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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

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Tag Archives: sogetsuitalia

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(Ikebana realizzato da Junga Shinozaki sensei per il Sogetsu Head Quarter)

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(Ikebana realizzato da Saito Taigo sensei per il Sogetsu Head Quarter)

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(Ikebana realizzato da Mika Otani sensei per lo sceneggiato Takane flower)

Di recente, dopo le mie tre visite al Sogetsu Head Quarter, l’incontro con Mika Otani sensei e la conferenza tenuta da Lina Alicino sensei, durante il recente workshop, mi sono accorto che c’è stato un tema ricorrente tra questi eventi distanti tra di loro per tempo e luogo.

Ho volutamente postato le foto di tre grandi allestimenti perché questi lavori sono proprio legati al tema di cui tra poco vi parlerò.

Nelle conferenze ho sempre difficoltà a spiegare cosa sia un ikebana o l’arte dei fiori giapponese. Questo perché solo per spiegare cosa sia ci vorrebbe tutto il tempo della conferenza. Io stesso che la studio da soli 14 anni a volte mi chiedo se ne abbia pienamente compreso le varie sfumature. Sarebbe come, per usare un paragone forse più accessibile a tutti, definire un bonsai una pianta nana.

Fare grandi allestimenti non vuol dire che sei un grande maestro. Vuol dire che hai imparato a farli. Durante il nostro incontro Mika Otani sensei ed io ragionavamo sul fatto che tutti vogliono fare grandi allestimenti per dimostrare che sono bravissimi ikebanisti quando magari sono carenti di tecnica.

Al workshop dello scorso anno per la prima volta in vita mia presi in mano un trapano e mi fu insegnato dalla maestra Anne – Riet Vugts come usarlo. Il problema poi alla base non è saperlo usare, ma come. Fare in modo che, come da titolo non si veda la mano dell’uomo, che non si capisca che abbiamo fatto (sia che si usino legni o materiali vegetali di vario genere) noi quel lavoro, che sembri… naturale. Sennò avremo fatto una scultura. Questa è la difficoltà. E non basta usare una volta il trapano per saper poi insegnare agli allievi. Come non è sufficiente assistere una sola volta alla realizzazione di una grande struttura per saperla poi rifare. Ci vogliono anni di pratica.

L’importante è che tutto sembri “casuale”.

Porto un esempio di un’altra scuola. Il Rimpa della scuola Ohara.

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(Rimpa realizzato da Romilda Iovacchini sensei durante una dimostrazione a San Marino)

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(Rimpa realizzato da Silvana Mattei sensei durante una dimostrazione presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma)

Non mi addentra nella spiegazione di uno stile di un’altra scuola perché sicuramente direi delle inesattezze (rimando ai molti articoli presenti nel meraviglioso blog del maestro Mauro Graf), ma assistendo ad entrambe le dimostrazioni si vede con quale perizia, scelta dei materiali e posizionamento, tutto sia studiato al millimetro e con precisione. Guardando entrambe le foto noi però vediamo del materiale vegetale che sorge spontaneamente dai vasi. Tutto è collegato, in perfetta armonia di forme, equilibri, spazi, colori.

Torniamo al grande allestimento di Mika Otani sensei. Immaginiamolo senza supporto. Dove si può percepire la mano della persona che l’ha creato? Da nessuna parte tanto il materiale è unico, organico, perfetto. I colori, il movimento, i materiali sono talmente scelti alla perfezione che potrebbe essere un tratto del bosco da me fotografato e messo in copertina di questo articolo.

Idem per i due lavori realizzati all’Head Quarter della Sogetsu. Togliamo il contenitore. La stessa impressione.

Eppure in questi tre grandi lavori c’è la mano dell’uomo, si capisce dalla diversità di stili.

Come ricordava la maestra Lina Alicino durante la sua conferenza ognuno di noi deve fare un percorso che è fatto di piccoli, precisi passi. Non dobbiamo saltare le tappe perchè non le recupereremo mai.

So di essere un insegnante intransigente e duro. Lo dimostrano le allieve che sono fuggite da me dopo il diploma e che ancora serbano rancore per tutte le correzioni fatte a loro, ma non mi dispiace di questo. Mi rammarico semmai che non abbiano compreso che l’ikebana non è ricevere medaglie, ma la ricerca della perfezione sia estetica sia mentale.

