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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

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Tag Archives: Concentus Study Group

Oggi vorrei trattare di due materiali molto particolari soprattutto per una nazione come l’Italia ovvero il loto e l’aloe.

Parto da questo secondo materiale che Lucio Farinelli è stato il primo a voler utilizzare in ikebana Sogetsu. Il maestro Farinelli studiò, ovviamente a lungo, questo materiale vegetale per capirne i possibili utilizzi e l’abbinamento come si dovrebbe sempre fare per ogni materiale usato in ikebana.

Sinceramente ero molto scettico su queste foglie piuttosto rigide ed ingombranti fisicamente, ma Lucio seppe utilizzarle perfettamente come si vede nell’ikebana che realizzò nel 2013 per la dimostrazione pubblica nell’ambito della mostra di Frascati.

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Il Maestro Farinelli separò le foglie dell’aloe (asciugandole dal succo) e le unì ad un fiore di ortensia sfoltito e lavorato.

L’aloe sarebbe diventato un materiale a lui caro tanto da tenerci un workshop internazionale e utilizzarlo per l’ikebana con cui lo scorso anno, siamo stati i primi in Italia e su invito diretto degli organizzatori, fu presente in un libro di ikebana.

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Il maetro Farinelli sottolinea come nelle composizioni Sogetsu sia preferibile non mettere un pezzo di aloe così come è perché molto pesante fisicamente e visivamente e per la sua forma di abbinarlo a vasi squadrati e tondi ovviamente per dare un bel contrasto di forme e non una ripetizione. Essendo un materiale “forte” naturalmente sarà accompagnato da altri fiori più che avranno il compito di creare una massa morbida e allo stesso tempo importante. Non lo abbineremo a fiori importanti o a vasi che possano ripeterne la forma in maniera da appesantire il nostro lavoro inutilmente. Ricordiamoci (come si vedrà per il loto) essendo una foglia importante non va abbinato a molti materiali, deve sempre spiccare su tutto pur amalgamandosi al resto.

L’altro fiore, a cui è dedicata la copertina del post, ha un  tale simbologia alle spalle che non possiamo non tenerne conto e se vediamo le varie sculture religiose e pitture è sempre mostrato da solo.

In Italia siamo stati i primi ad usarlo dato che a Massarosa c’è un lago di loto ed io conosco la proprietaria che ci ha insegnato come si aprono i boccioli del fiore e ci donò le foglie secche (che sono immense) che a lei non servivano.

Il loto è tanto un fiore elegante quanto, se ne pensiamo alla sua locazione, quasi “campestre”; si alza svettante, elegante. Un gambo importante, tanto rigido, quanto allo stesso tempo sinuoso.

Prima di utilizzarlo ho osservato molto le composizioni di ikebana in cui era presente per cui ho compreso che come per l’aloe (per tale motivo tratto di entrambi in questo post) non può essere accostato ad altri materiali “potenti”. O lo lasciamo da solo oppure un piccolo accompagnamento che ne ammorbidisca i gambi e metta in risalto il loro slancio come ho fatto in un ikebana postato alcuni giorni fa su questo blog.

Sarebbe sminuire e rovinare due materiali preziosi se li abbinassimo con altri elementi forti visivamente. I nostri ikebana devono essere tanto potenti quanto delicati e non un catalogo di ciò che ci piace o che abbiamo visto usare da altri, soprattutto se quel materiale non è stato studiato approfonditamente prima.

Qui sotto gli ikebana realizzati con il loto rispettivamente da Lucio Farinelli, Silvia Barucci ed Ilaria Mibelli. La cosa che  maggiormente mi dà gioia in questi ikebana, oltre a non aver mortificato i loti infilandoli in chissà quale altro materiale che potrebbe occultarne le  sue caratteristiche, è che Silvia ed Ilaria fecero il lavoro tutto da sole dimostrando che possono camminare benissimo con le loro gambe senza dover per forza dipendere da noi capostipiti.

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Ma le altre scuole come trattano questi materiali?

