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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Lo scorso weekend ad Ivrea, in attesa dell’inaugurazione, mi sono fatto una passeggiata lungo le ali del Museo dove erano esposti i vari ikebana. C’era silenzio ed ognuno dei partecipanti aveva declinato il materiale vegetale in forme differenti, in spazi e vasi diversi. Ero emozionato e felice di essere lì. Emozionato perché eravamo in un luogo prestigioso, tra grandi Maestri, ma anche perché da lì a poco il pubblico avrebbe visto, commentato, assaporato i nostri lavori. Vedere tutti quegli ikebana mi commuoveva ed emozionava. Si andava dall’immenso, suggestivo Paesaggio realizzato dalla Scuola Ohara al mio piccolo Relief work. Dimensioni, forme, colori. Per non parlare della galleria fotografica di Nicola Galvagni con quelle stupende fotografie tridimensionali. Passeggiavo, mi emozionavo e riflettevo. Ero tanto immerso nei miei pensieri che mi richiamarono all’ordine perché stava iniziando l’inaugurazione. Ecco i miei pensieri di quel momento.

Quando nel 2005 iniziai lo studio dell’ikebana devo essere sincero non avevo molta cognizione della metria nè ben comprendevo il percorso che avrei dovuto compiere, ma seguivo l’entusiasmo di Lucio Farinelli. Sapevo cosa fosse questa arte, ero incuirosito dall’utilizzo che ne avrei potuto fare per il mio lavoro, ma niente altro. (Un piccolo inciso. Fare scenografie con l’ikebana non è semplice. O le fanno i Master Instructor della Scuola o è compito di veri scenografi che hanno studiato questa arte, su certi temi non ci si improvvisa). Mi ci sono voluti cinque anni (e tanti libri) per intuire cosa sia l’ikebana. Ora continuo lo studio perché, come dice la Iemoto al termine del libro del V livello, non finisce con quello il nostro cammino di studio. In questi anni tante esperienze meravigliose, persone conosciute che mi hanno riempito il cuore di gioia e la mente di insegnamenti (anche quelli negativi servono ad imparare). Se mi volto indietro mi pare di aver fatto cose incredibili, ma so che è solo l’inizio.

Non so se questo dipenda dalla tipologia della mia scuola, ma chi fa alcune lezioni del I livello o anche tutto quel livello e basta, bè diciamo che è come se avesse preso la ciliegina in cima alla torta e trascurato il resto. Ogni lezione prevede un’evoluzione, ma è la base, si “accumulano” concezioni, nozioni tecniche che già al II livello andranno ad amalgamarsi tutte assieme.

Spesso è un’arte frustante perché non comprendiamo (con mente occidentale) concetti come pieno, vuoto, non riusciamo a dare una tridimensionalità ai nostri lavori che è la base della scuola Sogetsu (per noi anche un mazzo di fiori in un vaso all’Occidentale ha profondità, ma vi assicuro che non è così). Tecniche, tecniche ed ancora tecniche. Le mani devono ripetere gli stessi gesti fino a quando non divengongono essi stessi un prolungamento delle nostre mani. Forse per questa ormai mia deformazione ikebanistica a ceramica non mi muovo ad altre tecniche fino a che non sento di padroneggiare quella che sto studiando.

A volte leggo frustrazione negli occhi dei miei allievi, altre volte la soddisfazione di aver appreso bene i passi da compiere. E’ un’arte che se la fai bene ti insegna umiltà. Se la fai tanto per fare…. ti lascia come ti ha trovato.

Inoltre hai a che fare con materiali viventi. Se in ceramica l’argilla risponde al movimento delle tue mani (anche troppo spesso!), in ikebana devi calcolare il peso, il baricentro, la forma dei tuoi materiali. Certo ci sono le tecniche di piegamento, la possibilità di fermare i materiali tra di loro, ma è anche vero che un ramo ha una sua precisa identità e quella non la possiamo cambiare. Ed è lì, nell’unione tra la sua “volontà” e la nostra che nasce un ikebana.

Passeggiando per il Museo ero fiero delle mie allieve che erano potute venire. Delle Maestre che stavano compiendo il giusto percorso.

Certo in tanti anni ci sono stati anche dissidi e dissapori (anche le rose hanno le spine), ma credo facciano parte della natura umana. Del non voler imparare l’umiltà dell’ikebana. Il fatto che la maggior parte dell’allieve sia rimasta e sia fiera di far parte del nostro gruppo (anche a grosso di grandi sacrifici viste le distanze e le spese che affrontano per venre a Roma a prendere lezione) vuol dire che il cammino è giusto. Che un piccolissimo numero di loro si sia allontanata post diploma, bè me ne dispiace perché non hanno compreso cosa io volessi davvero loro insegnare, ma siamo in un mondo libero ed ognuno decide come affrontare il suo percorso se con o meno rigore. Tanto gli ikebana rivelano sempre come è il nostro animo e questa è una “legge” innegabile ad un occhio esperto. Possono magari essere esteticamente belli (difficle), ma se il cuore non è in sintonia con la natura, non emozioneranno.

Per questo a Ivrea ero commosso. Si comprendeva la gioia di ognuno di noi di essere lì in quel momento. Lo studio e la passione che c’erano in quei piccoli mondi in vaso.

Voglio chiudere questo mio post con delle foto non di Ivrea, ma della mostra a Merano dello scorso maggio. Questo perché… le ho ricevute ieri. Le foto dei nostri ikebana sono bellissime, ma quello che davvero mi ha riempito di commozione sono gli scatti che il fotografo Karlheinz Sollbauer ci ha fatto a sorpresa. Ringrazio lui e le mie allieve/maestre perché in quelle foto si comprende cosa sia per loro la via dei fiori.

 

Concentus Study Group

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