Che non sia, non finirò mai di dirlo e so che viene a noia a forza di leggerlo scritto qui, una cosa strana, ma l’esatto opposto. Deve sembrare naturale anche nelle sue espressioni più azzardate. Tanto che si tratti di un ikebana minimalista

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(Ikebana della Iemoto Akane Teshigahara tratto dalla pagina Facebook della scuola Sogetsu)

quanto di un allestimento in grande.

Spesso mi viene da pensare che l’ikebana sia come il mio lavoro. In uno spettacolo il regista è al servizio della musica (un ikebanista della natura) e deve essere presente con discrezione, non si devono vedere più le sue idee del percepimento della musica. Dovrebbe, uno spettacolo, sembrare senza regia, che tutto avvenga naturalmente. Anche in regie piuttosto “presenti” come potevano essere quelle di Bob Wilson. Se c’è sintonia e non ego saremo assenti nella nostra presenza.

Un fluire costante dal mondo a noi circostante che rielaborato dal nostro spirito, in modo discreto, arriva ad altre persone. Comunicazioni di emozioni, di pensieri come, appunto, sosteneva la maestra Lina Alicino durante il recente incontro con le partecipanti del nostro workshop.

Temi della mia scuola come Composition with Branches – A Two – step Approach sono davvero difficili perché rischiamo di fare una scultura di legno quando in realtà il tutto deve sembrare naturale (ho ancora innanzi a me le immagini di questo tema sviluppato nel DVD del V° livello per insegnanti realizzato da Sozan Nakamura sensei). Il risultato deve emozionare non strabiliare. Deve commuovere non farci chiedere come sia stato realizzato.

Non bastano cinque anni di studio per diventare maestro. Servono anni di studio, di lettura di libri, di partecipazioni a workshop, mostre, dimostrazioni. Non basta splittare una volta il bambù o seguire un grande allestimento per farlo o usare un trapano o una sega per bambù solo una volta per poterlo insegnare. Ho la fortuna io di avere persone come Luigina Monferini che mi insegnano di continuo, mi danno consigli, con la sua immensa esperienza come Capo Attrezzista del Festival Puccini ed io provo, sperimento di continuo.

Perché so che devo ancora crescere ed imparare. In maniera naturale.

Concentus Study Group

 

 

 

 

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Lascio la parola nuovamente al Maestro Farinelli per l’ultimo post dedicato al nostro workshop dello scorso fine settimana.

Un workshop che mi ha visto tanto spossato (ero tornato dal Giappone la sera precedente all’inizio) quanto felice sia per ciò che hanno fatto le allieve sia per la presenza, la bravura e il sorriso delle due maestre Angelika Mühlbauer e Jaana Pirhonen (oltre ad averci portato delle cioccolate buonissime!). Questo per me è fare ikebana. Condividere un percorso, imparare a vicenda senza titoli, steccati o presunzione. Si lavora su un tema assieme, si studia, ci divertiamo. Ognuno offre la parte della sua esperienza, del suo cammino. La via dei fiori è condivisione, se non camminiamo assieme il giardino diviene arido, secco e buio.

Lucio Farinelli: “Ho fatto Ikebana comes out of the closet perchè ho studiato a lungo l’abbinamento fiori – abbigliamento. E’ nato tutto da una volta in cui vidi una bellissima bouganville viola e la immaginai, per contrasto cromatico, su di una camicia arancione. Decisi di provare a realizzare il progetto e, da quella volta, mi sono organizzato studiando, ideando e creando una composizione per ogni stagione. Questo mio progetto fece sì che lo stilista Massimo Alba ci chiedesse di realizzare una mostra presso il suo punto vendita a Roma. Per rendere questo workshop davvero professionale ho pensato di noleggiare dei busti sartoriali per realizzare queste composizioni. Come dice il libro del V livello della Scuola Sogetsu questo è What Ikebana Can do Today.”

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(Ikebana comes out of the closet di Lucio Farinelli – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Chiara Giani – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Jaana Pirhonen© fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Silvia Barucci – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Angelika Mühlbauer© fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Debora Gianola – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Rumiana Uzunova – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Patrizia Ferrari – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Daniela Bongiorno – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Anne Justo – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Giulia Piccone Italiano – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana comes out of the closet di Ilaria Mibelli – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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Quando con il maestro Lucio Farinelli abbiamo deciso il tema che io avrei condotto al workshop un poco mi son tremate le mani. E’ vero che da sempre amo “pasticciare” con materiali e colori, ma è anche vero che questo tema trattato nel libro del V° livello è tutt’altro che facile.

Dopo quattro anni di materiale vegetale improvvisamente gestiamo del materiale “inorganico”.  Se la difficoltà di utilizzare carta o materiale non convenzionale in ikebana è di non mettere la pallina dell’albero di Natale su un ramo, ma di integrare il materiale “inerme” con quello vegetale (se lo circonda, lo soffoca o è in risalto rispetto a quello vegetale perché è la prima cosa che notiamo, avremo sbagliato), qui si deve fare un balzo in avanti… doppio.

Non dobbiamo scegliere del materiale e assemblarlo come fosse un Lego, ma ricrearlo, dargli una seconda vita. Quando penso a questo tema ho immediatamente in mente due artisti occidentali: Manzoni e Burri. Uno con l’uso delle tele intrise di caolino e l’altro con i “sacchi”.

Ho approfittato della preparazione di questo workshop per ripassarmi tutta la storia dell’arte moderna e contemporanea per far comprendere meglio ai partecipanti del workshop cosa dovessero fare e quale impulso ad una nuova ottica dell’arte lo abbia dato l’invenzione della fotografia.

Lo stesso Sofu Teshigahara insegnava che ikebana è composto da ikeru che vuol dire tanto far vivere quanto organizzare il materiale e che per lui era il secondo verbo ad avere un peso maggiore nell’ideare un ikebana.

“Qualcuno una volta mi chiese cosa avrei fatto se fossi vissuto in un posto come la Manciuria dove non ci sono fiori o piante. Gli risposi che forse avrei organizzato la terra…. Ovviamente è una fortuna se uno ha i fiori con cui può lavorare, però non sostengo che se si vive in un luogo dove non ci sono fiori è necessario coltivarne a tutti i costi per produrre ikebana. Va ricordato che il termine ikebana è costituito da due parole; ikeru, che significa organizzare o creare, e Hana, che designa fiori, e che tra i due, ikeru è il più importante. Ogni volta che vado a realizzare una composizione floreale, la mia prima considerazione è l’impostazione. Il mio obiettivo è sempre quello di organizzare quei materiali che ho in modo tale che si adattino armoniosamente con l’ambiente circostante.”

Lo Zenei- bana che lui introdusse alla fine degli anni ’20, e che teneva di conto le avanguardie, era proprio inteso in tal senso.

Ma quale è la differenza tra questa tipologia di composizione ed una scultura? Prima di tutto che possiamo anche utilizzare un contenitore come si facesse un vero e proprio ikebana naturalistico.  La seconda differenza è che terremo bene a  mente i principi e le regole dell’ikebana classico. Di questo affascinante tema ne ho già parlato in alcuni articoli tra cui segnalo gli ultimi due, di cui uno riguarda una mia esperienza personale e l’altro di un contatto di Facebook che spero di conoscere presto.

La difficoltà maggiore in tutto ciò che, forse proprio perché applichiamo i concetti e le regole dell’ikebana, se non faremo una cosa davvero sentita, ma tenteremo solo di fare qualcosa di strano, storto, per colpire il pubblico avremo solo una cosa informe innanzi a noi.

Dallo scorso aprile ho iniziato a raccogliere del materiale sia andandolo a comperare (il maestro Farinelli ha trovato anche ottime cose a Tokyu Hands) sia recuperando imballaggi di polistirolo o bottiglie di plastica o cartoni delle uova (grazie ad Alberto Paciaroni, il pasticcere di Uovo a Pois che anche quest’anno ci ha permesso di regalare ai partecipanti dei meravigliosi mignon).

E’ un tema che permette alla nostra creatività di ampliare i propri confini, di vedere l’ikebana con occhi diversi, ma che pone molte difficoltà lungo il cammino della realizzazione perché appunto non stiamo creando solo una scultura o un collage o un bricolage.

Ad esempio per il mio lavoro ho utilizzato un vaso creato da Pots a cui ho unito dei pezzi di polistirolo, delle spugnette colorate, un filo con anima in fil di ferro dello stesso colore delle spugnette ed una colata di colla a caldo sempre arancione a unificare il tutto. Perchè, proprio come in ikebana, il materiale deve essere tutto collegato.

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(Composition Using Unconventional Materials di Luca Ramacciotti – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Composition Using Unconventional Materials di Debora Gianola – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Composition Using Unconventional Materials di Patrizia Ferrari – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Composition Using Unconventional Materials di Chiara Giani – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Composition Using Unconventional Materials di Angelika Mühlbauer – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Composition Using Unconventional Materials di Rumiana Uzunova – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Composition Using Unconventional Materials di Jaana Pirhonen – © fotografico di Lorenzo Palombini)_MG_6993

(Composition Using Unconventional Materials di Silvia Barucci – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Composition Using Unconventional Materials di Ilaria Mibelli – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Composition Using Unconventional Materials di Giulia Piccone Italiano – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Composition Using Unconventional Materials di Daniela Bongiorno – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Composition Using Unconventional Materials di Silvia Sordi – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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Per una volta (anche in uno dei post successivi in realtà) lascio la parola al Maestro Lucio Farinelli che ci spiega il perché di questo tema nella recente due giorni romana “What Ikebana can do today”.

Ho deciso di realizzare un workshop su questo tema perchè da quando ero studente, complici le piante di aloe nel terrazzo dei miei genitori, ho continuamente studiato e sperimentato l’utilizzo di questa tipologia di materiale nell’ikebana. Il mio più grande successo in questo percorso è stato veder pubblicato un mio ikebana con aloe nel libro internazionale “Ikebana inspired by emotions”.

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(Ikebana di Anne Justo – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Silvia Barucci – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Ilaria Mibelli – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Silvia Sordi – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Debora Gianola – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Rumiana Uzunova – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Giulia Piccone Italiano – Vaso di Pots)

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(Ikebana di Daniela Bongiorno – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Patrizia Ferrari – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Angelika Mühlbauer – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Chiara Giani – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Ikebana di Jaana Pirhonen – Vaso di Pots – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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Quando Lucio Farinelli mi propose di tenere noi un workshop di ikebana la mia prima risposta fu no. Un conto era insegnare alle allieve, un altro ideare dei temi da poterci innestare sopra un workshop. Non mi sentivo all’altezza. Sinceramente devo dire che se in questi anni ho realizzato qualcosa di ikebana è perchè ho sempre avuto il maestro Farinelli a spingermi a superare i miei confini. Probabilmente senza di lui nemmeno mi sarei diplomato maestro. Per me l’insegnamento è davvero una cosa importante. Non mi basta un diploma per sentirmi maestro, devo studiare continuamente, sperimentare, partecipare a workshop, andare da insegnanti. Mi sento la responsabilità addosso verso chi viene da me per prendere lezioni. Non avessi mai partecipato a workshop, studiato a casa, consultato libri in continuazione non avrei ma insegnato soprattutto se non avessi padroneggiato le tecniche base e le variazioni o compreso temi come l’utilizzo del materiale non convenzionale. Forse è questo mio atteggiamento che ha fatto allontanare alcune allieve, ma purtroppo per me insegnare ikebana è davvero una cosa seria ed importante e lo faccio con tutta l’umiltà di cui sono capace. O forse sono solo consapevole che devo ancora percorrere un lungo cammino. L’arroganza di sentirsi un maestro pronto non l’ho mai posseduta e mai credo ne sarò dotato. Di contro le allieve che continuano a sopportarmi da anni vincono concorsi internazionali e sono stimate da tutti con mio sommo piacere.

Tornando a noi, su insistenza di Lucio alla fine acconsentii. Lui avrebbe tenuto due workshop ed io uno sia perché l’idea era stata sua sia perché ci sono due temi che lui ha studiato ed approfondito nel corso degli anni ovvero l’utilizzo dell’aloe in ikebana e gli abiti uniti all’ikebana. Scelsi di tenere un workshop sull’utilizzo del Materiale non convenzionale e questo mi ha dato la possibilità di ristudiarmi tutta l’arte moderna (impensabile toccare questo tema senza aver minimamente idea di cosa sia stato il percorso dell’arte negli ultimi due secoli) con libri che mi sono portato dietro anche durante il mio recente viaggio in Giappone.

Lorenzo Palombini è stato chiamato come fotografo (data la sua eccellenza nel realizzare le nostre foto scelte per il libro Ikebana ispired by Emotions) e, ormai da tradizione,  Sebastiano Allegrini ha fornito i suoi bellissimi vasi e Albero Paciaroni ci ha realizzato dei mignon (con i colori dello Study Group) per il pranzo del sabato.

Nonostante fossi stravolto dalla stanchezza di 21 giorni giapponesi e il maestro Farinelli di essersi sobbarcato da solo, data la mia assenza, l’organizzazione e la gestione dell’intero workshop, siamo riusciti ad andare in scena complice una meravigliosa atmosfera creata dalle nostre allieve e da due guest star internazionali come Angelika Mühlbauer (Germania) e Jaana Pirhonen (Finlandia) che, come il sottoscritto, non stanno a guardare titoli o altro, ma la passione nel condividere un percorso e le proprie esperienze.

In attesa delle foto ufficiali dei lavori realizzati qui posto le foto del backstage perchè credo Lorenzo abbia saputo ben catturare l’atmosfera, la passione, la gioia che ha animato questi due giorni (e i relativi pranzi e cene).

Grazie a tutte le partecipanti!

(Workshop Utilizzo dell’Aloe – © fotografico di Lorenzo Palombini)

(Workshop Ikebana comes out of the closet – © fotografico di Lorenzo Palombini)

(Workshop: Unconventional Material – © fotografico di Lorenzo Palombini)

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(Autoscatto di Lorenzo Palombini )

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Come spesso accade il titolo del mio blog è una citazione, ma mai come in questo caso descrive bene ciò che è accaduto stamani quando è iniziata la due giorni del workshop tenuto da Lucio Farinelli e dal sottoscritto.

Questa mattina infatti abbiamo iniziato con una conferenza tenuta da Lina Alicino Ranson Sensei che ha ripercorso la storia dell’ikebana Sogetsu in Italia (che lei ha diffuso) e in generale che lei ha visto evolversi negli anni della sua illustre carriera oltre a spiegare ai presenti cosa sia per lei il concetto di ikebana, come rapportarsi ad esso, l’umiltà che ci vuole nell’avvicinarsi a questa arte e il continuo studio.

Ha permesso ai presenti anche di osservare i preziosi libri (autografati dai vari Iemoto che si sono succeduti nella scuola) in suo possesso.

Nell’immagine di copertina compaiono anche due maestre venute appositamente dall’estero per questo workshop: Angelika Mühlbauer e Jaana Pirhonen. Questo a sottolineare l’importanza del saper davvero condividere quest’arte perché in realtà sarei io a dover prendere lezioni da loro.

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Abbiamo approfittato dell’occasione per la consegna di alcuni diplomi.

Per ciò che concerne i lavori svolti nel pomeriggio….  seguiranno foto.

Concentus Study Group

 

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Con questa citazione del titolo chiudo, spero solo per quest’anno, i miei post dal Giappone con una giornata densa di insegnamenti ed incontri.

Nonostante il workshop romano incombente, Lucio Farinelli per una volta si è sobbarcato tutta l’organizzazione finale per permettermi di stare di più a Tokyo e poter così prendere due lezioni all’Head Quarter della Sogetsu.

Se la prima volta ero stato emozionato (e frastornato dalla tv giapponese che stava facendo il programma su di me), non è che la seconda o terza volta siano state da meno. Essere lì dove tutto è “nato”, dove viene presa ogni decisione, dove ci sono grandi maestri è per me sempre un’enorme coinvolgimeno emotivo.

Se alla mia prima ero arrivato in tempo per la lezione (avendo la troupe televisiva che si fermava durante il viaggio per pormi delle domande), l’altro giorno sono giunto all’Head Quarter che stava aprendo e stamani… doveva ancora aprire!

Infatti ho avuto il N° 1 per la consegna dei materiali.

