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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: novembre 2011

(Platano, Fresie)

Ieri per strada avevano tagliato dei rami di platano e a terra erano rimasti quelli che ho poi utilizzato per questo nageire. Dal fioraio avevano solo poche fresie, il resto tutto venduto.

Ed io volevo fare ikebana, ne avevo bisogno per me stesso, mi attendevano alcune sfide poste dalla vita e l’ikebana mi avrebbe aiutato a concentrarmi.

In realtà avrei voluto dei fiori della stessa sfumatura delle foglie del platano per andare in cromia, ma appunto dal fioraio solo fresie (che un poco scomparivano con il colore dell’unico vaso che avevo a disposizione) e non avevo tempo nè possibilità di andare da un altro rivenditore.

Poi ho pensato che forse quei teneri fiorellini in mezzo alle foglie autunnali avrebbero potuto rappresentare la prossima primavera, sia della natura che personale.

Così ho iniziato a lavorare il materiale. Da subito mi sono accorto che avevo a disposizione 4 foglie. Ma mi piacevano tutte per come erano posizionate ed il movimento che avevano. Raramente si troveranno in un ikebana classico quattro  elementi dello stesso tipo poiché in giapponese quattro e morte si dicono nello stesso modo (shi), ma ultimamente spesso questa “regola” non viene sempre applicata. Quindi ho preferito lasciarle tutte.

E la primavera è davvero arrivata.

 

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(Foglie di cocco, Calle, bacche di iperico)

Già in diversi post ho parlato di quando si organizza, o siamo chiamati a collaborare, per una mostra.

Mostrare deriva dal latino monstrare che trovasi in monère= avvertire, far sapere, ricordare che equivale a far pensare (Vocabolario Etimologico Fratelli Melita Editori).

Direi che termine più appropriato per l’ikebana non potrebbe esserci. Dobbiamo far sapere cosa è l’ikebana e far sì che chi vede ricordi le sensazioni provate vedendo i nostri lavori. Che si fermi innanzi ad essi e pensi.

Per gli allievi è importante partecipare ad una mostra per imparare come si organizza, come si studia cosa fare e come farlo. Non sono chiamati a fare i vigilanti del nostro lavoro, ma a parteciparvi attivamente. La mostra non è per mettere in risalto il lavoro del maestro, ma per far sì che la protagonista sia l’arte dell’ikebana.

A nostra disposizione avremo preparato tutto il materiale che ci occorrerrà sia per comporre l’ikebana sia per pulire.

Un tavolo pieno di materiale di scarto crea solo confusione e sporcizia.

Avremo già provato in precedenza il nostro ikebana ben sapendo che i materiali differiranno leggermente da quelli usati durante lo studio (un ramo che si volge differentemente o che ha rami secondari posizionati in un’altra maniera, un fiore dallo stelo più o meno inclinato etc.).

Ho la fortuna che sia a Viareggio sia a Roma c’è un ottimo Mercato dei fiori e quindi quando partecipo a tali eventi non sono mai nelle condizioni di non trovare il materiale.

Ma basta anche ad un bravo fioraio ordinare per tempo ciò di cui necessitiamo.

Il Maestro potrà farci correzioni. Siamo lì per imparare e dobbiamo sempre ricordare che noi esponiamo in nome di una scuola (la Sogetsu per me) e quindi dobbiamo onorarla e non farle fare una pessima figura. Ci sono maestri di vario livello, grado e preparazione e per questo l’ikebana è ricco di insegnamenti, non finiamo mai di attingere alla preparazione e sapienza di chi studia da più tempo di noi. La Sogetsu  manda riviste bimestrali agli insegnanti (quelli iscritti alla Sogetsu Teacher Association, gli unici che possono rilasciare i certificati della Scuola) proprio perché siano sempre aggiornati e possano essere al meglio per i loro allievi.

In una mostra è quindi molto importante la preparazione, ma anche il dopo mostra.

E’ nostro dovere lasciare il luogo come lo abbiamo trovato. Riporremo i nostri vasi, kenzan, sassi e materiale vario e dopo puliremo l’eventuale sporco. Anche questo fa parte della pratica dell’ikebana.

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(Materiale sevatico)

Sovente mi viene chiesto quali sono i fiori giusti per un ikebana.

Potremmo stare ore solo per dare una risposta a questa domanda.

Sicuramente i fiori non adatti sono quelli sciupati, marci, maltrattati.

L’ikebana che si vede in foto lo feci durante l’estate. Un periodo poco adatto ai fiori che con il caldo si sciupano facilmente e quelli che si trovano dai fiorai spesso son di frigorifero per cui o troppo aperti o se in boccio difficilmente si schiudono. Volendo anche rendere l’idea dell’estate andai lungo il fiume e raccolsi questi materiali selvatici.  Come si vede son secchi, disidratati, bruciati dal sole, ma hanno una loro bellezza, non danno l’idea di qualcosa di marcio o di sciupato. Ad essi affiancai dei fiori gialli, sempre presi lungo il fosso, che, con il loro colore, ricordano il sole, la natura rigogliosa. Il kenzan lo posizionai in centro perché l’acqua fosse l’elemento portante del tutto dando senso di freschezza.

