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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Tag Archives: www.sogetsu.it.

Recentemente abbiamo ricevuto questo invito che abbiamo subito rivolto alle allieve e maestre del nostro gruppo. Il Concentus Study Group, e lo dico con estremo orgoglio, non si è MAI fermato quest’anno realizzando lezioni online o creando anche delle sfide (come utilizzare i materiali vegetali che avevamo a portata di mano durante la quarantena) al nostro gruppo di lavoro o partecipando ad esposizioni virtuali internazionali. Un poco ci piace rimanere sempre attivi (anche perché se studi un’arte non puoi eseguirla ad ogni morte di papa e basta soprattutto se hai allievi); inoltre essendo un gruppo ufficiale della Sogetsu ci teniamo ad essere sempre sul pezzo.

Per la precisione il nostro gruppo ha attività a Roma e in Toscana, ma avendo allieve e maestre da tutta Italia (e non solo) l’area di attività tende ad allargarsi. Ufficialmente la sede però è a Roma. A Roma ci sono due Study group ufficiali della Sogetsu e come tale riconosciuti. L’Artikebana Ranson Study Group (che fu creato da Lina Alicino sensei) che attualmente dirige Maria Domenica Castrì che vive a Caserta e il Concentus Study Group tenuto da noi.

Abbiamo chiesto, quindi, alle allieve che potevano essere presenti di partecipare. La data di scadenza è fissata per il prossimo 30 settembre ed alcuni ikebana (come quello della Maestra Patrizia Ferrari di Merano) devono essere ancora pubblicati per cui questo articolo sarà prossimamente aggiornato ed arricchito.

Ci tengo personalmente a ringraziare Fiammetta Martegani perché nella sua zona (Tel Aviv) non è facile in questo momento reperire materiale e, nonostante questo lei si industri al meglio, e Neicla Campi a cui, con soddisfazione, non abbiamo fatto nessuna correzione inerente il lavoro proposto per questa occasione. Non è facile correggere mantenendo l’idea e lo stile di un allievo. Spesso si intuisce se la mano del maestro è stata leggera o totale trasformando un lavoro secondo i propri gusti personali. Un po’ come quando vedi degli ikebana attribuiti a dei bambini e sai bene che un bambino di età inferiore ai dieci anni non potrebbe mai concepire quella tipologia di ikebana.

Ma ecco la galleria dei nostri lavori a cui, come già detto, aggiungerò quelli mancanti. Potevamo mandare fino a 3 ikebana a testa e ho chiesto a tutti di idearne di nuovi. Trovo sempre piuttosto brutto (e inutile) per iniziative come questa (per non parlare di foto per libri) riciclare cose già fatte come se non avessimo idee a sufficienza.

My Inspiration:
The end of Summer. Among the dry branches of broom, burnt by the summer sun, the flowers return before the arrival of winter.

Arrangement by: Silvia Barucci, Italy
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower materials: Garofano, hibiscus, astrantia and ginestra branches
Vessel: Ceramic Vase.
My Inspiration:
A modern arrangement with a quirky container and with disassembled and reassembled material (Physalis Alkechengi and Dahlia) showing a strong contrast of shapes and colour with the container.

Arrangement by: Lucio Farinelli, Italy
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower materials: Dahlia and alchechengi
Vessel: Handcrafted vase
My Inspiration:
What if we invented ikebana? What if ikebana was invented on the Mediterranean sea? What Greeks, Romans, Etrurians would have made? I used a vase which is a reproduction of an old vase with materials that are original from the Mediterranean sea. Pistacia lentiscus (mastic) and Matricaria Chamomilla are from here and they can be found easily in Southern Europe.

Arrangement by: Lucio Farinelli
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower materials: Pistacia lentiscus (mastic) and Matricaria Chamomilla
Vessel: Handcrafted vase
My Inspiration:
Leftovers: we should never discard leftovers. We should never throw
them away, just wait for the right moment and for the right idea. I had
these Strelitzia flowers and this Limonium, then I noticed that dry
lotus leaf I had on the shelf and the idea arrived. Strelitzia,
Limonium, Dry lotus leaf

Arrangement by: Lucio Farinelli, Italy
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower materials: Strelitzia, limonium, dried lotus leaf
Vessel: Ceramic vase by Sebastiano Allegrini
My inspiration:
The reeds of Arundo line the road, the peaks are moved by the wind. I was very stimulated and made an arrangement in a glass vase that remembers their movement.

Arrangement by: Ilaria Mibelli, Toscana, Italy
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower Materials: Arando and anthurium
Vessel: Glass vase
My Inspiration:
We will remember 2020 in a negative as well as a positive way. If we have suffered a lot, it is also true that we have invented new solutions to be able to move forward also thanks to the technologies we have at our disposal. My work wants to be a symbol of joy and rebirth through the use of bleached palms that can look like a flower and the strelitzia that, with the colors of autumn, arise from them. For this composition, I used a ceramic vase I made myself.

Arrangement by: Luca Ramacciotti, Italy
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower materials: Bleached palm and strelitzia
Vessel: Self-Made ceramic vase
My Inspiration:
This handcrafted vase was given to me by Maestro Lucio Farinelli after his trip to Puglia. The particular sea urchin shape inspired me for a vertical work that would give light and joy. I chose the dahlias because the color and shape are reminiscent of those of the vase and I put some purple tips to enliven everything.

Arrangement by: Luca Ramacciotti
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower materials: Dahlia and limonium
Vessel: Handcrafted vase from Maestro Lucio Farinelli
My Inspiration:
Chestnuts dancing with dahlias. Not yet autumn, no more summer.

Arrangement by: Neicla Campi, Italy
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower Materials: Castaneda Sativa, dahlia
Vessel: Ceramic vase
My Inspiration:
Since I live in Israel, and this time of the year is the Jewish New Year, I wanted to use the typical elements of this holiday: pomegranates, which bring good luck and prosperity and roses, a typical Middle Easter flower, to celebrate the beauty of a new year starting. The vase I used is made by the Israeli local artist Merav Waldman who made it under my supervision to emphasize the “wabi-sabi” naturalness typical of the Nageire Style.

Arrangement by: Fiammetta Martegani, Israel
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower materials: Pomegranates, roses
Vessel: Ceramic vase by Israeli local artist Merav Waldman
My Inspiration:
I live in Tel Aviv, a very unique town for the amount of public and private gardens that make this city a very “green” one. I got the bitter oranges from my neighbors and the Aster from the local flower market which is literally 200 meters from my house. I consider them part of my family since the neighbor where I live is one of the oldest in Tel Aviv and we will all feel like part of a big family, where we can share flowers and products coming from our own backyard.
The vase I used is the same one made by the Israeli local artist Merav Waldman who made it under my supervision to emphasize the “wabi-sabi” naturalness typical of the Nageire Style.

