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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

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Parliamo sempre dell’ikebana come la via dei fiori (Kadō) ed è vero perché in questo meraviglioso cammino che sto compiendo insieme a molti amici ci sono molte strade che partendo da altri punti vanno ad intersecarsi con il mio percorso delineando una gegrafia naturale meravigliosa. Una serie di cerchi concentrici nell’acqua, di scatole cinesi, di percorsi che tra la natura porteranno a chissà ancora quali meraviglie. Non ho mai amato rinchiudermi in piccoli club privati proprio perché solo la condivisione e l’esperienza multidisciplinare è crescita vera.

In un anno brutto come quello passato, e ahimè ancora la situazione non è rosea, aver potuto portare avanti (anche magari online) l’ikebana è stato un evento che non mi sarei mai aspettato. C’è stata da parte di tutti la voglia non di intristirsi o pensare a chissà quali complotti, ma di sfruttare al meglio l’impasse che il mondo ci stava dando. Sono lieto di questo atteggiamento, non solo del nostro gruppo di lavoro, ma di molti colleghi del mondo dell’ikebana perché ci ha permesso non solo di progredire sulla conoscenza del cammino, ma anche di approfondire con gioia la nostra conoscenza creando stretti legami.

Due sere fa Paolo Linetti ha avuto la gentilezza di offrirmi uno spazio, con il patrocinio del Consolato Generale del Giappone a Milano, per parlare proprio di ikebana e come io l’ho iniziata e vissuta e ringrazio le persone intervenute (per chi se la fosse persa può rivederla qui), il vulcanico Carlo Scafuri (che da anni porta avanti con grande impegno un discorso di diffusione seria della cultura giapponese) continua a “sopportare” le mie incursioni nel suo portale Takumi e tra poco inizierà una nuova serie di conferenze online con il fotografo Andrea Lippi di cui riporto sotto la copertina della prima realizzata da Silvia Barucci che sfrutto sempre in queste occasioni ^_^

Per noi ikebanisti è importante la fotografia non solo pensata meramente alla parte pratica (ovvero scattare una foto al nostro lavoro), ma perché ci dà concezioni di derivazione pittorica, ci aiuta a capire come osservare la natura circostante, quali sono i pattern visivi e perché colpiscono il nostro immaginario. Cosa ci trasmette una fotografia in bn rispetto a una a colori. Sono arricchimenti culturali che potremo poi sviiluppare nella nostra concezione di ikebana. Anche perché sorprendentemente molte “regole” della fotografia sono comuni a quelle dell’ikebana.

E a proposito di fotografia ringrazio la nostra allieva Giusi Borghini perché non solo mi ha regalto lo stupendo libro fotografico editato da suo marito (Angelo Paionni), ma mi ha permesso qui di pubblicare alcune foto e un suo intervento. Mi ha molto colpito l’omaggio a Felice Beato che mi sono accorto che spesso, purtroppo, in Italia non ne serbiamo memoria come invece meriterebbe. Ringrazio entrambi e cedo la parola.

GIAPPONE – Immagini della memoria

… un viaggio indietro nel tempo…

Attraverso queste immagini ho voluto rappresentare il Giappone di un tempo.

Il radicale bianco e nero, l’antica tecnica di stampa ai sali d’argento e le riprese di scorci e luoghi che rispecchiano il passato, rivelano la bellezza riposante e stimolante del mondo che rappresentano.

Angelo Paionni

Riporto qui il commento ad una sua mostra.

