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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Inizio questo blog a Tokyo, in aeroporto, in attesa del volo che mi porterà in Italia. Lo faccio perché le emozioni non sono ancora stemperate dal velo di nostalgia che mi pervaderà a Roma quando completerò il post inserendo le foto.

Da dove iniziare non lo so sinceramente. È stato tutto improvviso, veloce ed esaltante. Non era preventivato un viaggio in Giappone, ma appena mi è stato proposto, nonostante dovessi partire due giorni dopo, ho subito detto di sì. Ma non ci ho creduto fino a quando non ho ricevuto il biglietto aereo.

La prima cosa che ho pensato è stata: “Allora vado all’headquarter della Sogetsu a fare lezione!” Questo non perché faccia figo fare lezione lì, o per darsi importanza (le lezioni sono accessibili a tutti), ma perché è il luogo dove si crea la storia della mia scuola, vi avrei trovato la casa “madre”. Ricordo ancora ciò che aveva percepito il maestro Lucio Farinelli quando vi ci si era recato. Ero sicuro che sarebbe stato emozionante anche per me e infatti…..

Nonostante il breve prevviso, grazie alla signora Kano Abiko del Course Administration Department Sogetsu School (che ha prontamente ha risposto alla mia mail) ho avuto tutte le informazioni per partecipare alla lezione del 10 maggio nella Iemoto Class.

Arrivato in aereoporto il primo segno favorevole, all’uscita…. un’installazione della Sogetsu. Impossibile non soffermarsi a guardarla. Studiarla. Il cuore emozionato per quell’inaspettato benvenuto. Scatto una foto con lo smartphone, ho la reflex ancora chiusa in valigia e son spossato da un volo lungo.

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E lì, accanto all’installazione, mi ha avvicinato una troupe televisiva della TV Tokyo Corporation capitanata dal signor Yuma Maki che gentilmente mi hanno chiesto da dove venissi e il motivo del mio viaggio. Quando ho risposto che mi occupo di opera lirica e che sono un insegnante di ikebana hanno sbarrato gli occhi sorpresi e mi han chiesto di intervistarmi. Nonostante la stanchezza del viaggio ho detto di sì.

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In Giappone mi ha accolto un tempo piuttosto freddo e piovigginoso, ma io vedevo il sole ovunque, dalle persone gentili ed educate, all’ordine, al bellissimo castello di Nagoya, ai palazzi illuminati di Ginza (per fortuna il sole mi ha accolto a Rappongi, ma di questo ne parlerò in un futuro post).

Giorni di meeting, corse, emozioni, tutti i giapponesi che ho incontrato si sono sempre molto meravigliati piacevolmente che io fossi un maestro di ikebana Sogetsu.

La sorpresa maggiore è stata quando Yuma Maki mi ha inviato una mail (grazie al maestro Lucio Farinelli che ha sempre risposto a tutto e tutti dato che io quando non avevo wifi non visualizzavo nulla) in cui mi chiedeva se poteva riprendermi mentre facevo lezione alla Sogetsu e che la scuola nel caso io dicessi di sì aveva già acconsentito.

Cerco di capire meglio, han forse creduto nel mio pessimo inglese che sia io a tenere la lezione? No hanno compreso bene che io vado ad incontrare un maestro e vorrebbero seguirmi fin dalla partenza dall’albergo intervistandomi. Ok facciamolo!

Il 10 mattina mi microfonano e si parte in metro dove a me cade dalla scala mobile la reflex, ma a parte un danno al vetro paraobiettivo (grazie maestro Serra per avermelo fatto mettere) non accade nulla.

All’uscita della metro, la troupe mi chiede se so la direzione, mostro loro le indicazioni che la signora Kano Abiko mi ha inviato per mail quando voltandomi riconosco il palazzo realizzato da Kenzo Tange. Ho un nodo alla gola. Ecco, ci sono. La troupe mi chiede se sono emozionato, assentisco, posso dare la colpa al vento freddo per gli occhi umidi.

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Nella grande hall al pian terreno stanno allestendo una mostra, noi saliamo al quinto piano e quando si aprono le porte dell’ascensore la prima cosa che vedo è la gigantografia di Hiroshi Teshigara e sento un “Luca san welcome to Sogetsu.”

Mi hanno accompagnato alla postazione a me riservata come un automa tanto ero rimbambito dall’emozione. I luoghi ammirati in foto erano lì attorno a me. Le gigantografie di Sofu, di Kasumi…. e ovunque fiori, foglie e rami.

La Master Instructor Tamae Euguchi sarà la mia traduttrice.

Svolgo le pratiche di iscrizione alla lezione, mi prestano le hasami, e devo scegliere vaso e materiali. Sì ma quali? Tante possibilità, troppe di vasi bellissimi, di tutte le fogge e materiali di vario genere. Nessuno che sia banale o cheap. La troupe mi segue, mi chiede quale contenitore vorrei usare. Tutti!

