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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Recentemente Facebook mi ha proposto nella sezione ricordi un ikebana che feci nel 2014 in questo periodo.

Credo, forse, la cosa più particolare che abbia mai realizzato.

IMG_1695-2 - Copia

Sinceramente nemmeno so come mi venne in mente. Ricordo che colorai il vaso di arancione, un normalissimo vaso in coccio per piante, e poi lo distrussi a colpi di martello. Usai una piccola coppa per contenere (e sorreggere) kenzan, fiori e acqua e una tavola di legno come base.

Rammento che ero in un periodo di studio sul colore per cui per il vaso avevo cercato un arancione che si avvicinasse ai fiori di Strelitzia.

Rivedendola ho fatto alcune riflessioni sia sull’ikebana, sia in senso lato sull’arte.

Nel corso degli anni rivedendo miei lavori passati mi sono domandato come avessi potuto farli, come non mi fossi accorto degli errori palesi, di come sembrassero artefatti, quali limiti ci dobbiamo porre nell’affrontare lo “stile libero”. Fino a dove si sta facendo ikebana e dove flower arrangement? Dove il nostro lavoro espire vita e dove sono dei materiali messi nel vaso?

Se è vero che lo “stile libero” permette la massima creatività è pur vero che possiamo lasciarci prendere la mano.

Nell’arte della ceramica c’è la centratura, ovvero il posizionamento del nostro pezzo di argilla sul centro del tornio.

Credo che in ikebana si debba fare lo stesso. Centrare la nostra idea.

Come dico sempre alle mie (pazienti) allieve: “Picasso non è nato cubista”. E se nella corrente cubista ricordiamo principalmente lui (quando ebbe eccellenti colleghi) probabilmente è perché l’adesione a quella corrente, a quella visione lui l’ha percepita più degli altri come Van Gogh che se guardò con interesse alla tavolozza cromatica degli Impressionisti ne fu un’immensa evoluzione. Ma questi due esempi (come molti altri) sono per dire che non partirono scomponendo figure in cubi o impastando tonnellate di giallo e viola su di una tela.

Ebbero un’idea, un’intuizione. Fecero i passi per arrivare a quel quid, ed erano passi propri. non interessava a  loro stupire il prossimo, ma dialogare con lui.

L’eternità, la veridicità di un’opera d’arte è ciò che comunica universalmente.

Recentemente a Liegi sono stato a visitare una mostra di iperrealismo. Al di là della bellezza dellel opere esposte c’era la palese sensazione che non fossero solo corpi o teste (che avrebbero potuto essere vive), ma ciò che l’artista attraverso esso comunicava in emozioni.

Non erano provocazioni, erano estensioni di un pensiero.

Un regista con cui lavorai agli inizi della mia carriera (Beni montresor) mi dsse: “Ricorda Luca il tuo committente è il pubblico. Non devi stupirlo, non gli devi far capire che sei forte e bravo, gli devi parlare, trasmettere il tuo pensiero. Se il pubblico comprende la tua idea, che piaccia o meno questo è un altro discorso, c’è stata comunicazione. Se rimane perplesso ti sei fatto te una sega mentale. Se pensa che tu lo abbia stupito hai peccato solo di arroganza. Perché in realtà non avete comunicato.”

Ammiro molto gli ikebana di Akane Teshigahara, Mika Otani, Kosa Nishiama o di Eiko Arai (per dire alcuni) perché al di là della raffinatezza ed eleganza comunicano emozioni. Si comprende che fanno parte della loro anima.

Non so se io facendo l’ikebana nel 2014 ebbi una buona idea, se il mio studio su colori e contrasti di forme fosse buono. Di sicuro non presi un vaso a martellate per fare la cosa figa o strana per stupire.

Mi era venuta quell’idea e cercai di focalizzaarla al meglio. Ogni volta che ho un’idea, un progetto cerco sempre di mettermi nei panni di chi la vedrà, esperto o meno. Se comunicherà qualcosa, se è una mia soddisfazione personale. Forse è per questo che non sono mai certo del mio lavoro. Non cerco consensi o like. Cerco di comunicare.

Sicuramente ho difficoltà nel correggere gli ikebana delle mie allieve perché ho il terrore che possano fare qualcosa nel mio stile per compiacermi (credetemi accade, si vedono in giro molti cloni). Voglio che la loro idea sia ben evidente come il loro stile.

Mi limito solo a cercare con loro la centratura. Poi starà a loro modellare la forma.

Concentus Study Group

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