Angelo Paionni presenta in esclusiva per VersOriente una delle sue esposizioni di maggior successo, già patrocinata dalla Japan Foundation. L’intenso percorso fotografico è il risultato di un viaggio realizzato nel 2000, con cui l’artista ha svelato all’occhio occidentale il Giappone di un tempo. Il radicale bianco e nero e le tecniche con cui sono state stampate le immagini che ripercorrono scorci del passato, immersi nella frenesia del mondo moderno, sembrano contrastare volutamente con i dettami della tecnologia digitale: in questo modo sono state riportare in auge quelle sofisticate applicazioni, di tecnica, di attesa, di abilità artistica, un tempo riservate ai soli fotografi professionisti e che oggi, con la rivoluzione avviata dalla tecnologia digitale, sono accessibili praticamente a tutti. Stampando le immagini su carta per acquarelli, con un’emulsione di gelatina ai sali d’argento, nel rispetto delle regole tramandate dagli antichi maestri di fotografia, Paionni immortala scorci inaspettatamente tradizionali, in un paese noto a tutti per la sua sfrenata modernità, in cui tecnologia e tradizione convivono in un insieme a volte caotico, a volte violentemente sorprendente.
Il viaggio indietro di Paionni è una negazione del tempo, anzi una rappresentazione sublimata di esso. Un viaggio che si svela un atto d’amore, sereno e compiuto, verso una sua concezione acquisita, squisitamente poetica, dei segni formali, esteriori, di una nazione che ha scelto di rendersi profondamente moderna, ma che mantiene ancora intatta la sua tradizione, seppur inizialmente nascosta all’occhio di un visitatore rapito dall‘odissea estemporanea delle metropoli d‘oggi. Una mostra che percorre dettagli e visioni d’insieme, immagini oniriche e nostalgiche, immagini, appunto, della memoria. C’è una pittura orientale chiamata “Sumie” che si esegue in bianco e nero con l’inchiostro di china e il pennello. Nelle immagini colte da Angelo Paionni mi sembra vi sia qualcosa di simile a questo “Sumie” forse perché oggetti e scene scelti dal fotografo sono “tipici” del Giappone, anche se la linea chiara e la composizione definita sono quelle di un interprete occidentale. Ma l’intenzione artistica e penetrante dell’autore fa sì che i soggetti siano di una bellezza riposante e insieme stimolante del mondo che rappresentano e inducono all’ammirazione e alla comprensione sia l’osservatore orientale che quello occidentale.” Yuriko Kurose

Concentus Study Group

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“Tutte le cose belle” era il titolo dell’ultima puntata della stagione finale di Star Trek TNG e alla fine del doppio episodio il Capitano Picard sosteneva che: “Tutte le cose belle finiscono”. Ed è vero, anzi proprio il fatto che abbiano un termine è ciò che le rende belle e preziose. Se tutto fosse eterno probabilmente ci stancheremmo più facilmente di una situazione o dello studio di un’arte. Se l’ikebana che abbiamo realizzato fosse sempieterno non ci spingerebbe, probabilmente, a crearne altri, ma soprattutto diverrebbe un soprammobile e non qualcosa dotato di vita che illumina la nostra stanza.Alla vita stessa non daremmo lo stesso valore che ha.

E’ pur vero che se tutto ha una fine ha pure un ciclico rinizio, in maniera differente come un fiore che da chiuso, sboccia e sfiorisce, ma in sé il ramo ha già la gemma del prossimo fiore.

Così io stasera voglio immaginare pensando al ciclo delle 5 conferenze che si sono concluse con Luigi Gatti che vuole essere definito esperto dell’Oriente e non maestro, ma lo è. Il maestro è quello che, con serietà, ma anche allegria, apporta nuova linfa al tuo sapere, alla tua vita. E Luigi ci ha insegnato attraverso la sua esperienza, la sua poesia, la sua passione. Non è salito in cattedra, ma si è seduto intorno al fuoco con noi per raccontarci la sua visione.

Quando mi propose un possibile ciclo di 3 conferenze sulla semantica degli ideogrammi legati all’ikebana dissi subito di sì. Per carattere (e forse per DNA paterno e anche per il lavoro che faccio) ogni nuova avventura mi affascina seguendo il detto che ogni lasciata è persa. So che si impara sempre qualcosa di nuovo (una legge non scritta del teatro recita proprio che: ogni giorno in teatro impari una nuova lezione).

Quello che non mi sarei mai aspettato che insieme alla conoscenza ci sarebbe stata una tale onda di pathos tra tutti i partecipanti. Bellissime persone del mondo dell’ikebana (Ohara, Sogetsu e Wafu), bonsai e persone curiose di avvicinarsi al nostro mondo. Nuovi amici dal cuore grande. Tra questi il fotografo Andrea Lippi, ma di lui ne parlerò in un altro post per un un nuovo cammino.

Le tre conferenze sono diventate cinque su suggerimento dell’ikebanista Antonietta Ferrari andando a toccare il tema della stagionalità negli Haiku e quindi ripercorrendo in altra forma sempre la cultura della natura giapponese.

E quale data migliore di oggi per terminare? Un dono d’amore per fare un passo avanti sul nostro cammino.

Come direbbe Silvia Barucci agli assenti #visietepersiilmeglio.

Scrivo queste righe proprio subito dopo la conferenza perché le emozioni sono ancora molto palpabili e ringrazio tutti i partecipanti sia per il loro calore e la loro passione sia per ciò che mi hanno detto o scritto.

