Skip to content

Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Tag Archives: Zen

Prima di lasciare la parola all’ospite di questo post ci tengo personalmente a ringraziarlo. Infatti per la locandina (realizzata da Silvia Barucci) della III Conferenza tenuta da Luigi Gatti scrittore, viaggiatore ed esperto di cultura giapponese ci siamo potuti avvalere di una sua fotografia,

Ho pertanto chiesto ad Andrea Lippi (questo il nome del fotografo) un suo contributo e lui mi ha mandato il testo (anche il titolo di questo post è suo) e le foto che seguono.

Per chi mi conosce sa quanto sia importante per me non parlare solo di ikebana tout court, ma di inserirla in un contesto culturale più ampio per cui ringrazio il signor Lippi per averci onorati con questo suo lavoro.

“Ricordo spesso quella mostra, alcuni anni fa a Firenze: in una sala, nell’oscurità, erano esposti alcuni lavori di Mark Rothko, grandi macchie di colore ben illuminante nella penombra dell’allestimento. Mi avvicinai ad una tela ed iniziai a fissarla ed a provare, minuto dopo minuto, un senso di distacco dallo spazio in cui ero e di contemporanea e completa attrazione verso l’opera. Con l’immaginazione trovai una nuova e inaspettata profondità nel dipinto, e fu allora che quelle macchie di colore diventarono qualcosa di meno astratto: forse un campo di grano ed un cielo? forse quello stacco sfumato tra le due campiture poteva essere la foschia all’orizzonte? Compresi che quelle due grandi campiture di colore potevano trasportare lo spettatore verso nuovi e sconosciuti livelli di profondità e che quella visione si era fatta immagine in quel momento, in quella sala e che forse, il giorno dopo ne avrei avuta un’altra o forse nessuna.

Questa sensazione, di nulla che si fa sostanza, mi è tipica in molti contesti che hanno a che fare con il Giappone. Ad esempio, davanti ai paraventi di Tōhaku Hasegawa mi perdo ad interrogarmi su cosa si celi dietro a quelle nebbie. La mano del pittore disegna il pieno per rappresentare il vuoto, dona allo spettatore, la possibilità di andare oltre al visibile e la sensazione di aver afferrato una figura o un simbolo, in questa ostentata necessità che ogni volta abbiamo, di dover “riempire”, trovare le parole, dare un significato.

Nella casa tradizionale giapponese ci si può trovare smarriti: dove sono le pareti? Dove sono gli oggetti? Lo spazio in cui sono stato seduto ieri adesso non c’è più… Nell’architettura “shinden-zukuri”, originaria del periodo Heian, le pareti scorrevoli cambiano l’organizzazione della casa e si aprono verso il giardino fondendo e confondendo l’interno con l’esterno, il finito con l’infinito.

Nello haiku il significato, a discapito del significante, apre alla mente orizzonti lontani e diversi, crea suoni, ci trasporta da una stagione all’altra e come riesce in questo? Forse descrivendo minuziosamente una certa situazione? No, al contrario, uno Haiku lascia una sensazione di sospensione, che può farsi immagine nella nostra mente o rimanere tale come auspica Barthes:

“…le vie dell’interpretazione non possono che sciupare lo haiku: perché il lavoro di lettura che vi è connesso è quello di sospendere il linguaggio, non di provocarlo…”

Potremmo continuare per ore a parlare e meravigliarci su come il concetto del vuoto sia al centro della cultura giapponese e, in modo più ampio, nella cultura orientale. Molti degli esempi citati hanno in comune concetti come asimmetria e armonia che combinati insieme danno vita alla composizione ritmica che distribuisce pesi e misure, che crea musicalità.

Nell’ ikebana, ad esempio, proprio l’armonia si nutre del vuoto affinché essa sia percepibile. Le mani dell’artista, come se tenessero un pennello per disegnare un ideogramma, liberano dal superfluo, accostano e allontanano, partendo dallo spazio vuoto e creando grazie ad esso.

Credo sia stimolante perdersi in queste sensazioni e credo che lo sia ieri come oggi, in quanto si tratta di argomenti senza tempo. In fotografia ad esempio potremmo citare Hiroshi Sugimoto e il suo progetto “Seascapes”: fotografie di paesaggi di mare e cielo, senza persone, senza barche, natanti o altro, solo mare e cielo che si incontrano inevitabilmente su una linea a volte netta a volte sfocata. Scene vuote, molto simili tra loro ma l’artista sente la necessità di scrivere il luogo dello scatto come a volerne richiamare l’identità anche se non riscontrabile, come a ricordare che quello che apparentemente ci sembra uguale in realtà può non esserlo. In questa incertezza di base, l’occhio dell’osservatore si perde nelle mille onde del mare che ricordano il tempo che passa e che non può essere arrestato, proprio come l’acqua, proprio come il concetto di “mono no aware”, una frase giapponese che richiama la struggente e nostalgica sensazione di consapevolezza che tutto non può essere per sempre. Una sensazione che descrive bene Yoshida Kenkō, scrittore giapponese vissuto tra il XIII e XIV secolo, in questo brano:

Se l’uomo non svanisse come le rugiade di Adashino, se non si dileguasse come il fumo sopra Toribeyama, ma rimanesse per sempre nel mondo, a che punto le cose perderebbero il loro potere di commuoverci

Lo spettatore della foto di Sugimoto indaga costantemente l’immagine alla ricerca di un soggetto riconoscibile oltre al mare e il cielo: che sia una barca, una persona o la linea di terra, nella necessità, ancora una volta, di dover trasformare l’immaginazione in immagine vivida.

In fotografia da anni ormai cerco di dare forma al vuoto: che sia un paesaggio, la fitta pioggia tra i palazzi di una città o il volto di una persona. Vorrei che le mie foto fossero inconsapevoli contenitori di immagini più che immagini loro stesse e so che il Giappone può aiutarmi in questa impresa”.

Il lago Ashinoko nei pressi di Hakone, come nello Haiku di Basho:
Fitta nebbia:
invisibile, e pur suggestivo
il Fuji oggi.
Diario di viaggio sotto la pioggia e il vento (1684-85), Matsuo Basho
Shirakawa-go nella neve di Marzo, Giappone 2018 (Andrea Lippi)
Pioggia luminosa nel quartiere di Gion a Kyoto ed uno shafu in attesa di riprendere il suo cammino. (Andrea Lippi)
Nebbie estive sopra il ponte di Amanohashidate, Giappone 2016 (Andrea Lippi)

Andrea Lippi nasce in Toscana. Si avvicina alla fotografia grazie alla macchina del padre per poi occuparsene con continuità dall’età di 23 anni, realizzando una camera oscura e iniziando a stampare in proprio le sue foto.

Dal 2003, anno in cui fonda con alcuni amici il gruppo BoulevardUtopie che si occuperà di foto e video, inizia a ideare alcuni progetti fotografici, tra i quali “Ioedio”, “Presenze”, “People Met” e “Floating lights”. Dal 2008 avvia la collaborazione come video-maker e artista di scenografie digitali con alcune compagnie teatrali. Nel 2010 entra a far parte del collettivo Playsomenting creando immagini, foto e video in performance audiovisive presentate a Firenze, Milano, Roma e Mosca.

Dopo diversi viaggi in Europa e a New York, nel 2014 si reca in oriente dove, negli anni successivi, viaggerà in Cina, Vietnam e Honk Kong. Nel 2015 viaggia per la prima volta in Giappone, facendovi ritorno nel 2016, 2018 e 2019. Nel 2017 prende forma il progetto “Lights of Japan” con l’uscita del libro omonimo con la prefazione di Noriyuki Kai (Ibaraki University of Mito) e Midori Sewake. Dallo steso anno iniziano le prime mostre fotografiche del progetto e le artecipazioni a conferenze, convegni e presentazioni in tutta Italia. Dal 2018 inizia ad esporre le proprie foto in Giappone, prima ad Osaka e poi a Mito con il patrocinio dell’istituto italiano di cultura di Tokyo. Le mostre continueranno a Miyazu-Amanohaschidate (2018) e a Obu-Nagoya (2020). Le foto di Andrea continuano a viaggiare in Giappone ancora oggi.

