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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Tag Archives: Arrangement

Di recente ho letto questo bellisismo libro (traduzione di Laura Testaverde) che, per chi studia un’arte orientale, è sicuramente fonte di molte riflessioni.

L’autrice parla della sua esperienza nello studio della cerimonia del tè attraverso XV capitoli che sono tappe, riflessioni, esperienze. Sinceramente il libro mi aveva già conquistato nell’introduzione sia per la poesia delle immagini evocate sia per i riferimenti al mondo della natura e delle sue stagioni.

Proseguendo nella lettura mi sono accorto dei numerosi paralleli con il mondo dell’ikebana e spiego il motivo.

La protagonista inizia quasi per curiosità, a differenza di altre personaggi del racconto, lo studio e pur esercitandosi per numerosi anni si accorge che l’essenza di quell’arte le sfugge (bellisismo il paragone tra una casa ammobiliata, ma senza le pareti).

Non comprende come mai la sua maestra le dica di compiere determinati movimenti semplicemente perché quella è la forma corretta oppure che le chieda di vedere ciò che non è in superficie stando presente in quell’attimo con l’anima.

Sono tutti step che un allievo affronta durante il percorso di studio dell’ikebana. Le frustrazioni nel non comprendere certe misurazioni, abbinamenti o perché quella dimensione sia giusta rispetto ad un’altra o perché qualcosa sia armonico rispetto ad altro.

Un passaggio significativo recita così: – Imparare vuol dire mostrarsi all’altro come uno zero che non sa nulla. E invece, quante cose che mi erano di ostacolo avevo portato con me! In cuor mio, mi ero sentita in qualche modo superiore: “Sono cose facili!”, “Io ci riesco!” Che presuntuosa che ero! Quello stupido orgoglio è solo un fardello che ti ostacola. Bisogna gettarlo via, e svuotarsi completamente. Se non sei completamente vuoto non può entrarci niente.

In fin dei conti cosa ci vorrà mai a preparare una tazza di tè o a realizzare una composizione di fiori?

Semplicemente umiltà,tenacia ed intelligenza. Il percorso che compie la protagonista del libro.

E se seguiremo questi percorsi con anima, cuore e davvera voglia di imparare improvvisamente arriverà un click in noi e tutti quei passaggi, quelle tecniche, quegli insegnamenti che ci parevano forzati o inutili si allineeranno come tanti segmenti in fila e allora vedremo il disegno nella sua interezza.

E non ci sarà sentimento che ci renderà più felici.

Ikebana e foto di Luca Ramacciotti – Vaso di Maria A. Listur smaltato da Luca Ramacciotti

Concentus Study Group

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Ciò che amo del mondo dell’ikebana è che ti permette di entrare in contatto con altre discipline o, come in questo caso, incontrare un’allieva (Neicla Campi di Ivrea) e… trovare un ceramista. Ma lasciamo a Salvatore Coi la parola.

Molte cose ti capitano per caso.
Ti può capitare di avere una moglie appassionata di ikebana e, se stravedi per lei, ti capita di pensare a come risolvere un problema non da poco: metterle a disposizione i vasi adatti per coltivare la sua passione.
Così ho iniziato a fare il vasaio. All’età di 64 anni mi sono guardato intorno e mi sono detto “non dovrei avere problemi a trovare chi mi può insegnare, vivo vicino a Castellamonte, città di antica tradizione ceramica”.
Appresi i primi rudimenti di manipolazione ho capito che dovevo trovare la mia strada da solo. Non ero interessato alla maiolica. Ero più attratto dal RAKU e dalla sperimentazione degli smalti ad alta temperatura.
Ho così scoperto i grandi ceramisti giapponesi (Shoji Hamada), francesi (Daniel de Montmollin) e inglesi (Bernard Leach). Grazie a loro ho appreso, da autodidatta, il senso estetico e il rigore metodologico di un’arte tra le più nobili e ricche di umanità.