Ho consultato il maestro Mauro Graf per la scuola Ohara che mi ha anche inviato questo bellissimo haiku ispirato ai tristi tempi che viviamo:

Mondo di sofferenza:
eppure i ciliegi
sono in fiore.

Kobayashi Issa
(1763-1827)

Mi ha fornito le seguenti foto di composizioni Ohara.

1 stile libero

Stile libero

Paesaggio tradizionale

4 paesaggio realistico

Paesaggio realistico

Bunjinga

Rimpa

Per quanto riguarda l’aloe il maestro Graf non lo ha mai visto utilizzare, ma suppone che, così come si trova senza lavorazione, potrebbe essere inserito in un paesaggio realistico liberamente eseguito.

Regi Bockhorni, maestro della scuola Ikenobo invece mi ha inviato questa foto di un suo lavoro

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Shoka shimputai

Mi diceva che nella scuola Ikenobo sia il loto sia l’aloe (anche se questo lo vede più per un free style) si possono utilizzare per Rikka shimputai, Shoka shimputai e Free style e non ci sono regole sull’abbinamento.

E’ sempre bello capire come le altre scuole utilizzino i vari materiali e ringrazio entrambi per i preziosi imput.

Concentus Study Group

 

 

 

 

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Tutto il mondo si sta fermando causa covid-19. Chiusi nelle proprie case, lontani dalle persone care, dagli amici. Non possiamo dare un conforto, un ultimo saluto a chi ci lascia. L’umanità si sta disgregando e si spera nel rovescio della medaglia al termine di tutto ciò. Una rinnovata umanità che comprende come tutti si sia sul medesimo mondo, interconnessi, tutti mortali al di là delle proprie situazioni economiche perché come diceva Totò la morte è ‘a livella.

Questa esperienza forse ci sta insegnando come si dia per scontata la salute (chi vive in nazioni ricche), i legami con le altre persone. E siamo fortunati che viviamo in un’epoca dove con un clik possiamo vedere le persone, ma un video non sostituirà mai un abbraccio.

Personalmente io sto molto apprezzando le mie allieve (quelle che possono) che si stanno esercitando a casa a realizzare gli ikebana perché è un modo di rimanere in contatto tra di noi.

Ieri su Facebook ho visto un ikebana che mi ha davvero trasmesso tutti questi pensieri. La fragilità che stiamo vivendo, la forza che poniamo nel cercare di sopravvivere alla quarantena, la speranza nel futuro. Siamo come fragili fiori appena spuntati dal terreno.

Si tratta di un piccolo Hana-isho realizzato da Roberta Santagostino che ringrazio per avermi permesso la pubblicazione qui.

Vicino alla composizione un Daruma che è stato l’elemento che mi ha fatto sorridere l’animo definitivamente.

Conosco poco della scuola Ohara se non per le conferenze tenute da Mauro Graf e il libro della Banti che possiedo, per cui ringrazio Roberta perché al di là di scuole, tecniche, idee ha saputo comunicare dal suo cuore al mio. E’ un ikebana “semplice, umile”, ma potente come un’installazione perché si vede il cuore di Roberta, il suo percepire non il suo ego.

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(Ikebana e foto di Roberta Santagostino)

Il suo ikebana mi ha spinto a fare qualcosa, ma come? Non ho vicino giardini o parchi o campagna.

Come si suol dire “di necessità virtù” e quindi ho deciso di fare anche io un piccolo ikebana.

Nella nostra scuola c’è il tema “Miniature ikebana”, uno stile che fu introdotto da Kasumi Teshigahara, uno stile che omaggia le miniature di fiori dipinte nei libri occidentali durante il medioevo. La Iemoto Kasumi, molto legata al concetto di design, sviluppò questo tema dove si poteva utilizzare qualsiasi tipo di contenitore non solo di ceramica (dai piccoli flaconi di fiori ai contenitori per rossetti – e infatti il vaso non deve superare l’altezza di questo oggetto – a contenitori da noi realizzati o a… uova di quaglia come fece la maestra Ilaria Mibelli per la Pasqua dello scorso anno 2019).

