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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

22-buoi-donneFin dall’antichità l’uomo ha sempre sentito il bisogno di raffigurarsi, di “bloccare” nel tempo le sue esperienza, le sue idee, i suoi ricordi. Dalle pitture rupestri, alle statue, ai dipinti i Grandi della Storia, le Divinità, il popolo (artigiani, commercianti, contadini etc) sono rimasti congelati nel tempo su tele, rocce, pietre per raccontare a noi come vivevano, cosa provavano etc.

Oggi ovviamente con la fotografia digitale (e l’uso di smartphone anche) le immagini si sono triplicate rispetto anche a pochi decenni fa e servono ad imprimere un ricordo, un cibo, un’amicizia…. un ikebana.  Mai un’arte così transitoria è potuta sopravvivere “tangibilmente”. Se è vero che l’ikebana si fa in quel momento (che già alcuni minuti dopo forse lo faremmo diversamente) e per noi stessi, è anche vero che dato che abbiamo la possibilità di serbarne un ricordo perché doverci rinunciare? Una volta un ikebana veniva poi disegnato. Probabilmente un ritratto fedele, ma MAI come una fotografia.

Per chi è iscritto a Facebook sa che ogni giorno questo social ti fa rivedere, ricordare avvenimenti degli anni passati.

In questi giorni sono rispuntatte le fotografie del workshop che tennero a Roma Ilse Beunen e Ben Huybrechts.  E vedendo le foto sorridi subito pensando alla gioia e all’armonia provate. Tra l’altro io di salute ero messo molto male (rischiavo davvero la vita), ma questa esperienza mi diede una tale carica che nessuna medicina avrebbe mai potuto fare.

IMG_1500(Fotografia di Tiziana Biondo)

Se è pur vero che l’esperienza, la gioia e il divertimento sono sensazioni incancellabili dai nostri cuori è anche palese che rivedere le foto magari ti riporta un sorriso in una giornata no, o ti fa ricordare particolari che piano piano la nostra mente cancella.

"vase: Sabine Turpeinen"(Fotografia di Ben Huybrechts)

Possono anche essere ricordi di una momentanea difficoltà come quella provata per l’ikebana che vedete qui sopra. Eravamo al workshop di Monaco tenuto da Ilse Beunen dove (come in tutti i workshop) si hanno 40 minuti a disposizione per fare il tuo lavoro ed io avrei dovuto fare una struttura o inclusa nell’ikebana o che andasse ad “avvolgere” l’ikebana. Un tema mai affrontato prima e non nella mia natura (mentre io annaspavo intanto il maestro Farinelli costruiva in pratica la Torre Effeil con questa struttura). Fu un esercizio faticoso, ma istruttivo. Quella in foto è la versione corretta dell’ikebana io avevo sbagliato diverse cose.  Però ne ho un ricordo. Vedendo la foto rammento come io l’avevo fatto, le correzioni di Ilse, i suggerimenti, non perdo dei dettagli tecnici che la mia mente con il passare del tempo lascerebbe fuggire via. E c’è la gioia del ricordo, del passo in avanti fatto. Non ci fossero foto rimembrerei solo l’esperienza e niente altro. E poi sarebbe incomprensibile se io, da maestro, mi opponessi a fare foto e soprattutto scegliessi senzientemente di rinunciare a foto professionali. Nè lo negherei per capriccio alle mie allieve. Come in tutti i workshop, ero lì per imparare. Certo se dovessi sempre fare ikebana con i soliti materiali, forme, vasi smetterei. Ma una tantum va bene.

Si fa arte perché ci piace quel tipo di espressione, si accettano gli insegnamenti del maestro, i suggerimenti, ma ognuno di noi ha dei gusti, delle idee e non vanno castrate. Fare un ikebana con vasi e materiali che non piacciono una volta è istruttivo, due volte è una conferma di riuscire a svolgere quella tipologia di lavoro e dopo stroppia, diviene un esercizio di tensione tra il maestro e la frustrazione dell’allievo.

Il maestro deve incanalare la creatività dell’allievo, saperla far crescere. Sarebbe molto più semplice sfornare dei cloni, la difficoltà sta proprio nel correggere un lavoro rispettando l’idea dell’allievo.

Ci sono maestri che usano sempre la stessa tipologia di materiali, realizzano sempre la stessa forma, tutto lecito e tutto bello, ma fare arte per me è sperimentare di continuo. E’ una sifda con noi stessi. Manualmente io non sono mai stato bravo e ho sempre impiegato più di altri nel realizzare qualsiasi cosa per cui studiare ceramica per me è tanto “faticoso” quanto importante proprio per questo. Mi metto continuamente alla prova. Lo stesso in ikebana. Dovessi fare sempre la solita forma (che so  un ramo su, uno giù e un fiore al centro) avrei smesso da anni di fare ikebana. Vi devo trovare gioia, sfida, crescita nell’arte. Qualcosa che la vita quotidiana non da più.

E soprattutto voglio ridere e divertirmi lungo questo percorso. Per questo per me sono importanti alcune foto che riporto sotto come esempio (ma ce ne sarebbero tante altre da pubblicare). Perchè le foto hanno più memoria di me e mi ricordano la fortuna cheho avuto ad incontrare persone emravigliose lungo il cammino dei fiori.

Maria Grazia Rosi

Amici

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© Giuseppe Cesareo PHOTOGRAPHER

Ohara e Sogetsu

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Concentus Study Group

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