Con delusione ho preso atto che in Italia non c’è traccia delle grandi scuole di ceramica, anche a livello universitario, presenti in Francia, Gran Bretagna, Australia e USA. Ma così è. La cultura ceramica artigiana in Italia non gode di grande attenzione a livello istituzionale ed è delegata a poche, apprezzabili, botteghe artigiane.
Durante le mie escursioni in montagna e i miei viaggi in giro per il mondo ho iniziato a raccogliere terre e minerali. Ho iniziato a preparare le ceneri e a calcinare ossa per dare vita ai miei smalti. Con un solo scopo: liberare l’energia e la grande bellezza di materiali poveri e trascurati, eppure così preziosi.

La formulazione degli smalti è ad alto tasso di imprevisti: ho studiato chimica, fisica e mineralogia per conoscere la composizione dei minerali che adopero ma il margine di incertezza con le materie grezze è sempre elevato. Questa però è una parte affascinante del mestiere.
Per non andare troppo al buio adotto il metodo della griglia (grid method) inventato da Ian Currie, un grande ceramista australiano. Mescolo i materiali grezzi con percentuali variabili di silice e allumina su una piastrella che contiene 35 caselle. Lo studio dei risultati mi fornisce le ricette più interessanti per lo smalto dei miei vasi.

Il mio è un mestiere d’alchimista, ma non cerco la formula per fabbricare l’oro, cerco una materia molto più preziosa: l’emozione di un colore, di una texture, di una superficie inaspettata e unica.

A suggello delle parole di Tore e dei bellissimi ikebana di Neicla metto un mio ikebana fatto nel vaso realizzato da questo appassionato e bravissimo ceramista il cui laboratorio è tanto perfetto, pulito quanto incredibile per il materiale che sta raccogliendo di argille e minerali. Persone come Tore e Neicla è una fortuna averli nel proprio gruppo.

Concentus Study Group

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Ideazione e realizzazione di Silvia Barucci

La grossa novità dell’autunno italiano della Sogetsu è la partenza di un corso di ikebana nella città di Firenze guidato da Silvia Barucci e Ilaria Mibelli. Dopo il corso tenuto dal sottoscritto anni fa a Livorno, torna l’ikebana Sogetsu condotta da maestre appartenenti ad un gruppo ufficiale e riconosciuto dalla scuola e che terranno un corso canonico. Silvia (che ha vinto due premi al concorso internazionale Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition) e Ilaria sono due maestre da sempre molto attive nel nostro gruppo e che hanno partecipato ad ogni iniziativa (lezioni, dimostrazioni, mostre o workshop). Per loro lo studio dell’ikebana è sempre stato molto serio e coscienzioso e non un passatempo o qualcosa per potersi mettere in mostra. Siamo felici di questo loro successo.

Abbiamo sempre spronato ogni nostra allieve a darsi da fare durante e dopo il percorso di studio iniziale documentando il tutto sia sul nostro sito sia sulla nostra pagina Facebook l’attività del gruppo per evitare (come vedo fare) che nelle occasioni importanti compaiano misteriosi allievi spuntati dal nulla come funghi e presenti solo in alcune occasioni. Un gruppo è costituito da ogni singolo partecipante che deve sempre essere messo in risalto non solo quando vogliamo metterci in esposizione per far sapere che siamo vivi.

Ideazione e realizzazione di Silvia Barucci

E anche noi da Roma ripartiamo, anzi per la precisione non ci siamo mai fermati. Siamo stati l’UNICO gruppo in Italia che ha continuato a fare iniziative online sia durante la quarantena sia dopo. Siamo riusciti a portare a termine il corso dello scorso anno alternando lezioni de visu a lezioni online per chi viene da altre parti d’Italia o

dall’estero (e non solo Europa!). Già iniziamo ad avere un gruppo nutrito di persone che dall’estero ci chiedono lezioni e, al momento, purtroppo, è solo possibile farle online. Non è una metodologia che io ami molto perché, secondo me, il rapporto tra allievo e insegnante non può essere solo virtuale e inoltre è l’allievo che deve reperire il materiale e spesso su questo ci possono essere delel problematiche. Per cercare di minimizzare il distacco durante le lezioni via Zoom scattiamo foto (al video) dell’ikebana che l’allievo sta realizzando e sopra ci facciamo delle correzioni. Inoltre chiediamo all’allievo di fare dei video a 360° proprio per poter correggere bene il lavoro. Tutto questo nell’attesa di reincontrarci presto dal vivo seguendo tutte le norme relative alla sanificazione e alla sicurezza.