Si tratta di utilizzare non meno di cinque contenitori e materiali come foglie, rametti, fiori, pistilli, tutto quello che solitamente non prenderemmo in considerazione in un ikebana di medie o grandi dimensioni. Dobbiamo (re)imparare a osservare attentamente il materiale che la natura ci suggerisce.

Così stamani sono sceso nel giardino condominiale di Roma (sono rimasto bloccato qui) dove purtroppo la natura è ancora spoglia se non proprio rovinata visto che nessuno sta più curando, dato i tempi, il giardino come dovrebbe.

Cercare qualcosa di utile è stato difficoltoso oviamente, ma era come se fossi un esploratore armato di microscopio.

Come contenitori ho deciso di utilizzare alcuni di quelli che avevo realizzato appositamente da Pots e come base la tavola che sostiene il vaso da Kakebana dono delle allieve Patrizia Ferrari e Chiara Giani.

Grazie quindi a Roberta che mi ha dato lo spunto e la forza di uscire in cerca di materiale, alle mie allieve per il dono e alla natura perché anche quando è spoglia ha in sé sempre una promessa di futuro certo.

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(Ikebana, vasi e foto di Luca Ramacciotti)

Concentus Study Group

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Torno a parlare nuovamente di fotografia, pur non essendo un fotografo professionista, perché purtroppo si vedono sui vari social foto di ikebana che sono palesemente sbagliate. Spesso si intuisce come il lavoro fotografato sia buono, ma che non rende bene in foto. Cosa fare?

Prima un poco di storia e di riflessione.

In più di 180 anni (il 7 Gennaio del 1839, lo studioso Francois Arago, presentò il lavoro di Louis Daguerre all’Accademia Francese di Scienze) si sviluppa la strada che ha percorso la storia della fotografia. Dalla cattura dell’immagine su lastre di metallo siamo giunti (passando anche per i rullini fotografici) al sensore digitale degli attuali smartphone. Questi con le loro ottiche multiple, integrate con un sensore unico, scattano varie foto contemporaneamente. Questo fa sì che piani diversi si fondino prendendo elementi tra le varie foto, ottenendo come risultato la somma degli elementi migliori di tutte le immagini. Ed è in questo modo che si lanciano sul mercato, smartphone con 2, 3, 4 obiettivi che vedono anche il coinvolgimento di grandi case, come la Leica, uno dei pilastri della storia della fotografia.

Ttecnologia a parte, a fare la foto è sempre l’occhio, la sensibilità, l’intelligenza di chi scatta. Certo oggi è tutto molto più facile, più economico (ma non sempre) e alla portata di chiunque. Qualsiasi persona può facilmente improvvisarsi fotografo, dato che molti sono gli apparecchi, anche economici in grado di scattare. Ma si sa l’improvvisazione senza basi non porta mai a buoni risultati. Non è la reflex ultimo modello o lo smartphone appena uscito sul mercato a farci fare foto come Salagado o McCurry e non dobbiamo accontentarci d condividere una foto, ma di farlo nei migliori dei modi.

Se quindi ci accingiamo a fotografare un ikebana nella nostra propria casa e non abbiamo molti strumenti a disposizione cosa fare?

Prima di tutto è meglio prediligere scattare la foto durante il giorno, quando la luce solare arriva nella stanza. La luce solare è sempre preferibile a quella artificiale (a meno che non abbiate apposite luci per fare le foto).

Se c’è la possibilità posizioniamo il nostro lavoro su un tavolino di lato alla finestra (meglio una luce di lato che frontale dove potrebbe appiattire colori come il bianco o il giallo).

Sarebbe bene avere anche sfondi neutri. Per questo bastano i grandi cartoncini bristol mettendone uno sul tavolino (e poi ci posizioniamo sopra il nostro ikebana) ed uno dietro a creare una parete di sfondo al nostro lavoro. Se usiamo lo scotch carta possiamo attaccare i cartoncini anche al muro che non lo  rovineremo.