Perdonatemi dopo la citazione fantascientifica (ho pur sempre un’anima pop) ne scrivo una musicale, ma cito (l’ho già fatto varie volte qui lo so) la frase della mia canzone preferita proprio per non chiudere su queste conferenze, ma per dire che sicuramente incontreremo ancora Gatti e , si spera, dal vivo e non solo su Zoom:

Ma lascerò che tutto passi
Dal mio cuore
A un altro
Senza fine
Fino a ricominciare
Qui

Concentus Study Group

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La pandemia in corso ha dato il via ad una tipologia di lezioni di ikebana a cui, sinceramente, prima non avrei mai pensato ovvero le lezioni online. Come disse la Iemoto Akane Teshigahar quando mesi fa fece la diretta su Instagram le lezioni online non possono essere per chi è agli inizi dello studio. Infatti, a meno che non abbia già frequentato un’altra scuola di ikebana conoscendo tecniche e idee di quest’arte è impensabile riuscire a fare una buona lezione a chi non ha esperienza nella scelta di rami e fiori.

In realtà noi del Concentus Study Group è da moltissimi anni che facciamo una sorta di lezione online. Infatti le allieve tra una lezione dal vivo e l’altra avevano la possibilità di esercitarsi a casa e mandarci la foto del lavoro su cui noi facevamo (se ce ne era bisogno) le correzioni ripetendo (fino a che non eravamo soddisfatti) il processo. Se già non ho mai amato mettere il logo sugli ikebana fatti a lezione (pare si voglia mettere il marchio alle mucche della propria stalla) certamente a queste non mi sarei mai sognato di farlo dato che la base era un loro lavoro e una loro idea. Però non avevamo mai pensato a lezioni online perché le avevamo sperimentate sulla nostra pelle molti anni fa con un’insegnante e non ci erano piaciute per come erano state condotte (a partire dal fatto che ci arrangiavamo sulla scelta dei materiali).

Quindi come organizzzarsi? Le più difficili sono state le prime in pandemia quando era difficile trovare i materiali, ma anche dopo la situazione non si è rivelata semplice. La nostra allieva Fiammetta che vive in Israele non ha molte possibilità di trovare rami adatti, Neicla (da Ivrea) trova i fiori a prezzi allucinanti, Deborah dalla Svizzera anche lei spesso ha difficoltà a trovare i materiali mentre Dana (Romania) è messa molto bene e questo ci facilita i compiti dell’80%.

Con il maestro Farinelli eravamo concordi su diversi punti:

  • Non più di un’allieva alla volta. Una lezione online pone delle difficoltà a partire dall’impossibilità della correzione diretta spalla a spalla. Non volevamo che si facesse lelzione tanto per farla o per un vantaggio economico. Si insegna un’arte e, per noi, questo non va svilito nel fare delle lezioni pur di farle e aggiungere una tacca in più.
  • Scelta del materiale una settimana prima della lezione. Sapendo (noi) quale lezione c’è da fare si propone il materiale, si vede ciò che l’allieva riesce a trovare, si prova a combinare il materiale, si ricambia, si mescola, si… insomma una faticaccia per non mettere insieme che so rami secchi e deboli e fiori grossi e forti visivamente.
  • Scelta dei vasi. Se è vero che per la Sogetsu si possono avere qualsiasi tipologia di vaso da utilizzare è anche altrettanto vero che per gli stili base ci sono due tipologie di vaso e basta non possiamo far fare moribana in un contenitore che non sia (simile) a un suiban o il nageire in un vaso che non sia cilindrico. E anche per glio stile liberi, non amando passare per buona qualsiasi cosa venga in mente, ci facciamo inviare dall’allievo le foto dei vasi che possiede e ogni volta scegliamo quale utilizzare per un determinato stile. Va bene stile libero e creativo, ma l’ikebana ha una linea guida precisa.
  • Orario da concordare. Le lezioni si devono svolgere con calma e lucidità sia da parte nostra sia da parte di chi spende tempo e soldi. Non è pensabile un orario che vada bene solo a noi o viceversa. Creerebbe stress e distrazione.
  • Come svolgere fisicamente la lezione. Prepariamo ciò che a noi servirà per fare degli esempi, l’allievo lavora e man mano facciamo a voce le correzioni, inoltre ed scatto delle foto allo schermo per segnare le varie ulteriori correzioni da fare nel dettaglio e così via fino a che non siamo tutti soddisfatti del lavoro svolto. Alla fine l’allieva ci manda la foto che ha scattato e sopra ad essa facciamo le (eventuali) ultime correzioni. Le lezioni sono sia in italiano sia in inglese per gli stranieri.

Ovviamente manterremo questa situazione fino a quando durerà questo stato particolare oppure per le maestre del nostro gruppo che ogni tanto ci chiedono una lezione di allenamento e non abitano a Roma. Nessuna lezione online ha la forza e l’impatto di insegnamento di una dal vivo.

