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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Inizio questo post con un titolo che è una famosa citazione di Albert Einstein perché qui, grazie ad alcuni esperti di vari campi artistici, vorrei esplorare il concetto di arte, di ciò che si considera artistico. Personalmente io non mi pronuncerò su cosa sia per me arte sperando che il mio lavoro parli da solo e perché non sono all’altezza degli artisti qui coinvolti.

Negli anni l’arte si è evoluta attarverso correnti, stili influenzati da scoperte di materie prime, scoperte scientifiche, mutamenti epocali della società, confronto con altre culture.

Ci sono state opere che hanno affascinato, sconvolto, denunciato. Opere che sono state apprezzate, altre incomprese.

Ma cosa è realmente un’opera d’arte? Cosa è l’arte? Ultimamente si va sempre più a ricercare qualcosa di strano, di incomprensibile, dei fuochi di artificio (splendidi, ma che scompaiono subito) o stiamo ritornando ad una comunicazione tra animi?

Si può essere artisti senza studio? Senza una tecnica?

L’arte sta diventando una cosa sterile perdendo la sua comunicatività tra persone? Non trasmette più emozioni (sia positive sia negative?).

Ecco gli interventi delle persone interpellate che ringrazio (sulle traduzioni dagli interventi in inglese mi assumo ogni responsabilità di fallace traduttore ^_^ ).

Mika Otani (Artista dell’Ikebana Sogetsu)

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Che cos’è Ikebana? La gente pensa che l’Ikebana sia la composizione floreale tradizionale giapponese che continua da più di 500 anni, ma io credo che Ikebana sia più di questo.

L’origine della parola Ikebana in lingua giapponese combina 2 parole, Ikeru che significa rendere vivo e Hana che significa un fiore. I fiori muoiono una volta dopo averli tolti dal terreno, ma possiamo dare loro la seconda nuova vita se li utilizziamo. Se mettiamo i fiori come li abbiamo trovati in natura è solo una copia di questa. Non possiamo mai trascendere la nostra natura. Ecco perché dobbiamo trasformarli nella nostra arte, coglierne l’aspetto bello, metterli in un ordine diverso, aggiungere la nostra nuova idea ed emozione e riflettere in questa ciò che siamo. Ikebana non è solo una decorazione da posizionare da qualche parte. L’Ikebana è un potente mezzo di auto-espressione. L’Ikebana è arte.

Quando sistemo i fiori, ricordo sempre le famose parole di Sofu Teshigahara, il fondatore della scuola Sogetsu Ikebana. Vorrei riportare qui le sue parole.
“Quando sono posti in un Ikebana, i fiori cessano di essere solo fiori. I fiori si umanizzano in Ikebana. Ciò rende Ikebana interessante e anche difficile. Sia che ti trovi in ​​ambienti innaturali, naturali o soprannaturali, i fiori diventano umani “.
Se l’Ikebana è un’arte per esprimerci, posso dire che la stessa opera di Ikebana non verrà mai ricreata. Perché chi siamo e la nostra idea e prospettiva cambiano sempre ogni giorno. Abbiamo una brutta giornata e una buona giornata e stiamo invecchiando. Dopo 10 anni, pensi che la tua prospettiva sia la stessa di 10 anni fa? Il lavoro attraverso l’Ikebana è un miracolo che avviene in quel momento quando incontri un fiore, da lì succede qualcosa di originale. Ogni volta che creo un Ikebana, mi preoccupo se posso esprimere le mie idee e pensieri. Mi interessa ciò che posso esprimere attraverso i fiori. Non si tratta della bellezza. Anche se verrà bello o no, il punto più importante è la mia espressione e i miei pensieri. Mi chiedo sempre: “È un’arte o solo una bella decorazione?”.

La mia avventura continua all’infinito con i fiori.

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Akira Satake (Ceramista)

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Creo la mia argilla, per i miei forni a legna, combinando diversi tipi di pasta ceramica con alcuni ingredienti aggiunti per avvicinarmi il più possibile all’argilla utilizzata nella produzione di articoli Shigaraki, prodotta in una delle regioni del cosiddetto sei vecchi forni del Giappone, che risalgono al XII secolo. Il mio forno ha un design moderno chiamato Train Kiln (per la sua forma ricorda una vecchia locomotiva a vapore), sebbene basato su quello che sarebbe un design tradizionale del forno; le sue caratteristiche distintive sono il caricamento più comodo e una dimensione molto più piccola, rispetto ai tradizionali Anagamas.