Un’altra possibilità casalinga (se non possiamo procurarci i cartoncini bristol o non abbiamo sfondi fotografici) è ricorrere ai lenzuoli pnecessariamente monocromatici (in questo caso si dovrà rinunciare ad uno sfondo nero a meno che non si sia la famiglia Addams).

Capiamo come fotografare un ikebana perché a volte le inclinazioni dei rami sono distorti proprio da un’inquadratura sbagliata.

Dopo quando avremo una fotografia che ci soddisfi abbastanza dovremo editarla. Oggi si trovano programmi di editing a buon mercato quando non proprio gratuiti. Ad esempio io con lo smartphone uso Snapseed che è gratuito e davvero di facile utilizzo.

Cerchiamo anche con pochi mezzi di dare il miglior risultato quando fotografiamo il nostro ikebana sia per non depauperare i fiori usati sia per non banalizzare il nostro lavoro e tempo. Ricordiamoci che la fotografia è al servizio dell’ikebana e non del proprio ego.

Concentus Study Group

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Questa foto risale alla scorsa estate. Avevo in mente questa immagine (per l’esattezza non proprio questa, qui la visione del fotografo, la mia era leggermente diversa). Da noi in Versilia spesso lungo la riva ci sono i rami (se non proprio tronchi) portati dal mare. Mare che li deposita sulla battigia creando straordinari disegni. Ed in mente io avevo questi due tronchi lungo la riva del mare. Ma uno dei due doveva essere colorato. Sicuramente questa idea  del colore me l’aveva suggerita l’opera Orochi di Sofu Teshigahara.

Per cui uno dei due rami lo spennellai di vinavil (questo permette al legno di essere più lucido e di non marcire) e poi decisi di utilizzare i colori del logo del Concentus Study Group, ma non li volevo dati in maniera lineare o con precisione geometrica.

Per me, nato e vissuto, sul mare (oltre al fatto che mio padre era Comandante sui traghetti dell’arcipelago toscano e quindi buona parte della mia vita è legata alle isole) il rapporto con questo elemento è vitale e solo chi vive sul mare mi può capire.

Le passeggiate invernali sulla spiaggia desolata (al massimo qualcuno che fa footing o porta a spasso il cane), l’estate caotica dove il sole ti scalda le membra e il mare ti rinfresca, L’allegria, le merende sul mare, il cocco. Sai che sono momenti, che presto finirà tutto, ma ti piacciono proprio per quello.

Non c’è la malinconia nel finire dell’estate. C’è la promessa di un’altra estate.

Ecco noi ora siamo in attesa di un’altra estate.

Un’estate che forse ci farà apprezzare di più il momento che stiamo vivendo, ce lo farà godere pienamente senza desiderare altro.

Dove parleremo con il vicino di ombrellone invece di essere immersi in un cellulare.

Diodato, Roy Paci – Adesso

Dici che torneremo a guardare il cielo
Alzeremo la testa dai cellulari
Fino a che gli occhi riusciranno a guardare
Vedere quanto una luna ti può bastare
E dici che torneremo a parlare davvero
Senza bisogno di una tastiera
E passeggiare per ore per strada
Fino a nascondersi nella sera
E dici che accetteremo mai di invecchiare
Cambiare per forza la prospettiva
Senza inseguire una vita intera
L’ombra codarda di un’alternativa
E dici che troveremo prima o poi il coraggio
Di vivere tutto per davvero
Senza rincorrere un altro miraggio
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Dici che riusciremo a sentire ancora
Un’emozione prenderci in gola
Quando sei parte della storia
Fino a riuscire…

 

Concentus Study Group

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Lo scorso giugno ci arrivò una mail che ci invitava a prendere parte alla nuova edizione del libro edito dalla Stichting Kunstboek che si sarebbe intitolato “Masterclass Ikebana” data la presenza, per la prima volta, degli Iemoto delle varie scuole di ikebana. Citando letteralmente il regolamento: “All photographs should be made by a professional photographer or a good amateur and should be delivered free of rights. At any time these pictures are your intellectual property. We will not use them for any other purpose than the publication of this book (and its promotion).You are free to use these images for any other purpose after publication (website, brochure, portfolio, exposition, etc.) without requesting our approval.”