Per essere più in tema possibile io mi sono attrezzato anche con una mascherina ideata e realizzata da Simone Guidarelli.

Foto di Lorenzo Montanelli

Concentus Study Group

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Negli scorsi giorni di calura mi sono rifugiato verso Castiglioncello in un agriturismo davvero bello ed ampio dove ero vicino al mare pur essendo in piena campagna e isolato dal mondo.

Circondato dal frinire delle cicale a contribuire ai brividi di fresco c’è stata una lettura che consiglio a tutti: “Il demone dai capelli bianchi“.

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Ma abbandoniamo questa digressione per addentrarci nel tema di questo articolo.

Tra l’agriturismo e la spieggia di Cecina mi è venuto spontaneo, ormai è una deformazione professionale al pari di guardare i volti delle persone e analizzare il loro portamento e gestualità, osservare la natura circostante e, quando stavo in agriturismo, camminare sull’erba a  piedi nudi.

Ero inconsapevole che stavo facendo grounding, anzi per la precisione lo faccio fin da piccolo quando periodicamente con i miei genitori si andava a camminare sulle Alpi Apuane.

All’ingresso dell’agriturismo un imponente viale ci accoglieva con una realizzazione tipicamente toscana e, per me, di rimembranze scolastiche.

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Proprio ammirando questo viale e l’ordine preciso in cui erano sistemate le piante di salvia, origano o lavanda mi sono saltati agli occhi alcuni particolari.

Quando iniziamo lo studio dell’ikebana c’è un concetto che di primo acchito ci lascia perplessi: l’asimmetria (armonica).

Cresciuti in un mondo di giardini all’italiana, di arte topiaria e mazzi di fiori circolari ci sembra strano che si possa creare qualcosa di bello seppur asimmetrico.

Anche con le misure studiate dalla scuola Sogetsu dove abbiamo un rapporto tra i tre rami principali della composizione tendiamo inizialmente a “equilibrare” il nostro lavoro.

Quello che a noi deficita è anche la mancanza di osservazione.

La nostra mente registra e memorizza ciò che ci interessa focalizzandosi su certe cose e tralasciandone altre oltre ad avere una visione legata anche al nostro background culturale, caratteriale etc. Per cui se non siamo amanti della natura tenendenzialmente non la osserveremo mai.

Studiando ikebana questo atteggiamento muta spontaneamente (se davvero si sta facendo un percorso appassionato e serio). Se avessimo dei rami di un materiale particolare faremo sì che si comprenda cosa sia non andandoli a spogliare dalle foglie/frutti/fiori o colorandoli a meno che non si faccia qualche grande installazione a cui vogliamo dare un significato differente dall’ikebana in vaso. Se devo specificare a esempio che ho usato dei rami di fico perché li ho ridotti a stecchi e magari pitturati di rosso…. bè diciamo che non è sbagliato, ma potevo usare che so dell’acero o del platano e la sostanza cambiava poco perchè sempre stecchi colorati erano.

Qui mi permetto una parentesi saltando un attimo su un altro argomento per poi tornare a questo.

Nella mia scuola c’è una lezione sull’utilizzo di materiale secco e fresco. Come scritto altre volte in questo blog si può anche utilizzarre solo materiale secco, ma ho visto che in Giappone difficilmente usano solo quello.

E anche qui può venirci in aiuto l’osservazione della natura.

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Questo pino svettava sulla spiaggia di Cecina e per me è un esempio perfetto di come si dovrebbe pensare quando affrontiamo il tema di secco e fresco in ikebana.

Terminata l’ennesima digressione al tema torniamo sulla nostra asimmetria e sull’osservazione.

Se ci alleniamo mentalmente sarà più facile comprendere il concetto di asimmetria, pieni e vuoti, equilibrio ed armonia.

Stando sdraiato in agriturismo a leggere è bastato osservare lo spazio attorno a me per trarre alcune conclusioni.