Contatti:

www.andrealippi.it

info@andrealippi.it

instagram: andrealippi_fotografia

Grazie ancora al sig. Lippi per questo suo prezioso contributo che so quanto possa stimolare l’approfondimento culturale del Giappone da parte del sottoscritto e del suo gruppo e di tutti coloro che non limitano lo studio dell’ikebana ad una semplice realizzazione di composizioni floreali.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Se ogni anno speriamo che il prossimo sia migliore (pare il genere umano sia perennemente insoddisfatto) è fuor di dubbio che quest’anno tale sentimento avesse radici realistiche. Non possiamo pretendere miracoli dal 2021 perché probabilmente sarà un anno di “transizione”, ma magari torneremo a vivere con meno terrore.

Nel frattempo festeggiamo la speranza e io lo faccio in primis con questa bella foto di gruppo.

Ieri con le nostre allieve (anche quelle che vivono all’estero) abbiamo organizzato un tè virtuale. Purtroppo alcune non hanno potuto partecipare per impegni familiari, ma come si vede dalla foto eravamo un bel gruppo. Tra risate, tè e dolci abbiamo parlato di progetti per esorcizzare ogni possibile impedimento. Se è vero, come scritto nel post precedente, che la nostra attività del gruppo non si è mai fermata un conto è fare le cose virtualmente e un’altra stare tutti assieme di persona.

Sempre per gli auguri pubblico l’ikebana realizzato per inizio anno da Silvia Barucci che non aveva potuto essere dei nostri per gli ikebana di Natale.

Come ho detto a Silvia, lei ha realizzato un vero e proprio fuoco di artificio in ikebana. Spesso purtroppo vedo online delle ricerche sullo stupore straniante ovvero volerlo fare strambo in nome di un freestyle fuori dagli schemi (che è in primis un rendere lecito qualsiasi cosa inoltre se si fa freestyle siamo già fuori dagli schemi è inutile premere sul pedale dell’acceleratore). Un po’ come se in un ikebana augurale mettessi che so delle spine che già sanno di Passione di Cristo, ma che erano proibite anche nei morimono tradizionali e infatti nel libro Ikebana “Inspired By Emotions” i materiali con spine erano tutti negli ikebana che parlavano di Paura.

Come insegna anche la Iemoto nel bellissimo video augurale che ha realizzato per gli auguri di inizio anno la semplicità (apparente) è sempre la strada migliore da ricercare.

Buon tutto.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ed eccoci al consueto riassunto annuale delle attività del nostro gruppo ufficiale della scuola Sogetsu in Italia. Devo dire che il consuntivo di questo anno mi fa particolarmente piacere perché, pur non avendo potuto fare conferenze, dimostrazioni, mostre o il workshop preventivato, siamo riusciti non solo a portare avanti le lezioni del corso, ma a svolgere attività online. Credo che questo sia l’amore per l’ikebana, il sentire la necessità di praticarla anche quando è impossibile.

Prima però di lasciarvi al riassuntone il sottoscritto e il M. Farinelli vi vogliono fare gli auguri alla loro maniera.

Ikebana di Lucio Farinelli – Vaso di Luca Pedone – Foto di Luca Ramacciotti
Ikebana e Foto di Luca Ramacciotti

FEBBRAIO

Il mese è cominciato con la vittoria di Silvia Barucci (I posto) e Deborah Gianola (II posto) al concorso internazionale della Sogetsu 8th Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition

ed è proseguito con l’inizio dei festeggiamenti virtuali per il compleanno della nostra Iemoto Akane Teshigahara.

Lanciamo anche il #concentusvirus ovvero una foto al giorno per dieci giorni taggando altri ikebanisti. Non avremmo mai immaginato il successo mondiale di questo gioco, ma nemmeno che in realtà, purtroppo, un altro virus meno divertente e più terrificante stava per colpire tutti noi.

MARZO

Facciamo lezione (senza sapere che sarebbe stata l’ultima per diversi mesi) e festeggiamo il diploma di Silvia Pescetelli. Il coronavirus è già nell’aria, ci sono i primi malati, ma nessuno immaginava cosa stesse per accadere. Per fortuna la lezione era sull’arte potendo usare i capolavori di due nostri allievi Massimo Alfaioli e Marco Scarici.

Il mese di marzo si segnala proprio per il brusco risveglio che tutto il mondo ha avuto a partire da noi italiani che siamo stati quelli maggiormente colpiti. Dalla Cina arriva il covid-19 e devasta sogni e vite. La scuola Ikenobo lancia l’hastag #ikebanaforpraying con l’invito a contrastare tanto dolore con la bellezza degli ikebana sperando che siano anche di buon auspicio. Siamo l’unico gruppo ufficiale della Soegstu italiana ad accogliere l’appello realizzando i lavori con quello che avevamo a disposizione in casa, in giardino o sui terrazzi perché la realtà allucinante della quarantena era appena iniziata.

Iniziano a salire vertiginosamente le cifre dei morti in Italia e poi nel mondo. Siamo chiusi in casa, lontani da amici e parenti, la paura regna sovrana e sembriamo catapultati in un film di fantascienza. Ci sono persone che incredibilmente non comprendono la portata di questa cosa e addirittura pensano ad un complotto arrivando poi, in seguito, anche a dubitare dei vaccini. Alla follia del virus si aggiunge la loro.

APRILE

Lo stato italiano lancia l’hastag ##distantimauniti con la speranza che le persone si facciano forza attraverso il volontariato e gli amici. Propongo un’idea alle mie allieve e loro, essendo folli quanto me, ovviamente accettano. Così con la morte nel cuore cerchiamo lo stesso di donare allegria, un sentimento che di certo non proviamo. Abbattersi in certi momenti è pure peggio per cui tra il serio e il faceto realizziamo delle foto che abbiano a che fare con l’ikebana.

Sì inizia a vedere alcuni spiragli di luce e determinate attività possono riaprire compreso il Mercato dei Fiori di Roma. Uno dei nostri fornitori passa da casa a portarci del materiale. Pare un segno del destino che siano rami di camelia, il fiore principe per la Sogetsu.

Purtroppo l’isolamento non è ancora terminato ed è sempre molto pericoloso muoversi coi mezzi pubblici per cui attraverseremo un periodo pasquale davvero agghiacciante. Con le nostre allieve però vogliamo fare una mostra virtuale di nostri lavori dedicati a questa festività per non demolizzarci, per continuare a praticare. Essendo parzialmente bloccati e, spesso impossibilitati ad acquistare materiale, decidiamo di fare i lavori, ancora una volta, con ciò che abbiamo a portata di mano. Devo dire che è stato un esercizio interessante doversi lambiccare il cervello e tentare di fare ikebana solo con ciò che i dintorni ristretti offrivano. La natura, nonostante o forse proprio in seguito alla nostra chiusura, stava attraversando la primavera e noi potevamo in qualche modo approfittarne. La fortuna che potendo fare ikebana con qualsiasi materiale siamo riusciti ad andare avanti.

Cristian Cavagna il patron del gruppo Adjumi (4830 iscritti) mi invita a tenere una conferenza online in diretta per parlare dell’arte dell’ikebana e il rapporto che si può avere con il mondo dei profumi attraverso il sentore dei fiori. Un’esperienza bellissima.

La nostra insegnante Mika Otani idea una live con collegamenti da tutto il mondo per parlare di ikebana e come stiamo vivendo questo periodo. Un pensiero prezioso di un’umanità ed empatia uniche. Per omaggiarla prepariamo anche degli ikebana da far vedere via webcam.

Noi iniziamo a tenere lezioni online per le allieve impossibilitate a muoversi sia perché abitano fuori di Roma o dall’Italia sia perché è sempre consigliato muoversi il meno possibile. La nostra attività didattica non si ferma.