Quindi opere non pubblicate prima o dopo l’averle realizzate, inedite.

Lucio Farinelli allerta il fotografo Lorenzo Palombini che subito allestisce il set fotografico.

Per il sottoscritto si poneva un grosso problema. Stavo lavorando al Festival Puccini e non avevo tempo. Seguendo diverse messe in scena e spesso facendo le luci fino alle ore 3 del mattino, non avevo tempo per riposare figuriamoci per fare ikebana e poi a Viareggio non ho praticamente né vasi né materiali. Che fare? Mi dispiaceva non partecipare al libro, ma di certo mica potevo mandare qualcosa di già pubblicato visto che chiedevano di non pubblicare nulla di ciò che sarebbe potuto comparire nel libro. Mi sarebbe sembrato brutto barare, magari sperando che non se ne accorgessero, e rimbalzare a loro un ikebana già fatto. Non amo rivogare idee o foto che ho già usato in passato, mi sembrerebbe di non aver nulla di nuovo da raccontare.

La fortuna di un maestro è avere allieve che sono angeli custodi; Silvia Barucci ed Ilaria Mibelli sono arrivate in soccorso con i vasi, le hasami, le luci per la foto, insomma un pronto soccorso di ikebana.

Una mattina alle 9 eravamo già a comperare i fiori che mi sarebbero serviti (altri li abbiamo arborizzati in un campo mentre un fotografo e due modelle ci guardavano perplessi) e in una  mezza giornata (alle ore 17.00 sarei dovuto essere di nuovo al lavoro) ho realizzato gli ikebana che avevo pensato nei giorni precedenti. Ho chiamato un fotografo locale perché pensavo che per un libro del genere le mie foto fossero troppo hobbistiche.

Il maestro Farinelli ha avuto un po’ più di agio rispetto a me, ma comunque i tempi di lavoro erano brevi anche per lui.

Abbiamo avuto la soddisfazione di sapere proprio stamani (Grazie al maestro dell’Ikenobo Regi Bockhorni) che ognuno di noi due ha una foto pubblicata in questo prestigioso libro e ci fa piacere essendo appartenenti ad un gruppo ufficiale della scuola Sogetsu che opera nel nostro territorio e con l’edizione precedente siamo stati i primi italiani ad esser chiamati a partecipare.

E, soprattutto, io sono fiero perché so il sangue che ho versato su quei lavori proporsti che sono tanto miei quanto di Silvia ed Ilaria (loro seguivano le foto, versavano l’acqua nei contenitori mentre io preparavo il lavoro successivo).

Qui pubblico due foto, una mia ed una di Lucio Farinelli, che ovviamente non sono quelle pubblicate nel libro, anche se ormai è edito, perché ci sembra un comportamento etico non divulgarle visto che è reperibile da pochi giorni. Se fosse solo una raccolta di belle foto reperibili già da un anno su Facebook od  Instagram sarebbe sminuire un lavoro così prezioso come quello effettuato dalle redattrici di questa bellissima collana dedicata al mondo dell’ikebana.

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(Ikebana di Lucio Farinelli – foto di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Luca Ramacciotti – suiban di Cer – foto di Rinaldo Serra rieditata da Lorenzo Palombini)

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Ci sono incontri nella vita che sono tanto inaspettati quanto particolari.

Ero a lezione di ceramica dal maestro Sebastiano Allegrini (Pots in Rome) alle prese con i miei vasi da realizzare. Nei miei giorni di corso c’era una signora alta, elegante, dal viso sempre molto serio tanto era concentrata nel suo lavoro.