Confronto la creazione di queste opere con l’approccio mio alla musica, in cui la melodia da me scritta prende vita solo dopo essere stata suonata dal gruppo di musicisti per cui è stata concepita; quindi, i miei pezzi di ceramica devono essere interpretati dagli incendi.

Per me, l’atto della creazione è una collaborazione tra me, l’argilla e il fuoco. Collaborazione significa trovare ciò che l’argilla vuole essere e far emergere la sua bellezza nel modo in cui la bellezza di ciò che ci circonda viene creata attraverso forze naturali. Ondulazioni nella sabbia che è stata mossa dal vento, formazioni rocciose causate da frane, il crepitio e la patina nel muro di una vecchia casa; tutti questi devono la loro bellezza speciale alla mano casuale della natura. Il fuoco è l’ultima parte casuale dell’equazione collaborativa. Spero che il fuoco sia il mio alleato, ma so che trasformerà sempre l’argilla in modi che non posso anticipare.

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Piero Figura (Designer)

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L’arte è un esigenza! Un certo tipo di persone sensibili usa l’arte per esprimersi e rendere pubblica una loro emozione privata. Mi chiedono spesso come si diventa un artista ed io rispondo sempre che “si nasce artisti non si diventa” Certo poi gli studi, gli incontri, ma soprattutto la ricerca ti affina e ti completa Io sono stato un po’ precoce a 5 anni disegnavo e coloravo come un ragazzo di 14/15 anni. Poi sono arrivati gli studi e la laurea in architettura Ho anche vinto alcuni premi e qualche anno fa la rivista AD mi ha nominato come uno dei cento designers che hanno firmato il Made in Italy negli ultimi 10 anni. Cosa serve per essere un artista? Servono tre cose: la curiosità, tanta creatività ed un pizzico di fortuna.  

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Michele Maino (Chef)

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Nelle culture primitive arte e artigianato erano una cosa, che prendeva forma negli attrezzi, nelle statuette votive, nei manufatti per celebrare i riti comunitari: semina, raccolto, caccia, matrimonio, funerali, riti di passaggio, nel rispetto di canoni statici tramandati per generazioni.
Per le civiltà monumentali, l’arte è insieme conoscenza e pratica del foggiare la materia (pietra, legno, metallo…) in forme capaci di accogliere il divino e d’imprimere solennità alle fondamenta dello Stato: la regalità, l’amministrazione della giustizia, la guerra.
Con la frammentazione degli imperi, l’arte diventa, se possibile, ancor più agiografica: opere e artisti sono chiamati a giustificare un potere non più dato da Dio e a celebrare le virtù dei vari nobili, feudatari e prelati. L’artista comincia a poter esprimere una personalità, ma mai tanta da ledere la maestà dei permalosi committenti, pena la miseria, l’esilio, la morte.
Al tramontare degli dei, la nuova società materialista ha bisogno di sfrondare la contemplazione a vantaggio della produzione e genera due nuovi tipi d’artista: l’educatore, incaricato di coltivare i cittadini ed educare i fanciulli, e il romantico ribelle, il cui compito è di intrattenere l’annoiata borghesia emergente.
La stagione degli ‘-ismi’ politici e culturali produce un’arte nazional-popolare che infiamma il cuore del popolo e, spesso, ne assopisce la mente. Presto, l’arte scivola sulle cattedre degli accademici e dei critici i quali, nel pur encomiabile tentativo di codificarla, la strappano, come un erborista fa con le piante, al suo terreno vitale e ne espongono le esequie nei musei, nelle gallerie, nelle rassegne, abbandonandole agli ingranaggi del mercato e alla furia consumistica dei gift shop.
Attraverso le epoche, il discorso dell’arte smotta dalle vette siderali del potere giù, giù fino alla massa e, sciogliendosi, si dirama velocemente in mille linguaggi sempre nuovi, la cui vita, spesso, è più breve del tempo necessario affinché un numero sufficiente di parlanti si prenda la briga di imparare a parlarli sul serio.
Liberatosi dal suo Drang con una compressa di Xanax e smarcato da ogni responsabilità metafisica, l’uomo contemporaneo può comprare una macchina fotografica digitale in una stazione di servizio o degli acquerelli al supermercato sotto casa e, finalmente, divertirsi, esprimere se stesso, ‘fare arte’.
Fin qui ho parlato di arte, una parola ormai così inquinata, abusata e svuotata da non avere quasi più senso. E invece voglio parlare del sacro: chiunque, dotato di talento bastante e padrone di un qualsiasi linguaggio, che sia così generoso da sostenere lo sforzo, così umile da fare abbastanza spazio dentro di sé per lasciare che l’universo, il divino, gli archetipi fluiscano e si manifestino attraverso di lui, compie un sacrificio, offre un servizio sacro, dà vita a un’opera sacra. E la potenza numinosa di tale opera risuonerà in chi è ugualmente sensibile, come un diapason fa vibrare il suo simile. Naturalmente, come una medesima frequenza condiziona diversamente diapason diversi, così il sacro è da ognuno diversamente recepito.
Molti linguaggi necessitano di grande esercizio e abnegazione, altri d’un grande lavoro di pulizia interiore, altri ancora di una vasta conoscenza o di una pratica indefessa: ma il sacro è sempre disponibile a farsi accogliere dove trova uno spazio conveniente, nella lettera d’amore di un’adolescente, nella voce di un bambino, nelle mani di una nonna che stende la sfoglia con il mattarello. Chi pensa che l’arte sia a tutti costi emozione, complessità, stupore, solennità o eccellenza, a mio parere, s’inganna: non sa più apprezzare una luna senza dito, un viso senza belletta, una voce senza birignao. Arte è la cosa giusta al momento giusto, quel movimento perfetto, né sciatto né affettato, oltre il pensiero e prima dello sforzo: il sacro, appunto.
Similmente, anche la cosiddetta arte culinaria può manifestarsi in un raffinato haiku di sapori, tanto più prezioso in quanto condivide la fugace e commovente bellezza del màndala di sabbia e dell’ikebana, così come nel greve elaborato concettuale di una personalità debordante o nella vacua messinscena di un callido cuoco. Dove manca un senso, il cibo decade da servizio sacro a merce.
Una merce che, è sempre bene rammentare, non coinvolge solo i sensi ma penetra nel corpo e diventa sangue e carne.

