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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

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Di recente Luni Editrice ha stampato (in due volumi) il romanzo che racconta le gesta del celebre samurai Miyamoto Musashi nella narrazione che ne fece (all’inizio a puntate) lo scrittore giapponese Eiji Yoshikawa.

Perchè parlo di questo libro in un blog dedicato all’ikebana?

Prima di tutto perché avendo la fortuna di conoscere esperti di arti orientali (dallo Shodō al Bonsai, al Chadō, allo Iaidō) mi piace sempre vedere quali sono i fili del percorso che si allacciano tra le varie discipline, le idee che si rincorrono, che si avvicinano. Poi credo che ogni libro, saggio, romanzo legato al mondo del Giappone ci faccia scoprire, capire, avvicinare meglio una società così diametralmente diversa dalla nostra e nei nostri studi di ikebana ogni imput può essere prezioso per avvicinarsi ad una completezza di percorso (come per chi studia Sogetsu è imprescindibile conoscere l’arte moderna per certi punti di vista).

Inoltre c’è stato un brano, contenuto nel I volume, che mi ha profondamente colpito per due motivi.

Il primo è che si parla di taglio del fiore. Chi studia ikebana sa come il taglio del gambo debba essere netto, preciso. Non ci possono essere sfilacciamenti, indecisioni.

Il secondo è sulle proporzioni che con lo studio e l’esercizio divengono naturali, ci dobbiamo subito accorgere se un elemento è della giusta dimensione.

[…] “Ti piacciono i fiori?” chiese Kocha entrando.
“Fiori?”.
Gli mostrò la peonia.
“Hmmm. Graziosa”.
“Ti piace?”.
“Sì”.
“Deve essere una peonia, una peonia bianca”-
“Perché non la metti in quel vaso là?”.
“Non so disporre i fiori, io. Pensaci tu”.
“No, fallo tu. E’ meglio farlo senza pensare all’effetto che poi farà”.
“Bene, vado a prendere dell’acqua” ella disse, portando il vaso con sé.
A Musashi cadde lo sguardo sul gambo reciso del fiore. Sorpreso, inclinò la testa, benché non sapesse dire che cosa attraesse così la sua attenzione. Quell’interesse casuale divenne un intenso controllo fino a quando Kocha non fu di ritorno.
Lei mise il vaso sulla mensola e vi infilò dentro il fiore, ma con uno scarso risultato.
“Lo stelo è troppo lungo” disse Musashi. “Portalo qui, lo taglio io. Così quando lo metterai dentro sembrerà naturale”.
Kocha gli portò il fiore e glielo porse. Ma, prima che si rendesse conto di cosa stava accadendo, lasciò cadere il fiore in terra e scoppiò in lacrime. Non c’era da stupirsene, perché in una frazione di secondo, Musashi aveva estratto la spada corta, gettato un grido vigoroso, tagliato lo stelo che ella aveva tra le mani, e rinfoderato l’arma. A Kocha, il luccichio dell’acciaio e il rumore della spada ringuainata nel suo fodero parvero simultanei.
Senza curarsi di consolare la fanciulla spaventata, Musashi raccattò il pezzo di stelo che aveva reciso e confrontò un margine con l’altro. Sembrava completamente assorto. Poi, accortosi di quanto fosse stravolta la ragazza, le fece una carezza sulla testa e le chiese scusa.
Finito di consolarla le domandò: “Sai chi ha tagliato questo fiore?”.
“No. Me l’hanno regalato”.
“Chi?”.
“Una persona del castello”.
“Un samurai?”.
“No, una giovane donna”.
“Hmm. Allora secondo te il fiore proviene dal castello?”
“Sì, così lei mi ha detto”.
“Mi dispiace averti spaventata. Se più tardi ti compro dei dolcetti, mi perdoni? A ogni modo, quel fiore deve essere della misura giusta adesso. Mettilo nel vaso”.
“Così?”.
“Sì, così va bene”.

Già in altri passaggi si era sottolineato il rapporto tra chi studiava l’arte della spada e il mondo dei fiori (Kimura fece notare che, siccome non si riceveva alcun shugyōsha, non poteva invitarlo nel dōjō, ma nulla gli impediva di invitarlo allo Shin’indō, a mangiare e bere qualcosa assieme. Gli iris erano già in fiore, e le azalee erano pronte per sbocciare. Avrebbero potuto fare una piccola festicciola e parlare un po’ dell’arte della spada e cose del genere), ma in questo brano che ho riportato si sottolinea come Kocha dia per scontato (come effettivamente poi accadrà) che Musashi, essendo uno spadaccino, possa capire meglio le proporzioni dell’arte dei fiori. La frase: No, fallo tu. E’ meglio farlo senza pensare all’effetto che poi farà” sottolinea che lo studio deve portare ad un’intuizione di forme che chi non pratica alcuna via non ha, non si deve fare ikebana pensando all’effetto finale, al “colpire l’attenzione di chi osserva”, ma anzi (Così quando lo metterai dentro sembrerà naturale) come tutto debba sembrare non costruito dall’uomo, non dare mai senso di artificiosità anche negli stili più particolari.

Successivamente poi si leggerà come, l’attenzione al taglio del gambo del fiore, porterà ad uno sviluppo nella storia del samurai.

Per questo alle mie allieve raccomando di avere hasami sempre perfettamente affilate  🙂

Concentus Study Group

 

 

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