Spiego loro quali sono i criteri di selezione di un vaso con il materiale che ho in dotazione. Infatti nel frattempo ho scelto dei rami di camelia, lunghi, come non ne trovo in Italia e un mazzo di lisianthus, dato che sono gli unici che si abbinano, secondo me, al ramo scelto.

Tamae Euguchi san mi segue nella scelta del contenitore, mi domanda quale tipologia di vaso non ho mai usato, di, giustamente, approfittare dell’occasione per sperimentare… e quindi prendo un vaso di ferro.

Mi viene presentata la Master Instructor che terrà la lezione (e che ha realizzato la composizione immensa per la Japanese Room) Junga Shinozaki sensei. Posso scegliere tra stile base e stile libero.

Riempio il vaso di acqua. Un vaso alto va sempre riempito prima. E comunque non si possono vedere foto di ikebana dove è palese la mancanza di un elemento così vitale.

Non so cosa fare. L’emozione continua a martellarmi in testa e son consapevole che una videocamera filmerà ogni mio gesto. Non devo sbagliare.

Inizia la prima dimostrazione della Master Instructor Junga Shinozaki. Il tema è tratto dal libro del V livello: Japanese Iris, Rabbit – ear Iris.

La Master Instructor Tamae Euguchi mi si siede accanto e mi traduce ogni parola, spiega ogni gesto, la telecamera riprende ed io ho il cuore che mi rimbomba in testa vedendo la bravura, il sorriso di Shinozaki sensei. Fa battute di spirito, ci conduce con mano sicura senza stare a darsi importanza come tutti coloro che sono davvero grandi.

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Ora tocca a noi. Osservo il materiale, lo osservo, lo osservo. Uno dei rami ha un bellissimo slancio, gli altri meno per cui quello sarà il mio elemento principale. Da una altro ramo decido di ricavare un soegi-dome. La troupe mi chiede cosa stia eseguendo. Lo spiego mentre con le hasami (non sono le mie, io sono davvero molto abituato ad usare le mie, ma non potevo portarle), mi preparo a splittare il soegi-dome e poi il ramo. Non so se c’è un santo protettore degli ikebanisti incoscienti come me che si lanciano a capofitto in queste avventure, ma eseguo tutto alla perfezione.

Inizio a lavorare il ramo, a mettere in risalto la linea principale. Il tempo scorre incredibilmente in modo veloce. Taglio, pulisco la postazione, taglio, studio la forma che sto dando al ramo, pulisco la postazione, decido cosa lasciare e cosa rimuovere, pulisco la postazione.

Guardo i lisianthus, li avrei voluti bianchi, sono lilla con alcunii boccioli bianchi, ma tutto sommato forse è meglio, creano un colpo di colore in contrasto coi boccioli della camelia e il nero del vaso. Ho la linea, ho il colore. Come posizionare i fiori va di conseguenza: una massa. Ho i tre temi della mia scuola.

Giro attorno al mio ikebana, le telecamere mi seguono, le domande fioccano. C’è un ramo secondario che mi sembra dia profondità all’ikebana, ma per come è posto al centro potrebbe sbilanciare il tutto. Dico alle telecamere che forse chiederò consiglio alla sensei, poi invece ci ripenso e lo taglio quasi tutto. Ok mi fermo.

Inizia la seconda dimostrazione.

Prima sensei Shinozaki dice alla classe che io vengo dall’Italia, il mio grado da maestro e il mio nome d’arte. Tutti applaudono ed io sono spaesato da tutte queste attenzione.

Un nageire base ed un altra composizione di iris abbinati all’acero verde sono i due ikebana che esegue la sensei. Quando io faccio lezione ripasso sempre il libro perché man mano che si va avanti si rilegge il testo con mente differente, vi si trovano nuove sfumature. Sensei Shinozaki mi dimostra che la mia teoria è giusta perché lei, su uno stile base da me ben conosciuto, aggiunge altre suggestioni. Il mio mantra costante è che non mi devo commuovere, devo resistere.

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Un lampo illumina l’aula, viene giù un diluvio, ma io sono perso nell’isola formata dalle iris e dall’acero che l’insegnante sta realizzando in un grande suiban, un luogo di pace e serenità. Lontano da ogni forma di rumore o malanimo. Siamo in pieno mono no aware (sensibilità verso ciò che è effimero inteso nel senso positivo del termine), ne sono consapevole, ma il mio animo è in pace. Questi attimi valgono come interi anni per me. Ancora una volta comprendo che la via dei fiori non si apre per chi ha l’animo travolto da sentimenti negativi, da grettezza o frustrazioni personali. È impossibile. Potremo fare composizioni di fiori, ma non saranno ikebana nemmeno quando li faremo strani per confondere le idee in chi osserva. L’ikebana emoziona, non stupisce. È un leggero battito dell’animo.

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Iniziano le correzioni. Intanto, nell’attesa del mio turno, sensei Tamae Euguchi mi suggerisce di guardare di lato l’ikebana di iris e acero. Resto sbalordito, pare un sottobosco che affonda le radici in un lago, un canneto dove tutto appare naturale ed invece è ben costruito ogni passaggio ed è questa la magia dell’ikebana. Continua l’oasi di quiete.

