questo l’idea di condensare la storia e i concetti base in un incontro, spiegare l’evoluzione stilistica dell’ikebana e poi accingersi a farlo. Siamo stati i primi ad ideare questa formula e a quanto pare è piaciuta.

Solitamente una delle domande che ci pongono gli allieviall’inizio è: Come si riconosce se inannzi a noi, o in una foto, se c’è un ikebana oppure no?

Credetemi non è semplice rispondere. O meglio rispondere è semplice, è far capire concretamente che è difficile. Da qui l’idea di questo post.

Un ikebana deve presentare elementi di asimmetria, di pieni e vuoti, equilibrio, armonia, ma basta questo?

Vediamo la foto sottostante.

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A scanso di equivoci ho scritto quale sia un ikebana perché un occhio poco esperto potrebbe essere tratto in inganno. Ringrazio Lucio Farinelli che si è prestato all’esperimento.

Gli ho chiesto di usare proprio lo stesso vaso per comprendere meglio perché quello di sinistra non sia un ikebana. Lucio da buon ingegnere e maestro di ikebana non è riuscito a sbagliare del tutto il rapporto di misura tra il materiale e il vaso, ma di sicuro questo è un elemento chiave. Quando vedete un vaso che si “mangia” visivamente il materiale o viceversa non è un ikebana o almeno non è corretto.

Proseguiamo: asimmetria. Entrambe le composizioni sono asimmetriche. Vero. Torneremo dopo su questo punto per spiegare quale differenza ci sia tra le due asimmetrie.

Pieni e vuoti. Nel primo a sinistra vediamo un clamoroso buco non un vuoto

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come invece si può percepire tra i materiali del vero ikebana

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dove ogni materiale ha il proprio spazio anche dove sopra al bordo del contenitore si “ammassa”.  C’è un “vento”, il ki, che scorre tra gli elementi ognuno del quale ha il suo preciso spazio.

Equilibrio. Ritorniamo al nostro esempio iniziale.

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Al di là di un vero e proprio equilibrio fisico (nel nonikebana i fiori danno l’impressione di essere sul punto di cadere mentre a destra sembrano sgorgare in maniera naturale dal vaso) si tratta di un equilibrio visivo, “estetico”. A sinistra abbiamo del materiale gettato nel vaso senza alcuna tecnica di alcun genere né tecniche di aggangio che sono la caratteristica e la base di questa arte, nel secondo ogni materiale pare soggersi spontaneamente. Non basta mettere dei materiali storti in un vaso per fare un ikebana. Ci deve essere un equilibrio di forme, di dimensioni, di colori. Se si osserva la cosa a sinistra è statica, pesante, mentre a destra nell’ikebana il materiale esprime vita ed energia. A sinistra abbiamo materiale che non si rapporta tra di loro e con il vaso a destra sembra che naturalmente quel materiale sia cresciuto assieme e che sgorga da un unico punto. Inoltre l’ikebana è tridimensionale mentre la cosa a sinistra è di una piattezza unica.

Armonia. Qui ci ricolleghiamo al concetto di prima dell’asimmetria. Il nostro ikebana in chi lo osserva deve comunicare armonia. Quindi è vero che in entrambe le composizioni abbiamo dell’asimmetria, ma quale vi comunica armonia? Non credo sia difficile la risposta.

Già questi primi elementi ci possono far comprendere se abbiamo innanzi a noi un ikebana o qualcosa che vorrebbe esserlo, ma… non lo è. O almeno non lo è correttamente.

In un ikebana, vaso, rami, fiori, foglie son tutti rapportati con misure precise (anche nello stile libero ovviamente) per cui se uno dei tre elementi è di spicco sull’altro bé avremo fallito.

Come diceva sensei Alicino gli ikebana Sogetsu esprimono “forza”. Allora diamogliela! Diamogli carattere.

Non mettiamo dei fiori in un vaso tanto per fare.

Per quello non servono anni di studio.

Concentus Study Group

 

 

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