Il posto era il mio usuale (c’è un fila per chi non parla giapponese ed ha bisogno dell’interprete) e mi sono messo ad osservare i materiali vegetali ed i vasi.

Sono sceso anche al piano inferiore per osservare quelli in vetro e i cestini che sono vicini al negozio interno della scuola (che anche stavolta mi ha visto fare acquisti…)

Tra i materiali, a disposizione per la lezione,  c’erano dei rami che non avevo mai visto e tra i fiori le gloriose. Un’insegnante che conoscevo sosteneva che agli allievi si devono dare i fiori che non piacciono perché si devono abituare ad usare ogni tipologia di fiore (vero), ma ritengo che si debba anche soddisfare (e non mortificare) il proprio cuore e poi per me le gloriose sono un po’ come la luce per le falene…..

Guardo i rami, che l’addetto ai fiori, mi dice che si chiamano Castor oil (in italiano ahimé ha un nome famigerato per la storia) e che mutano di colore in autunno diventando rossi da verdi. Li osservo e credo che le gloriose, per il colore che hanno, potrebbero ben accoppiarsi e poi le foglie del Castor oil hanno una forma quasi simile ai fiori di gloriosa.

Per il vaso azzardo e ne scelgo uno dai colori ancor più vividi del mio materiale.

A farmi da traduttrice e a seguirmi c’è Iwabuchi Koka sensei che mi chiede se mi ricodo di lei (ci eravamo incontrati alla lezione di maggio) e la lezione è tenuta dalla Master Instructor Junga Shinozaki che è felicissima di rivedermi. Entrambe, molto gentilmente, mi domandano notizie del mio lavoro svolto a Nagoya.

Inizia la lezione. Come tecnica, data la tiplogia di vaso, scelgo di fare il Jumonji-dome, ma i rami di Castor oil sono cavi dentro e morbidi come il rabarbaro per cui si spaccano facilmente. Non so che fare. So che molti usano il kenzan anche per i vasi di quel genere, ma vorrei evitare. Una delle assistenti mi indica un secchiello dove ci sono avanzi di rami proprio per chi non li ha adatti e ricorro a quelli.

Eseguo il mio lavoro. Sono indeciso se levare un fiore o meno e Koka sensei mi dice di pensare allo spazio che sto creando. Così lo recido (sinceramente ho molto sacrificato del mio “ego” nel rimuovere tutte quelle gloriose).

Alla dimostrazione della Master Instructor Junga Shinozaki  seguono le correzioni degli ikebana e del mio dice che le piace la scelta dei colori ben combinati di vaso e materiali, del movimento, della sensazione di freschezza e “movimento del vento” che trasmette. Poi si ferma un attimo e lo guarda dietro. Annuisce pensierosa e poi mi indica il ramo che va a sinistra sulla cui sommità ci sono tre foglie. Mi dice di guardare quel ramo da dietro, come le foglie sovrapponendosi fanno sì che il mio ikebana sia interessante a 360°.

La ringrazio e dono i miei materiali alle assistenti non potendoli portare con me in Italia.

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(con la Master Instructor Junga Shinozaki  e Iwabuchi Koka sensei)

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Finita la lezione con piacere ho incontrato il sig. Yuji Takakura che è il Manger dell’Overseas Affairs Department con cui ho avuto una piacevole ed interessante conversazione sul mondo dell’ikebana ed i nostri progetti come Study Group.

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Ma la mia giornata all’insegna dell’ikebana non era ancora giunta al termine.

Cena con Mika Otani sensei che il prossimo anno terrà un workshop a Roma organizzato da noi. Sia che stiate un solo giorno a Tokyo sia diversi, non dovete perdervi il Ninja Akasaka Restaurant perché è davvero divertente e ci si mangia molto bene.

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Parlare con Mika Otani sensei di ikebana è gioia allo stato puro per la passione, la serietà e il cuore che mette in questa arte (e i recenti successi televisivi ne sono la conferma). Persone come lei sono la linfa vitale di questa arte ed è stato bellissimo sviscerarne ogni aspetto, idea e possibilità. Non so come ringraziarla di avermi fatto l’onore di venire a cena con me.

E come dice il Ninja:

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spero di tornare ancora qui in questo meraviglioso paese.

Concentus Study Group

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