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Tocca al mio ikebana. Sensei Shinozaki osserva il mio lavoro. Non mi importa se mi correggerà davanti alle telecamere, sono lì per imparare. Non ho la sua preparazione ed esperienza.

Mi dice che sono stato coraggioso ad utilizzare la camelia perché è un ramo molto difficile, a lezione raramente viene scelto, e che l’abbinamento coi lisianthus è perfetto. Le piace la linea del ramo che è il punto focale di tutto e che sopratutto si comprende che il lavoro è mio ed è sentito, non ho voluto fare qualcosa per dimostrare quello che sono in grado di realizzare. Non ci sono correzioni. Non comprendo al momento; realizzo solo quando sensei Euguchi sorridendo mi fa i complimenti. Viene apposto il sigillo sulla scheda coi miei dati che attesta la mia partecipazione alla lezione.

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Proseguono le correzioni degli altri ikebana che mi sembrano tutti più belli del mio. Una stupenda classe di lavoro. Ci scambiamo opinioni a vicenda. Un allievo brasiliano che vive in Giappone viene a presentarsi.

Si parla con la sensei Euguchi di kenzan e di come vada sempre occultato (a parte quando si fanno veloci dimostrazioni come nel primo caso della giornata), a meno che non sia di quelli di plastica trasparente che con la rifrangenza dell’acqua si possono nascondere e che si può porre ovunque tranne che al centro (a meno che non si usi una coppa) del suiban.

Mi aiutano a posizionare un pannello bianco dietro l’ikebana, scatto delle foto, ma il ramo sporge.

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Mi dicono di porlo davanti alla finestra e chiudono le tende per fare la foto.

Non ho cavalletto, cerco di fare una buona foto anche se i fiori bianchi attirano la luce e sicuramente saranno troppo luminosi tra lo sfondo nero delle tende e del vaso. Pazienza.

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La troupe si fa la foto con me e l’ikebana, tranne l’operatore che prosegue nel suo lavoro senza sosta.

Pure le due Master Instructor si fanno la foto con me e l’ikebana; sensei Euguchi la vuole fatta anche con il suo smartphone. La mia confusione emozionale aumenta.

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Esco fuori dall’aula ed ecco lì la Japanese Room vista così tante volte in foto. Chiedo il permesso di entrare. È come se sentissi che mi avvicino ad un luogo sacro, ne percepisco l’energia positiva. Dentro nessun suono o rumore. Osservo il lavoro di sensei Shinozaki,

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la scultura di Hiroshi Teshigara posta lì vicina,

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il tokonoma accanto con un kakebana

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e un piccolo Karesansui.

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Resto lì immobile.

La troupe continua l’intervista, ma mi sfuggono le parole, non so più cosa rispondere tanto le emozioni si sono ormai sovrapposte a livello incredibile.

Dico a sensei Euguchi che le lascio i fiori, non posso portarli con me in Italia. Lei gentilmente i fiori avanzati li regala all’interprete della troupe. Scambio rituale dei biglietti da visita. Illustro loro il nostro logo e il significato del nome dello Study Group.

Saluto tutti e vado, ahimè 😂, al negozio della Sogetsu. La troupe è curiosa di sapere cosa vorrei comprare. Tutto rispondo.

L’addetta alle vendite dei libri ricorda il mio nome. Inizio a pensare di aver comprato tanti libri in questi anni!

Decido quali libri comperare e poi prendo un regalo per il maestro Farinelli e per me un nuovo paio di hasami, dello stesso tipo usate da Shinozaki sensei durante la dimostrazione. Mi chiedono gli operatori della televisione se non avessi altre hasami. Con imbarazzo rispondo che in realtà non ne avevo bisogno. Ma ora ogni volta che le userò rivivrò le emozioni di quel giorno. Erano anni che desideravo di recarmi lì e finalmente il mio sogno si era avverato. La domanda più difficile che mi fanno è se preferisco più l’opera o l’ikebana. Fanno entrambe parte di me in maniera profonda. Non saprei scegliere. Non potrei scegliere.

Scendiamo giù nella hall. Stanno continuando l’allestimento visto quando sono arrivato realizzando un grande ikebana mentre operai trasportano relle cariche di abiti. Vorrei presentarmi a quegli ikebanisti, ma temo di disturbare il loro lavoro. La troupe mi chiede se penso un giorno di fare qualcosa del genere. Rispondo che vorrei, ma in un futuro. Preferisco fare passi piccoli che false grosse pacchianate. Non ho fretta e non devo dimostrare nulla a nessuno se non migliorare me stesso lungo la via dei fiori.

Il tempo delle ultime domande, mi tolgono il microfono, li ringrazio e li saluto. Mi incammino, non mi volto, ora non ce la farei davvero più a trattenere la commozione. Ha smesso di piovere.

Concentus Study Group

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