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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

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Ho terminato ieri di leggere questo libro di Bruno Ballardini con cui ho avuto la fortuna di fare anche alcune riflessioni attraverso scambi di messaggi online.

Ne parlo qui sul mio blog dell’ikebana per vari motivi. Il primo è che finalmente ho trovato un saggio divulgativo ed esatto, non siamo davanti ad un libro di consigli newagistici, un libro dove si fa un calderone di concetti, ma un bel saggio che spiega realmente cosa sia lo Zen e come si articoli. Oggi ormai anche le polpette sono zen e questo termine è stato stravolto con un abusivismo di concetto allucinante.  Una scrittura chiara, precisa con un leggero sottofondo di ironia non intesa come qualcosa di comico, ma lo sguardo sornione tipico di alcune parabole Zen. L’autore ci accompagna per mano fino a capire e provare, se si vuole, la pratica dello Zen.

Il secondo motivo che mi spinge a recensire questo prezioso saggio (siete ancora in tempo a richiederlo a Babbo Natale) è perché leggendolo più volte mi sono trovato a pensare: “Guarda come in ikebana.” Già. Come in ikebana.

L’ikebana si può studiare in due modi. La prima è voler imparare a fare composizioni floreali diverse dal flower arrangement. La seconda è la pratica della via (concetto di cui si parla nel libro). Nel primo caso impareremo (forse) a fare delle belle, ma sicuramente sterili, composizioni di fiori. Nel secondo il cammino sarà più difficoltoso, si tratterà di toccare argomenti collaterali alla via dei fiori (come tanti affluenti ad un unico fiume. Più ce ne sono e maggiore sarà il contenuto, altrimenti avremo un letto sterile e in secca). Spesso il nostro stato d’animo se negativo ci impedirà di fare  (o far bene) un ikebana. Per riuscire in ikebana dobbiamo (dovremmo) concentrarci meditando sui materiali che abbiamo a disposizione, osservarli come spesso ho ripetuto qui. Il lavoro dell’ikebanista è la pratica (tanta pratica! Senza di essa non arriveremo alla perfezione di gesti e tecniche) e l’osservazione. Potremmo anche non eseguire l’ikebana, per paradosso, perché questo è il lato importante del cammino. E se a casa andremo a rifare, ricostruire, l’ikebana eseguito a lezione, non sarà mai uguale al precedente. Non lo siamo nemmeno noi.

Se non si comprende che se andiamo a cambiare un fiore/ramo/foglia della nostra composizione andrà a mutare tutto il resto bé….  la via dei fiori non si aprirà mai per noi.

E nel libro, leggere per comprendere e capire ciò che sto per  scrivere, io mi sono accorto che fare ikebana è come nell’esempio che Ballardini fa del lavare i piatti sporchi.  Da un’azione pesante e noiosa ad arrivare ad una gestualità da kata il passo può essere davvero breve.

Concentus Study Group

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