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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

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(Ikebana e vaso di Luca Ramacciotti – foto di Lorenzo Palombini. Pubblicato nel libro “Ikebana inspired by Emotions” – emozione rappresentata”tristezza”)

Ultimamente mi son trovato più volte a riflettere sul mio ruolo di maestro e cosa significhi, per me, essere maestro di ikebana.

Sinceramente mentre studiavo l’essere maestro non era, per me, un traguardo; sapevo solo che alla fine mi sarei diplomato, ma non ci pensavo. Non ho mai studiato per quel fine. Stavo seguendo un percorso artistico che mi piaceva e mi dava soddisfazione.  L’entusiasmo lo mettevo anche partecipando a tutte le attività del gruppo che dirigeva la maestra Lina Alicino perché quello che mi era chiaro fin dall’inizio che ogni esperienza persa era un passo indietro nel mio studio. Il fatto che non fossi stabile a Roma non mi facilitava in questo come per Lucio Farinelli che spesso alcuni eventi si svolgessero in settimana durante l’orario di lavoro. Non è semplice studiare ikebana e fare attività per chi ha un lavoro fisso o per chi deve fare, come il sottoscritto, tutte le settimane Viareggio – Roma – Viareggio per cinque anni. Però vi ho investito, perché ci credevo, ogni mio singolo risparmio e guadagno non avendo né ricchezze di famiglia né la possibilità di essere mantenuto dai miei familiari, ma forse questo mi ha portato ad apprezzare maggiormente ogni singolo insegnamento ricevuto.

Quando feci il colloquio con Arianna Di Pietro della mai troppa compianta associazione culturale Versoriente ero fresco di diploma e non avevo esperienza, ma forse la convinse la mia passione. Perché per me questo l’ikebana era. Non ho mai voluto diplomarmi per fregiarmi del titolo di maestro o per dirigere un gruppo, ma perché speravo di trasmettere ad altri la passione che mi animava.

Si può studiare ikebana per passione (e come si sa il mio non fu un colpo di fulmine, anzi…), perché un giorno si vuole dirigere un proprio gruppo o come hobby. Tre strade possibili di cui due, soprattutto una, per me, portano su strade inermi.

Se oggi dirigo (in realtà nominalmente a fare tutto c’è anche il maestro Lucio Farinelli) uno Study Group è solo per questioni di ufficialità della scuola, non per sete di potere o posizione e chi mi conosce bene lo sa. Non ho mai smaniato per dirigere o puntato i piedi o chiesto di essere il re fondatore. Non mi interessava ed infatti le decisioni si prendono in due (quelle basiche) o con tutto il gruppo a cui chiediamo durante le riunioni sempre il loro pensiero.

Ma torniamo ai nostri studi.

Chi fa l’ikebana per sedersi sul trono da maestro, per me, no ha capito nulla di questo percorso che deve essere fatto con molta umiltà e a capo chino. Se alziamo la testa non sentiremo cosa ci dice la natura che è la nostra primissima collaboratrice. Le imporremo cose a cui si ribellerà rendendo i nostri lavori o sbagliati o freddi ed asettici. L’ikebana non è stupore, ma amore (a proposito Buon San Valentino a tutti).

Non dobbiamo vedere un ikebana e gridare che è figo, ma in silenzio sentire il cuore che ci batte.

Se l’ikebana è un hobby può essere un percorso piacevole. Dipende da come svolgiamo l’hobby. Se ci prende il tempo libero che abbiamo da famiglia, lavoro etc. siamo sulla giusta strada (e non sarà più un hobby, ma parte integrante della nostra vita). Se è un hobby che appena fatta la lezione va nel dimenticatoio… bè perché perdere cinque anni?

L’ikebana non si fa in cinque minuti, bisogna dedicargli del tempo.

Per me è un rituale.

Quando vaso e fiori sono scelti, prendo ogni strumento che mi servirà o mi potrebbe servire. La ciotola per il taglio in acqua (impensabile fare ikebana senza, si va contro la base di quest’arte), un asciugamano, un sacchetto per lo sporco, se il vaso è alto preparare l’ancoraggio (fondamentale sia per questioni tecniche sia perché sennò inesorabilmente avremo solo dei fiori in un vaso ed  un occhio esperto subito lo percepisce) tutti gesti atti solo a farmi piano piano imboccare l’istante in cui inizierò davvero a realizzare l’ikebana.

L’ikebana è un rapporto privato tra me e la natura. A lezione si impara come si fa, a casa si assapora la gioia di applicare ciò che si è appreso con tutto il tempo che vogliamo dedicarci.

Tempo fa un mio amico mi disse: “Ma come prendi ancora lezioni? Con i traguardi che hai raggiunto?” Ho solo annuito, non sapevo come spiegargli il perché del prendere lezioni. Prima di tutto in un percorso artistico io credo non si smetta mai di imparare, poi non so come spiegare la gioia (e a volte la frustrazione a lezione c’è anche quella di sensazioni ed è sempre preliminare a godere pienamente della felicità) di vedere idee con occhi diversi, imput dati da maestri differenti che portano con loro il proprio bagaglio di esperienze, idee ed emozioni.

E questo io chiedo agli allievi. Mi devono emozionare.

E sono fortunato che lo fanno spesso sia provenendo da ogni parte d’Italia (e non solo Italia) sia per la dedizione che mi stanno dimostrando esercitandosi a casa con volontà, caparbietà, ma soprattutto gioia.

Concentus Study Group

 

 

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