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Adriano Settimo Radeglia (Scultore)

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Da bambino ho sempre sentito il bisogno di creare, di esprimere le mie emozioni, non era importante il mezzo, bastava un semplice disegno sull’asfalto con pezzi di tufo, un foglio di carta fortuito e una penna, un cartone e dei colori o modellare la cera delle candele. A me interessava fare, fare bene, era uno sfogo. L’entusiasmo di materializzare quel sentimento, quel pensiero, ancora oggi é tale, ho scelto di nutrirmi di questo, di dedicarmi a fare tutto ciò che piacevolmente mi emoziona. Fare arte è una scelta di vita, un bisogno, ciò che più di ogni altra cosa mi gratifica e mi fa sentire libero, quella libertà che va nutrita con la dedizione. È la relazione tra cuore, mente, gesto e materia per dar vita ad un’opera che è parte di noi, racconta di noi, ci somiglia. Un’opera a cui si dona identità e stile riconoscibile, riconducibile all’autore, che racchiude l’esperienza, la conoscenza e il percorso che, creando, amalgama alle proprie emozioni. E non ci si può improvvisare, non c’è spazio per la superficialità, non si tratta di cose.

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Gioni David Parra (Scultore)

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Quando Lucio Fontana fu invitato a far visita a Pablo Picasso ad Albissola si immaginò di trovare un uomo tronfio di successo e di gloria. Ebbene, una volta arrivato e presentato, con grande sorpresa si trovò dinanzi ad un uomo in preda alla frenesia e alla premura. Quasi fosse l’ultimo degli allievi arrivati a lavorare la ceramica. Continuava a toccare e ritoccare i lavori cambiando continuamente angolo di vista e postura del corpo. Preoccupato e ansioso come colui che tutto deve ancora dimostrare e conquistare. Racconto questo aneddoto quale miglior risposta al quesito che il Maestro Ramacciotti mi sottopone. Infatti è proprio così che si distingue l’ESSERE artista da migliaia di falsi o caricature. Lo vedi e lo distingui per questa Urgenza, per questa Necessità. A seguire riconoscerai “l’opera d’artista” perché sarà costituita da un linguaggio unico e riconoscibile. Niente sarà come prima, niente sarà se non corrispondente a quel nome, perché il suo nome sarà “AUTORE”. Allora sarai certo di poter accogliere in te la declinazione di un altro mondo. Sarà come sbarcare sulla Luna o conquistare Marte ma lo farai attraverso altri tempi e nuovi spazi. E non sarà uno scherzo perché la Storia trova la sua narrazione da sempre in questi protagonisti che chiamiamo “Pionieri”. 