Arrangement by: Fiammetta Martegani, Israel
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower materials: Bitter oranges and aster
Vessel: Ceramic vase by Israeli local artist Merav Waldman Mostra meno
My Inspiration:
I made this composition with all material that I got from different friends (coming from different countries) including the vase, which was found in the Flea Market of Jaffa, one of the oldest towns in Israel and the Middle East. To me, this composition represents the very unique value of friendship and how Ikebana can be a bridge between cultures and countries.
As much I live in Israel, I am originally Italian and I belong to the Ikebana Sogetsu Concentus (Italy), under the supervision of Master Lucio Farinelli and Luca Ramacciotti.

Arrangement by: Fiammetta Martegani, Israel
Name of School: Sogetsu-Ryu
Flower materials: Anthurium, Craspedia
Vessel: Ceramic Vase

Concentus Study Group

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Di recente ho letto questo bellisismo libro (traduzione di Laura Testaverde) che, per chi studia un’arte orientale, è sicuramente fonte di molte riflessioni.

L’autrice parla della sua esperienza nello studio della cerimonia del tè attraverso XV capitoli che sono tappe, riflessioni, esperienze. Sinceramente il libro mi aveva già conquistato nell’introduzione sia per la poesia delle immagini evocate sia per i riferimenti al mondo della natura e delle sue stagioni.

Proseguendo nella lettura mi sono accorto dei numerosi paralleli con il mondo dell’ikebana e spiego il motivo.

La protagonista inizia quasi per curiosità, a differenza di altre personaggi del racconto, lo studio e pur esercitandosi per numerosi anni si accorge che l’essenza di quell’arte le sfugge (bellisismo il paragone tra una casa ammobiliata, ma senza le pareti).

Non comprende come mai la sua maestra le dica di compiere determinati movimenti semplicemente perché quella è la forma corretta oppure che le chieda di vedere ciò che non è in superficie stando presente in quell’attimo con l’anima.

Sono tutti step che un allievo affronta durante il percorso di studio dell’ikebana. Le frustrazioni nel non comprendere certe misurazioni, abbinamenti o perché quella dimensione sia giusta rispetto ad un’altra o perché qualcosa sia armonico rispetto ad altro.

Un passaggio significativo recita così: – Imparare vuol dire mostrarsi all’altro come uno zero che non sa nulla. E invece, quante cose che mi erano di ostacolo avevo portato con me! In cuor mio, mi ero sentita in qualche modo superiore: “Sono cose facili!”, “Io ci riesco!” Che presuntuosa che ero! Quello stupido orgoglio è solo un fardello che ti ostacola. Bisogna gettarlo via, e svuotarsi completamente. Se non sei completamente vuoto non può entrarci niente.

In fin dei conti cosa ci vorrà mai a preparare una tazza di tè o a realizzare una composizione di fiori?

Semplicemente umiltà,tenacia ed intelligenza. Il percorso che compie la protagonista del libro.

E se seguiremo questi percorsi con anima, cuore e davvera voglia di imparare improvvisamente arriverà un click in noi e tutti quei passaggi, quelle tecniche, quegli insegnamenti che ci parevano forzati o inutili si allineeranno come tanti segmenti in fila e allora vedremo il disegno nella sua interezza.

E non ci sarà sentimento che ci renderà più felici.

Ikebana e foto di Luca Ramacciotti – Vaso di Maria A. Listur smaltato da Luca Ramacciotti

Concentus Study Group

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Ciò che amo del mondo dell’ikebana è che ti permette di entrare in contatto con altre discipline o, come in questo caso, incontrare un’allieva (Neicla Campi di Ivrea) e… trovare un ceramista. Ma lasciamo a Salvatore Coi la parola.

Molte cose ti capitano per caso.
Ti può capitare di avere una moglie appassionata di ikebana e, se stravedi per lei, ti capita di pensare a come risolvere un problema non da poco: metterle a disposizione i vasi adatti per coltivare la sua passione.
Così ho iniziato a fare il vasaio. All’età di 64 anni mi sono guardato intorno e mi sono detto “non dovrei avere problemi a trovare chi mi può insegnare, vivo vicino a Castellamonte, città di antica tradizione ceramica”.
Appresi i primi rudimenti di manipolazione ho capito che dovevo trovare la mia strada da solo. Non ero interessato alla maiolica. Ero più attratto dal RAKU e dalla sperimentazione degli smalti ad alta temperatura.
Ho così scoperto i grandi ceramisti giapponesi (Shoji Hamada), francesi (Daniel de Montmollin) e inglesi (Bernard Leach). Grazie a loro ho appreso, da autodidatta, il senso estetico e il rigore metodologico di un’arte tra le più nobili e ricche di umanità.

Con delusione ho preso atto che in Italia non c’è traccia delle grandi scuole di ceramica, anche a livello universitario, presenti in Francia, Gran Bretagna, Australia e USA. Ma così è. La cultura ceramica artigiana in Italia non gode di grande attenzione a livello istituzionale ed è delegata a poche, apprezzabili, botteghe artigiane.
Durante le mie escursioni in montagna e i miei viaggi in giro per il mondo ho iniziato a raccogliere terre e minerali. Ho iniziato a preparare le ceneri e a calcinare ossa per dare vita ai miei smalti. Con un solo scopo: liberare l’energia e la grande bellezza di materiali poveri e trascurati, eppure così preziosi.

La formulazione degli smalti è ad alto tasso di imprevisti: ho studiato chimica, fisica e mineralogia per conoscere la composizione dei minerali che adopero ma il margine di incertezza con le materie grezze è sempre elevato. Questa però è una parte affascinante del mestiere.
Per non andare troppo al buio adotto il metodo della griglia (grid method) inventato da Ian Currie, un grande ceramista australiano. Mescolo i materiali grezzi con percentuali variabili di silice e allumina su una piastrella che contiene 35 caselle. Lo studio dei risultati mi fornisce le ricette più interessanti per lo smalto dei miei vasi.

Il mio è un mestiere d’alchimista, ma non cerco la formula per fabbricare l’oro, cerco una materia molto più preziosa: l’emozione di un colore, di una texture, di una superficie inaspettata e unica.

A suggello delle parole di Tore e dei bellissimi ikebana di Neicla metto un mio ikebana fatto nel vaso realizzato da questo appassionato e bravissimo ceramista il cui laboratorio è tanto perfetto, pulito quanto incredibile per il materiale che sta raccogliendo di argille e minerali. Persone come Tore e Neicla è una fortuna averli nel proprio gruppo.

