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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

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(© fotografico di Giò Tarantini)

Approfitto di questa bellissima foto che Tarantini ha scattato in Vietnam per parlare di un tema che in questi giorni, per vari motivi, mi sta balzando spesso innanzi agli occhi.

Tarantini è fotografo di professione per cui è ovvio che sappia come comunicare, ma la cosa che per primo mi colpisce vedendo l’immagine è il perfetto equilibrio, larmonia tra le forme e le sfumature di colore.

In un mio recente post ho parlato di quanto sia importante (direi fondamentale) imparare le tecniche di base per fare ikebana, come ricorda più volte lo stesso Sofu Teshigahara nel suo Kadensho.

Ma.

C’è un ma.

Le tecniche, la loro padronanza ci devono portare ad essere così abili da saper utilizzare e disporre bene ogni tipologia di materiale, ma il nostro scopo finale è realizzare qualcosa che trasmetta armonia, equilibrio, non un mero esercizio di tecnica pura senza anima (come lo stesso Sofu ribadisce sia nel già citato Kadensho sia nei 50 Principi della scuola Sogetsu).

Se noi ci riteniamo dei professionisti dell’ikebana, ovviamente, si dovrebbe saper far sì che le tecniche ci portino ad avere un equilibrio di forme finali.

E qui si tocca il tema centrale di questo blog che, come scrivevo a inizio del paragrafo, in questi giorni mi si sta presentando sotto vari aspetti: l’armonia.

Cosa rende armonico un ikebana?

In una sua recente conferenza a Roma, Mauro Graf ha puntato l’attenzione sulla disposizione degli elementi principali che seguendo la Triade Buddista portavano già ad un equilibrio innato di forma (sto sintetizzando in maniera molto forte più di un’ora di interessante ed importante conferenza).

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(una delle diapositive proiettate durante la conferenza)

Quindi tecnica e disposizione. Basta? No ovviamente. C’è un terzo elemento che direi fondamentale (se non di più) dei due precedenti.

Ritorniamo alla foto di apertura. La tecnica ha fatto sì che Tarantini realizzasse una foto professionale. La disposizione degli elementi ha portato ad avere una comunicazione perfetta dove le sfumature di luce, ciò che è a fuoco e ciò che non lo è, le diverse tipologie di superfici donano diverse sensazioni.

Ora togliamo il grande albero portato dal mare. Mettiamoci che so uno schiacciasassi.

Cambia ovviamente la comunicazione, ma anche ciò che proviamo. Da una foto che induce serenità, poesia si passa ad un oggetto forte in primo piano, slegato al contesto naturale e che ci potrebbe infastidire.

Torniamo al nostro ikebana. Siamo pronti con le tecniche e sappiamo nello stile base come sia la disposizione dei fiori a triangolo (scaleno nella Sogetsu).

Ed ora? Ora viene lo scoglio più grande. Il materiale floreale.

Come si sceglie e si abbina il materiale floreale? Come per la conferenza di Graf è difficile sintetizzare in poche righe anni di studio, ma la cosa più difficile in un ikebana è proprio capire quale materiale vada bene e quale no.

Il motto della scuola Sogetsu è (come ricordato spesso qui): Ogni persona può fare ikebana con ciò che vuole e in qualsiasi luogo desideri. Ovvero vanno bene tutte le tipologie di luogo per esporre gli ikebana e non ci sono limitazioni di genere sul materiale da utilizzare. Questa frase che sembre semplificare la vita in realtà ce la complica.

Mi spiego meglio. Ho un ikebana dove so quali materiali devo usare, li prendo e li sistemo. Ho uno stile da fare, ma la scelta del materiale ricade su di me. Panico.

A lezione noi forniamo, ovviamente, il materiale agli allievi preparando mesi prima le lezioni (spesso la ormai non – stagionalità dei fiori non aiuta molto) e Lucio Farinelli segna tutto sul suo file excel. Cerchiamo da sempre di non ripetere in un anno lo stesso materiale e di contro chiediamo agli allievi di esercitarsi a casa. Qui ovviamente, i primi anni, si scontrano con la scelta dei materiali non avendo l’esperienza necessaria, ma come si dice “sbagliando si impara”. E’ difficile comprendere il giusto equilibrio necessario tra i vari materiali. Si va dai rapporti di forma (lungo, fine, grosso, tondo etc) a quelli dei colori, dei generi (un’orchidea difficilmente si abbinerà ad un materiale rustico o dei fiorellini di campo a foglie turgide e forti esteticamente), si innesta il connubio tra di loro, la forma scelta e la tipologia (e colore) del vaso, etc. Quindi è un continuo osservare, studiare comprendere. Questo probabilmente legato anche alle sue origini, all’influsso dello Zen dove ad un processo di apprendimento si “sostituisce” un’attenta osservazione che porta al comprendere, ma di fatto la nostra armonia in ikebana è un grosso punto da superare.

Questo non vuol dire che uno si deve scoraggiare, ma seguire gli imput forniti dal maestro, studiare, sperimentare fino a quando in automatico comprenderà che tecnica utilizzare, quale disposizione dare ai fiori ed allora avrà un risultato armonico dove tutto sembrerà naturale quando in realtà in ikebana di naturale non c’è proprio niente perchè la perfezione della natura viene rielaborata dall’uomo.

Concentus Study Group

 

 

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