Inizia la Maasaki Ozono Challenge. Questo giovanissimo artista giapponese idea una gara dove dobbiamo impilare artisticamente gli oggetti di uno stesso colore che abbiamo in casa. Un’idea notevole perché stimola la creatività e tutti possono farla. Dei gruppi ufficiali della Sogetsu in Italia siamo solo noi a rispondere all’appello.

Lo scrittore ed artista del carnevale Umberto Cinquini mi coinvolge in una sua live per parlare del mondo del mondo dell’ikebana all’interno del ciclo Buonanotte con Il Buffone (che trae spunto dal titolo del suo ultimo romanzo).

MAGGIO

Sempre a causa del parziale blocco a cui siamo sottoposti in Italia ideo un’altra iniziativa da fare online con le nostre allieve. Dopo che il Maestro Giuseppe Carta ha onorato il mio blog con un testo scritto appositamente da lui decidiamo di realizzare delle composizione ispirate alle sue magnifiche opere. Dato che il suo tema artistico sono i frutti e le verdure ancora una volta possiamo attingere da ciò che abbiamo in casa senza dover cercare del materiale appositamente andando a gabbare lo stato sociale in cui si vive. Per me è questo quello che potrei definire giocare fuori dagli schemi.

GIUGNO

Finalmente possiamo tornare a fare lezioni de visu anche se sempre un poco contingentati. Il Maestro Farinelli apre casa alle allieve (e pure le finestre), tolte le scarpe all’ingresso, mani disinfettate, mascherina e sanificazione della stanza dopo ogni lezione e il corso prosegue. Nessuna scusa è valida nel non fare ikebana per noi. Nemmeno questo maledetto virus. Intanto il sottoscritto, Anne Justo e Patrizia Ferrari partecipano ad un interessante corso ideato da Caterina Roncati che online ci spiega, dopo aver inviato appositi kit, i misteri dei profumi. I tre ikebana ideati da noi e dedicati alle Note di testa, cuore e fondo raccolgono molto successo all’interno del gruppo.

LUGLIO

La Sogetsu lancia il concorso #akane60ikebana. Per parteciparvi serve fare ikebana nei vasi di ferro ideati dalla scuola. Indovinate dei gruppi italiani della Sogetsu chi partecipa? E vinciamo pure due dei vasi messi in palio (Lucio Farinelli e Daniela Bongiorno).

Carlo Scafuri idea Takumi lifestyle il primo portale dedicata al mondo dell’ikebana e chiede al sottoscritto di rappresentare con articoli il mondo dell’ikebana. Articoli rivolti non agli addetti ai lavori, ma a persone che possono essere interessati alle discipline orientali. Accetto con piacere perché ne condivido lo spirito dato che in quarantena mi è venuta un’idea, ma di questo ne parliamo più sotto.

AGOSTO

Il mese purtroppo inizia male. Come se ci fosse bisogno di ulteriori dispiaceri in questo anno ci lascia il Maestro Mauro Graf della scuola Ohara. Persona preparata che rispondeva sempre alle mie mille domande e curiosità sulla storia e la cultura dell’ikebana. Per fortuna i suoi allievi mantengono online il suo preziosissimo sito.

Inoltre purtroppo sono cancellati definitivamente, dopo uno speranzoso rinvio, i festeggiamenti programmati per il compleanno della Iemoto. Ma noi le mandiamo ugualmente il nostro calore con quasi tutti i nostri allievi che le fanno gli auguri.

SETTEMBRE

Il Chapter di Singapore di Ikebana International ci invita alla mostra virtuale My Inspiration: Welcome Autum. Questa sarà una cosa caratteristica di questo anno. Le mostre online. Una bella e originale idea dato che dal vivo non è possibile farle come non si possono organizzare workshop. Un modo realmente bello per cercare di sentirsi ugualmente vicini. Ancora una volta siamo noi, come gruppo ufficiale della Sogetsu, a rappresentare l’Italia. Con mio piacere partecipa anche la nostra allieva che vive a Tel Aviv.

OTTOBRE

Devo dire che ottobre ci fa quasi sperare nel meglio. Ricominciano i corsi fisici a Roma (tranne per chi vive fuori città o all’estero per loro si continua online) e soprattutto Silvia Barucci e Ilaria Mibelli iniziano un corso a Firenze. Dopo il mio corso di anni fa a Livorno tornano due maestre di un gruppo ufficiale della Sogetsu ad insegnare ikebana nella mia regione. E lo fanno partendo con stile fin dalle mascherine divenute ormai un accessorio del nostro vestire.

Inoltre vicinciamo un premio alla nona edizione del concorso internazionale “The Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition”. Questa volta il concorso è durato davvero molti mesi proprio per stimolare la creatività di coloro che erano costretti in casa. Infatti per l’occasione aveva anche un tema: Ikebana at home! E la nostra allieva Rumiana Uzunova porta a casa il II premio.

Prima di lasciarvi alle foto di tutti gli ikebana con cui abbiamo partecipato ci tengo a fare un riassunto di questo prestigioso premio.

草月みんなのいけばな展 Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition (IV Edizione): Golden Moon Prize – Luca Ramacciotti

草月みんなのいけばな展 Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition (V Edizione) – 90 Anniversario: Magazine Prize – Silvia Barucci e Anne Justo

草月みんなのいけばな展 Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition (VIII Edizione): Golden Moon Prize – Silvia Barucci. Silver Moon Prize – Deborah Gianola

草月みんなのいけばな展 Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition (IX Edizione): Silver Moon Prize – Rumiana Uzunova

NOVEMBRE

In questo mese con Lucio Farinelli decidiamo di fare anche noi una piccola mostra online dei nostri lavori in modo da coinvolgere anche le allieve fuori sede e grazie a delle bellissime foto di paesaggi inviate a tutti da Patrizia Ferrari, Chiara Giani e Neicla Campi chiediamo loro di realizzare degli ikebana ispirati ad esse. Nasce l’esposizione online: Seasonal Plant Materials.

DICEMBRE

Dicembre inizia con una bellissima iniziativa che mi propone Luigi Gatti scrittore, viaggiatore ed esperto di cultura giapponese. Un ciclo di tre conferenze sul signifiato semantico, filosofico e culturale degli ideogrammi legati al mondo dell’ikebana. Il primo tema scelto da Gatti è Kadō 華道 ed io ho un tuffo al cuore (ma ne riparliamo tra qualche riga) e si fissa la data del 6 dicembre. Gatti terrà una conferenza via Zom e la registrerà in modo che gli interessati possano averla come materiale didattico o non perderla in caso di impegni (anche se al momento con il coprifuoco molti impegni purtroppo non ne abbiamo). Con gioia vedo iscriversi curiosi, esperti di Oriente e rappresentanti delle scuole Ohara e Wafu. Purtroppo della Sogetsu partecipa solo il mio gruppo. Evidentemente non c’è interesse di una crescita culturale (e di amicizia) da parte di altri.

Silvia Barucci realizza la locandina sia della prima conferenza, sia della II (stavolta il tema è Ma 間). In attesa della locandina per la terza conferenza (dobbiamo ancora decidere l’immagine) che si terrà il 10 gennaio intanto vi svelo il tema: Fūryū 風流. Delle serate davvero interessanti anche per i commenti e gli scambi di opinione post diretta. Che bello essere in tanti a condividere questo percorso in amicizia e senza barriere.