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Uno dei danni, al mondo dell’ikebana, provocato dalla pandemia in corso è stato senza alcun dubbio l’interruzione di attività dal vivo come le mostre, i workshop o le dimostrazioni. Per fortuna, come spesso scritto in questo blog, le attuali tecnologie hanno permesso di portare avanti un’attività “parallela e virtuale”.

Il sottoscritto e il Maestro Farinelli hanno potuto continuare a fare lezione alle allieve che abitano fuori Roma o all’estero grazie a Zoom (una persona alla volta all’orario che preferiscono perché ovviamente non è la stessa cosa che tenere una lezione dal vivo e seguire più persone contemporaneamente potrebbe portare a non fare una buona lavoro) e a tenere varie attività online, ma purtroppo abbiamo dovuto rimandare al prossimo anno il workshop internazionale previsto per questo.

Come è stato annullato l’arrivo del Master Instructor Ken Katayama in Italia e, probabilmente, la sua andata in India tanto è vero che i colleghi indiani hanno organizzato (grazie!) una dimostrazione online su Zoom. Dato il fuso orario mi sono alzato molto presto (la dimostrazione iniziava alle ore 7.30) italiane, ma ero molto interessato a seguirla e mi ha fatto piacere rappresentare, assieme al Maestro Farinelli e alla Maestra Silvia Barucci, l’Italia con un gruppo ufficiale della Scuola Sogetus.

Ecco come gli amici dall’India avevano presentato l’evento.

“La Scuola Sogetsu di Ikebana, Delhi, è lieta di essere supportata dall’Ambasciata del Giappone per questo programma molto speciale che celebra la Primavera. Siamo davvero onorati che il signor Ken Katayama ci dia questa dimostrazione da Fukuoka, in Giappone. Il Sig. Katayama ha il grado Riji ed è un Master Instructor della Sogetsu School di Tokyo. Ha assistito e lavorato con il fondatore della Scuola Sogetsu, Sofu Teshigahara, la secondao Iemoto, Kasumi Teshigahara e il terzo Iemoto,Hiroshi Teshigahara. Inoltre assiste e viaggia con l’attuale Preside della Scuola, Akane Teshigahara. Ha viaggiato molto, ha realizzato mostre, dimostrazioni e tenuto workshop in Giappone e all’estero. Ha pubblicato una raccolta delle sue opere intitolata “Ryo”. Il signor Ken Katayama è stato il presidente della XI Ikebana International World Convention tenutasi nel 2017! Saremmo molto felici se invitate i vostri soci, studenti e amici a questa prestigiosa manifestazione.”

268 persone hanno potuto seguire la diretta su Zoom.

Ringrazio per questa bellissima iniziativa, per aver visto un maestro così importante e famoso all’opera e per ciò che è stato insegnato e il ripasso delle tecniche basiche. Mi ha anche fatto piacere notare, ancora una volta, che i maestri giapponesi non fanno mai, per quanto realizzino stili liberi, degli ikebana incomprensibili o dove manchi la presenza di elementi vegetali anche in minima parte. Pensare fuori dagli schemi non vuol dire, necessariamente, che ogni cosa che ci passi per la mente sia realmente un ikebana. Sennò rischiamo di travisare questa importante arte piegandola ai propri fini.

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In attesa dell’edizione in ebook del libro di Koka Fukushima sensei relativo a 48 capitoli che spiegano fiori e rami da utilizzarsi in ikebana, ho iniziato il corso di approccio alla lingua giapponese con l’esperto Luigi Gatti perché durante le tre conferenze relative alla semantica degli ideogrammi in ikebana spesso abbiamo toccato l’argomento Hanakotoba (花言葉).

In passato mi ero dedicato allo studio del “linguaggio dei fiori” accorgendomi però che a seconda del sito consultato o del paese a cui faceva riferimento i fiori cambiavano completamente di significato arrivando anche ad essere l’esatto opposto! Quindi la mia conclusione è stata che se proprio avessi dovuto seguire in ikebana il significato dei fiori l’unica soluzione sarebbe stata adottare quello della sua patria natale ovvero il Giappone. Basta riflettere su come cambi il significato del Crisantemo in Occidente e in Giappone per comprendere come tutto ciò sia solo un divertissement legato a mitologia, credenze o storie locali.

Approfitto per ingraziare Luigi Gatti che oltre alle tre conferenze sulla semantica degli ikebana ha accettato di proseguire il cammino con altre due conferenze che, essendo incentrate sugli Haiku, hanno per tema la stagionalità e la natura (Kigo 季語) per cui continua il nostro studio sul signficato che hanno gli ideogrammi che compongono il nome dei fiori e delle stagioni.