Se avessi usato invece gerbere dal collo ripiegato (o peggio ancora con il fil di ferro attorcigliato attorno al gambo) o anche fiori tropicali, ma mal ridotti (una volta ho visto delle eliconie nere) sarebbe stato un insulto a questa arte.

Ovviamente poi a seconda degli stili scelti ci sono materiali che si prestano meglio di altri, ma l’importante è l’onestà con cui si scelgono i fiori/rami/foglie da utilizzare. Un ramo con delle foglie ingiallite dà l’idea dell’autunno, se avesse le foglie spezzate o a buchi comunicherebbe solo che non amiamo ciò che abbiamo fatto scegliendo la prima cosa che capitava.

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(Steel Grass, Iris)

Concediti un attimo di tranquillità e comprenderai quanto tutto il tuo agitarti sia inutile. Impara a rimanere in silenzio e ti accorgerai di aver parlato troppo.
Sii gentile e ti renderai conti di aver giudicato gli altri con eccessiva severità.
(A. Brahm)

Quando ci accingiamo a fare ikebana a scopo personale, durante una mostra, una dimostrazione o per insegnare dobbiamo spegnere (per prima cosa i cellulari) momentaneamente la mente.

Scordarci di cosa abbiamo fatto fino a quel momento o che occupazione avremo una volta terminato il nostro lavoro.

La mente si deve sgomberare da pensieri e così il nostro cuore. Dobbiamo concentrarci unicamente su cosa abbiamo innanzi, come faremo per rendere al meglio ciò che la natura ci ha donato.

Se la nostre mente è invasa da pensieri di vario genere, se ci sforziamo di ideare un bell’ikebana invece di lasciare che la natura ci ispiri falliremo nel nostro compito.

Immaginiamoci come se si fosse un pittore in mezzo ad un campo di grano. Si sporge oltre la tela, osserva le bionde spighe  e prova a riportarle con pennello e colori sulla tela.  Così noi dovremo guardare il nostro materiale a disposizione o che avremo scelto o che ci sarà stato indicato dal Maestro ed andremo a comporre il nostro quadro.

Pensieri di rabbia, agitazione, frustrazione, desiderio di eccellere porteranno solo fuori dal sentiero dei fiori. Lasciamo che le forme e i colori dei fiori, delle foglie, dei rami ci dicano come impiegarle.

Alle volte già quando si è nello stato d’animo giusto l’ikebana presenta alcune difficoltà di esecuzione, figuriamoci se perdiamo la calma o se il nostro cervello è offuscato da nubi nere.

Il nostro modo di essere, di agire sarà sempre rispecchiato dal nostro ikebana. Se ne vedremo di “pesanti”, con linee confusionarie, materiale messo a caso non proveremo alcun sentimento, ma se davvero riusciremo a fare un ikebana, quindi non una mera composizione di fiori per quanto esteticamente bella od interessante, allora il nostro cuore ne trarrà gioia. E anche quello di chi lo osserverà.

Non si deve aver fretta durante il cammino o pensare di non aver altro da imparare, ogni giorno nasce un fiore nuovo.

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(Magnolia, Lilyum)

Il Maestro è una figura fondamentale durante il cammino dei fiori perché ti saprà indirizzare lungo il sentiero senza farti sbagliare strada.

Per tale motivo non solo è fondamentale chiedere delle garanzie quando si inizia (purtroppo anche in questo campo c’è gente che se ne approfitta e alle volte tengono corsi persone che nemmeno son diplomate), ma anche capire se il Maestro stesso sta percorrendo il cammino dei fiori o si è fermato lungo il tragitto.

Non è un cammino facile, non esistono scorciatoie. Ci vuole pazienza e compiere un passo alla volta. Non ci si può basare solo sui libri o quel che si legge su internet o sulle riviste. Si ha bisogno di una guida fisica, non stiamo facendo tetris, ma imparando un’arte, una filosofia di vita.

Il nostro Maestro ci farà piano piano scoprire le meraviglie della natura, il nostro io segreto che con essa entra in risonanza, ci metterà a disposizione l’infinita tavolozza di forme e colori che la natura ci porge.

Non farà pesare il suo sapere, non approfitterà della nostra ignoranza della materia per i suoi scopi, non ci ingannerà.

Ci prenderà per mano e noi fiduciosi impareremo camminando con esso. Non dobbiamo vergognarci di porgere domande, o di sbagliare. Il Maestro è lì per portarci avanti non per dare lustro di sé stesso.

Quando il Maestro è soddisfatto del lavoro effettuato non c’è gioia più grande per l’allievo, non sente più la fatica e la concentrazione che l’han portato fino a quel punto.