Ed eccoci all’argomento di cui accennavo sopra. Figlia della clausura l’idea mia di realizzare un libro di ikebana. In realtà sono anni che mi frullava in testa l’idea ed avevo scritto anche appunti che diedi da leggere ad una mia ex allieva che ora insegna per conto suo. Però non riuscivo mai a focalizzare bene il tema e come affrontarlo. Poi nei giorni di prigionia, come dicevo all’inizio, tra stare a fare le geremiadi e studiare e pensare ho preferito la seconda opzione, mi si accese la lampadina. Avrei realizzato qualcosa che avrei voluto avere io da studente. Un libro che non fosse tecnico (sinceramente adoro i libri della Maestra Banti e li ho tutti, ma credo siano un po’ difficili per un neofita) e che presentasse la storia e la caratteristica di diverse scuole. Non un libro autoreferenziale, ma di comunicazione vera. Prima di tutto domandai ad amici ed esperti se volessero essere della partita e il mio grazie va a loro che dissero subito di sì: Romilda Iovacchini, Regi Bockhorni e Ingrid Galvagni. Poi si decise per il formato ebook. Non esistevano libri sulle scuole in questo formato che è accessibile a tutti ovunque e senza bisogno di spese di spedizione e di attesa dell’arrivo del pacco. Sarebbe stato bilingue (italiano e inglese) e Silvia Barucci avrebbe creato tutto dalla copertina all’editing. Un dono prezioso per la copertina il disegno di Shoko Okumura. E finalmente anche la Sogetsu compare in un libro in lingua italiana. Direi un bel modo di finire un anno orrendo che però ci ha visti fare sempre molta attività. Perché a noi l’ikebana ci dà davvero gioia.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ciò che amo del mondo dell’ikebana è che ti permette di entrare in contatto con altre discipline o, come in questo caso, incontrare un’allieva (Neicla Campi di Ivrea) e… trovare un ceramista. Ma lasciamo a Salvatore Coi la parola.

Molte cose ti capitano per caso.
Ti può capitare di avere una moglie appassionata di ikebana e, se stravedi per lei, ti capita di pensare a come risolvere un problema non da poco: metterle a disposizione i vasi adatti per coltivare la sua passione.
Così ho iniziato a fare il vasaio. All’età di 64 anni mi sono guardato intorno e mi sono detto “non dovrei avere problemi a trovare chi mi può insegnare, vivo vicino a Castellamonte, città di antica tradizione ceramica”.
Appresi i primi rudimenti di manipolazione ho capito che dovevo trovare la mia strada da solo. Non ero interessato alla maiolica. Ero più attratto dal RAKU e dalla sperimentazione degli smalti ad alta temperatura.
Ho così scoperto i grandi ceramisti giapponesi (Shoji Hamada), francesi (Daniel de Montmollin) e inglesi (Bernard Leach). Grazie a loro ho appreso, da autodidatta, il senso estetico e il rigore metodologico di un’arte tra le più nobili e ricche di umanità.

Con delusione ho preso atto che in Italia non c’è traccia delle grandi scuole di ceramica, anche a livello universitario, presenti in Francia, Gran Bretagna, Australia e USA. Ma così è. La cultura ceramica artigiana in Italia non gode di grande attenzione a livello istituzionale ed è delegata a poche, apprezzabili, botteghe artigiane.
Durante le mie escursioni in montagna e i miei viaggi in giro per il mondo ho iniziato a raccogliere terre e minerali. Ho iniziato a preparare le ceneri e a calcinare ossa per dare vita ai miei smalti. Con un solo scopo: liberare l’energia e la grande bellezza di materiali poveri e trascurati, eppure così preziosi.

La formulazione degli smalti è ad alto tasso di imprevisti: ho studiato chimica, fisica e mineralogia per conoscere la composizione dei minerali che adopero ma il margine di incertezza con le materie grezze è sempre elevato. Questa però è una parte affascinante del mestiere.
Per non andare troppo al buio adotto il metodo della griglia (grid method) inventato da Ian Currie, un grande ceramista australiano. Mescolo i materiali grezzi con percentuali variabili di silice e allumina su una piastrella che contiene 35 caselle. Lo studio dei risultati mi fornisce le ricette più interessanti per lo smalto dei miei vasi.

Il mio è un mestiere d’alchimista, ma non cerco la formula per fabbricare l’oro, cerco una materia molto più preziosa: l’emozione di un colore, di una texture, di una superficie inaspettata e unica.

A suggello delle parole di Tore e dei bellissimi ikebana di Neicla metto un mio ikebana fatto nel vaso realizzato da questo appassionato e bravissimo ceramista il cui laboratorio è tanto perfetto, pulito quanto incredibile per il materiale che sta raccogliendo di argille e minerali. Persone come Tore e Neicla è una fortuna averli nel proprio gruppo.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ideazione e realizzazione di Silvia Barucci

La grossa novità dell’autunno italiano della Sogetsu è la partenza di un corso di ikebana nella città di Firenze guidato da Silvia Barucci e Ilaria Mibelli. Dopo il corso tenuto dal sottoscritto anni fa a Livorno, torna l’ikebana Sogetsu condotta da maestre appartenenti ad un gruppo ufficiale e riconosciuto dalla scuola e che terranno un corso canonico. Silvia (che ha vinto due premi al concorso internazionale Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition) e Ilaria sono due maestre da sempre molto attive nel nostro gruppo e che hanno partecipato ad ogni iniziativa (lezioni, dimostrazioni, mostre o workshop). Per loro lo studio dell’ikebana è sempre stato molto serio e coscienzioso e non un passatempo o qualcosa per potersi mettere in mostra. Siamo felici di questo loro successo.

Abbiamo sempre spronato ogni nostra allieve a darsi da fare durante e dopo il percorso di studio iniziale documentando il tutto sia sul nostro sito sia sulla nostra pagina Facebook l’attività del gruppo per evitare (come vedo fare) che nelle occasioni importanti compaiano misteriosi allievi spuntati dal nulla come funghi e presenti solo in alcune occasioni. Un gruppo è costituito da ogni singolo partecipante che deve sempre essere messo in risalto non solo quando vogliamo metterci in esposizione per far sapere che siamo vivi.

Ideazione e realizzazione di Silvia Barucci

E anche noi da Roma ripartiamo, anzi per la precisione non ci siamo mai fermati. Siamo stati l’UNICO gruppo in Italia che ha continuato a fare iniziative online sia durante la quarantena sia dopo. Siamo riusciti a portare a termine il corso dello scorso anno alternando lezioni de visu a lezioni online per chi viene da altre parti d’Italia o

dall’estero (e non solo Europa!). Già iniziamo ad avere un gruppo nutrito di persone che dall’estero ci chiedono lezioni e, al momento, purtroppo, è solo possibile farle online. Non è una metodologia che io ami molto perché, secondo me, il rapporto tra allievo e insegnante non può essere solo virtuale e inoltre è l’allievo che deve reperire il materiale e spesso su questo ci possono essere delel problematiche. Per cercare di minimizzare il distacco durante le lezioni via Zoom scattiamo foto (al video) dell’ikebana che l’allievo sta realizzando e sopra ci facciamo delle correzioni. Inoltre chiediamo all’allievo di fare dei video a 360° proprio per poter correggere bene il lavoro. Tutto questo nell’attesa di reincontrarci presto dal vivo seguendo tutte le norme relative alla sanificazione e alla sicurezza.

Per essere più in tema possibile io mi sono attrezzato anche con una mascherina ideata e realizzata da Simone Guidarelli.

Foto di Lorenzo Montanelli

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Negli scorsi giorni di calura mi sono rifugiato verso Castiglioncello in un agriturismo davvero bello ed ampio dove ero vicino al mare pur essendo in piena campagna e isolato dal mondo.

Circondato dal frinire delle cicale a contribuire ai brividi di fresco c’è stata una lettura che consiglio a tutti: “Il demone dai capelli bianchi“.

Ma abbandoniamo questa digressione per addentrarci nel tema di questo articolo.

Tra l’agriturismo e la spieggia di Cecina mi è venuto spontaneo, ormai è una deformazione professionale al pari di guardare i volti delle persone e analizzare il loro portamento e gestualità, osservare la natura circostante e, quando stavo in agriturismo, camminare sull’erba a  piedi nudi.

Ero inconsapevole che stavo facendo grounding, anzi per la precisione lo faccio fin da piccolo quando periodicamente con i miei genitori si andava a camminare sulle Alpi Apuane.

All’ingresso dell’agriturismo un imponente viale ci accoglieva con una realizzazione tipicamente toscana e, per me, di rimembranze scolastiche.

