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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

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Lo scorso dicembre parlavo qui di un saggio di Bruno Ballardini dal titolo: “Lo Zen e l’arte della manutenzione dello stress“. Se in quel prezioso saggio trovai dei parallelismi con il mio modo di percorrere la via dei fiori, qui, nel nuovo “Zen e l’arte di aprire una porta aperta” ho scoperto nuovi modi per proseguire il mio cammino.

Credo che la pratica Zen, il concetto stesso, per me sia ancora da capire pienamente, forse anche per i miei vincoli con il cattolicesimo, ma di sicuro libri come questo riescono a farti riflettere, e molto, su cosa questa filosofia tanto abusata “predichi”.

Ballardini ci conduce per mano, attraverso citazioni ben precise (le traduzioni dei brani del Mumonkan sono a cura dell’Autore stesso), illustrandoci i pericoli dell’Ego, di come il nostro punto di vista del mondo spesso sia ben lontano dalla Retta Visione. Spersi tra il ricordo dell’ieri e le preoccupazioni del domani ci perdiamo l’istante in cui viviamo.

Chiusi in mondi propri, convinti delle nostre ragioni, attaccati a tutto ciò che in realtà non ci serve passiamo smarriti lungo le strade del mondo.

Ballardini ci fa riflettere su ciò che guardiamo, su quello che osserviamo, su quello che davvero vediamo.

E’ interessante anche il capitolo dedicato all’arte perché questo mi riguarda da vicino.

Pensiamo all’arte del suiseki. Non ha le forme mirabolanti di un bonsai o la grazia leggera di un ikebana. Eppure il nostro cuore sprofonda oltre alla pietra che ci parla ci comunica.

Non ho mai fatto meditazione in vita mia (o almeno non in maniera consapevole), ma recentemente durante il mio viaggio in Giappone ho coronato un mio sogno: visitare il karesansui del tempio Ryōan-ji. Perchè lo associo alla meditazione? In tutto saremo stati una ventina di turisti. Tutti noi abbiamo scattato foto e selfie (la prima, qui sotto, spero possa far capire come mi son sentito piccolo in confronto alla vastità emotiva di quel luogo, il secondo, pubblicato sul mio profilo instagram, mi auguro abbia fatto vedere l’emozioni che in me si moltiplicavano). Eppure non c’era rumore. Seduti sui gradini di legno,  stavamo vicini, ma senza soffocarci, ognuno aveva il suo spazio. Chi si alzava e andava e chi arrivava. In silenzio. Lo sguardo mio vagava, ero felice, ero emozionato, ero un ciuffo di muschio, una piccola pietra. E’ stata una sensazione particolare. Solo davanti a Van Gogh mi son sentito così sperso. E commosso in piena felicità.

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Dopo aver letto questo libro se tornerò in quel luogo lo farò con occhi (e spero mente)  ancor più differenti.

Come probabilmente sarà meno sorprendente, ma più un percorso conscio, l’aver visitato il Kinkaku-ji senza sapere che lasciato quel meraviglioso padiglione dorato, circondato da un lago di una perfezione ed equilibrio rari grazie ai vari isolotti asimmetrici, mi sarei trovato innanzi ad un luogo di cui aveva parlato il professor Pasqualotto durante una conferenza a Roma e che già in foto mi aveva colpito profondamente. La guida non ne parlava e la gente lo osservava di sfuggita.

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Certo paragonato al Padiglione d’oro può sembrare ad un occhio disattento ben poca cosa questo Chashitsu eppure è forse emotivamente ancora più potente del suo lussuoso vicino. Entrambe sono costruzioni dell’uomo. Entrambe una valore differente. Quale è quello giusto? Anche qui il saggio di Ballardini offre la risposta, anzi la non risposta spiegandoci come ogni classificazione ce la imponga l’Ego, come cerchi di incasellare tutto, ci faccia credere di avere una conoscienza quando in realtà stiamo solo sulla superficie delle cose.