Questa attitudine mi piaceva molto e non so come avvenne, forse lo stesso Sebastiano ce lo disse, scoprii che lei lavorava nel mondo dello spettacolo. Questa è una definizione abbastanza riduttiva per un personaggio come Maria A. Listur e basta vedere il suo sito per rendersene conto.

Non credo che tra di noi abbamo mai scambiato chissà quali conversazioni, lei china sul suo tornio, io intento a fare le lastre per i vasi, ma di sicuro c’è stato tispetto ed empatia fin dall’inizio.

Poi ci fu l’incidente.

Sia il maestro Sebastiano, sia la maestra Angelica si raccomandano sempre di impastare bene e a lungo l’argilla per evitare che si formino delle bolle che comporterebbero la rottura del proprio pezzo durante la cottura.

Lo stesso quando andiamo a fare la tecnica della lastra che poi “pettiniamo”.

Ricordo ancora che vidi i due pezzi della signora Listur pronti per il forno e rimasi strabiliato dalla modernità della fattura e della bellezza. I suoi lavori rispecchiano tanto la sua personalità quanto la sua eleganza. E’ come se nei suoi lavori portasse la sua arte di performer.

La settimana dopo quando tornai a lezione scoprii il danno.

Uno dei manufatti era esploso durante la cottura ed aveva danneggiato irreparabilmente gli altri lavori vicini. Tra cui i due vasi della signora Listur.

Giustamente lei era dispiaciuta per vedere vanificato il suo lavoro mentre io continuavoo ad osservarli. Vero si erano sbeccati lungo i bordi, uno  (forse il più particolare) era rotto alla base, e l’altro era com se si fosse, nel colpo, piegato su di sé stesso.

Poi il maestro Sebastiano mi disse cosa ne pensavo, se avrei voluto smaltarli io, lui avrebbe cercato di sistemare la base rotta andando a limarlo in modo da formare un disegno regolare.

La signora Listur disse che, se volevo, erano miei. Potevo smaltarli.

E così feci scegliendo gli smalti che il maestro Sebastiano mi propose.

Ho utilizzato molto spesso quei due contenitori e li ho fatti usare a lezione (tanto è vero che con uno dei due, la mia allieva Deborah Gianola è arrivata seconda al recente concorso internazionale della Sogetsu).

E ho sempre tenuto a scrivere che i vasi erano di Maria A. Listur e smaltati da me, perché da un incidente era nato un contatto. Ed era un modo anche per rimanere “vicini” dopo il suo trasferimento all’estero.

Ieri la signora Listur mi ha fatto dono di un regalo preziosissimo, una sua poesia.

Questi sono i veri doni perché scaturiscono dall’animo e non hanno alcun prezzo o scadenza.

L’ha pubblicata nel suo blog:Incontri/Encounters.

Il titolo è semplicemente bellissimo: Oltre il confine. Non so davvero come ringraziarla di tanto onore e della felicità che mi ha portato in questo momento che viviamo dove serve davvero molta luce.

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Se passeggiamo in mezzo alla natura, e la osserviamo, noteremo come i colori tra di loro siano in perfetto equilibrio, non ci sono mai dei colori talmente forti da abbacinanre l’occhio.

C’è un colore che potremmo definire “primario” (poi vi spiego il perché) che è il verde che in natura è fose il colore predominante.

Ovviamente come sappiamo il verde non è un colore primario, ma, secondo me, chi fa ikebana lo dovrebbe quasi ritenere tale. Infatti nella scuola Sogetsu si studiano anche composizioni dove deve essere presente materiale di solo colore verde proprio per osservarne le varie sfumature tanto è un colore importante e che dobbiamo saperlo abbinare perfettamente. Spesso io considero anche che verde e rosso è un abbinamento fastidioso per i discromatici per cui tendenzialmente cerco di smorzare questo abbinamento aggiungendo almeno un altro colore tenue.

Inoltre se dobbiamo fotografare il nostro ikebana dobbiamo ricordare che il bianco e il giallo attirano la luce e il rosso è terribilmente difficile da rendere bene in fotografia.