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Questi tralci di vite che si inerpicavano sul bastone della tenda e sul ramo vicino per quanto “indirizzati” dalla mano dell’uomo crescevano in perfetta asiemmetria. Il tralcio che va solitario verso destra non disturbava essendoci una forte massa a sinistra e non dà l’idea di qualcosa a “parte”. Mi spiego meglio. Se in un ikebana noi abbiamo ad esempio tutto del materiale in alto o a destra ed un solo fiore in basso o a sinistra il lavoro risulterà slegato. Invece il nostro materiale deve sempre essere connesso per quanto la forma sia differente. Porto un mio esempio.

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(Ikebana e foto di Luca Ramacciotti)

Avessi messo i fiori a sinistra e tra quelli e l’equiseto piegato nulla avrei avuto del materiale disconnesso in un vaso e basta perché avrebbe perso “naturalezza” seppur in una forma non propriamente naturale.

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Sempre guardandomi attorno ho continuato le mie osservazioni (qui in foto ci sarebbe il tema anche di massa e linea della Scuola, ma vi evito l’ennesimo salto di argomento ^_^) e preso appunti mentali sui prossimi ikebana da fare.

Come scrivevo in un mio articolo per Takumi lifestyle negli ikebana si hanno lo scontro di due ego, il nostro e quello della natura e, nella realizzazione finale il nostro deve essere invisibile seppur presente.

Iniziamo ad osservare davvero la natura che ci circonda per capire come servirla ed omaggiarla al meglio.

Concentus Study Group

 

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Credo di aver incontrato Mauro Graf forse tre o quattro volte sole. Incontri in occasione delle conferenze da lui tenute a Roma sulla storia dell’ikebana.

In compenso ci sentivamo molto spesso per email.

Ogni volta che avevo un dubbio, tutte le volte che desideravo avere informazioni era a lui che mi rivolgevo e, sempre, ottenevo risposte educate e ricche di informazioni.

Amava realmente divulgare, quando teneva le conferenze avrebbe potuto parlare per ore senza stancare mai l’uditorio presente.

Una grave, grossa perdita per il mondo dell’ikebana.

Noi del Concentus Study Group ci stringiamo attorno ai colleghi ed amici del Chapter Ohara di Milano di cui lui era Presidente.

Concentus Study Group

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Questo è un libro che consiglio a tutti coloro che gravitano intorno al mondo dell’arte. E’ un libriccino piccolo, ma denso di significati che riporto qui:

“Che cosa fa di un’opera d’arte un capolavoro? Un capolavoro è l’espressione più alta del genio di chi l’ha realizzato, ma al tempo stesso è capace di raccontare un’epoca, un mondo, una realtà e un modo di sentire. Questo è un libro che va alla ricerca di chiavi meravigliose e misteriose per intrepretare quelle opere e la loro grandezza. Si spingerà a ritroso, fino alla metà dell’Ottocento, perché è lì che affondano le radici di quello che dell’arte, oggi, ci lascia a bocca aperta: partendo dalla scandalosa nudità di Olympia, passando attraverso il gorgo folle del campo di grano di Van Gogh, cercando di penetrare i grovigli della mente dell’uomo che urla nel pastello più famoso di Munch, per rilassarsi poi tra le bottiglie di Morandi. Si cercherà di capire perché quel ragazzino dispettoso che sichiamava Piero Manzoni è diventato così importante, pur avendo vissuto così poco e, per di più, inscatolando le proprie feci e facendo quadri bianchi. Con lui e poi con Burri, Castellani, Boetti, Schifano e Pomodoro, questo libro percorre la penisola ricostruendo, da un’opera all’altra, le tappe imprescindibili della storia d’Italia.”

Perché parlo di arte in un blog d ikebana? Semplice. Quando si diviene maestri Sogetsu si riceve dalla scuola un regolamento dove, tra le varie regole e consigli, c’è scritto di invitare i propri allievi a visitare mostre d’arte. E per arte non si intende solo quella orientale, ma mondiale. Segnalare mostre, andare a vederle assieme, parlare di arte in quanto l’ikebana stessa è un’arte.

Ma come si diviene artisti? Cosa è davvero un’opera d’arte? Perché Burri con dei sacchi materici è diventato famoso? Questo libro sopra riportato appunto, come da descrizione, indaga tutti questi motivi spiegandone anche il contesto.