20200813_163847-01

Proprio ammirando questo viale e l’ordine preciso in cui erano sistemate le piante di salvia, origano o lavanda mi sono saltati agli occhi alcuni particolari.

Quando iniziamo lo studio dell’ikebana c’è un concetto che di primo acchito ci lascia perplessi: l’asimmetria (armonica).

Cresciuti in un mondo di giardini all’italiana, di arte topiaria e mazzi di fiori circolari ci sembra strano che si possa creare qualcosa di bello seppur asimmetrico.

Anche con le misure studiate dalla scuola Sogetsu dove abbiamo un rapporto tra i tre rami principali della composizione tendiamo inizialmente a “equilibrare” il nostro lavoro.

Quello che a noi deficita è anche la mancanza di osservazione.

La nostra mente registra e memorizza ciò che ci interessa focalizzandosi su certe cose e tralasciandone altre oltre ad avere una visione legata anche al nostro background culturale, caratteriale etc. Per cui se non siamo amanti della natura tenendenzialmente non la osserveremo mai.

Studiando ikebana questo atteggiamento muta spontaneamente (se davvero si sta facendo un percorso appassionato e serio). Se avessimo dei rami di un materiale particolare faremo sì che si comprenda cosa sia non andandoli a spogliare dalle foglie/frutti/fiori o colorandoli a meno che non si faccia qualche grande installazione a cui vogliamo dare un significato differente dall’ikebana in vaso. Se devo specificare a esempio che ho usato dei rami di fico perché li ho ridotti a stecchi e magari pitturati di rosso…. bè diciamo che non è sbagliato, ma potevo usare che so dell’acero o del platano e la sostanza cambiava poco perchè sempre stecchi colorati erano.

Qui mi permetto una parentesi saltando un attimo su un altro argomento per poi tornare a questo.

Nella mia scuola c’è una lezione sull’utilizzo di materiale secco e fresco. Come scritto altre volte in questo blog si può anche utilizzarre solo materiale secco, ma ho visto che in Giappone difficilmente usano solo quello.

E anche qui può venirci in aiuto l’osservazione della natura.

20200812_192832-01-02

Questo pino svettava sulla spiaggia di Cecina e per me è un esempio perfetto di come si dovrebbe pensare quando affrontiamo il tema di secco e fresco in ikebana.

Terminata l’ennesima digressione al tema torniamo sulla nostra asimmetria e sull’osservazione.

Se ci alleniamo mentalmente sarà più facile comprendere il concetto di asimmetria, pieni e vuoti, equilibrio ed armonia.

Stando sdraiato in agriturismo a leggere è bastato osservare lo spazio attorno a me per trarre alcune conclusioni.

20200814_084403

Questi tralci di vite che si inerpicavano sul bastone della tenda e sul ramo vicino per quanto “indirizzati” dalla mano dell’uomo crescevano in perfetta asiemmetria. Il tralcio che va solitario verso destra non disturbava essendoci una forte massa a sinistra e non dà l’idea di qualcosa a “parte”. Mi spiego meglio. Se in un ikebana noi abbiamo ad esempio tutto del materiale in alto o a destra ed un solo fiore in basso o a sinistra il lavoro risulterà slegato. Invece il nostro materiale deve sempre essere connesso per quanto la forma sia differente. Porto un mio esempio.

19144143_1409490125764597_5041174854480317208_o

(Ikebana e foto di Luca Ramacciotti)

Avessi messo i fiori a sinistra e tra quelli e l’equiseto piegato nulla avrei avuto del materiale disconnesso in un vaso e basta perché avrebbe perso “naturalezza” seppur in una forma non propriamente naturale.

20200814_084332

Sempre guardandomi attorno ho continuato le mie osservazioni (qui in foto ci sarebbe il tema anche di massa e linea della Scuola, ma vi evito l’ennesimo salto di argomento ^_^) e preso appunti mentali sui prossimi ikebana da fare.

Come scrivevo in un mio articolo per Takumi lifestyle negli ikebana si hanno lo scontro di due ego, il nostro e quello della natura e, nella realizzazione finale il nostro deve essere invisibile seppur presente.

Iniziamo ad osservare davvero la natura che ci circonda per capire come servirla ed omaggiarla al meglio.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Credo di aver incontrato Mauro Graf forse tre o quattro volte sole. Incontri in occasione delle conferenze da lui tenute a Roma sulla storia dell’ikebana.

In compenso ci sentivamo molto spesso per email.

Ogni volta che avevo un dubbio, tutte le volte che desideravo avere informazioni era a lui che mi rivolgevo e, sempre, ottenevo risposte educate e ricche di informazioni.

Amava realmente divulgare, quando teneva le conferenze avrebbe potuto parlare per ore senza stancare mai l’uditorio presente.

Una grave, grossa perdita per il mondo dell’ikebana.

Noi del Concentus Study Group ci stringiamo attorno ai colleghi ed amici del Chapter Ohara di Milano di cui lui era Presidente.

 

 

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

7415588_2044780

Questo è un libro che consiglio a tutti coloro che gravitano intorno al mondo dell’arte. E’ un libriccino piccolo, ma denso di significati che riporto qui:

“Che cosa fa di un’opera d’arte un capolavoro? Un capolavoro è l’espressione più alta del genio di chi l’ha realizzato, ma al tempo stesso è capace di raccontare un’epoca, un mondo, una realtà e un modo di sentire. Questo è un libro che va alla ricerca di chiavi meravigliose e misteriose per intrepretare quelle opere e la loro grandezza. Si spingerà a ritroso, fino alla metà dell’Ottocento, perché è lì che affondano le radici di quello che dell’arte, oggi, ci lascia a bocca aperta: partendo dalla scandalosa nudità di Olympia, passando attraverso il gorgo folle del campo di grano di Van Gogh, cercando di penetrare i grovigli della mente dell’uomo che urla nel pastello più famoso di Munch, per rilassarsi poi tra le bottiglie di Morandi. Si cercherà di capire perché quel ragazzino dispettoso che sichiamava Piero Manzoni è diventato così importante, pur avendo vissuto così poco e, per di più, inscatolando le proprie feci e facendo quadri bianchi. Con lui e poi con Burri, Castellani, Boetti, Schifano e Pomodoro, questo libro percorre la penisola ricostruendo, da un’opera all’altra, le tappe imprescindibili della storia d’Italia.”

Perché parlo di arte in un blog d ikebana? Semplice. Quando si diviene maestri Sogetsu si riceve dalla scuola un regolamento dove, tra le varie regole e consigli, c’è scritto di invitare i propri allievi a visitare mostre d’arte. E per arte non si intende solo quella orientale, ma mondiale. Segnalare mostre, andare a vederle assieme, parlare di arte in quanto l’ikebana stessa è un’arte.

Ma come si diviene artisti? Cosa è davvero un’opera d’arte? Perché Burri con dei sacchi materici è diventato famoso? Questo libro sopra riportato appunto, come da descrizione, indaga tutti questi motivi spiegandone anche il contesto.

Se io prendo a rasoiate una foglia tagliandola probabilmente mi illudo di fare arte a contrario di un Fontana che con le incisioni nelle tele ha creato una nuova dimensione. Questo anche perché dietro al “taglio” di Fontana c’era uno studio, un’idea, non voleva fare il figo né, probabilmente, pensava lui stesso che avrebbe tracciato una nuova strada con i suoi lavori.

Quello che è palese in questo libro è che un’opera diviene arte perché prima di tutto colpisce (in positivo o in negativo) ogni singolo spettatore che la vede. Non lascia indifferente. Un artista quando fa è sempre macerato da mille dubbi, si confronta, chiede, studia.

Se si è sicuri del proprio operato, solitamente, al 97% (voglio essere ottimista) non siamo dei veri artisti.

E “artista” (le virgolette sono d’obbligo) può sembrare anche uno che non lo è perché fa una cosa che in apparenza è strana, ma che, se analizziamo, è aria fritta, non ha una vera idea o tecnica alla base.