Ma torniamo ai nostri colori.

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Il cerchio cromatico è un dispositivo messo a punto dal francese Michel Eugène Chevreul per rendere possibile la classificazione delle sfumature di colore delle tinture in uso presso la manifattura dei Gobelins.

Questo scienziato, che pubblicò le sue ricerche nel 1839, scoprì che se si accostano due colori complementari viene esaltata la luminosità di ciascuno di essi. Per visualizzare i rapporti tra i colori inventò il cerchio cromatico, dove i colori complementari si trovano alle estremità opposte di ogni diametro. Questo strumento, noto già agli impressionisti, è alla base delle ricerche sugli accostamenti del Pointillisme.

Giallo, rosso e blu sono i nostri colori primari, arancione (giallo + rosso), verde (giallo + blu), viola (blu + rosso) sono quelli secondari mentre i colori terziari sono quelli ottenuti mescolando i primari ai secondari (ad esempio  il rosso+viola dà il magenta, il giallo + l’arancio dà l’ambra o il blu + il verde dà il verde acqua).

Per tale motivo un altro strumento importante oltre alla ruota cromatica è il Cerchio di Itten.

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Itten, è stato un pittore scrittore e designer svizzero dei primi anni del ‘900 che lavorava in una scuola di architettura, arte e design che è stata importantissima per l’arte del Novecento, la Bauhaus, e ha studiato a fondo i color. E’ proprio ad Itten si deve la classificazione dei colori, in base al loro aspetto estetico e comunicativo, in primari, secondari e terziari. Se volete sapere come disegnare il cerchio di Itten, non dovete fare altro che andare avanti con la lettura. Se notate l’immagine, al centro del cerchio c’è un triangolo che contiene i tre colori fondamentali o primari, che sono il rosso, il giallo e il blu. Dalla mescolanza di questi colori si ottengono i colori secondari intorno al triangolo a formare un esagono, e sono il verde, l’arancio e il viola. Chiude il cerchio con 12 colori che sono i primari i secondari e i terziari, cioè gli altri ottenuti da ulteriore mescolanza.
Per trovare una coppia di colori complementari, infine, bisogna scegliere un colore e cercare quello che sta sul lato opposto del cerchio. Le coppie di colori complementari si esaltano tra loro.

Quando noi ci accingiamo a fare un ikebana dovremo considerare questi fattori, da come i colori si abbineranno tra di loro a quale sarà l’effetto cromatico e di luce. Se appesantiranno l’occhio di chi vede o meno.

Se ad esempio avessimo del materiale rosso e giallo (due colori primari) si dovrebbe aggiungere un colore complementare che dia sollievo all’occhio o un colore con elevata luminosità, ma senza tinta ovvero il bianco che è dato dalla sintesi additiva di tutti i colori dello spettro visibile.

Di recente il maestro Lucio Farinelli ha ideato un tema su cui si sono esercitate le maestre del gruppo: utilizzare almeno sei colori differenti.

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(Ikebana e foto di Lucio Farinelli – vaso di Sara Kirschen)

La difficoltà è proprio quella di equilibrare una moltitudine di colori creando diversi contrasti armonici (come richiesto da una delle lezioni della scuola).

Un grande aiuto su questo tema lo possiamo trovare andando a studiare approfonditamente l’arte moderna e contemporanea dove il colore diviene un protagonista assoluto e soprattutto gli scritti dei grandi pittori che parlano e studiano il colore come ad esempio Van Gogh. Come sosteneva Sofu Teshigahara, i fiori e i rami sono per noi come i colori per un pittore. Adoperiamoli con sapienza.

E ricordiamo che anche il vaso farà parte del cerchio cromatico! Se usiamo colori forti andremo a scegliere un contenitore che possa amalgamarli e smorzarli.  Facciamo sì che il nostro lavoro attiri, invece di respingere, l’occhio di chi lo osserva.

Poi a volte c’è la fortuna di poter sprofondare noi stessi in mezzo ai colori 🙂

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