Se io prendo a rasoiate una foglia tagliandola probabilmente mi illudo di fare arte a contrario di un Fontana che con le incisioni nelle tele ha creato una nuova dimensione. Questo anche perché dietro al “taglio” di Fontana c’era uno studio, un’idea, non voleva fare il figo né, probabilmente, pensava lui stesso che avrebbe tracciato una nuova strada con i suoi lavori.

Quello che è palese in questo libro è che un’opera diviene arte perché prima di tutto colpisce (in positivo o in negativo) ogni singolo spettatore che la vede. Non lascia indifferente. Un artista quando fa è sempre macerato da mille dubbi, si confronta, chiede, studia.

Se si è sicuri del proprio operato, solitamente, al 97% (voglio essere ottimista) non siamo dei veri artisti.

E “artista” (le virgolette sono d’obbligo) può sembrare anche uno che non lo è perché fa una cosa che in apparenza è strana, ma che, se analizziamo, è aria fritta, non ha una vera idea o tecnica alla base.

E sempre di più si sta confondendo il concetto di popolarità con bravura.

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La vignetta sopra citata non è per un attacco di misoginia, ma per sottolineare come sempre più l’apparenza e il cattivo gusto sino imperanti. Più si fa la cosa senza senso e più si passa per artisti. Della serie fatti un nome e mantienitelo.

Lo aveva capito bene Piero Manzoni quando polemicamente creò la sua Merda d’artista.

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(Da Wikipedia:) “Il 21 maggio del 1961, l’autore sigillò 90 barattoli di latta, uguali a quelli utilizzati normalmente per la carne in scatola, ad i quali applicò un’etichetta identificativa, tradotta in varie lingue, con la scritta «merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961». Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista.

L’artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di se stesso. Attualmente i barattoli sono conservati in diverse collezioni d’arte in tutto il mondo (ad esempio l’esemplare numero 4 è esposto alla Tate Modern di Londra ed il barattolo 80 è esposto nel nuovo Museo del Novecento di Milano) ed il valore di ciascuno di loro è stimato intorno ai 70 000 €, prezzo assai superiore a quello fissato dall’autore. A Napoli nel Museo d’arte contemporanea Donnaregina (M.A.D.R.E.) è conservato il barattolo numero 12. A Milano, il 23 maggio 2007 nelle sale della casa d’aste Sotheby’s, un collezionista privato europeo si è aggiudicato l’esemplare numero 18 a 124 000 euro, record d’asta superato il 16 ottobre 2015 a Londra da Christie’s con 182.500 sterline (esemplare numero 54) e nuovamente il 6 dicembre 2016 a Milano da Il Ponte Casa d’Aste con 220.000 euro (Asta n. 385 Lotto n. 278 – esemplare numero 69).

La critica ha visto la scelta di confezionare le feci come una protesta verso gli artisti che vedevano nell’arte un mezzo per eternarsi. In quest’ottica, l’opera diventa un reliquiario, che contiene un ricordo “prezioso” del maestro, da venerare alla stregua d’un feticcio religioso. Agostino Bonalumi, amico di strada di Piero Manzoni, ha dichiarato che, in realtà, all’interno delle famose scatole da 30 g l’una non vi è nient’altro che gesso.”

In epoca più moderna l’opera Comedian di Maurizio Cattelan si può ascrivere sempre a questa tipologia di critica verso un’arte fatta sempre più di apparenza e meno di contenuti.

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C’è da chiedersi quando si fa arte (a qualsiasi livello e disciplina) se ciò che stiamo facendo sia davvero qualcosa di interessante, di originale o pecchiamo di presunzione

L’oggetto (o l’ikebana) che stiamo realizzando lo vorremmo nel nostro salotto?

C’è stato qualcuno prima di noi che ha già realizzato qualcosa di simile? Se non sappiamo la storia che ha segnato il percorso che stiamo compiendo è ben difficile pensare ad un futuro.