E la prossima conferenza sarà il 14 p.v. giorno di San Valentino. Quale modo migliore di festeggiarlo imparando, stando tra amici e parlando di bei concetti?

E a proposito di San Valentino… in passato non mi pare di aver mai fatto ikebana per questa festività, ma quest’anno ne sentivo il bisogno. Non per la festa commerciale degli innamorati, ma per eliminare tutto questo sentore di morte e negatività che abbiamo (e speriamo definitivamente) alle spalle. Un anno di sofferenze sociali, di lavoro, di paura.

Non volevo però fare una cosa banale, o fozata o commerciale. Doveva essere qualcosa molto personale. Che avesse significato per me, ma che potesse comunicare qualcosa anche agli altri. Però non avevo un’idea precisa.

Quando ho seguito il workshop che Mika Otani sensei ha tenuto per il Chapter di Ikebana International di Singapore per un attimo l’insegnante, nel mostrare una tecnica, ha intrecciato due rami di Salix Caprea in una maniera che mi ha acceso la lampadina in testa.

Agli auguri si unisce il maestro Lucio Farinelli che anche lui quest’anno ha deciso di mandare un messaggio di speranza e amore a tutti quanti.

Ikebana e foto di Luca Ramacciotti – vaso di Susy Pugliese
Ikebana di Lucio Farinelli- vaso di Luca Pedone – foto di Luca Ramacciotti

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Di recente il Maestro Farinelli mi ha fatto questo insolito e inaspettato regalo. Entrambi siamo appassionati di Lego e non ci perdiamo mai la trasmissione Lego Masters dove la creatività in questo settore è ai massimi livelli (soprattutto nell’edizione australiana).

Inoltre su idea dello stesso Farinelli già avevamo ideato, anche con le allieve, degli ikebana in vasi costruiti con il Lego.

Ma con fiori fatti di Lego?

Preso alla sprovvista e con materiale di forte impatto non era facile pensare a come realizzare un ikebana anche perché volevamo cercare di fare qualcosa sì fuori dagli schemi, ma non una cosa assurda. Però ero talmente felice che nemmeno volevo aspettare per realizzare qualcosa.

Per prima cosa ci siamo cimentati con la costruzionee dei fiori… e sono passate tre ore di montaggio! Un’opera geniale ideata dai designers Anderson Grubb e Astrid Sundford Christensen costituita da miriade di piccole parti che hanno messo a dura prova la mia vista!

L’idea con il M. Farinelli è stata prima di usare i fiori del Lego per il tema “Using Both Fresh and Unconventional Materials” e poi per quello “Composition Using Unconventional Materials”.

Ed ecco i risultati.

Using Both Fresh and Unconventional Materials di Lucio Farinelli – Vaso di Sabine Turpeinen
Using Both Fresh and Unconventional Materials di Luca Ramacciotti – Vaso di Luca Pedone
Composition Using Unconventional Materials e vaso di Lucio Farinelli
Composition Using Unconventional Materials e vaso di Luca Ramacciotti

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Dopo il bellissimo ed istruttivo workshop del 27 scorso oggi siamo tornati a fare lezione online con Mika Otani Sensei. Come scrivevo nel post precedente non potendo muoverci data la pandemia (speriamo che questa sia la coda finale) possiamo però sfruttare le tecnologie e continuare a studiare online.

La scelta mia, e del maestro Lucio Farinelli è stata come scritto mesi fa, di migliorarci studiando con Mika Otani sensei sia per la sua preparazione si per il cuore e la passione che mette in quest’arte. Lei segue il percorso della via dei fiori con tanta passione e felicità. Dopo due insegnanti con cui non mi ero sentito in sintonia finalmente ho trovato la maestra che mi sa insegnare come desidero io. Moltissime informazioni tecniche e culturali, un approfondimento mai avuto prima con nessuno.

Proprio per questo motivo chiedemmo a Otani sensei di ripassare gli stili base e le variazioni e la ringrazio per come ci ha spiegato anche il concetto base della IV variazione che non era tema della lezione di oggi. Otani sensei risponde a tutte le domande e dubbi che possa avere e non potrò mai ringraziarla abbastanza per questo.

Oggi io e Lucio abbiamo affrontato la seconda e terza variazione. La prima in versione nageire e la seconda come moribana essendo più difficile.

Nonostante la difficoltà di eseguire gli ikebana a rovescio come se si fosse in dimostrazione non mi sono mai sentito così felice e soddisfatto come da quando prendo lezioni con Otani sensei, non sono mai nervoso o in tensione e la felicità accompagna lo studio. Lei spiega benissimo e i suoi grafici perfetti per farci capire cosa dobbiamo fare.

