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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

In questi giorni mi sono fermato spesso a pensare al concetto di arte e come questa possa essere percepita dal pubblico.

Il primo regista a cui feci da assistente (Beni Montresor) mi insegnò: “Il tuo committente è il pubblico. Se il pubblico applaude è perché il tuo messaggio è arrivato. Se non approva vuol dire che tu non hai saputo comunicare e hai sbagliato il lavoro.”

Nel corso della storia ci sono stati tantissimi esempi di artisti che hanno realizzato opere che, per la loro portata, si sono comprese solo successivamente. Hanno quindi sbagliato il loro rapporto col pubblico?

Credo si debba essere consapevoli di quando si fa qualcosa di nuovo, se si realizzano opere che potrebbero essere fraintese o meno. Se si ha il coraggio di creare qualcosa di particolare.

Credo che l’importante sia l’onestà intellettuale con cui si realizza. Non l’anteporre il nostro EGO, il voler fare per forza una cosa fuori dagli schemi, ma solo se si presenta l’occasione e l’idea.

Conosco da anni il performer Sarca Luca Martello e so come la sua arte possa essere travisata se non si conosce la storia di questa disciplina.

Abbiamo spesso fantasticato di una possibile collaborazione assieme, ma non sapevo come inquadrare il tutto.

Di recente ho letto il bellissimo trattato di Christian Russo: Hojō Jutsu (Edizioni Yoshin Ryu) che spiega questa tipologia di disciplina soffermandosi appunto anche sul Kinbaku (Shibari o Sokubaku) sottolineando il contesto storico (periodo Edo) e il luogo (teatro Kabuki ove erano messe in scena la catture con tecniche Hojōjutsu di eroine ed eroi storici letterari). Il libro di Russo è  interessante perché fa notare come la “corda” sia un oggetto che pervade la cultura giapponese. L’introduzione  al suo saggio sottolinea come il concetto di “legare” sia basico nella cultura giapponese dai tatami (realizzati intrecciando paglia di riso), agli obi, la pratica di nodi complessi (mizuhiki), gli origami, o gli Shimenawa (simbolo della presenza del sacro).

Senza considerare le varie tecniche usate in ikebana per legare i rami, canne di bamboo etc.

Come legare (scusate il gioco di parole) però l’ikebana al Kinbaku?

Non lo volevo semplicemente (col)lègare, ma volevo ci fossero legàmi. Per questo ho iniziato anche ad ossservare le opere pittoriche di Seiu Ito.

Sarca possiede una stanza che ricorda (per la parete posteriore) una casa tradizionale giapponese e per le sue sospensioni utilizza delle enormi canne di bamboo.

Insieme abbiamo pensato a come sviluppare il progetto sia per la forma sia per i colori e più si rifletteva e maggiormente io sostenevo che non potevo utilizzare i fiori, li vedevo fuori contesto.

Volevo realizzare qualcosa che si protendesse verso il corpo della modella coinvolta nel Kinbaku, ma che non fosse troppo grande od invasivo. Nello stesso tempo doveva realizzare un ikebana che non venisse visivamente schiacciato da un’immagine forte come quella di un corpo legato.

L’unica certezza era che non avrei utilizzato un vaso.

Più osservavo le immagini di Sarca maggiormente, ovviamente, le idee si facevano strada in me.

Avrei utilizzato del nocciolo contorto che per la sua forma è molto drammatico e poteva ben sostenere l’immagine di un corpo legato.

E poi?

Sicuramente qualcosa in contrasto con l’ambiente circostante di colore marrone.

Ecco farsi strada un’idea… i colori della bandiera giapponese. Un grande drappo bianco su cui avrei riversato una montagna di coriandoli dello stesso colore e posizionata la struttura di rami di nocciolo circondata da una rete bianca. I coriandoli sarebbero poi stati il collegamento con il corpo scivolando a getti fino a lei.

Naturalmente una struttura di rami (per quanto bella e scenografica) da sola bè… non sarebbe stato un ikebana (anzi per la precisione uno zen’eibana), ma solo un intreccio di rami qualsiasi per cui non serve studiare ikebana. L’ikebana è qualcosa di più dove ogni elemento (in questo caso coriandoli, rete e rami) deve essere collegato visivamente, non deve dare l’idea di oggetti messi vicini.

La soluzione più ovvia… il mio focus sarebbero state le corde. Rosse ovviamente in modo da completare la bandiera giapponese abbinandole al bianco dei coriandoli, del telo e della rete.

Ho cercato quindi due tipologie di cordone: un vero e proprio cordoncino rosso ed una fettuccia.

Lo stesso performer sarebbe ricorso alla corda rossa per la sua scultura vivente.

Per immortalare la performance ci voleva un professionista e sono ricorso all’amico fotografo Rinaldo Serra che ormai ci segue da tempo.

Devo dire che a lavoro finito l’immagine è molto di impatto. Credo, senza ombra di smentita futura, che questa sia l’abbinata più particolare che ho fatto tra ikebana ed un’altra tipologia di arte, ma sono felice di aver compiutoquesto passo perché a volte anche le cose azzardate insegnano qualcosa di nuovo e in questo caso di particolare ed unico.

Ringrazio Sarca Luca Martello, la modella Winter e naturalmente il maestro Rinaldo Serra.

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