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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

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(Ikebana realizzato da Junga Shinozaki sensei per il Sogetsu Head Quarter)

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(Ikebana realizzato da Saito Taigo sensei per il Sogetsu Head Quarter)

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(Ikebana realizzato da Mika Otani sensei per lo sceneggiato Takane flower)

Di recente, dopo le mie tre visite al Sogetsu Head Quarter, l’incontro con Mika Otani sensei e la conferenza tenuta da Lina Alicino sensei, durante il recente workshop, mi sono accorto che c’è stato un tema ricorrente tra questi eventi distanti tra di loro per tempo e luogo.

Ho volutamente postato le foto di tre grandi allestimenti perché questi lavori sono proprio legati al tema di cui tra poco vi parlerò.

Nelle conferenze ho sempre difficoltà a spiegare cosa sia un ikebana o l’arte dei fiori giapponese. Questo perché solo per spiegare cosa sia ci vorrebbe tutto il tempo della conferenza. Io stesso che la studio da soli 14 anni a volte mi chiedo se ne abbia pienamente compreso le varie sfumature. Sarebbe come, per usare un paragone forse più accessibile a tutti, definire un bonsai una pianta nana.

Fare grandi allestimenti non vuol dire che sei un grande maestro. Vuol dire che hai imparato a farli. Durante il nostro incontro Mika Otani sensei ed io ragionavamo sul fatto che tutti vogliono fare grandi allestimenti per dimostrare che sono bravissimi ikebanisti quando magari sono carenti di tecnica.

Al workshop dello scorso anno per la prima volta in vita mia presi in mano un trapano e mi fu insegnato dalla maestra Anne – Riet Vugts come usarlo. Il problema poi alla base non è saperlo usare, ma come. Fare in modo che, come da titolo non si veda la mano dell’uomo, che non si capisca che abbiamo fatto (sia che si usino legni o materiali vegetali di vario genere) noi quel lavoro, che sembri… naturale. Sennò avremo fatto una scultura. Questa è la difficoltà. E non basta usare una volta il trapano per saper poi insegnare agli allievi. Come non è sufficiente assistere una sola volta alla realizzazione di una grande struttura per saperla poi rifare. Ci vogliono anni di pratica.

L’importante è che tutto sembri “casuale”.

Porto un esempio di un’altra scuola. Il Rimpa della scuola Ohara.

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(Rimpa realizzato da Romilda Iovacchini sensei durante una dimostrazione a San Marino)

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(Rimpa realizzato da Silvana Mattei sensei durante una dimostrazione presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma)

Non mi addentra nella spiegazione di uno stile di un’altra scuola perché sicuramente direi delle inesattezze (rimando ai molti articoli presenti nel meraviglioso blog del maestro Mauro Graf), ma assistendo ad entrambe le dimostrazioni si vede con quale perizia, scelta dei materiali e posizionamento, tutto sia studiato al millimetro e con precisione. Guardando entrambe le foto noi però vediamo del materiale vegetale che sorge spontaneamente dai vasi. Tutto è collegato, in perfetta armonia di forme, equilibri, spazi, colori.

Torniamo al grande allestimento di Mika Otani sensei. Immaginiamolo senza supporto. Dove si può percepire la mano della persona che l’ha creato? Da nessuna parte tanto il materiale è unico, organico, perfetto. I colori, il movimento, i materiali sono talmente scelti alla perfezione che potrebbe essere un tratto del bosco da me fotografato e messo in copertina di questo articolo.

Idem per i due lavori realizzati all’Head Quarter della Sogetsu. Togliamo il contenitore. La stessa impressione.

Eppure in questi tre grandi lavori c’è la mano dell’uomo, si capisce dalla diversità di stili.

Come ricordava la maestra Lina Alicino durante la sua conferenza ognuno di noi deve fare un percorso che è fatto di piccoli, precisi passi. Non dobbiamo saltare le tappe perchè non le recupereremo mai.

So di essere un insegnante intransigente e duro. Lo dimostrano le allieve che sono fuggite da me dopo il diploma e che ancora serbano rancore per tutte le correzioni fatte a loro, ma non mi dispiace di questo. Mi rammarico semmai che non abbiano compreso che l’ikebana non è ricevere medaglie, ma la ricerca della perfezione sia estetica sia mentale.

Che non sia, non finirò mai di dirlo e so che viene a noia a forza di leggerlo scritto qui, una cosa strana, ma l’esatto opposto. Deve sembrare naturale anche nelle sue espressioni più azzardate. Tanto che si tratti di un ikebana minimalista

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(Ikebana della Iemoto Akane Teshigahara tratto dalla pagina Facebook della scuola Sogetsu)

quanto di un allestimento in grande.

Spesso mi viene da pensare che l’ikebana sia come il mio lavoro. In uno spettacolo il regista è al servizio della musica (un ikebanista della natura) e deve essere presente con discrezione, non si devono vedere più le sue idee del percepimento della musica. Dovrebbe, uno spettacolo, sembrare senza regia, che tutto avvenga naturalmente. Anche in regie piuttosto “presenti” come potevano essere quelle di Bob Wilson. Se c’è sintonia e non ego saremo assenti nella nostra presenza.

Un fluire costante dal mondo a noi circostante che rielaborato dal nostro spirito, in modo discreto, arriva ad altre persone. Comunicazioni di emozioni, di pensieri come, appunto, sosteneva la maestra Lina Alicino durante il recente incontro con le partecipanti del nostro workshop.

Temi della mia scuola come Composition with Branches – A Two – step Approach sono davvero difficili perché rischiamo di fare una scultura di legno quando in realtà il tutto deve sembrare naturale (ho ancora innanzi a me le immagini di questo tema sviluppato nel DVD del V° livello per insegnanti realizzato da Sozan Nakamura sensei). Il risultato deve emozionare non strabiliare. Deve commuovere non farci chiedere come sia stato realizzato.

Non bastano cinque anni di studio per diventare maestro. Servono anni di studio, di lettura di libri, di partecipazioni a workshop, mostre, dimostrazioni. Non basta splittare una volta il bambù o seguire un grande allestimento per farlo o usare un trapano o una sega per bambù solo una volta per poterlo insegnare. Ho la fortuna io di avere persone come Luigina Monferini che mi insegnano di continuo, mi danno consigli, con la sua immensa esperienza come Capo Attrezzista del Festival Puccini ed io provo, sperimento di continuo.

Perché so che devo ancora crescere ed imparare. In maniera naturale.

Concentus Study Group

 

 

 

 

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