Per l’occasione io ho inagurato anche il mio nuovo suiban quadrato.

Variation No.2 Upright Style Nageire di Luca Ramacciotti – vaso di Lucio Farinelli
Variation No.2 Slanting Style Nageire di Luca Ramacciotti – vaso di Sebastiano Allegrini
Variation Variation No.3 Upright Style Moribana di Lucio Farinelli – vaso di Cer
Variation No.3 Slanting Style Moribana di Luca Ramacciotti – vaso di Luca Pedone

Il detto recita che il maestro giusto arriva quando l’allievo è pronto, ma a me dispiace di non aver preso prima lezioni da Mika Otani sensei e spero ai miei allievi di trasmettere quest’arte con tutta la gioia che lei dona a me.

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Torno ad occuparmi di un tema per me fondamentale nello studio dell’ikebana Sogetsu (oltre ad imparare perfettamente le proporzioni e le tecniche) ovvero la creatività.

Ho già trattato in vari post questo argomento, ma trovo sia un tema spesso abusato nel senso che sotto la bandiera dell’essere creativo facciamo passare qualsiasi roba.

Fondamentalmente per me essere creativo vuol dire che si deve comunicare qualcosa ad altra persona, se questi non comprende il tuo messaggio probabilmente al 90% lo hai sbagliato soprattutto se devi giustificargli ciò che hai realizzato.

A comprendere meglio questo concetto ci sono manuali come quello da me consigliato di recente in questo blog, ma anche il cercare di avere una visione a 360° di tutto ciò che può essere fonte di idee e soprattutto guardare al di là del proprio steccato. Se studiamo un’arte tutto può influenzarla o essere fonte di idee.

In ikebana per me è importantissimo vedere ciò che realizzano gli altri (a questo proposito ringrazio Mika Otani sensei e il Chapter di Singapore di Ikebana International per l’invito al loro interessantissimo workshop) e volendo continuare lo studio, pur essendo già maestro, ho la fortuna, grazie ai mezzi tecnologici a nostra disposizione di poter prendere lezioni online dato che non possiamo ancora viaggiare. Volendo migliorare la mia conoscenza di questa arte e non avendo vicino maestri che mi possano insegnare più di quello che già so non mi sono rivolto ad una maestra europea, ma ad una giapponese (ovvero la su citata Mika Otani) per andare a scoprire tutte quelle sfumature che un maestro europeo (per forza di cose) non possiede.

Ma torniamo meglio a focalizzarci sull’ikebana e la creatività. Nella Sogetsu sotto l’emblema dello stile libero si fa passare per buono ogni cosa che ci viene in mente, ma se io faccio un ikebana dove ai fiori vado aggiungere un ciocco di legno che con essi non “comunica” avrò tre materiali separati (fiori, ramo e vaso), non una cosa creativa. L’ikebana Sogetsu è da considerarsi una scultura e alla statua di Venere non attaccherei mai il braccio con la folgore di Zeus.

Quindi il primo passo è cercare di comprendere se i materiali che abbiamo scelto si armonizzano per forma e colore tra di loro e con il vaso, se andremo a costituire un unicum o un catalogo delle cose che ci piacciono.

A tal proposito vorrei qui mostrare alcuni recenti lavori di Maasaki Ozono sensei (che ringrazio di avermi permesso di pubblicare) dove è palese che la creatività si esplica perfettamente nella scelta dei colori e delle forme, dove l’ikebana si sgancia dalle forme canoniche per raggiungere una vetta artistica. Non è un ikebana “strano” volto a sorprendere, ma una creazione pensata e sentita dove, fra l’altro, abbiamo un volume ed una profondità (e non un muro frontale) elementi molto importanti per la Scuola Sogetsu.

Questi quattro lavori sono davvero straordinari e non mi stanco mai di osservarli. Mi comunicano gioia, potenza e il colore dei fiori ricorda le pennellate in un quadro. Invito anche chi non studia ikebana, o non lo fa da molto tempo, di osservare i rapporti di dimensione, colore e movimento tra i materiali e tra loro e i vasi.

Un altro elemento per me imprenscindibile nella creatività è il suggerire uno stato di animo oppure la stagionalità, concetto molto importante nell’ambito delle arti giapponesi basti pensare non solo all’ikebana, ma agli haiku o alla cerimonia del tè i cui strumenti cambiano a seconda del periodo dell’anno in cui viene effettuata.

In ikebana usiamo i materiali di stagione, ma possiamo anche scegliere qualcosa che ci rammenti la stagione appena terminata oppure suggerire ciò che stiamo vivendo.