Ci affanniamo a voler delle risposte, dei colpi di bacchetta magica che ci portino all’illuminazione lasciando che l’Ego ci trascini su false strade. Dobbiamo evitare di massificarci, ma doremo essere aperti al cambiamento che non viene da fuori, ma da dentro di noi. Cambiamento che un Maestro ci aiuterà a sviluppare perché da soli (scordiamoci tutti i libri motivazionali che non ci aiutano realmente) non faremo nessun percorso con l’Ego pronto a soddisfarci facendoci crogiolare credendo di aver realizzato false realizzazioni

Ballardini analizza anche il rapporto allievo/maestro dove l’allievo incontrerà il Maestro se avrà un atteggiament davvero umile e ne saprà riconoscere la sua presenza. Per me è stato illumnante anche un passaggio del suo saggio che così dice:

[…] Queste persone, in attesa di un’illuminazione che non gli arriverà mai, continuano a saltare da un libro all’altro, da un convegno all’altro (qualcuno anche da un dojo all’altro) senza nemmeno sapere cosa stanno cercando e senza soffermarsi sul vero scopo della pratica. E’ l’Ego che suggerisce loro i comportamenti più adatti al salotto e a ben figurare in quei gruppi che riuniscono persone accomunate dallo stesso scopo: “farsi una visione”. Mumon commenta: “Se Ummon avesse dato a Tōzan il vero cibo dello Zen e l’avesse incoraggiato a sviluppare un attivo spirito Zen, la sua scuola non sarebbe declinata come poi avvenne.” E’ proprio così: oggi le scuole di maggior successo sono quelle che seducono i praticanti e danno loro ciò che vogliono. All’epoca di Tōzan le scuole migliori erano quelle che avevano pochi allievi, quelle dove si lavorava sul serio. Cioè quelle che mettevanno spalle al muro l’Ego dei praticanti, e la maggior parte di loro scappava e sceglieva ovviamente le soluzioni più comode. Come accade ancora oggi.

Ballardini sottoline anche che spesso gli allievi giudicano l’operato del maestro, dandogli la colpa di non averli illuminati, di avergli insegnato cose inutili che in realtà possono servire per arrivare ad una comprensione e soprattutto un allievo non può avere l’arroganza di giudicare un maestro (ovviamente l’Autore sta parlando di veri maestri). Una frase in particolare mi ha colpito: “E chi siete voi per decidere di essere dei maestri quando è garantito che lo diventerete?” Dobbiamo avere la percezione giusta non l’intenzionalità. Il desiderio (vero) di apprendere non il voler apprendere.

Dovremo aprirci al mondo, smettere di incasellarci in categorie atte a farci apprezzare dal prossimo, questi dovrà accettarci per come siamo. Non dobbiamo vivere sul sentito dire.

Questi atteggiamenti negativi (a partire dall’opposizione a nuove scoperte, al cambiamento tutte cose che ci vincolano all’ignoranza) ci faranno vedere il mondo da una finestra, una visione limitata, parziale. Soffocano il Sé, la nostra vera essenza. Dovremo continuare a migliorarci, studiare, imparare, perfezionarci eppure tutto questo senza una meta se non lo stesso agire.

Nel nostro caso non dobbiamo studiare ikebana per avere diplomi, titoli. Dobbiamo fare la via dei fiori per accrescerci spiritualmente, per mettere in gioco le nostre conoscenze, superarle. Se andiamo avanti solo per conquistare certificati in realtà non andremo davvero avanti, non impareremo nulla, il nostro Ego ci farà credere di essere bravi, ma non lo saremo. Ricordo che non c’è il concetto di imparare ed eseguire, ma che l’imparare è esecuzione.

Se il nostro stato rimarrà prigioniero del nostro Ego non solo non apriremo quella porta, ma non l’attraverseremo mai.

Concentus Study Group

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