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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Prima di lasciare la parola all’ospite di questo post ci tengo personalmente a ringraziarlo. Infatti per la locandina (realizzata da Silvia Barucci) della III Conferenza tenuta da Luigi Gatti scrittore, viaggiatore ed esperto di cultura giapponese ci siamo potuti avvalere di una sua fotografia,

Ho pertanto chiesto ad Andrea Lippi (questo il nome del fotografo) un suo contributo e lui mi ha mandato il testo (anche il titolo di questo post è suo) e le foto che seguono.

Per chi mi conosce sa quanto sia importante per me non parlare solo di ikebana tout court, ma di inserirla in un contesto culturale più ampio per cui ringrazio il signor Lippi per averci onorati con questo suo lavoro.

“Ricordo spesso quella mostra, alcuni anni fa a Firenze: in una sala, nell’oscurità, erano esposti alcuni lavori di Mark Rothko, grandi macchie di colore ben illuminante nella penombra dell’allestimento. Mi avvicinai ad una tela ed iniziai a fissarla ed a provare, minuto dopo minuto, un senso di distacco dallo spazio in cui ero e di contemporanea e completa attrazione verso l’opera. Con l’immaginazione trovai una nuova e inaspettata profondità nel dipinto, e fu allora che quelle macchie di colore diventarono qualcosa di meno astratto: forse un campo di grano ed un cielo? forse quello stacco sfumato tra le due campiture poteva essere la foschia all’orizzonte? Compresi che quelle due grandi campiture di colore potevano trasportare lo spettatore verso nuovi e sconosciuti livelli di profondità e che quella visione si era fatta immagine in quel momento, in quella sala e che forse, il giorno dopo ne avrei avuta un’altra o forse nessuna.

Questa sensazione, di nulla che si fa sostanza, mi è tipica in molti contesti che hanno a che fare con il Giappone. Ad esempio, davanti ai paraventi di Tōhaku Hasegawa mi perdo ad interrogarmi su cosa si celi dietro a quelle nebbie. La mano del pittore disegna il pieno per rappresentare il vuoto, dona allo spettatore, la possibilità di andare oltre al visibile e la sensazione di aver afferrato una figura o un simbolo, in questa ostentata necessità che ogni volta abbiamo, di dover “riempire”, trovare le parole, dare un significato.

Nella casa tradizionale giapponese ci si può trovare smarriti: dove sono le pareti? Dove sono gli oggetti? Lo spazio in cui sono stato seduto ieri adesso non c’è più… Nell’architettura “shinden-zukuri”, originaria del periodo Heian, le pareti scorrevoli cambiano l’organizzazione della casa e si aprono verso il giardino fondendo e confondendo l’interno con l’esterno, il finito con l’infinito.

Nello haiku il significato, a discapito del significante, apre alla mente orizzonti lontani e diversi, crea suoni, ci trasporta da una stagione all’altra e come riesce in questo? Forse descrivendo minuziosamente una certa situazione? No, al contrario, uno Haiku lascia una sensazione di sospensione, che può farsi immagine nella nostra mente o rimanere tale come auspica Barthes:

“…le vie dell’interpretazione non possono che sciupare lo haiku: perché il lavoro di lettura che vi è connesso è quello di sospendere il linguaggio, non di provocarlo…”

Potremmo continuare per ore a parlare e meravigliarci su come il concetto del vuoto sia al centro della cultura giapponese e, in modo più ampio, nella cultura orientale. Molti degli esempi citati hanno in comune concetti come asimmetria e armonia che combinati insieme danno vita alla composizione ritmica che distribuisce pesi e misure, che crea musicalità.

Nell’ ikebana, ad esempio, proprio l’armonia si nutre del vuoto affinché essa sia percepibile. Le mani dell’artista, come se tenessero un pennello per disegnare un ideogramma, liberano dal superfluo, accostano e allontanano, partendo dallo spazio vuoto e creando grazie ad esso.

Credo sia stimolante perdersi in queste sensazioni e credo che lo sia ieri come oggi, in quanto si tratta di argomenti senza tempo. In fotografia ad esempio potremmo citare Hiroshi Sugimoto e il suo progetto “Seascapes”: fotografie di paesaggi di mare e cielo, senza persone, senza barche, natanti o altro, solo mare e cielo che si incontrano inevitabilmente su una linea a volte netta a volte sfocata. Scene vuote, molto simili tra loro ma l’artista sente la necessità di scrivere il luogo dello scatto come a volerne richiamare l’identità anche se non riscontrabile, come a ricordare che quello che apparentemente ci sembra uguale in realtà può non esserlo. In questa incertezza di base, l’occhio dell’osservatore si perde nelle mille onde del mare che ricordano il tempo che passa e che non può essere arrestato, proprio come l’acqua, proprio come il concetto di “mono no aware”, una frase giapponese che richiama la struggente e nostalgica sensazione di consapevolezza che tutto non può essere per sempre. Una sensazione che descrive bene Yoshida Kenkō, scrittore giapponese vissuto tra il XIII e XIV secolo, in questo brano:

Se l’uomo non svanisse come le rugiade di Adashino, se non si dileguasse come il fumo sopra Toribeyama, ma rimanesse per sempre nel mondo, a che punto le cose perderebbero il loro potere di commuoverci

Lo spettatore della foto di Sugimoto indaga costantemente l’immagine alla ricerca di un soggetto riconoscibile oltre al mare e il cielo: che sia una barca, una persona o la linea di terra, nella necessità, ancora una volta, di dover trasformare l’immaginazione in immagine vivida.

In fotografia da anni ormai cerco di dare forma al vuoto: che sia un paesaggio, la fitta pioggia tra i palazzi di una città o il volto di una persona. Vorrei che le mie foto fossero inconsapevoli contenitori di immagini più che immagini loro stesse e so che il Giappone può aiutarmi in questa impresa”.

Il lago Ashinoko nei pressi di Hakone, come nello Haiku di Basho:
Fitta nebbia:
invisibile, e pur suggestivo
il Fuji oggi.
Diario di viaggio sotto la pioggia e il vento (1684-85), Matsuo Basho
Shirakawa-go nella neve di Marzo, Giappone 2018 (Andrea Lippi)
Pioggia luminosa nel quartiere di Gion a Kyoto ed uno shafu in attesa di riprendere il suo cammino. (Andrea Lippi)
Nebbie estive sopra il ponte di Amanohashidate, Giappone 2016 (Andrea Lippi)

Andrea Lippi nasce in Toscana. Si avvicina alla fotografia grazie alla macchina del padre per poi occuparsene con continuità dall’età di 23 anni, realizzando una camera oscura e iniziando a stampare in proprio le sue foto.

Dal 2003, anno in cui fonda con alcuni amici il gruppo BoulevardUtopie che si occuperà di foto e video, inizia a ideare alcuni progetti fotografici, tra i quali “Ioedio”, “Presenze”, “People Met” e “Floating lights”. Dal 2008 avvia la collaborazione come video-maker e artista di scenografie digitali con alcune compagnie teatrali. Nel 2010 entra a far parte del collettivo Playsomenting creando immagini, foto e video in performance audiovisive presentate a Firenze, Milano, Roma e Mosca.

Dopo diversi viaggi in Europa e a New York, nel 2014 si reca in oriente dove, negli anni successivi, viaggerà in Cina, Vietnam e Honk Kong. Nel 2015 viaggia per la prima volta in Giappone, facendovi ritorno nel 2016, 2018 e 2019. Nel 2017 prende forma il progetto “Lights of Japan” con l’uscita del libro omonimo con la prefazione di Noriyuki Kai (Ibaraki University of Mito) e Midori Sewake. Dallo steso anno iniziano le prime mostre fotografiche del progetto e le artecipazioni a conferenze, convegni e presentazioni in tutta Italia. Dal 2018 inizia ad esporre le proprie foto in Giappone, prima ad Osaka e poi a Mito con il patrocinio dell’istituto italiano di cultura di Tokyo. Le mostre continueranno a Miyazu-Amanohaschidate (2018) e a Obu-Nagoya (2020). Le foto di Andrea continuano a viaggiare in Giappone ancora oggi.

Contatti:

www.andrealippi.it

info@andrealippi.it

instagram: andrealippi_fotografia

Grazie ancora al sig. Lippi per questo suo prezioso contributo che so quanto possa stimolare l’approfondimento culturale del Giappone da parte del sottoscritto e del suo gruppo e di tutti coloro che non limitano lo studio dell’ikebana ad una semplice realizzazione di composizioni floreali.

Concentus Study Group

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