Concentus Study Group

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Ideazione e realizzazione di Silvia Barucci

La grossa novità dell’autunno italiano della Sogetsu è la partenza di un corso di ikebana nella città di Firenze guidato da Silvia Barucci e Ilaria Mibelli. Dopo il corso tenuto dal sottoscritto anni fa a Livorno, torna l’ikebana Sogetsu condotta da maestre appartenenti ad un gruppo ufficiale e riconosciuto dalla scuola e che terranno un corso canonico. Silvia (che ha vinto due premi al concorso internazionale Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition) e Ilaria sono due maestre da sempre molto attive nel nostro gruppo e che hanno partecipato ad ogni iniziativa (lezioni, dimostrazioni, mostre o workshop). Per loro lo studio dell’ikebana è sempre stato molto serio e coscienzioso e non un passatempo o qualcosa per potersi mettere in mostra. Siamo felici di questo loro successo.

Abbiamo sempre spronato ogni nostra allieve a darsi da fare durante e dopo il percorso di studio iniziale documentando il tutto sia sul nostro sito sia sulla nostra pagina Facebook l’attività del gruppo per evitare (come vedo fare) che nelle occasioni importanti compaiano misteriosi allievi spuntati dal nulla come funghi e presenti solo in alcune occasioni. Un gruppo è costituito da ogni singolo partecipante che deve sempre essere messo in risalto non solo quando vogliamo metterci in esposizione per far sapere che siamo vivi.

Ideazione e realizzazione di Silvia Barucci

E anche noi da Roma ripartiamo, anzi per la precisione non ci siamo mai fermati. Siamo stati l’UNICO gruppo in Italia che ha continuato a fare iniziative online sia durante la quarantena sia dopo. Siamo riusciti a portare a termine il corso dello scorso anno alternando lezioni de visu a lezioni online per chi viene da altre parti d’Italia o

dall’estero (e non solo Europa!). Già iniziamo ad avere un gruppo nutrito di persone che dall’estero ci chiedono lezioni e, al momento, purtroppo, è solo possibile farle online. Non è una metodologia che io ami molto perché, secondo me, il rapporto tra allievo e insegnante non può essere solo virtuale e inoltre è l’allievo che deve reperire il materiale e spesso su questo ci possono essere delel problematiche. Per cercare di minimizzare il distacco durante le lezioni via Zoom scattiamo foto (al video) dell’ikebana che l’allievo sta realizzando e sopra ci facciamo delle correzioni. Inoltre chiediamo all’allievo di fare dei video a 360° proprio per poter correggere bene il lavoro. Tutto questo nell’attesa di reincontrarci presto dal vivo seguendo tutte le norme relative alla sanificazione e alla sicurezza.

Per essere più in tema possibile io mi sono attrezzato anche con una mascherina ideata e realizzata da Simone Guidarelli.

Foto di Lorenzo Montanelli

Concentus Study Group

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Negli scorsi giorni di calura mi sono rifugiato verso Castiglioncello in un agriturismo davvero bello ed ampio dove ero vicino al mare pur essendo in piena campagna e isolato dal mondo.

Circondato dal frinire delle cicale a contribuire ai brividi di fresco c’è stata una lettura che consiglio a tutti: “Il demone dai capelli bianchi“.

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Ma abbandoniamo questa digressione per addentrarci nel tema di questo articolo.

Tra l’agriturismo e la spieggia di Cecina mi è venuto spontaneo, ormai è una deformazione professionale al pari di guardare i volti delle persone e analizzare il loro portamento e gestualità, osservare la natura circostante e, quando stavo in agriturismo, camminare sull’erba a  piedi nudi.

Ero inconsapevole che stavo facendo grounding, anzi per la precisione lo faccio fin da piccolo quando periodicamente con i miei genitori si andava a camminare sulle Alpi Apuane.

All’ingresso dell’agriturismo un imponente viale ci accoglieva con una realizzazione tipicamente toscana e, per me, di rimembranze scolastiche.

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Proprio ammirando questo viale e l’ordine preciso in cui erano sistemate le piante di salvia, origano o lavanda mi sono saltati agli occhi alcuni particolari.

Quando iniziamo lo studio dell’ikebana c’è un concetto che di primo acchito ci lascia perplessi: l’asimmetria (armonica).

Cresciuti in un mondo di giardini all’italiana, di arte topiaria e mazzi di fiori circolari ci sembra strano che si possa creare qualcosa di bello seppur asimmetrico.

Anche con le misure studiate dalla scuola Sogetsu dove abbiamo un rapporto tra i tre rami principali della composizione tendiamo inizialmente a “equilibrare” il nostro lavoro.

Quello che a noi deficita è anche la mancanza di osservazione.

La nostra mente registra e memorizza ciò che ci interessa focalizzandosi su certe cose e tralasciandone altre oltre ad avere una visione legata anche al nostro background culturale, caratteriale etc. Per cui se non siamo amanti della natura tenendenzialmente non la osserveremo mai.

Studiando ikebana questo atteggiamento muta spontaneamente (se davvero si sta facendo un percorso appassionato e serio). Se avessimo dei rami di un materiale particolare faremo sì che si comprenda cosa sia non andandoli a spogliare dalle foglie/frutti/fiori o colorandoli a meno che non si faccia qualche grande installazione a cui vogliamo dare un significato differente dall’ikebana in vaso. Se devo specificare a esempio che ho usato dei rami di fico perché li ho ridotti a stecchi e magari pitturati di rosso…. bè diciamo che non è sbagliato, ma potevo usare che so dell’acero o del platano e la sostanza cambiava poco perchè sempre stecchi colorati erano.

Qui mi permetto una parentesi saltando un attimo su un altro argomento per poi tornare a questo.

Nella mia scuola c’è una lezione sull’utilizzo di materiale secco e fresco. Come scritto altre volte in questo blog si può anche utilizzarre solo materiale secco, ma ho visto che in Giappone difficilmente usano solo quello.

E anche qui può venirci in aiuto l’osservazione della natura.

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Questo pino svettava sulla spiaggia di Cecina e per me è un esempio perfetto di come si dovrebbe pensare quando affrontiamo il tema di secco e fresco in ikebana.

Terminata l’ennesima digressione al tema torniamo sulla nostra asimmetria e sull’osservazione.

Se ci alleniamo mentalmente sarà più facile comprendere il concetto di asimmetria, pieni e vuoti, equilibrio ed armonia.

Stando sdraiato in agriturismo a leggere è bastato osservare lo spazio attorno a me per trarre alcune conclusioni.