E sempre di più si sta confondendo il concetto di popolarità con bravura.

109697947_10158715619692509_5102621837876663619_n

La vignetta sopra citata non è per un attacco di misoginia, ma per sottolineare come sempre più l’apparenza e il cattivo gusto sino imperanti. Più si fa la cosa senza senso e più si passa per artisti. Della serie fatti un nome e mantienitelo.

Lo aveva capito bene Piero Manzoni quando polemicamente creò la sua Merda d’artista.

953eb7d12c0181038c2cfe652b8d84ba_XL

(Da Wikipedia:) “Il 21 maggio del 1961, l’autore sigillò 90 barattoli di latta, uguali a quelli utilizzati normalmente per la carne in scatola, ad i quali applicò un’etichetta identificativa, tradotta in varie lingue, con la scritta «merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961». Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista.

L’artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di se stesso. Attualmente i barattoli sono conservati in diverse collezioni d’arte in tutto il mondo (ad esempio l’esemplare numero 4 è esposto alla Tate Modern di Londra ed il barattolo 80 è esposto nel nuovo Museo del Novecento di Milano) ed il valore di ciascuno di loro è stimato intorno ai 70 000 €, prezzo assai superiore a quello fissato dall’autore. A Napoli nel Museo d’arte contemporanea Donnaregina (M.A.D.R.E.) è conservato il barattolo numero 12. A Milano, il 23 maggio 2007 nelle sale della casa d’aste Sotheby’s, un collezionista privato europeo si è aggiudicato l’esemplare numero 18 a 124 000 euro, record d’asta superato il 16 ottobre 2015 a Londra da Christie’s con 182.500 sterline (esemplare numero 54) e nuovamente il 6 dicembre 2016 a Milano da Il Ponte Casa d’Aste con 220.000 euro (Asta n. 385 Lotto n. 278 – esemplare numero 69).

La critica ha visto la scelta di confezionare le feci come una protesta verso gli artisti che vedevano nell’arte un mezzo per eternarsi. In quest’ottica, l’opera diventa un reliquiario, che contiene un ricordo “prezioso” del maestro, da venerare alla stregua d’un feticcio religioso. Agostino Bonalumi, amico di strada di Piero Manzoni, ha dichiarato che, in realtà, all’interno delle famose scatole da 30 g l’una non vi è nient’altro che gesso.”

In epoca più moderna l’opera Comedian di Maurizio Cattelan si può ascrivere sempre a questa tipologia di critica verso un’arte fatta sempre più di apparenza e meno di contenuti.

comedian-cattelan-banana

C’è da chiedersi quando si fa arte (a qualsiasi livello e disciplina) se ciò che stiamo facendo sia davvero qualcosa di interessante, di originale o pecchiamo di presunzione

L’oggetto (o l’ikebana) che stiamo realizzando lo vorremmo nel nostro salotto?

C’è stato qualcuno prima di noi che ha già realizzato qualcosa di simile? Se non sappiamo la storia che ha segnato il percorso che stiamo compiendo è ben difficile pensare ad un futuro.

Di contro con l’ikebana dobbiamo rapportarci a dei valori estetici che non sono quelli occidentali per cui dovremo compiere uno sforzo maggiore. E non dobbiamo piegarli alla nostra idea, ma semmai il contrario. Studiare ikebana (soprattutto Sogetsu) senza avere un’idea dell’arte nella sua totalità non fa di noi dei veri artisti.

E se ci sentiamo artisti perché abbiamo messo un ramo poggiato su un vaso od uno in una cornice di legno…  bè credo dovremo rivedere la nostra idea di artisticità.

A tal fine consiglio il seguente libro:

41ZUxUPiejL._SX350_BO1,204,203,200_

“Vedere” è un atto creativo; e il giudizio visivo non è contributo dell’intelletto successivo alla percezione ma ingrediente essenziale dell’atto stesso del vedere. Quanti, tuttavia, sanno prendere coscienza del giudizio visivo, e tradurlo e formularlo? Sapere quali sono i principi psicologici che lo motivano e quali sono le componenti del processo visivo che partecipa alla creazione come alla contemplazione dell’opera, significa sapere “che cosa”, in realtà, vediamo. Rudolf Arnheim fonda la sua trattazione sui più recenti principi della psicologia della Gestalt. Egli tende a opporsi al formalismo, riportando la forma al significato e al contenuto, e suggerisce come se ne possano cogliere i più significativi moduli strutturali, approfondendo i problemi che si sono sempre proposti e analizzando le molteplici soluzioni dell’arte più remota a quella dei nostri giorni.”

Se un frutto ci marcisce non è detto che possa diventare un’opera d’arte, ma un lavoro sulla disgregazione fisica (come in alcune opere di David Lynch) può portare a importanti sviluppi visivi o di studio/sperimentazione.

Chiediamoci sempre se stiamo facendo qualcosa per essere  bravi nel nostro campo o se lo facciamo per sentirci dire bravi da chi ci segue. Il nostro animo è il giudice più implacabile del nostro lavoro. Sempre se l’Ego non lo sopraffà.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Screenshot_2020-07-15 Home TAKUMI lifestyle(2)

Questo il programma della nuova fatica di Carlo Scafuri anima del sempre rimpianto Bonsai & Suiseki Magazine per il quale ebbi la possibilità e l’onore di collaborare con alcuni miei scritti inerenti l’ikebana.

Takumi lifestyle è una sua nuova creatura che si propone di far conoscere le idee, la storia, l’estetica del mondo giapponese senza salire in cattedra, ma facendo vera diffusione e cultura.

Un portale destinato a tutti, appassionati, semplici curiosi, addetti ai lavori. L’intento è di far scoprire un mondo particolare che presenta sempre aspetti sconosciuti anche a chi lo studia da anni, un universo di poetici contrasti.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Inizio questo post con un titolo che è una famosa citazione di Albert Einstein perché qui, grazie ad alcuni esperti di vari campi artistici, vorrei esplorare il concetto di arte, di ciò che si considera artistico. Personalmente io non mi pronuncerò su cosa sia per me arte sperando che il mio lavoro parli da solo e perché non sono all’altezza degli artisti qui coinvolti.

Negli anni l’arte si è evoluta attarverso correnti, stili influenzati da scoperte di materie prime, scoperte scientifiche, mutamenti epocali della società, confronto con altre culture.

Ci sono state opere che hanno affascinato, sconvolto, denunciato. Opere che sono state apprezzate, altre incomprese.

Ma cosa è realmente un’opera d’arte? Cosa è l’arte? Ultimamente si va sempre più a ricercare qualcosa di strano, di incomprensibile, dei fuochi di artificio (splendidi, ma che scompaiono subito) o stiamo ritornando ad una comunicazione tra animi?

Si può essere artisti senza studio? Senza una tecnica?

L’arte sta diventando una cosa sterile perdendo la sua comunicatività tra persone? Non trasmette più emozioni (sia positive sia negative?).

Ecco gli interventi delle persone interpellate che ringrazio (sulle traduzioni dagli interventi in inglese mi assumo ogni responsabilità di fallace traduttore ^_^ ).

Mika Otani (Artista dell’Ikebana Sogetsu)

97996121_2972041192874182_8550462897656954880_n

Che cos’è Ikebana? La gente pensa che l’Ikebana sia la composizione floreale tradizionale giapponese che continua da più di 500 anni, ma io credo che Ikebana sia più di questo.

L’origine della parola Ikebana in lingua giapponese combina 2 parole, Ikeru che significa rendere vivo e Hana che significa un fiore. I fiori muoiono una volta dopo averli tolti dal terreno, ma possiamo dare loro la seconda nuova vita se li utilizziamo. Se mettiamo i fiori come li abbiamo trovati in natura è solo una copia di questa. Non possiamo mai trascendere la nostra natura. Ecco perché dobbiamo trasformarli nella nostra arte, coglierne l’aspetto bello, metterli in un ordine diverso, aggiungere la nostra nuova idea ed emozione e riflettere in questa ciò che siamo. Ikebana non è solo una decorazione da posizionare da qualche parte. L’Ikebana è un potente mezzo di auto-espressione. L’Ikebana è arte.

