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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

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“Ogni numero di magia è composto da tre parti o atti. La prima parte è chiamata “La Promessa”. Un illusionista mostra qualcosa di ordinario: un mazzo di carte, un uccellino o un uomo. Vi mostra questo oggetto, magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare che sia davvero reale, inalterato, normale. Ma, ovviamente, è probabile che non lo sia. Il secondo atto è chiamato “La svolta”. L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ora voi state cercando il segreto, ma non lo troverete perché in realtà non state davvero guardando, voi non volete saperlo, voi volete essere ingannati, ma ancora non applaudite perché far sparire qualcosa non è sufficiente, bisogna anche farla riapparire. Ecco perché ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo “Il prestigio”. (The Prestige)

Poche persone sono a conoscenza della mia passione per un settore dello spettacolo che va ordinariamente sotto il nome di “magia”. Nel corso degli anni ho letto libri ed assistito a spettacoli, spesso con il maestro Farinelli che continuamente mi chiedeva quale fosse il trucco. Cosa di cui io, da spettatore, non mi curo godendomi piuttosto come quel numero viene eseguito. E, piccola annotazione storica, tra i numeri più celebri da sempre l’apparizione di mazzi di fiori (come in copertina) o nel XVIII secolo addirittura piante (ad esempio negli spettacoli di Jean Eugène Robert-Houdin) che, davanti gli occhi attoniti degli spettatori, crescevano, fiorivano e producevano frutti (donati poi agli spettatori) nel giro di pochi minuti. O, nel caso del torinese Bartolomeo Bosco la produzione di un quantitativo smisurato di fori veri nominati dalle signore presenti in sala.

Prima che pensiate ad una mia forma di demenza o delirio vi spiego il perché di questa premessa.

Tutto nasce da una riflessione fatta post conferenza e dimostrazione tenuta lo scorso sabato a Pomezia.

Quando il pubblico presente ha visto i nostri tre ikebana della mostra la prima domanda è stata: “Ma come fanno a reggersi in questo equilibrio?”

Il bello dell’ikebana è proprio questa costante tensione che ha il materiale nel rapportarsi al vaso. Se noi mettiamo un ramo sdraiato lungo il bordo del vaso potrà anche piacere al pubblico, ma non è un ikebana (almeno non lo è della Sogetsu). Un ramo posato è statico. L’ikebana è vitalità.

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Le condizioni fotografiche non erano le migliori per cui non rende bene nemmeno il vaso di Luca Pedone che ho utilizzato per questa mostra, ma soprattutto non permette di vedere che il bordo destro del vaso era libero da materiali. Sembrava che tutto stesse miracolosamente in bilico a sinistra.

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Il Maestro Farinelli (oltre a dover dare come tutti noi un senso di unicità del materiale che non devono sembrare solo “vicini di casa”) doveva far sì che non si vedessero  le fascette utilizzate per fissare il materiale allo stand.

Ecco un’altro dei “prestigi”. Tutto ciò che è uno strumento (come si apprende dalle lezioni iniziali del libro di testo della scuola) non va visto. Kenzan, tagli dei rami, fascette, fil di ferro. I trucchi vanno nascosti affinchè il prestigio vada in scena. Se vediamo come i vari elementi sono legati, oltre che essere errato, farà sì che il nostro occhio si fermi su quel particolare, non sul resto. Lo dico per esperienza. Anni fa ad una mostra di ikebana vidi delle foglie attaccate con un pezzo di scotch che continuava ad attirare il mio sguardo.

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Tecnica, materiale in rapporto tra i vari elementi, equilibrio, occultamento delle tecniche e si compie la magia. Nessuno riusciva a comprendere come Silvia Sordi (suo anche il vaso) riuscisse far stare la frutta in così precario equilibrio. Ed era bello e genuino il loro stupore.

Dopo la dimostrazione effettuata da Lucio Farinelli son fioccate le domande sulle tecniche, sui vari stili, volevano comprendere come fosse stato possibile che Lucio avesse posizionato un ramo verticale in un suiban e quello fosse rimasto lì immobile. Non era un pubblico di bambini, naturalmente, ma molto curiosi da questi giochi di rami che sfidavano l’idea di gravità, sembravano guizzare fuori dal vaso.

Perché nell’ikebana nessun materiale deve sembrare “costretto” in quella posizione, non deve dare idea di infilato a forza nel vaso o legato ad esso. Non deve essere visivamente pesante.

E’ il bello dei prestigi 😉

Concentus Study Group

 

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