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Questi tralci di vite che si inerpicavano sul bastone della tenda e sul ramo vicino per quanto “indirizzati” dalla mano dell’uomo crescevano in perfetta asiemmetria. Il tralcio che va solitario verso destra non disturbava essendoci una forte massa a sinistra e non dà l’idea di qualcosa a “parte”. Mi spiego meglio. Se in un ikebana noi abbiamo ad esempio tutto del materiale in alto o a destra ed un solo fiore in basso o a sinistra il lavoro risulterà slegato. Invece il nostro materiale deve sempre essere connesso per quanto la forma sia differente. Porto un mio esempio.

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(Ikebana e foto di Luca Ramacciotti)

Avessi messo i fiori a sinistra e tra quelli e l’equiseto piegato nulla avrei avuto del materiale disconnesso in un vaso e basta perché avrebbe perso “naturalezza” seppur in una forma non propriamente naturale.

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Sempre guardandomi attorno ho continuato le mie osservazioni (qui in foto ci sarebbe il tema anche di massa e linea della Scuola, ma vi evito l’ennesimo salto di argomento ^_^) e preso appunti mentali sui prossimi ikebana da fare.

Come scrivevo in un mio articolo per Takumi lifestyle negli ikebana si hanno lo scontro di due ego, il nostro e quello della natura e, nella realizzazione finale il nostro deve essere invisibile seppur presente.

Iniziamo ad osservare davvero la natura che ci circonda per capire come servirla ed omaggiarla al meglio.

Concentus Study Group

 

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Credo di aver incontrato Mauro Graf forse tre o quattro volte sole. Incontri in occasione delle conferenze da lui tenute a Roma sulla storia dell’ikebana.

In compenso ci sentivamo molto spesso per email.

Ogni volta che avevo un dubbio, tutte le volte che desideravo avere informazioni era a lui che mi rivolgevo e, sempre, ottenevo risposte educate e ricche di informazioni.

Amava realmente divulgare, quando teneva le conferenze avrebbe potuto parlare per ore senza stancare mai l’uditorio presente.

Una grave, grossa perdita per il mondo dell’ikebana.

Noi del Concentus Study Group ci stringiamo attorno ai colleghi ed amici del Chapter Ohara di Milano di cui lui era Presidente.

Concentus Study Group

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Questo è un libro che consiglio a tutti coloro che gravitano intorno al mondo dell’arte. E’ un libriccino piccolo, ma denso di significati che riporto qui:

“Che cosa fa di un’opera d’arte un capolavoro? Un capolavoro è l’espressione più alta del genio di chi l’ha realizzato, ma al tempo stesso è capace di raccontare un’epoca, un mondo, una realtà e un modo di sentire. Questo è un libro che va alla ricerca di chiavi meravigliose e misteriose per intrepretare quelle opere e la loro grandezza. Si spingerà a ritroso, fino alla metà dell’Ottocento, perché è lì che affondano le radici di quello che dell’arte, oggi, ci lascia a bocca aperta: partendo dalla scandalosa nudità di Olympia, passando attraverso il gorgo folle del campo di grano di Van Gogh, cercando di penetrare i grovigli della mente dell’uomo che urla nel pastello più famoso di Munch, per rilassarsi poi tra le bottiglie di Morandi. Si cercherà di capire perché quel ragazzino dispettoso che sichiamava Piero Manzoni è diventato così importante, pur avendo vissuto così poco e, per di più, inscatolando le proprie feci e facendo quadri bianchi. Con lui e poi con Burri, Castellani, Boetti, Schifano e Pomodoro, questo libro percorre la penisola ricostruendo, da un’opera all’altra, le tappe imprescindibili della storia d’Italia.”

Perché parlo di arte in un blog d ikebana? Semplice. Quando si diviene maestri Sogetsu si riceve dalla scuola un regolamento dove, tra le varie regole e consigli, c’è scritto di invitare i propri allievi a visitare mostre d’arte. E per arte non si intende solo quella orientale, ma mondiale. Segnalare mostre, andare a vederle assieme, parlare di arte in quanto l’ikebana stessa è un’arte.

Ma come si diviene artisti? Cosa è davvero un’opera d’arte? Perché Burri con dei sacchi materici è diventato famoso? Questo libro sopra riportato appunto, come da descrizione, indaga tutti questi motivi spiegandone anche il contesto.

Se io prendo a rasoiate una foglia tagliandola probabilmente mi illudo di fare arte a contrario di un Fontana che con le incisioni nelle tele ha creato una nuova dimensione. Questo anche perché dietro al “taglio” di Fontana c’era uno studio, un’idea, non voleva fare il figo né, probabilmente, pensava lui stesso che avrebbe tracciato una nuova strada con i suoi lavori.

Quello che è palese in questo libro è che un’opera diviene arte perché prima di tutto colpisce (in positivo o in negativo) ogni singolo spettatore che la vede. Non lascia indifferente. Un artista quando fa è sempre macerato da mille dubbi, si confronta, chiede, studia.

Se si è sicuri del proprio operato, solitamente, al 97% (voglio essere ottimista) non siamo dei veri artisti.

E “artista” (le virgolette sono d’obbligo) può sembrare anche uno che non lo è perché fa una cosa che in apparenza è strana, ma che, se analizziamo, è aria fritta, non ha una vera idea o tecnica alla base.

E sempre di più si sta confondendo il concetto di popolarità con bravura.

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La vignetta sopra citata non è per un attacco di misoginia, ma per sottolineare come sempre più l’apparenza e il cattivo gusto sino imperanti. Più si fa la cosa senza senso e più si passa per artisti. Della serie fatti un nome e mantienitelo.

Lo aveva capito bene Piero Manzoni quando polemicamente creò la sua Merda d’artista.

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(Da Wikipedia:) “Il 21 maggio del 1961, l’autore sigillò 90 barattoli di latta, uguali a quelli utilizzati normalmente per la carne in scatola, ad i quali applicò un’etichetta identificativa, tradotta in varie lingue, con la scritta «merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961». Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista.

L’artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di se stesso. Attualmente i barattoli sono conservati in diverse collezioni d’arte in tutto il mondo (ad esempio l’esemplare numero 4 è esposto alla Tate Modern di Londra ed il barattolo 80 è esposto nel nuovo Museo del Novecento di Milano) ed il valore di ciascuno di loro è stimato intorno ai 70 000 €, prezzo assai superiore a quello fissato dall’autore. A Napoli nel Museo d’arte contemporanea Donnaregina (M.A.D.R.E.) è conservato il barattolo numero 12. A Milano, il 23 maggio 2007 nelle sale della casa d’aste Sotheby’s, un collezionista privato europeo si è aggiudicato l’esemplare numero 18 a 124 000 euro, record d’asta superato il 16 ottobre 2015 a Londra da Christie’s con 182.500 sterline (esemplare numero 54) e nuovamente il 6 dicembre 2016 a Milano da Il Ponte Casa d’Aste con 220.000 euro (Asta n. 385 Lotto n. 278 – esemplare numero 69).

