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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Un anno fa scrissi un articolo in cui si parlava dei “trucchi” utilizzati in ikebana per far rimanere i materiali vegetali in una certa posizione “innaturale”, che sfidasse le leggi di gravità.

Chi pratica l’arte dell’ikebana sa che le tecniche di  fissaggio (se ben apprese) ti permettono di sfidare le leggi della natura e posizionare i rami o i fiori in un determinato modo.

Ma il trucco in ikebana non è solo quello o… questo sotto….

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ma è proprio anche inteso nel senso di make… up.

Vediamo quale sia la differenza tra trucco e… trucco.

Partiamo dal primo dove non intendiamo il make up… o quasi.

L’insegnante che mi ha portato fino al diploma di maestro si raccomandava sempre che nei nostri ikebana non si vedessero tagli a vista di qualsiasi grandezza.

Cosa è un taglio a vista? Si sa che in ikebana si taglia ciò che è superfluo quindi compresi rami secondari o rametti. Questa rimozione (taglio) lascia un’impronta ben visibile essendo il ramo internamente più chiaro della corteccia esterna.

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Vedere un taglio sui nostri ikebana è impensabile sia per una questione prettamente estetica sia per quel senso di naturalezza che il nostro lavoro deve dare (ricordiamoci che l’ikebana è al 98% una composizione con rami/foglie e fiori non bricolage o giochetti stile performance, che in realtà performance non sono quasi mai).

La mia prima insegnante consigliava il lapis o la cenere della sigaretta per scurire il taglio.

Personalmente non sono un fumatore e con il lapis ho sempre avuto difficioltà perché se il taglio è grosso si può colorare male.

Praticissimi, soprattutto se si viaggia per andare a fare un workshop, sono i pennarelli a punta grossa.

Quando nel 2016 la Iemoto Akane Teshigahara tenne un workshop in Europa al momento della correzione del mio secondo lavoro apprezzò il fatto che il ramo non toccasse il tavolino e che non ci fossero tagli a vista come ahimè erano nella maggior parte degli ikebana presenti. Ma su questo punto il sottoscritto, e il maestro Farinelli, ossessionano talmente le allieve che sapevo che quella correzione lei non l’avrebbe fatta alle altre persone presenti del mio gruppo (Ilaria, Silvia e  Tiziana).

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Un insegnante che non si cura di insegnare una cosa importante come questa mi chiedo se sia davvero bravo. Ovviamente ci sta che a volte a lezione sfugga un taglio a vista, ma se accade sempre…..

E purtroppo online di foto con tagli a vista se ne vedono molti.

E’ talmente importante che se fai lezione alla scuola Sogetsu, i vari assistenti che girano per la sala ti fanno notare che hai dei tagli a vista.

Solitamente io termino il mio ikebana e li coloro, ma all’Head Quarter man mano che faccio un taglio lo coloro subito per evitare appunto che mi facciano notare quella ferita aperta.

Lì all’head Quarter ho imparato a colorare i tagli usando i colori ad acqua (in realtà loro usano un inchiostro molto simile al sumi-e vedendone colore e consistenza).

In effetti usando un pennellino e il colore l’operazione di copertura viene meglio… e l’occhio non vedrà un segno che distoglierà dall’insieme generale della nostra composizione.

Ricordiamo sempre che ogni segno diverso dal resto del contesto sarà quello che attirerà immediatamente il nostro occhio.

Se il marrone ci distrae dal vedere un taglio gli altri colori ci possono distrarre… nella stessa maniera.

In che senso?

Pensiamo ad una struttura realizzata con solo rami; potremmo colorare, le estremità di essi, invece di marrone (o di sue tonalità o di verde a seconda del materiale usato) di differenti colori.

Lì il nostro occhio registrerebbe un segno ben preciso e voluto, un’aggiunta al nostro lavoro. Mi si potrebbe dire che più tagli a vista potrebbero avere lo stesso valore grafico. In realtà no.

Il nostro occhio (e quindi la nostra mente) vedrebbero sempre quei segni come la scissione del ramo, un nostro intervento. Colorare le varie estremità invece viene registrato come idea artistica.

Sembra paradossale, ma è così.

Certo se abbiamo uno zeppo di legno e coloriamo in cima e in fondo non avremo fatto una cosa artistica, ma colorato le estremità di un pezzo di legno.

La nostra opera deve sempre avere una “presenza” ben precisa, una sua idea di base che comunichi e non che trasmetta l’idea che l’autore (o l’autrice) si senta tanto figo/a e intellettualmente superiore da mettere un pezzo di legno sull’altro credendo di aver fatto qualcosa di scultoreo.

L’ego non deve sovrastare l’opera, ma l’idea che scaturisce da noi, dal nostro intimo, dalla nostra personalità, dal nostro percorso culturale, ha il compito di creare. Se l’ego domina e vogliamo fare una cosa figa al 99% dei casi faremo una cosa che non vorremmo mai nella nostra casa (come dice sempre il maestro Farinelli).

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Quindi armiamoci di colori (quelli in foto li comperai a Merano durante una delle presenze del nostro gruppo per merito della maestra Patrizia Ferrari. Lì hanno una stupenda cartoleria a due piani dove io e la maestra Chiara Giani non dovremmo mai entarre 🙂 ) e decidiamo quale trucco adottare.

Concentus Study Group

 

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