Quando sistemo i fiori, ricordo sempre le famose parole di Sofu Teshigahara, il fondatore della scuola Sogetsu Ikebana. Vorrei riportare qui le sue parole.
“Quando sono posti in un Ikebana, i fiori cessano di essere solo fiori. I fiori si umanizzano in Ikebana. Ciò rende Ikebana interessante e anche difficile. Sia che ti trovi in ​​ambienti innaturali, naturali o soprannaturali, i fiori diventano umani “.
Se l’Ikebana è un’arte per esprimerci, posso dire che la stessa opera di Ikebana non verrà mai ricreata. Perché chi siamo e la nostra idea e prospettiva cambiano sempre ogni giorno. Abbiamo una brutta giornata e una buona giornata e stiamo invecchiando. Dopo 10 anni, pensi che la tua prospettiva sia la stessa di 10 anni fa? Il lavoro attraverso l’Ikebana è un miracolo che avviene in quel momento quando incontri un fiore, da lì succede qualcosa di originale. Ogni volta che creo un Ikebana, mi preoccupo se posso esprimere le mie idee e pensieri. Mi interessa ciò che posso esprimere attraverso i fiori. Non si tratta della bellezza. Anche se verrà bello o no, il punto più importante è la mia espressione e i miei pensieri. Mi chiedo sempre: “È un’arte o solo una bella decorazione?”.

La mia avventura continua all’infinito con i fiori.

99094642_264812061303374_3658063911321600000_n

Akira Satake (Ceramista)

unnamed

Creo la mia argilla, per i miei forni a legna, combinando diversi tipi di pasta ceramica con alcuni ingredienti aggiunti per avvicinarmi il più possibile all’argilla utilizzata nella produzione di articoli Shigaraki, prodotta in una delle regioni del cosiddetto sei vecchi forni del Giappone, che risalgono al XII secolo. Il mio forno ha un design moderno chiamato Train Kiln (per la sua forma ricorda una vecchia locomotiva a vapore), sebbene basato su quello che sarebbe un design tradizionale del forno; le sue caratteristiche distintive sono il caricamento più comodo e una dimensione molto più piccola, rispetto ai tradizionali Anagamas.

Confronto la creazione di queste opere con l’approccio mio alla musica, in cui la melodia da me scritta prende vita solo dopo essere stata suonata dal gruppo di musicisti per cui è stata concepita; quindi, i miei pezzi di ceramica devono essere interpretati dagli incendi.

Per me, l’atto della creazione è una collaborazione tra me, l’argilla e il fuoco. Collaborazione significa trovare ciò che l’argilla vuole essere e far emergere la sua bellezza nel modo in cui la bellezza di ciò che ci circonda viene creata attraverso forze naturali. Ondulazioni nella sabbia che è stata mossa dal vento, formazioni rocciose causate da frane, il crepitio e la patina nel muro di una vecchia casa; tutti questi devono la loro bellezza speciale alla mano casuale della natura. Il fuoco è l’ultima parte casuale dell’equazione collaborativa. Spero che il fuoco sia il mio alleato, ma so che trasformerà sempre l’argilla in modi che non posso anticipare.

DSC_0388

Piero Figura (Designer)

98348175_878988629290278_5122299295675973632_n

L’arte è un esigenza! Un certo tipo di persone sensibili usa l’arte per esprimersi e rendere pubblica una loro emozione privata. Mi chiedono spesso come si diventa un artista ed io rispondo sempre che “si nasce artisti non si diventa” Certo poi gli studi, gli incontri, ma soprattutto la ricerca ti affina e ti completa Io sono stato un po’ precoce a 5 anni disegnavo e coloravo come un ragazzo di 14/15 anni. Poi sono arrivati gli studi e la laurea in architettura Ho anche vinto alcuni premi e qualche anno fa la rivista AD mi ha nominato come uno dei cento designers che hanno firmato il Made in Italy negli ultimi 10 anni. Cosa serve per essere un artista? Servono tre cose: la curiosità, tanta creatività ed un pizzico di fortuna.  

97810973_2584480715123156_4387603826404753408_n

Michele Maino (Chef)

a ritratti 2019

Nelle culture primitive arte e artigianato erano una cosa, che prendeva forma negli attrezzi, nelle statuette votive, nei manufatti per celebrare i riti comunitari: semina, raccolto, caccia, matrimonio, funerali, riti di passaggio, nel rispetto di canoni statici tramandati per generazioni.
Per le civiltà monumentali, l’arte è insieme conoscenza e pratica del foggiare la materia (pietra, legno, metallo…) in forme capaci di accogliere il divino e d’imprimere solennità alle fondamenta dello Stato: la regalità, l’amministrazione della giustizia, la guerra.
Con la frammentazione degli imperi, l’arte diventa, se possibile, ancor più agiografica: opere e artisti sono chiamati a giustificare un potere non più dato da Dio e a celebrare le virtù dei vari nobili, feudatari e prelati. L’artista comincia a poter esprimere una personalità, ma mai tanta da ledere la maestà dei permalosi committenti, pena la miseria, l’esilio, la morte.
Al tramontare degli dei, la nuova società materialista ha bisogno di sfrondare la contemplazione a vantaggio della produzione e genera due nuovi tipi d’artista: l’educatore, incaricato di coltivare i cittadini ed educare i fanciulli, e il romantico ribelle, il cui compito è di intrattenere l’annoiata borghesia emergente.
La stagione degli ‘-ismi’ politici e culturali produce un’arte nazional-popolare che infiamma il cuore del popolo e, spesso, ne assopisce la mente. Presto, l’arte scivola sulle cattedre degli accademici e dei critici i quali, nel pur encomiabile tentativo di codificarla, la strappano, come un erborista fa con le piante, al suo terreno vitale e ne espongono le esequie nei musei, nelle gallerie, nelle rassegne, abbandonandole agli ingranaggi del mercato e alla furia consumistica dei gift shop.
Attraverso le epoche, il discorso dell’arte smotta dalle vette siderali del potere giù, giù fino alla massa e, sciogliendosi, si dirama velocemente in mille linguaggi sempre nuovi, la cui vita, spesso, è più breve del tempo necessario affinché un numero sufficiente di parlanti si prenda la briga di imparare a parlarli sul serio.
Liberatosi dal suo Drang con una compressa di Xanax e smarcato da ogni responsabilità metafisica, l’uomo contemporaneo può comprare una macchina fotografica digitale in una stazione di servizio o degli acquerelli al supermercato sotto casa e, finalmente, divertirsi, esprimere se stesso, ‘fare arte’.
Fin qui ho parlato di arte, una parola ormai così inquinata, abusata e svuotata da non avere quasi più senso. E invece voglio parlare del sacro: chiunque, dotato di talento bastante e padrone di un qualsiasi linguaggio, che sia così generoso da sostenere lo sforzo, così umile da fare abbastanza spazio dentro di sé per lasciare che l’universo, il divino, gli archetipi fluiscano e si manifestino attraverso di lui, compie un sacrificio, offre un servizio sacro, dà vita a un’opera sacra. E la potenza numinosa di tale opera risuonerà in chi è ugualmente sensibile, come un diapason fa vibrare il suo simile. Naturalmente, come una medesima frequenza condiziona diversamente diapason diversi, così il sacro è da ognuno diversamente recepito.
Molti linguaggi necessitano di grande esercizio e abnegazione, altri d’un grande lavoro di pulizia interiore, altri ancora di una vasta conoscenza o di una pratica indefessa: ma il sacro è sempre disponibile a farsi accogliere dove trova uno spazio conveniente, nella lettera d’amore di un’adolescente, nella voce di un bambino, nelle mani di una nonna che stende la sfoglia con il mattarello. Chi pensa che l’arte sia a tutti costi emozione, complessità, stupore, solennità o eccellenza, a mio parere, s’inganna: non sa più apprezzare una luna senza dito, un viso senza belletta, una voce senza birignao. Arte è la cosa giusta al momento giusto, quel movimento perfetto, né sciatto né affettato, oltre il pensiero e prima dello sforzo: il sacro, appunto.
Similmente, anche la cosiddetta arte culinaria può manifestarsi in un raffinato haiku di sapori, tanto più prezioso in quanto condivide la fugace e commovente bellezza del màndala di sabbia e dell’ikebana, così come nel greve elaborato concettuale di una personalità debordante o nella vacua messinscena di un callido cuoco. Dove manca un senso, il cibo decade da servizio sacro a merce.
Una merce che, è sempre bene rammentare, non coinvolge solo i sensi ma penetra nel corpo e diventa sangue e carne.