Di contro con l’ikebana dobbiamo rapportarci a dei valori estetici che non sono quelli occidentali per cui dovremo compiere uno sforzo maggiore. E non dobbiamo piegarli alla nostra idea, ma semmai il contrario. Studiare ikebana (soprattutto Sogetsu) senza avere un’idea dell’arte nella sua totalità non fa di noi dei veri artisti.

E se ci sentiamo artisti perché abbiamo messo un ramo poggiato su un vaso od uno in una cornice di legno…  bè credo dovremo rivedere la nostra idea di artisticità.

A tal fine consiglio il seguente libro:

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“Vedere” è un atto creativo; e il giudizio visivo non è contributo dell’intelletto successivo alla percezione ma ingrediente essenziale dell’atto stesso del vedere. Quanti, tuttavia, sanno prendere coscienza del giudizio visivo, e tradurlo e formularlo? Sapere quali sono i principi psicologici che lo motivano e quali sono le componenti del processo visivo che partecipa alla creazione come alla contemplazione dell’opera, significa sapere “che cosa”, in realtà, vediamo. Rudolf Arnheim fonda la sua trattazione sui più recenti principi della psicologia della Gestalt. Egli tende a opporsi al formalismo, riportando la forma al significato e al contenuto, e suggerisce come se ne possano cogliere i più significativi moduli strutturali, approfondendo i problemi che si sono sempre proposti e analizzando le molteplici soluzioni dell’arte più remota a quella dei nostri giorni.”

Se un frutto ci marcisce non è detto che possa diventare un’opera d’arte, ma un lavoro sulla disgregazione fisica (come in alcune opere di David Lynch) può portare a importanti sviluppi visivi o di studio/sperimentazione.

Chiediamoci sempre se stiamo facendo qualcosa per essere  bravi nel nostro campo o se lo facciamo per sentirci dire bravi da chi ci segue. Il nostro animo è il giudice più implacabile del nostro lavoro. Sempre se l’Ego non lo sopraffà.

Concentus Study Group

 

 

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Questo il programma della nuova fatica di Carlo Scafuri anima del sempre rimpianto Bonsai & Suiseki Magazine per il quale ebbi la possibilità e l’onore di collaborare con alcuni miei scritti inerenti l’ikebana.

Takumi lifestyle è una sua nuova creatura che si propone di far conoscere le idee, la storia, l’estetica del mondo giapponese senza salire in cattedra, ma facendo vera diffusione e cultura.

Un portale destinato a tutti, appassionati, semplici curiosi, addetti ai lavori. L’intento è di far scoprire un mondo particolare che presenta sempre aspetti sconosciuti anche a chi lo studia da anni, un universo di poetici contrasti.

Concentus Study Group

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Quest’anno si sarebbe dovuto celebrare i 60 anni della Iemoto, ma purtroppo come si sa le cose sono andate in maniera differente, ma grazie a tutte le iniziative ideate dalla scuola credo che l’affetto e l’abbraccio verso Akane Teshigahara le sia arrivato da tutto il mondo.

E’ una Iemoto davvero particolare, molto vicina a tutti, attenta ad ogni esigenza e pronta a cavalcare l’attualità di ogni piattaforma online.

Senza considerare i suoi lavori sempre pieni di poesia e naturalezza senza perderne mai la spettacolarità e l’aspetto scenografico tipici della Sogetsu.

Tra le iniziative c’è (attualmente in corso): “Ikebana Video Festival – Let’s Celebrate the Iemoto’s Kanreki (60th Birthday)!

Per parteciparvi è necessario utilizzare i vasi in ferro del Monozukuri (Craftsmanship) Shop ( su Instagram @sogetsu_mono).

Nello scorso viaggio in Giappone il sottoscritto e il maestro Lucio Farinelli ne abbiamo acquistati due (credo sia impossibile andare in Giappone e non acquistare dei vasi realizzati appositamente per e dalla nostra scuola… o almeno io non ci sono riuscito) che sono diventati una delle valigie da spedire ^_^

Nel link riportato ci sono tutte le istruzioni per partecipare e vincere il vaso realizzato per l’occasione.

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(Foto tratta dall’account Instagram @sogetsu_mono)

Come sempre con il mio gruppo siamo lieti di partecipare alle iniziative Sogetsu non nella speranza di vincere, ma perché è davvero una grande famiglia ed è bello farne parte.