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Akihiro Mashimo (Artista del Bambù)

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Il mio primo incontro con il bambù è stato conun opuscolo che mi diede mia madre.
Era una guida per una scuola tecnica dove poter imparare l’artigianato.
C’erano molti tipi diversi di artigianato che potevi imparare in quella scuola, ma quello che scelsi fu subito il lavoro artigianale del bambù. Questo perché il bambù è un materiale che ho sempre sentito affine.
Il bambù è un materiale unico con una pelle esterna dura e una cavità all’interno. E l’arte dell’artigianato del bambù consiste nel modellare questo materiale per adattarlo all’antico stile di vita giapponese. Ogni giorno lottavo per gestire il materiale in questo modo.
Dopo la laurea, ho avuto la possibilità di lavorare per un’azienda gestita da un presidente, che era istruttore in una scuola tecnica. E da lì, mi sono completamente immerso nell’arte del bambù.

Vorrei spiegare un attimo cosa intenda per lavoro artigianale del bambù.
Il bambù appena cresciuto ha una sfumatura blu brillante, ma col passare del tempo cambia in bianco.
La superficie della pelle è liscia e fresca al tatto. Alla fine cresce oltre i 20 metri in tre mesi da quando spunta dal terreno.
Sin dai tempi antichi, si dice che la divinità risieda in tale bambù.
Ecco perché, anche ora, il giorno di Capodanno, un ornamento di bambù chiamato “Kadomatsu” viene posto all’ingresso di molte case e negozi come segno che la divinità scenderà dal cielo.
Nella storia più antica del Giappone “The Tale of Bamboo Cutter”, la protagonista è una principessa che nasce dal bambù e alla fine ritorna sulla luna. Il bambù è una pianta misteriosa.

Sono passati 20 anni da quando iniziai lo studio dell’arte del bambù. All’inizio ho faticato quotidianamente nel gestire il bambù. Oggi, creo opere d’arte mentre parlo con il bambù. Ora ho imparato a sapere che tipo di arte del bambù voglio fare e percepisco quale sia la forma che il bambù stesso vuole avere. Il bambù può assumere qualsiasi forma grazie all’uso delle mani. Ci sono infinite possibilità là fuori. Ai vecchi tempi, il bambù veniva utilizzato per costruire le pareti che venivano fissate in terra. Quindi, con lo sviluppo della cerimonia del tè, sono iniziate a comparire le recinzione di bambù. Ora può diventare una decorazione a display che viene illuminata, pur mantenendo il design classico. Soprattutto per quando il bambù viene illuminato c’è da dire che, cone le luci che fluttuano nel vento e si muovono sembrano davvero esseri viventi. Penso che simboleggi il modo in cui dovrebbe essere il bambù oggi, dove puoi sentire la natura e la vita in città.

Credo che toccare il bambù possa renderti felice. La ragione di ciò è che fa dimenticare alle persone il trambusto della città e impone le calma.
Con questo pensiero, sono arrivato a pensare che la mia missione è “far sorridere il mondo con il bambù”.
Spero che il bambù si diffonda non solo in Giappone, ma anche in tutto il mondo. Spero che le persone in tutto il mondo acquisiscano familiarità con l’arte del bambù e che il mondo si riempia di sorrisi a causa di esso.

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Stefano Raffaele (Disegnatore)

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Per quanto mi riguarda, cercando di essere il più sintetico possibile, l’essere artista vuol dire sentire nello stomaco di dover esprimere qualcosa, non riuscire a farne a meno, non poter vivere altrimenti, e cercare il linguaggio giusto per farlo, dentro se stessi, senza costrizioni.

Credo che la chiave per crescere sia fondamentalmente riuscire ad essere se stessi, magari riscoprendo anche il proprio essere stati bambini, quindi agire di stomaco, sulle nostre opere, e non smettere mai di meravigliarsi. La tecnica è importante solo fino ad un certo punto, ed è credo la parte più semplice da migliorare. Lavorare dentro di noi è più difficile.

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Ringrazio ancora una volta questi artisti che mi hanno concesso il loro tempo e attenzione. Quello che amo nell’arte è la possibilità di contaminazione, di rinnovarsi costantemente senza diventare dei monoliti di pietra.

Concentus Study Group

 

 

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