fiore di ibisco farcito

Adriano Settimo Radeglia (Scultore)

98361925_716072055809454_6627633827676160000_n

Da bambino ho sempre sentito il bisogno di creare, di esprimere le mie emozioni, non era importante il mezzo, bastava un semplice disegno sull’asfalto con pezzi di tufo, un foglio di carta fortuito e una penna, un cartone e dei colori o modellare la cera delle candele. A me interessava fare, fare bene, era uno sfogo. L’entusiasmo di materializzare quel sentimento, quel pensiero, ancora oggi é tale, ho scelto di nutrirmi di questo, di dedicarmi a fare tutto ciò che piacevolmente mi emoziona. Fare arte è una scelta di vita, un bisogno, ciò che più di ogni altra cosa mi gratifica e mi fa sentire libero, quella libertà che va nutrita con la dedizione. È la relazione tra cuore, mente, gesto e materia per dar vita ad un’opera che è parte di noi, racconta di noi, ci somiglia. Un’opera a cui si dona identità e stile riconoscibile, riconducibile all’autore, che racchiude l’esperienza, la conoscenza e il percorso che, creando, amalgama alle proprie emozioni. E non ci si può improvvisare, non c’è spazio per la superficialità, non si tratta di cose.

99116601_2641378479465735_7353058343750991872_n

 

Gioni David Parra (Scultore)

98318435_561547784547343_1897370359275978752_n

Quando Lucio Fontana fu invitato a far visita a Pablo Picasso ad Albissola si immaginò di trovare un uomo tronfio di successo e di gloria. Ebbene, una volta arrivato e presentato, con grande sorpresa si trovò dinanzi ad un uomo in preda alla frenesia e alla premura. Quasi fosse l’ultimo degli allievi arrivati a lavorare la ceramica. Continuava a toccare e ritoccare i lavori cambiando continuamente angolo di vista e postura del corpo. Preoccupato e ansioso come colui che tutto deve ancora dimostrare e conquistare. Racconto questo aneddoto quale miglior risposta al quesito che il Maestro Ramacciotti mi sottopone. Infatti è proprio così che si distingue l’ESSERE artista da migliaia di falsi o caricature. Lo vedi e lo distingui per questa Urgenza, per questa Necessità. A seguire riconoscerai “l’opera d’artista” perché sarà costituita da un linguaggio unico e riconoscibile. Niente sarà come prima, niente sarà se non corrispondente a quel nome, perché il suo nome sarà “AUTORE”. Allora sarai certo di poter accogliere in te la declinazione di un altro mondo. Sarà come sbarcare sulla Luna o conquistare Marte ma lo farai attraverso altri tempi e nuovi spazi. E non sarà uno scherzo perché la Storia trova la sua narrazione da sempre in questi protagonisti che chiamiamo “Pionieri”. 

98294239_2780029672105865_1087762645953544192_n

 

Akihiro Mashimo (Artista del Bambù)

99131840_243925616928533_7261426745499189248_n

Il mio primo incontro con il bambù è stato conun opuscolo che mi diede mia madre.
Era una guida per una scuola tecnica dove poter imparare l’artigianato.
C’erano molti tipi diversi di artigianato che potevi imparare in quella scuola, ma quello che scelsi fu subito il lavoro artigianale del bambù. Questo perché il bambù è un materiale che ho sempre sentito affine.
Il bambù è un materiale unico con una pelle esterna dura e una cavità all’interno. E l’arte dell’artigianato del bambù consiste nel modellare questo materiale per adattarlo all’antico stile di vita giapponese. Ogni giorno lottavo per gestire il materiale in questo modo.
Dopo la laurea, ho avuto la possibilità di lavorare per un’azienda gestita da un presidente, che era istruttore in una scuola tecnica. E da lì, mi sono completamente immerso nell’arte del bambù.

Vorrei spiegare un attimo cosa intenda per lavoro artigianale del bambù.
Il bambù appena cresciuto ha una sfumatura blu brillante, ma col passare del tempo cambia in bianco.
La superficie della pelle è liscia e fresca al tatto. Alla fine cresce oltre i 20 metri in tre mesi da quando spunta dal terreno.
Sin dai tempi antichi, si dice che la divinità risieda in tale bambù.
Ecco perché, anche ora, il giorno di Capodanno, un ornamento di bambù chiamato “Kadomatsu” viene posto all’ingresso di molte case e negozi come segno che la divinità scenderà dal cielo.
Nella storia più antica del Giappone “The Tale of Bamboo Cutter”, la protagonista è una principessa che nasce dal bambù e alla fine ritorna sulla luna. Il bambù è una pianta misteriosa.

Sono passati 20 anni da quando iniziai lo studio dell’arte del bambù. All’inizio ho faticato quotidianamente nel gestire il bambù. Oggi, creo opere d’arte mentre parlo con il bambù. Ora ho imparato a sapere che tipo di arte del bambù voglio fare e percepisco quale sia la forma che il bambù stesso vuole avere. Il bambù può assumere qualsiasi forma grazie all’uso delle mani. Ci sono infinite possibilità là fuori. Ai vecchi tempi, il bambù veniva utilizzato per costruire le pareti che venivano fissate in terra. Quindi, con lo sviluppo della cerimonia del tè, sono iniziate a comparire le recinzione di bambù. Ora può diventare una decorazione a display che viene illuminata, pur mantenendo il design classico. Soprattutto per quando il bambù viene illuminato c’è da dire che, cone le luci che fluttuano nel vento e si muovono sembrano davvero esseri viventi. Penso che simboleggi il modo in cui dovrebbe essere il bambù oggi, dove puoi sentire la natura e la vita in città.

Credo che toccare il bambù possa renderti felice. La ragione di ciò è che fa dimenticare alle persone il trambusto della città e impone le calma.
Con questo pensiero, sono arrivato a pensare che la mia missione è “far sorridere il mondo con il bambù”.
Spero che il bambù si diffonda non solo in Giappone, ma anche in tutto il mondo. Spero che le persone in tutto il mondo acquisiscano familiarità con l’arte del bambù e che il mondo si riempia di sorrisi a causa di esso.

98445877_573115416650348_4177127064278663168_n

Stefano Raffaele (Disegnatore)

98015390_611629132768353_3617143949711376384_n

Per quanto mi riguarda, cercando di essere il più sintetico possibile, l’essere artista vuol dire sentire nello stomaco di dover esprimere qualcosa, non riuscire a farne a meno, non poter vivere altrimenti, e cercare il linguaggio giusto per farlo, dentro se stessi, senza costrizioni.

Credo che la chiave per crescere sia fondamentalmente riuscire ad essere se stessi, magari riscoprendo anche il proprio essere stati bambini, quindi agire di stomaco, sulle nostre opere, e non smettere mai di meravigliarsi. La tecnica è importante solo fino ad un certo punto, ed è credo la parte più semplice da migliorare. Lavorare dentro di noi è più difficile.

98090955_292451561779688_5311615767546953728_n

Ringrazio ancora una volta questi artisti che mi hanno concesso il loro tempo e attenzione. Quello che amo nell’arte è la possibilità di contaminazione, di rinnovarsi costantemente senza diventare dei monoliti di pietra.

Concentus Study Group

 

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: