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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

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Questo è un libro che consiglio a tutti coloro che gravitano intorno al mondo dell’arte. E’ un libriccino piccolo, ma denso di significati che riporto qui:

“Che cosa fa di un’opera d’arte un capolavoro? Un capolavoro è l’espressione più alta del genio di chi l’ha realizzato, ma al tempo stesso è capace di raccontare un’epoca, un mondo, una realtà e un modo di sentire. Questo è un libro che va alla ricerca di chiavi meravigliose e misteriose per intrepretare quelle opere e la loro grandezza. Si spingerà a ritroso, fino alla metà dell’Ottocento, perché è lì che affondano le radici di quello che dell’arte, oggi, ci lascia a bocca aperta: partendo dalla scandalosa nudità di Olympia, passando attraverso il gorgo folle del campo di grano di Van Gogh, cercando di penetrare i grovigli della mente dell’uomo che urla nel pastello più famoso di Munch, per rilassarsi poi tra le bottiglie di Morandi. Si cercherà di capire perché quel ragazzino dispettoso che sichiamava Piero Manzoni è diventato così importante, pur avendo vissuto così poco e, per di più, inscatolando le proprie feci e facendo quadri bianchi. Con lui e poi con Burri, Castellani, Boetti, Schifano e Pomodoro, questo libro percorre la penisola ricostruendo, da un’opera all’altra, le tappe imprescindibili della storia d’Italia.”

Perché parlo di arte in un blog d ikebana? Semplice. Quando si diviene maestri Sogetsu si riceve dalla scuola un regolamento dove, tra le varie regole e consigli, c’è scritto di invitare i propri allievi a visitare mostre d’arte. E per arte non si intende solo quella orientale, ma mondiale. Segnalare mostre, andare a vederle assieme, parlare di arte in quanto l’ikebana stessa è un’arte.

Ma come si diviene artisti? Cosa è davvero un’opera d’arte? Perché Burri con dei sacchi materici è diventato famoso? Questo libro sopra riportato appunto, come da descrizione, indaga tutti questi motivi spiegandone anche il contesto.

Se io prendo a rasoiate una foglia tagliandola probabilmente mi illudo di fare arte a contrario di un Fontana che con le incisioni nelle tele ha creato una nuova dimensione. Questo anche perché dietro al “taglio” di Fontana c’era uno studio, un’idea, non voleva fare il figo né, probabilmente, pensava lui stesso che avrebbe tracciato una nuova strada con i suoi lavori.

Quello che è palese in questo libro è che un’opera diviene arte perché prima di tutto colpisce (in positivo o in negativo) ogni singolo spettatore che la vede. Non lascia indifferente. Un artista quando fa è sempre macerato da mille dubbi, si confronta, chiede, studia.

Se si è sicuri del proprio operato, solitamente, al 97% (voglio essere ottimista) non siamo dei veri artisti.

E “artista” (le virgolette sono d’obbligo) può sembrare anche uno che non lo è perché fa una cosa che in apparenza è strana, ma che, se analizziamo, è aria fritta, non ha una vera idea o tecnica alla base.

E sempre di più si sta confondendo il concetto di popolarità con bravura.

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La vignetta sopra citata non è per un attacco di misoginia, ma per sottolineare come sempre più l’apparenza e il cattivo gusto sino imperanti. Più si fa la cosa senza senso e più si passa per artisti. Della serie fatti un nome e mantienitelo.

Lo aveva capito bene Piero Manzoni quando polemicamente creò la sua Merda d’artista.

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(Da Wikipedia:) “Il 21 maggio del 1961, l’autore sigillò 90 barattoli di latta, uguali a quelli utilizzati normalmente per la carne in scatola, ad i quali applicò un’etichetta identificativa, tradotta in varie lingue, con la scritta «merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961». Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista.

L’artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di se stesso. Attualmente i barattoli sono conservati in diverse collezioni d’arte in tutto il mondo (ad esempio l’esemplare numero 4 è esposto alla Tate Modern di Londra ed il barattolo 80 è esposto nel nuovo Museo del Novecento di Milano) ed il valore di ciascuno di loro è stimato intorno ai 70 000 €, prezzo assai superiore a quello fissato dall’autore. A Napoli nel Museo d’arte contemporanea Donnaregina (M.A.D.R.E.) è conservato il barattolo numero 12. A Milano, il 23 maggio 2007 nelle sale della casa d’aste Sotheby’s, un collezionista privato europeo si è aggiudicato l’esemplare numero 18 a 124 000 euro, record d’asta superato il 16 ottobre 2015 a Londra da Christie’s con 182.500 sterline (esemplare numero 54) e nuovamente il 6 dicembre 2016 a Milano da Il Ponte Casa d’Aste con 220.000 euro (Asta n. 385 Lotto n. 278 – esemplare numero 69).

La critica ha visto la scelta di confezionare le feci come una protesta verso gli artisti che vedevano nell’arte un mezzo per eternarsi. In quest’ottica, l’opera diventa un reliquiario, che contiene un ricordo “prezioso” del maestro, da venerare alla stregua d’un feticcio religioso. Agostino Bonalumi, amico di strada di Piero Manzoni, ha dichiarato che, in realtà, all’interno delle famose scatole da 30 g l’una non vi è nient’altro che gesso.”

In epoca più moderna l’opera Comedian di Maurizio Cattelan si può ascrivere sempre a questa tipologia di critica verso un’arte fatta sempre più di apparenza e meno di contenuti.

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C’è da chiedersi quando si fa arte (a qualsiasi livello e disciplina) se ciò che stiamo facendo sia davvero qualcosa di interessante, di originale o pecchiamo di presunzione

L’oggetto (o l’ikebana) che stiamo realizzando lo vorremmo nel nostro salotto?

C’è stato qualcuno prima di noi che ha già realizzato qualcosa di simile? Se non sappiamo la storia che ha segnato il percorso che stiamo compiendo è ben difficile pensare ad un futuro.

Di contro con l’ikebana dobbiamo rapportarci a dei valori estetici che non sono quelli occidentali per cui dovremo compiere uno sforzo maggiore. E non dobbiamo piegarli alla nostra idea, ma semmai il contrario. Studiare ikebana (soprattutto Sogetsu) senza avere un’idea dell’arte nella sua totalità non fa di noi dei veri artisti.

E se ci sentiamo artisti perché abbiamo messo un ramo poggiato su un vaso od uno in una cornice di legno…  bè credo dovremo rivedere la nostra idea di artisticità.

A tal fine consiglio il seguente libro:

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“Vedere” è un atto creativo; e il giudizio visivo non è contributo dell’intelletto successivo alla percezione ma ingrediente essenziale dell’atto stesso del vedere. Quanti, tuttavia, sanno prendere coscienza del giudizio visivo, e tradurlo e formularlo? Sapere quali sono i principi psicologici che lo motivano e quali sono le componenti del processo visivo che partecipa alla creazione come alla contemplazione dell’opera, significa sapere “che cosa”, in realtà, vediamo. Rudolf Arnheim fonda la sua trattazione sui più recenti principi della psicologia della Gestalt. Egli tende a opporsi al formalismo, riportando la forma al significato e al contenuto, e suggerisce come se ne possano cogliere i più significativi moduli strutturali, approfondendo i problemi che si sono sempre proposti e analizzando le molteplici soluzioni dell’arte più remota a quella dei nostri giorni.”

Se un frutto ci marcisce non è detto che possa diventare un’opera d’arte, ma un lavoro sulla disgregazione fisica (come in alcune opere di David Lynch) può portare a importanti sviluppi visivi o di studio/sperimentazione.

Chiediamoci sempre se stiamo facendo qualcosa per essere  bravi nel nostro campo o se lo facciamo per sentirci dire bravi da chi ci segue. Il nostro animo è il giudice più implacabile del nostro lavoro. Sempre se l’Ego non lo sopraffà.

Concentus Study Group

 

 

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