Come sempre in ogni iniziativa coinvolgiamo le nostre allieve.

A differenza di altri gruppi (che solo nelle “occasioni ufficiali” in cui serve fare vetrina scopriamo da chi sono composti mentre per il resto dell’anno compaiono solo i lavori di chi dirige) a noi piace l’aspetto comunitario dell’arte per cui estendiamo sempre l’invito a tutti.

Poi tra lavoro, estate e ahimè le limitazioni del covid non tutti possono partecipare, ma ringraziamo tanto chi ci ha provato quanto chi ci è riuscito.

E io personalmente ringrazio il M. Farinelli perché quando tenevo il corso a Livorno ho portato in treno i vasi di ceramica per le lezioni e so la difficoltà e il peso. Lucio ha portato quello di ferro (che è anche più peso e ingombrante di quelli di ceramica) per permettere al sottoscritto, a Silvia Barucci e Ilaria Mibelli di poter essere della partita.

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(Ikebana di Silvia Barucci – foto di Ilaria Mibelli)

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(Ikebana di Daniela Bongiorno – foto di Lucio Farinelli)

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(Ikebana di Lucio Farinelli – foto di Luca Ramacciotti)

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(Ikebana di Anne Justo – foto di Lucio Farinelli)

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(Ikebana e foto di Ilaria Mibelli)

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(Ikebana di Silvia Pescetelli – foto di Lucio Farinelli)

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(Ikebana di Luca Ramacciotti – foto di Ilaria Mibelli)

Concentus Study Group

 

 

 

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Nel 5 libro di testo della scuola Sogetsu l’ultima lezione si chiama come il titolo di questo blog.

E’ un invito ad esprimersi con l’ikebana in maniera creativa portandola ovunque ne abbiamo la possibilità (dai luoghi di ristorazione/alberghieri a negozi etc). Vengono fatte delle proposte, suggerite idee.

Ho iniziato la riflessione per questo blog (tranquilli tra poco inizierò a lavorare al Festival Puccini e avrò meno tempo per assillarvi con questi  miei scritti ^_^) vedendo questa mattina il post sulla pagina Facebook della scuola.

Devo dire che prima di tutto mi fa piacere questo abbinamento di profumo/ikebana perché in Europa solo il Concentus Study Group lo ha realizzato, ma anche perché spiega bene ciò che è scritto nell’ultima lezione del libro 5.

L’ikebana è un’arte che si è evoluta nel tempo. E’ “uscita” dal tokonoma, ha acquistato una tridimensionalità, sì è “imparentata” con scultura, pittura, architettura, design, è divenuta scenografia teatrale.

Pur rimanendo sempre ikebana.

Mi spiego meglio. Di recente vedo pezzi di legno frullati, serpenti di legno infilate in altri pezzi di legno, pietre, oggetti indefinibili che sembrano usciti dal set di Suspiria o tutta una serie di cose catalogabili nello stile “famolo strano”.

Indubbiamente è più “facile” mettere un ciocco di legno su un pezzo di ferro che creare un vero e proprio ikebana che per aspetto od elementi richiami un’altra arte a cui ci stiamo “abbinando”.

Ecco seguendo i dettami della scuola pensare fuori dagli schemi non è fare una cosa strana che nemmeno si avvicina lontanamente all’ikebana (anche astratto), ma stimolare le cellule grigie nel creare qualcosa non fine a se stesso.

Chi ci segue sa che queste commistioni noi le facciamo da sempre (Floraïku, Di Ser e l’Ikebana Sogetsu, Hanayuishi Takaya, Pitti Fragranze 2017 – Profumi del Forte, Il King e l’Ikebana Sogetsu, Essenza,Ikebana comes out of the closet) e mi fa piacere aver compreso bene le linee guida della scuola.

Noi ci mettiamo davvero molto impegno nel non deludere la scuola e seguire le sue linee guida.

Per noi al centro c’è la scuola non il nostro ego.

Di recente mi hanno chiamato per una mostra/esposizione chiedendomi a quanto avremmo potuto vendere le nostre cose. Ecco noi non siamo un negozio, non vendiamo merce, non ci interessa fare soldi a tutti i costi, ma realizzare un discorso culturale soprattutto.

