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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

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(Ikebana di Ilse Beunen – foto di Ben Huybrechts)

Oggi doppio post sul mio blog (tranquilli poi parto per Salisburgo e per un poco non posterò), ma stamani ci sono state due fatti stimolanti che voglio condividere tra di voi.

Il primo è la foto che vedete e che illustra l’ultimo video realizzato da Ilse Beunen nel suo corso online. Ilse Beunen sensei recentemente ha trattato i seguenti temi nel suo corso: Colore delle stesse tonalità di sfumature, Colori in contrasto tra di loro, Colore del vaso. Ora affronta uno dei temi, per me, più difficili ovvero Molti colori differenti mescolati tra di loro.

Al IV livello di studio della scuola Sogetsu si impara uno stile (Maze-zashi) che prevede l’uso di almeno cinque materiali differenti proprio per comprendere come approcciarli tra di loro per forma e cromia, se sono in armonia, se si abbinano perfettamente al colore (e anche alla texture) del contenitore, ogni colore può essere l’accento che viene posto sull’insieme. Ci devono essere colori che danno luce, movimento, equilibrio. Non può essere tutto spento e buio. Da questo stile si parte appunto per imparare come miscelare i colori ed ovviamente non basta farlo una volta solo per saperlo fare.

Questo esempio di Ilse è bellissimo perché abbiamo colore, luce, movimento, armonia ed equilibrio. A vederlo sembra molto facile. Sembra. Ricordo una mia allieva al I livello che smise di frequentare il corso dopo una mia correzione ad un ikebana che aveva eseguito a casa. Il vaso da lei usato era celeste e i ranuncoli erano rossi, gialli, bianchi, arancioni tutti messi senza equilibrio e su una base marrone. Ripeto era al I livello per cui aveva eseguito i primi due stili liberi della scuola e stava ancora imparando le basi (ovvero le mancava anche il II livello per avere almeno un minimo di cognizione). Quando le feci le correzioni mi rispose che anche Rothko mescolava i colori. Se la scuola prevede che solo al IV anno si usino cinque materiali e diversi colori vuol dire che prima non abbiamo abbastanza esperienza per farlo. E dovremmo avere l’umiltà di comprenderlo. Stamani quando io ho visto il lavoro di Ilse mi sono chiesto quando anche io avrei potuto concepire e realizzare un simile ikebana di così perfetto impatto estetico ed emotivo.

Mentre riflettevo su ciò ho letto su Facebook un pensiero di Lorenzo Casadei che mi ha permesso di riportare:

Commentando un post dell’amico e sempai Fabrizio Ruta circa la funzione del maestro, dove molto giustamente avvertiva del pericolo di credersi maestri di se stessi, ho svolto queste riflessioni che vorrei qui riprendere.

Circa l’essere maestri di sé stessi la confusione è dovuta al fatto che il vero guru è e non può essere altro che una proiezione esteriore del guru interiore. E il suo compito dev’essere proprio mettere il discepolo nelle condizioni di entrare in contatto con questo centro, che ovviamente è una sola cosa con il vero Sé. Di qui la necessita di “uccidere l’ego” per “rinascere nel Sé”. La confusione quindi in definitiva è sempre tra l’io e il Sé. Confusione del resto inestricabile rimanendo in una prospettiva direi profana, che non sappia ergersi oltre la sfera psichica e “psicologica” dei molteplici stati dell’essere, in ogni essere. “Il Regno dei cieli è dentro di voi” diceva qualcuno. E pure O Sensei ne parla in molte conferenze. Sul come riconoscere i veri e i falsi maestri poi è ancora un’altra storia. La nostra epoca è caratterizzata da una grande molteplicità di false vie, dove immancabilmente regna sovrana proprio la confusione tra psichico e spirituale. E a volte l’abbandono (e la disintegrazione progressiva dell’io) è a favore di un caos profondo molto diverso dal vero Sé, il suo riflesso invertito nello stagno dei bassifondi psichici. Occorre vigilare.

Aggiungerei che una precondizione inequivocabile per riconoscere un maestro è che questi appartenga ad una tradizione ben definita, che si ricolleghi ad una catena di maestri reale, e che non stravolga la tradizione a cui appartiene. Affidarsi ad un maestro è come mettere un seme nella terra, se si sbagliano tempi e terreni non potrà sbocciare una seconda volta.
Anche rimanendo all’ambito tecnico dell’arte che pratichiamo (l’aikido) sappiamo che i difetti presi all’inizio sono difficili da recuperare e correggere.

気をつけて

(ki o tsukete) ovvero “abbi cura del tuo ki”

Nello stesso giorno due importanti insegnamenti (anche se Lorenzo parla in merito alla disciplina che segue penso sia estendibile tranquillamente anche all’ikebana) e spunti di riflessione. L’ikebana, anche il più estremo e particolare, deve sempre dare un senso di poesia, di naturalezza, non deve “vedersi” la mano dell’uomo, il materiale deve sembrare nato assieme in modo spontaneo. Questo anche (o forse soprattutto) nelle grandi installazioni. Deve sembrare facile da farsi. Ovviamente non lo è. Ma se ben fatto saprà comunicare al nostro cuore.

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