Mi spiego meglio e lo faccio, tra poco, con un esempio della bravissima maestra francese Marie Andre, una delle più eleganti e creative insegnanti che abbia la fortuna di conoscere. I suoi ikebana sono sempre bellissimi e molto poetici, mai freddi o “strani” anche quando utilizza materiali non vegetali. Una delle poche maestre europee da cui andrei a lezione.

Quest’anno è stato talmente freddo che persino da me in Versilia ha nevicato. Se volessimo esprimere questa sensazione in ikebana come potremmo fare? Come dare delle sensazioni legate alla stagionalità?

Pensiamo al celebre quadro Lo stagno delle ninfee (The Water-Liliy Pond) di Claude Monet che riporto qui sotto.

Monet non ha preso e ha dipinto ogni singolo elemento in maniera naturalistica, ma ci ha suggerito la calma della natura, la luce (primaverile?) riscalda la vista e il cuore di chi osserva, pare di essere lì innanzi al laghetto della sua casa a Giverny. Il pittore non spiega, non fa un progetto naturalistico, ma sensoriale. Per me un’espressione molto più potente di un paesaggio naturalistico perché li vi è tutto già raccontato mentre in questo quadro io posso lasciare libera la mia fantasia.

Per ritornare alla nostra stagionalità e al freddo eccezionale come potrei esprimerlo in ikebana? La soluzione più semplice sarebbe mettere del ghiaccio o della neve sui rami, ma probabilmente anche la più banale, la meno creativa perché non suggerisce, non sublima il concetto che vogliamo esprimere.. Per questo apprezzo molto la composizione realizzata dalla maestra Marie Andre che vedete qui sotto (e che ringrazio per avermi permesso di utilizzarla).

Al di là della bellezza oggettiva dell’ikebana trovo straordinario come lei abbia suggerito il manto di neve sulla natura. Una neve non compatta, ma un poco smossa dal vento o dai timidi raggi di sole che riscaldano la parte terminale del ramo e anche un poco i fiori. Fiori che con forza si rivolgono al sole, cercano di sfuggire alla neve. L’albero è spoglio perché è inverno, ma si alza verso la luce, verso il sole in attesa che questi porti la forza per la nascita delle nuove gemme, delle foglie.

Questo ikebana, come quelli di Ozono sensei esprimono bene il concetto di creatività vera. Danno suggestioni, mille punti di vista, possono far sì che noi maestri si intavolino discussioni con le allieve per stimolare riflessioni (la nostra chat di whatsapp su questo è sempre in funzione).

Soprattutto in entrambi i casi analizzati si riconosce lo stile dell’esecutore, ma non schiaccia il lavoro ne è, al contrario, al servizio. Lasciano che le loro opere parlino senza dover spiegare i loro intenti.

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Se già in passato in questo blog mi ero occupato di ikebana e scenografia legata al mondo dell’opera lirica non ho mai toccato un argomento che mi stava molto a cuore.

Prima di parlarvi del tema centrale di questo post permettetmi una piccola digressione.

Oggi in edicola assieme a Topolino è uscito questo libro che raccoglie celebri trasposizioni liriche nel mondo dei paperi e topi disneyani e l’occhio mi è caduto su due “ikebana” presenti nella storia “Paperina Butterfly”.

Ma torniamo al nostro argomento principale da cui il titolo di questo post.

Se io cominciai lo studio dell’arte dell’ikebana fu per aver sentito menzionare il lavoro dello Iemoto Hiroshi Teshigahara in merito ad una Turandot (il titolo fa il riferimento proprio al libretto di questa opera di Giacomo Puccini). Non sapevo né come fosse stata realizzata o dove perché all’epoca non mi furono fornite molte informazioni, ma ovviamente in testa mi risuonò un campanello legato al mio lavoro. Con mio rammarico, pur avendo realizzato diversi ikebana per alcune produzioni di Madama Butterfly e Junior Butterfly, non ho mai avuto la possibilità di realizzare delle scenografie per un’opera lirica seguendo questi stilemi e nessun altro lo ha mai fatto in campo teatrale in Italia perché fare scenografia è, come vedremo, qualcosa di più di un semplice lavoro di media grandezza da collocare da qualche parte del palcoscenico.

Negli anni ho avuto maggiori informazioni, grazie ad internet, relative al lavoro che lo Iemoto Hiroshi svolse a Ginevra e Lione e soprattutto online trovai queste due fotografie.

Quello che non sapevo, e che ho scoperto recentemente grazie alla costumista Akie Maemori, era chi interpretasse il ruolo da protagonista, anzi mi diceva la capo attrezzista Lugina Monferini che quello fu proprio il suo debutto nel ruolo.