Far conoscere un’arte che troppo spesso viene banalizzata o piegata ai propri dettami.

Se nel 5 libro (ripeto quello destinato a chi vuole avere il certificato da maestro) ci sono tre lezioni dedicate al Free Style (abbiamo 1 Free Style al primo e secondo livello mentre 3 e 4 sono tutti “free style”, ma in realtà applicazioni e concatenazioni libere delle variazioni seguendo i vari temi proposti di volta in volta) vuol dire che è molto importante esprimere l’espressivià e le possibilità che questa moderna scuola di ikebana offre senza snaturarla.

Mi chiedo come vedendo gli esempi dei libri della scuola si possano poi concepire certe cose floreali (non riesco a chiamarli ikebana).

Pensiamo a un oggetto od arte qualsiasi: profumo, cibo, moda, poesia, film, musical, opera (o tutto quello che la vostra fantasia suggerisce) e cerchiamo di visualizzarlo come se fosse un ikebana.

Pronti?

VIA!

Concentus Study Group

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Quando ero studente di ikebana…..

Ricomincio scusate perché studente lo sono ancora e lo sarò sempre, diciamo che con il livello di maestro ho un nuovo approccio (ed esperienza) allo studio di questa arte.

Comunque dicevamo… nel mio libro di testo del 4 anno c’era l’invito ad ideare un ikebana andando ad utilizzare come contenitore un oggetto di uso comune (barattolo di latta, bottigilie etc).

Ricordo che io usai un cartone del latte interamente coperto di rafia blu e il   maestro Farinelli un contenitore di cibo da asporto cinese ricoperto da una cartina geografica.

Memori di questo come lezione a sorpresa alle allieve del terzo anno facciamo fare una cosa simile.

“State andando ad una vostra mostra/dimostrazione di ikebana e vi si rompe il vaso. Vicino avete una cartoleria e dovete rimediare qualcosa che vi serva da contenitore.”

Ovviamente a lezione prepariamo già gli oggetti che possono essere utili, cosa impensabile da farsi online.

Oggi avevamo online la lezione finale di Deborah Gianola la nostra allieva che vive in Svizzera e che, per ovvi motivi, non è potuta venire a Roma.

Deborah sta compiendo un ottimo percorso di studio e sono felice di constatare che nonostante il II posto ottenuto lo scorso anno all’草月みんなのいけばな展 Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition non si sia montata la testa.

Mentre scrivo, l’edizione attuale del concorso è in pieno svolgimento, chissà chi vincerà questa volta. Noi siamo fieri che su 8 edizioni abbiamo vinto cinque premi (di cui due primi premi) con la soddisfazione personale che su 5 foto premiate 4 erano scattate dal sottoscritto che non è un talentuoso fotografo, ma cerca di imparare dagli amici fotografi (Lorenzo Palombini e Giuseppe Cesareo) a scattare decenti foto. Buona sorte a tutti i partecipanti!

Torniamo alla lezione di oggi.

A Deborah (eravamo in collegamento via Zoom il sottoscritto, il Farinelli e appunto l’allieva) chiediamo di scegliere i fiori ed un vaso che voleva. Le diamo ampia libertà di scelta.

Quando ci presenta il materiale, il vaso blu ed i fiori scelti, le diciamo la nostra proposta di lezione.

La differenza è che se a Roma siamo pronti a sostituire il vaso “rotto” con oggetti che possano contenere l’acqua e cartoncino bristol per “ricostruire” un vaso Deborah non aveva nulla né, naturalmente, la possibilità di uscire per andare a comperare qualcosa.

Ha trovato in casa della carta regalo e ha utilizzato come contenitore la ciotola per il taglio in acqua.

Questo il risultato.

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(Ikebana, foto e vaso di Deborah Gianola)

Direi che per essere stata presa in contropiede ha dimostrato duttilità e creatività.

Poi, dato che non siamo cattivi come ci dipingono, le abbiamo fatto fare anche l’ikebana che aveva ideato prima che le si “rompesse” il vaso.

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(Ikebana e foto di Deborah Gianola)

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