La critica ha visto la scelta di confezionare le feci come una protesta verso gli artisti che vedevano nell’arte un mezzo per eternarsi. In quest’ottica, l’opera diventa un reliquiario, che contiene un ricordo “prezioso” del maestro, da venerare alla stregua d’un feticcio religioso. Agostino Bonalumi, amico di strada di Piero Manzoni, ha dichiarato che, in realtà, all’interno delle famose scatole da 30 g l’una non vi è nient’altro che gesso.”

In epoca più moderna l’opera Comedian di Maurizio Cattelan si può ascrivere sempre a questa tipologia di critica verso un’arte fatta sempre più di apparenza e meno di contenuti.

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C’è da chiedersi quando si fa arte (a qualsiasi livello e disciplina) se ciò che stiamo facendo sia davvero qualcosa di interessante, di originale o pecchiamo di presunzione

L’oggetto (o l’ikebana) che stiamo realizzando lo vorremmo nel nostro salotto?

C’è stato qualcuno prima di noi che ha già realizzato qualcosa di simile? Se non sappiamo la storia che ha segnato il percorso che stiamo compiendo è ben difficile pensare ad un futuro.

Di contro con l’ikebana dobbiamo rapportarci a dei valori estetici che non sono quelli occidentali per cui dovremo compiere uno sforzo maggiore. E non dobbiamo piegarli alla nostra idea, ma semmai il contrario. Studiare ikebana (soprattutto Sogetsu) senza avere un’idea dell’arte nella sua totalità non fa di noi dei veri artisti.

E se ci sentiamo artisti perché abbiamo messo un ramo poggiato su un vaso od uno in una cornice di legno…  bè credo dovremo rivedere la nostra idea di artisticità.

A tal fine consiglio il seguente libro:

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“Vedere” è un atto creativo; e il giudizio visivo non è contributo dell’intelletto successivo alla percezione ma ingrediente essenziale dell’atto stesso del vedere. Quanti, tuttavia, sanno prendere coscienza del giudizio visivo, e tradurlo e formularlo? Sapere quali sono i principi psicologici che lo motivano e quali sono le componenti del processo visivo che partecipa alla creazione come alla contemplazione dell’opera, significa sapere “che cosa”, in realtà, vediamo. Rudolf Arnheim fonda la sua trattazione sui più recenti principi della psicologia della Gestalt. Egli tende a opporsi al formalismo, riportando la forma al significato e al contenuto, e suggerisce come se ne possano cogliere i più significativi moduli strutturali, approfondendo i problemi che si sono sempre proposti e analizzando le molteplici soluzioni dell’arte più remota a quella dei nostri giorni.”

Se un frutto ci marcisce non è detto che possa diventare un’opera d’arte, ma un lavoro sulla disgregazione fisica (come in alcune opere di David Lynch) può portare a importanti sviluppi visivi o di studio/sperimentazione.

Chiediamoci sempre se stiamo facendo qualcosa per essere  bravi nel nostro campo o se lo facciamo per sentirci dire bravi da chi ci segue. Il nostro animo è il giudice più implacabile del nostro lavoro. Sempre se l’Ego non lo sopraffà.

Concentus Study Group

 

 

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Screenshot_2020-07-15 Home TAKUMI lifestyle(2)

Questo il programma della nuova fatica di Carlo Scafuri anima del sempre rimpianto Bonsai & Suiseki Magazine per il quale ebbi la possibilità e l’onore di collaborare con alcuni miei scritti inerenti l’ikebana.

Takumi lifestyle è una sua nuova creatura che si propone di far conoscere le idee, la storia, l’estetica del mondo giapponese senza salire in cattedra, ma facendo vera diffusione e cultura.

Un portale destinato a tutti, appassionati, semplici curiosi, addetti ai lavori. L’intento è di far scoprire un mondo particolare che presenta sempre aspetti sconosciuti anche a chi lo studia da anni, un universo di poetici contrasti.

Concentus Study Group

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Inizio questo post con un titolo che è una famosa citazione di Albert Einstein perché qui, grazie ad alcuni esperti di vari campi artistici, vorrei esplorare il concetto di arte, di ciò che si considera artistico. Personalmente io non mi pronuncerò su cosa sia per me arte sperando che il mio lavoro parli da solo e perché non sono all’altezza degli artisti qui coinvolti.

Negli anni l’arte si è evoluta attarverso correnti, stili influenzati da scoperte di materie prime, scoperte scientifiche, mutamenti epocali della società, confronto con altre culture.

Ci sono state opere che hanno affascinato, sconvolto, denunciato. Opere che sono state apprezzate, altre incomprese.

Ma cosa è realmente un’opera d’arte? Cosa è l’arte? Ultimamente si va sempre più a ricercare qualcosa di strano, di incomprensibile, dei fuochi di artificio (splendidi, ma che scompaiono subito) o stiamo ritornando ad una comunicazione tra animi?

Si può essere artisti senza studio? Senza una tecnica?

L’arte sta diventando una cosa sterile perdendo la sua comunicatività tra persone? Non trasmette più emozioni (sia positive sia negative?).

Ecco gli interventi delle persone interpellate che ringrazio (sulle traduzioni dagli interventi in inglese mi assumo ogni responsabilità di fallace traduttore ^_^ ).

Mika Otani (Artista dell’Ikebana Sogetsu)

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Che cos’è Ikebana? La gente pensa che l’Ikebana sia la composizione floreale tradizionale giapponese che continua da più di 500 anni, ma io credo che Ikebana sia più di questo.

L’origine della parola Ikebana in lingua giapponese combina 2 parole, Ikeru che significa rendere vivo e Hana che significa un fiore. I fiori muoiono una volta dopo averli tolti dal terreno, ma possiamo dare loro la seconda nuova vita se li utilizziamo. Se mettiamo i fiori come li abbiamo trovati in natura è solo una copia di questa. Non possiamo mai trascendere la nostra natura. Ecco perché dobbiamo trasformarli nella nostra arte, coglierne l’aspetto bello, metterli in un ordine diverso, aggiungere la nostra nuova idea ed emozione e riflettere in questa ciò che siamo. Ikebana non è solo una decorazione da posizionare da qualche parte. L’Ikebana è un potente mezzo di auto-espressione. L’Ikebana è arte.

Quando sistemo i fiori, ricordo sempre le famose parole di Sofu Teshigahara, il fondatore della scuola Sogetsu Ikebana. Vorrei riportare qui le sue parole.
“Quando sono posti in un Ikebana, i fiori cessano di essere solo fiori. I fiori si umanizzano in Ikebana. Ciò rende Ikebana interessante e anche difficile. Sia che ti trovi in ​​ambienti innaturali, naturali o soprannaturali, i fiori diventano umani “.
Se l’Ikebana è un’arte per esprimerci, posso dire che la stessa opera di Ikebana non verrà mai ricreata. Perché chi siamo e la nostra idea e prospettiva cambiano sempre ogni giorno. Abbiamo una brutta giornata e una buona giornata e stiamo invecchiando. Dopo 10 anni, pensi che la tua prospettiva sia la stessa di 10 anni fa? Il lavoro attraverso l’Ikebana è un miracolo che avviene in quel momento quando incontri un fiore, da lì succede qualcosa di originale. Ogni volta che creo un Ikebana, mi preoccupo se posso esprimere le mie idee e pensieri. Mi interessa ciò che posso esprimere attraverso i fiori. Non si tratta della bellezza. Anche se verrà bello o no, il punto più importante è la mia espressione e i miei pensieri. Mi chiedo sempre: “È un’arte o solo una bella decorazione?”.

La mia avventura continua all’infinito con i fiori.

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Akira Satake (Ceramista)

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Creo la mia argilla, per i miei forni a legna, combinando diversi tipi di pasta ceramica con alcuni ingredienti aggiunti per avvicinarmi il più possibile all’argilla utilizzata nella produzione di articoli Shigaraki, prodotta in una delle regioni del cosiddetto sei vecchi forni del Giappone, che risalgono al XII secolo. Il mio forno ha un design moderno chiamato Train Kiln (per la sua forma ricorda una vecchia locomotiva a vapore), sebbene basato su quello che sarebbe un design tradizionale del forno; le sue caratteristiche distintive sono il caricamento più comodo e una dimensione molto più piccola, rispetto ai tradizionali Anagamas.

Confronto la creazione di queste opere con l’approccio mio alla musica, in cui la melodia da me scritta prende vita solo dopo essere stata suonata dal gruppo di musicisti per cui è stata concepita; quindi, i miei pezzi di ceramica devono essere interpretati dagli incendi.

Per me, l’atto della creazione è una collaborazione tra me, l’argilla e il fuoco. Collaborazione significa trovare ciò che l’argilla vuole essere e far emergere la sua bellezza nel modo in cui la bellezza di ciò che ci circonda viene creata attraverso forze naturali. Ondulazioni nella sabbia che è stata mossa dal vento, formazioni rocciose causate da frane, il crepitio e la patina nel muro di una vecchia casa; tutti questi devono la loro bellezza speciale alla mano casuale della natura. Il fuoco è l’ultima parte casuale dell’equazione collaborativa. Spero che il fuoco sia il mio alleato, ma so che trasformerà sempre l’argilla in modi che non posso anticipare.

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Piero Figura (Designer)

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L’arte è un esigenza! Un certo tipo di persone sensibili usa l’arte per esprimersi e rendere pubblica una loro emozione privata. Mi chiedono spesso come si diventa un artista ed io rispondo sempre che “si nasce artisti non si diventa” Certo poi gli studi, gli incontri, ma soprattutto la ricerca ti affina e ti completa Io sono stato un po’ precoce a 5 anni disegnavo e coloravo come un ragazzo di 14/15 anni. Poi sono arrivati gli studi e la laurea in architettura Ho anche vinto alcuni premi e qualche anno fa la rivista AD mi ha nominato come uno dei cento designers che hanno firmato il Made in Italy negli ultimi 10 anni. Cosa serve per essere un artista? Servono tre cose: la curiosità, tanta creatività ed un pizzico di fortuna.  

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Michele Maino (Chef)

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Nelle culture primitive arte e artigianato erano una cosa, che prendeva forma negli attrezzi, nelle statuette votive, nei manufatti per celebrare i riti comunitari: semina, raccolto, caccia, matrimonio, funerali, riti di passaggio, nel rispetto di canoni statici tramandati per generazioni.
Per le civiltà monumentali, l’arte è insieme conoscenza e pratica del foggiare la materia (pietra, legno, metallo…) in forme capaci di accogliere il divino e d’imprimere solennità alle fondamenta dello Stato: la regalità, l’amministrazione della giustizia, la guerra.
Con la frammentazione degli imperi, l’arte diventa, se possibile, ancor più agiografica: opere e artisti sono chiamati a giustificare un potere non più dato da Dio e a celebrare le virtù dei vari nobili, feudatari e prelati. L’artista comincia a poter esprimere una personalità, ma mai tanta da ledere la maestà dei permalosi committenti, pena la miseria, l’esilio, la morte.
Al tramontare degli dei, la nuova società materialista ha bisogno di sfrondare la contemplazione a vantaggio della produzione e genera due nuovi tipi d’artista: l’educatore, incaricato di coltivare i cittadini ed educare i fanciulli, e il romantico ribelle, il cui compito è di intrattenere l’annoiata borghesia emergente.
La stagione degli ‘-ismi’ politici e culturali produce un’arte nazional-popolare che infiamma il cuore del popolo e, spesso, ne assopisce la mente. Presto, l’arte scivola sulle cattedre degli accademici e dei critici i quali, nel pur encomiabile tentativo di codificarla, la strappano, come un erborista fa con le piante, al suo terreno vitale e ne espongono le esequie nei musei, nelle gallerie, nelle rassegne, abbandonandole agli ingranaggi del mercato e alla furia consumistica dei gift shop.
Attraverso le epoche, il discorso dell’arte smotta dalle vette siderali del potere giù, giù fino alla massa e, sciogliendosi, si dirama velocemente in mille linguaggi sempre nuovi, la cui vita, spesso, è più breve del tempo necessario affinché un numero sufficiente di parlanti si prenda la briga di imparare a parlarli sul serio.
Liberatosi dal suo Drang con una compressa di Xanax e smarcato da ogni responsabilità metafisica, l’uomo contemporaneo può comprare una macchina fotografica digitale in una stazione di servizio o degli acquerelli al supermercato sotto casa e, finalmente, divertirsi, esprimere se stesso, ‘fare arte’.
Fin qui ho parlato di arte, una parola ormai così inquinata, abusata e svuotata da non avere quasi più senso. E invece voglio parlare del sacro: chiunque, dotato di talento bastante e padrone di un qualsiasi linguaggio, che sia così generoso da sostenere lo sforzo, così umile da fare abbastanza spazio dentro di sé per lasciare che l’universo, il divino, gli archetipi fluiscano e si manifestino attraverso di lui, compie un sacrificio, offre un servizio sacro, dà vita a un’opera sacra. E la potenza numinosa di tale opera risuonerà in chi è ugualmente sensibile, come un diapason fa vibrare il suo simile. Naturalmente, come una medesima frequenza condiziona diversamente diapason diversi, così il sacro è da ognuno diversamente recepito.
Molti linguaggi necessitano di grande esercizio e abnegazione, altri d’un grande lavoro di pulizia interiore, altri ancora di una vasta conoscenza o di una pratica indefessa: ma il sacro è sempre disponibile a farsi accogliere dove trova uno spazio conveniente, nella lettera d’amore di un’adolescente, nella voce di un bambino, nelle mani di una nonna che stende la sfoglia con il mattarello. Chi pensa che l’arte sia a tutti costi emozione, complessità, stupore, solennità o eccellenza, a mio parere, s’inganna: non sa più apprezzare una luna senza dito, un viso senza belletta, una voce senza birignao. Arte è la cosa giusta al momento giusto, quel movimento perfetto, né sciatto né affettato, oltre il pensiero e prima dello sforzo: il sacro, appunto.
Similmente, anche la cosiddetta arte culinaria può manifestarsi in un raffinato haiku di sapori, tanto più prezioso in quanto condivide la fugace e commovente bellezza del màndala di sabbia e dell’ikebana, così come nel greve elaborato concettuale di una personalità debordante o nella vacua messinscena di un callido cuoco. Dove manca un senso, il cibo decade da servizio sacro a merce.
Una merce che, è sempre bene rammentare, non coinvolge solo i sensi ma penetra nel corpo e diventa sangue e carne.