La vita si diverte spesso a segnare dei tracciati che si rivelano all’improvviso e anche in questo caso è stato così e la notizia mi ha emozionato come non mai.

Ho iniziato a studiare ikebana proprio per quell’allestimento e in base praticamente al nulla a livello informativo e più volte ho lavorato in scena proprio con colei che aveva debuttato all’epoca il ruolo e con Hiroshi Teshigahara ovvero il soprano Giovanna Casolla che ringrazio per queste foto fornitemi. La signora Casolla è riconosciuta internazionalmente proprio come uno dei grandi soprani celebri per questo ruolo (di questi io ho avuto la fortuna di lavorare anche con la signora Ghena Dimitrova).

Per me è come se si fosse chiuso un cerchio. Ho iniziato lo studio per una Turandot e ho lavorato più volte (senza saperlo) con chi in quell’allestimento aveva interpretato il ruolo principale. Ringrazio anche la Sogetsu per tutto il materiale fornitomi che, per ragioni di copyright e privacy, non posso divulgare, ma che è stato importantissimo visualizzare e studiare.

Hiroshi Teshigahara realizzò un’opera straordinaria che spero possa divenire fonte di studio per coloro che vogliono approcciarsi alla scenografia attraverso l’arte dell’ikebana.

Per me ora il mio percorso di lavoro e di ikebana ha una nuova luce.

Entrambe le foto sono state scattate per i festeggiamenti del 25esimo anniversario del debutto del ruolo di Turandot da parte della signora Casolla

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Quando per il portale dasapere.it lessi il libro di Luigi Gatti “Il cammino del Giappone” mai mi sarei aspettato gli eventi culturali che da ciò sarebbero scaturiti.

A novembre infatti Gatti mi propose un’idea che accolsi immediatamente. Un ciclo di tre conferenze online della durata di un’ora (a basso costo per gli iscritti) con al termine discussione e confronto di opinioni. Un’idea che si è rivelata vincente e che è piaciuta molto ai partecipanti e che ha tracciato, a quanto pare, un’idea da seguire. Dopo le conferenze del 6 e 20 dicembre e del 10 gennaio su richiesta degli iscritti ne sono state messe altre due in cantiere. Questo a me ha fatto molto piacere perché premia non solo la preparazione di Gatti, ma la sua passione e la sua grande capacità di divulgazione.

Il tema è stato proposto da una delle iscritte ed accettato subito da tutti perché ricco davvero di possibili sfumature di studio.

Due piccole premesse.

Fin da piccolo subivo piacevolmente il gusto dell’attesa. Da me a Lido di Camaiore c’era la Festa della Fragola quando era la loro stagione, si ringraziava per i primi frutti estivi e da ragazzini si andava in pineta per raccogliere i pinoli (era più le volte che con i sassi mi schiacciavo le dita che quelle in cui rompevo il guscio dei pinoli, ma questa è un’altra storia). Si andava in base alla stagionalità, alle primizie. Il tempo e le stagioni ci scandivano la vita.

Alle medie incontrai la poesia di Ungaretti e ne rimasi affascinato. Poche parole, immagini che vibravano di mille altre, mai la poesia era così facile da percepire, ma su cui si doveva riflettere a lungo. Molti anni più tardi, complice la lettura del libro “Il vuoto e la bellezza. Da Van Gogh a Rilke. Come l’Occidente incontrò il Giappone” avrei fatto le somme e capito quanto ancora una volta la vita mi avesse fatto chiudere un cerchio.

Questo per far capire come possa personalmente affascinarmi il concetto di stagionalità contro il “tutto e subito” imperante oggi e questi componimenti poetici del Giappone che tanto hanno influenzato anche la nostra letteratura. O come diceva Gatti nella precedente conferenza di come negli Haiku sia bello ciò che non viene detto, ma suggerito e che sarà completato dal nostro ragionamento e/o dal nostro stato d’animo.

Sono sicuro che queste due conferenze saranno ancora ricche di fascino e cultura e ringrazio Gatti per averci coinvolto in questa prestigiosa iniziativa, la bravissima grafica Silvia Barucci per aver creato le stupende locandine e il fotografo Andrea Lippi per averci permesso di utilizzare le sue spettacolari fotografie.

Gatti organizza anche un approccio alla lingua giapponese sempre attraverso il suo metodo che, nelle conferenze di cui sopra, ha convinto tutti i partecipanti perché ci ha permesso di memorizzare molte parole e concetti della lingua giapponese.

per chi fosse interessato al corso con inizio 3 febbraio ore 20.30 può chiedere direttamente informazioni a luigigtt@gmail.com

Concentus Study Group

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