Percepisce gioia e contempla soddisfatto il suo lavoro.

Se dovete iniziare un corso di ikebana osservate bene i lavori del maestro per capire cosa e se vi trasmettono: emozioni, gioia, stupore. Qualora questo non accadesse quel maestro non va bene, si è fermato lungo il cammino o ha smarrito il giusto sentiero.

La mia Insegnante quando si fa lezione (non si deve mai smettere di prendere lezioni se ci si trova bene con un Maestro poiché ha sempre più esperienza di noi, dobbiamo continuamente aggiornarci e studiare come in tutte le arti) parte da un tema, da uno stile, per arrivarne ad un altro, si lavoro sodo, ma che soddisfazione alla fine quando usa un modo di dire giapponese che significa che ci si può riposare, che non si può fare nulla di più: otsukaresama deshita.

Se lei è soddisfatta lo sono anche io. Si accorge sempre di ciò che io ho bisogno, percepisce le mie perplessità e le fa sue fino a scioglierle, ad allontanarle tracciando un altro tratto del mio cammino. Questo è il giusto Maestro.

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(Mandorlo ritorno, Crisantemi,  Tillandsia)

Quando mi chiamano per un’esposizione di ikebana inizia per me un lavoro certosino di ricerca.  Voglio che la mostra non presenti ikebana similari nè per contenitore, o per materiale e forma.

Quindi si deve fare un ben preciso progetto partendo dal visitare (o almeno vedere in foto se il luogo non è vicino a dove si abita) il posto dell’eposizione a dire agli organizzatori cosa serve (tavoli, alzate, tovaglie, possibilmente di stoffa etc).

Poi si passa a pensare a quali fiori/alberi/foglie si trovano in quel periodo e decidere stili, forme, alternare ikebana più elaborati ad altri (solo in apparenza) più semplici.

Se abbiamo del materiale disidratato o seccato o colorato come utilizzarlo.

Ascoltare idee di eventuali altri ikebanisti che espongono, dare soddisfazione medesima a tutti perchè le preferenze e gli atteggiamenti di altezzosità non fanno parte del mondo dell’ikebana. Ricordiamoci che dobbiamo sempre avvicinarci con spirito puro ad esso.

Scegliere materiale buono, non dobbiamo far perdere tempo a chi visiterà la mostra, ma comunicargli sentimenti positivi, far sì che si fermi innanzi al nostro lavoro per meditare, osservare, sentire.

Tra chi ha fatto l’ikebana e chi lo osserva ci deve essere uno scambio di percezioni e questo no va dimenticato mai. Non facciamo una mostra per darci importanza, ma perchè vogliamo che agli altri arrivi tutto ciò che l’ikebana ha donato a noi.

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Per lavoro ho avuto la fortuna di collaborare ad un’edizione di Madama Butterfly (Giacomo Puccini) in un suggestivo allestimento con le scene scultoree e “zen” di Kan Yasuda realizzato dal Festival Pucicni.

Durante il Duetto dei Fiori la regista voleva che Butterfly facesse una composizione floreale. Da anni sul palco veniva fatta una cosa con rami di pesco, poi dopo i miei studi sull’ikebana mi è stato chiesto di ideare qualcosa.

La storia di Madama Butterfly è ambientata (come scritto sullo spartito) in “epoca presente”, quindi potremmo datare l’azione nel 1904 quando andò in scena per la prima volta e in Giappone, in quegli anni, non si era ancora arrivati alla rivoluzione del moribana della Scuola Ohara.

Per la scena si doveva fare qualcosa che ricordasse al pubblico l’immagine classica di ikebana che non impegnasse molto il soprano che in quel momento sta cantando e che stilisticamente non fosse del tutto errato.

Quindi ho scelto di utilizzare due rami ed un fiore. Inizialmente una Peonia, poi sono passato ad un Crisantemo fiore simbolo del Giappone. La capo attrezzista dello spettacolo (Luigina Monferini) si è data da fare per trovarmi il materiale (finto dato che era difficile per la scena utilizzare quello vero) che fosse perfetto e sembrasse reale.

Così ho iniziato a spiegare ai soprani come dovevano fare. Fingere di osservare i rami, provare a piegarli per dar loro la forma voluta, e come posizionarli. Ovvero tutti i movimenti che sono alla base della realizzazione di un ikebana.

Nell’ultima ripresa di questo allestimento andato in scena a Pisa, avevo l’incarico di Regista Assistente avendo dovuto seguire tutte le prove di regia dato che la Regista titolare era impegnata in un altro teatro. Il soprano della seconda recita era Mihoko Kinoshita che ha apprezzato molto questa idea di provare a realizzare un ikebana in scena. Mi ha chiesto infromazioni, come doveva osservare i rami, sistemarli. L’effetto dalla platea era davvero molto particolare e se l’ikebana è espressione del nostro spirito…. devo dire che questo pur essendo realizzato con fiori finti era.. vivente per la passione che Mihoko ha posto nella scena.



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