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Adriano Settimo Radeglia (Scultore)

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Da bambino ho sempre sentito il bisogno di creare, di esprimere le mie emozioni, non era importante il mezzo, bastava un semplice disegno sull’asfalto con pezzi di tufo, un foglio di carta fortuito e una penna, un cartone e dei colori o modellare la cera delle candele. A me interessava fare, fare bene, era uno sfogo. L’entusiasmo di materializzare quel sentimento, quel pensiero, ancora oggi é tale, ho scelto di nutrirmi di questo, di dedicarmi a fare tutto ciò che piacevolmente mi emoziona. Fare arte è una scelta di vita, un bisogno, ciò che più di ogni altra cosa mi gratifica e mi fa sentire libero, quella libertà che va nutrita con la dedizione. È la relazione tra cuore, mente, gesto e materia per dar vita ad un’opera che è parte di noi, racconta di noi, ci somiglia. Un’opera a cui si dona identità e stile riconoscibile, riconducibile all’autore, che racchiude l’esperienza, la conoscenza e il percorso che, creando, amalgama alle proprie emozioni. E non ci si può improvvisare, non c’è spazio per la superficialità, non si tratta di cose.

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Gioni David Parra (Scultore)

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Quando Lucio Fontana fu invitato a far visita a Pablo Picasso ad Albissola si immaginò di trovare un uomo tronfio di successo e di gloria. Ebbene, una volta arrivato e presentato, con grande sorpresa si trovò dinanzi ad un uomo in preda alla frenesia e alla premura. Quasi fosse l’ultimo degli allievi arrivati a lavorare la ceramica. Continuava a toccare e ritoccare i lavori cambiando continuamente angolo di vista e postura del corpo. Preoccupato e ansioso come colui che tutto deve ancora dimostrare e conquistare. Racconto questo aneddoto quale miglior risposta al quesito che il Maestro Ramacciotti mi sottopone. Infatti è proprio così che si distingue l’ESSERE artista da migliaia di falsi o caricature. Lo vedi e lo distingui per questa Urgenza, per questa Necessità. A seguire riconoscerai “l’opera d’artista” perché sarà costituita da un linguaggio unico e riconoscibile. Niente sarà come prima, niente sarà se non corrispondente a quel nome, perché il suo nome sarà “AUTORE”. Allora sarai certo di poter accogliere in te la declinazione di un altro mondo. Sarà come sbarcare sulla Luna o conquistare Marte ma lo farai attraverso altri tempi e nuovi spazi. E non sarà uno scherzo perché la Storia trova la sua narrazione da sempre in questi protagonisti che chiamiamo “Pionieri”. 

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Akihiro Mashimo (Artista del Bambù)

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Il mio primo incontro con il bambù è stato conun opuscolo che mi diede mia madre.
Era una guida per una scuola tecnica dove poter imparare l’artigianato.
C’erano molti tipi diversi di artigianato che potevi imparare in quella scuola, ma quello che scelsi fu subito il lavoro artigianale del bambù. Questo perché il bambù è un materiale che ho sempre sentito affine.
Il bambù è un materiale unico con una pelle esterna dura e una cavità all’interno. E l’arte dell’artigianato del bambù consiste nel modellare questo materiale per adattarlo all’antico stile di vita giapponese. Ogni giorno lottavo per gestire il materiale in questo modo.
Dopo la laurea, ho avuto la possibilità di lavorare per un’azienda gestita da un presidente, che era istruttore in una scuola tecnica. E da lì, mi sono completamente immerso nell’arte del bambù.

Vorrei spiegare un attimo cosa intenda per lavoro artigianale del bambù.
Il bambù appena cresciuto ha una sfumatura blu brillante, ma col passare del tempo cambia in bianco.
La superficie della pelle è liscia e fresca al tatto. Alla fine cresce oltre i 20 metri in tre mesi da quando spunta dal terreno.
Sin dai tempi antichi, si dice che la divinità risieda in tale bambù.
Ecco perché, anche ora, il giorno di Capodanno, un ornamento di bambù chiamato “Kadomatsu” viene posto all’ingresso di molte case e negozi come segno che la divinità scenderà dal cielo.
Nella storia più antica del Giappone “The Tale of Bamboo Cutter”, la protagonista è una principessa che nasce dal bambù e alla fine ritorna sulla luna. Il bambù è una pianta misteriosa.

Sono passati 20 anni da quando iniziai lo studio dell’arte del bambù. All’inizio ho faticato quotidianamente nel gestire il bambù. Oggi, creo opere d’arte mentre parlo con il bambù. Ora ho imparato a sapere che tipo di arte del bambù voglio fare e percepisco quale sia la forma che il bambù stesso vuole avere. Il bambù può assumere qualsiasi forma grazie all’uso delle mani. Ci sono infinite possibilità là fuori. Ai vecchi tempi, il bambù veniva utilizzato per costruire le pareti che venivano fissate in terra. Quindi, con lo sviluppo della cerimonia del tè, sono iniziate a comparire le recinzione di bambù. Ora può diventare una decorazione a display che viene illuminata, pur mantenendo il design classico. Soprattutto per quando il bambù viene illuminato c’è da dire che, cone le luci che fluttuano nel vento e si muovono sembrano davvero esseri viventi. Penso che simboleggi il modo in cui dovrebbe essere il bambù oggi, dove puoi sentire la natura e la vita in città.

Credo che toccare il bambù possa renderti felice. La ragione di ciò è che fa dimenticare alle persone il trambusto della città e impone le calma.
Con questo pensiero, sono arrivato a pensare che la mia missione è “far sorridere il mondo con il bambù”.
Spero che il bambù si diffonda non solo in Giappone, ma anche in tutto il mondo. Spero che le persone in tutto il mondo acquisiscano familiarità con l’arte del bambù e che il mondo si riempia di sorrisi a causa di esso.

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Stefano Raffaele (Disegnatore)

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Per quanto mi riguarda, cercando di essere il più sintetico possibile, l’essere artista vuol dire sentire nello stomaco di dover esprimere qualcosa, non riuscire a farne a meno, non poter vivere altrimenti, e cercare il linguaggio giusto per farlo, dentro se stessi, senza costrizioni.

Credo che la chiave per crescere sia fondamentalmente riuscire ad essere se stessi, magari riscoprendo anche il proprio essere stati bambini, quindi agire di stomaco, sulle nostre opere, e non smettere mai di meravigliarsi. La tecnica è importante solo fino ad un certo punto, ed è credo la parte più semplice da migliorare. Lavorare dentro di noi è più difficile.

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Ringrazio ancora una volta questi artisti che mi hanno concesso il loro tempo e attenzione. Quello che amo nell’arte è la possibilità di contaminazione, di rinnovarsi costantemente senza diventare dei monoliti di pietra.

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Ogni qualvolta io spiego che insegno l’arte dell’ikebana mi vengono sempre poste due domande (non necessariamente nell’ordine che sto per trascriverle):

  • Quanto dura una composizione?
  •  Ah! Quindi lei parla giapponese?

che poi è come chiedere  ad un pasticcere se, dato che fa le brioches, sia francese.

Sinceramente io ho già difficoltà con l’inglese fin da piccolo, figuriamoci una lingua che nemmeno utilizza i caratteri nostri.

Ho la fortuna di avere diversi amici che praticano l’arte dello shodo e li ho sempre guardati con ammirazione (già io ho una pessima calligrafia italiana di mio…)

Poi, per i casi della vita, (annzi dei social e della quarantena) conosco una persona che tiene un corso online con video chiari e semplici (anche per chi è duro di comprendonio come il sottoscritto).

E qualcosa scatta. Per carità non diventerò mai un interprete di lingua giapponese, ma può essere l’occasione per imparare qualcosa di nuovo e che può essermi utile anche per l’arte dell’ikebana dato che i libri più interessanti sono, ovviamente, in lingua giapponese, per saper pronunciare bene i termini relativi a questa arte o sapere se, come successo in passato, un’insegnante non mi stia insegnando un termine che, in realtà, si riferisce ad altro.

Devo dire che tra l’altro che è un maestro paziente (o ha capito quale caso clinico io sia) e risponde ad ogni dubbio che si possa avere anche perché oltre al canale video ha creato un gruppo Facebook che si occupa sia della lingua giapponese sia della cultura di questa nazione molto cara a noi ikebanisti.

Ma lascio a lui la parola.

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“Ciao a tutti,
mi presento, mi chiamo Mirco (Priori) e vivo in Giappone dalla fine del 2007.
Sono originario della provincia di Ancona, dove ho vissuto fino ai 19 anni quando mi spostai a Roma per studiare Giapponese.
Fin da bambino fui sempre affascinato dalla scrittura e dalla sonorità della lingua giapponese, e già da quando ebbi 14 anni non feci che desiderare di diplomarmi il prima possibile per poter iniziare a studiarla in modo serio, stressato anche dal fatto che dove vivessi fosse impossibile trovare qualcuno da cui impararla.
A Roma vissi 9 anni e fu un periodo dove mi dedicai a laurearmi in archeologia del Giappone e a diplomarmi all’Istituto Giapponese di Cultura. Il tutto avvenne compatibilmente al lavoro di interprete turistico e a quello di insegnante di italiano per stranieri, in una scuola del centro… ancora non so come sia stato possibile fare così tante cose tutte insieme.
Finiti gli impegni di studio, ad un certo punto della mia vita decisi a intraprendere un viaggio in Giappone al fine di viverci per un tempo necessario a perfezionare la lingua.

In Giappone arrivai con un visto turistico e dopo 3 mesi ebbi la fortuna di trovare lavoro in una scuola di italiano che investì su di me, dandomi la possibilità di ottenere un regolare permesso di soggiorno per lavoro. Da allora, un po’ senza pensarci passarono ben 13 anni.

Nei primi anni cambiai diverse scuole fino a che, nel 2012, iniziai a lavorare per un’azienda che si occupa di organizzare eventi musicali in tutto in Giappone. Dal 2012 gli anni passarono velocemente e il lavoro mi portò (e ancora mi porta) sempre in giro per tutto il paese.
All’età di 40 anni, un po’ anche su richieste di amici che mi pregavano di insegnar loro il giapponese, decisi di provare a farlo tramite un canale YouTube.
Questo canale nasce come un passatempo ma pian piano è diventato una vera e propria missione: quella di dare accesso allo studio del giapponese a tutte quelle persone che avrebbero sempre voluto farlo, ma che per i vari eventi della vita non hanno mai avuto mai occasione o possibilità economiche per soddisfare tale curiosità.
Con la pubblicazione di video a cadenza settimanale, oggi il canale ha compiuto poco più di un anno e devo ammettere che mai feci cosa più giusta nella mia vita! Grazie al canale sono letteralmente inondato di amore da parte di molti coetanei che mi ringraziano per aver dato loro la possibilità di realizzare un sogno.
In effetti questa cosa mi rende felice e delle volte mi sembra addirittura di star raccogliendo i frutti di un raccolto: quello di aver dovuto attendere impazientemente, letteralmente per anni, prima di diplomarmi al fine di accedere agli studi desiderati.
Oggi sono in grado di presentarmi e di proporvi il mio saluto grazie al gentile supporto offertomi da Luca e mi permetto di aggiungere che, sebbene il giapponese sia tutto fuorché una lingua facile, saperne qualcosina, altro non farà che irrobustire quel ponte di collegamento con il Giappone che avete edificato tramite l’arte dei fiori.

Un saluto dal cuore e vi aspetto su “giapponese con Miru”

Come capite dalla presentazione si tratta di una persona davvero notevole e l’invito ovviamente è di seguire il suo canale.

Ora io volevo lasciare le mie allieve, e chi ha bontà di leggere i miei post, con questo carattere del sistema di scrittura hiragana し, ma Miru みる san mi ha detto che sarebbe poco carino per cui vi lascio con questa parola いけばな con l’invito però a scoprirle entrambe.

Pronti ad iniziare?

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