Skip to content

Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Monthly Archives: ottobre 2017

Luca Ramacciotti

(Ikebana di Luca Ramacciotti – Vaso di Sebastiano Allegrini – foto di Ben Huybrechts)

 

Quando anni fa fui ospite di Paola Saluzzi a Cielo mi definì una persona che lavora nel “bello”. Mi rimase impressa questa definizione perché fino ad allora non avevo collegato il teatro, l’ikebana con questo concetto.
Ma cosa è la bellezza? Artisti, filosofi,  poeti han cercato di definirla, ma sfugge alle classificazioni,  muta a seconda del luogo, dell’epoca storica, della moda.
La bellezza di una donna, un tramonto sul mare, la natura incontaminata son tutti possibili esempi di bellezza.
E in ikebana cosa è bello? Sicuramente l’armonia, l’eleganza che deve essere palese per chi osserva. Il materiale non deve sembrare forzato (infilato a forza nel vaso, piegato con violenza o costretto tra altrti tipi di vegetali o materiale non convenzionale), deve dare un’idea di movimento, mai di staticità o pesantezza, deve trasmettere equilibrio ed armonia.
Come dice la Sogetsu (e come ha ricordato la maestra Ilse Beunen durante il recente workshop che ha tenuto a Roma assieme ad Anne-Riet Vughts) non è detto che se abbiamo dei bei fiori di conseguenza avremo ottimi ikebana, si deve saper usare il materiale e soprattutto vedere la bellezza di ogni singola cosa.
Venerdì scorso, dopo aver preso i materiali per il workshop al Mercato dei Fiori, con Lucio, le insegnanti e l’allieva Patrizia Ferrari siamo andati all’Orto Botanico in cerca del materiale per il wabi-sabi che era uno dei temi dei quattro workshop che avremmo poi effettuato.
Già da sola Patrizia aveva raccolto da terra del bellisismo materiale secco ed altro ne ha visto Ilse per strada e non solo (ma di questo ne parliamo nel prossimo articolo) ed io avevo portato delle foglie di loto che avevo seccato, ma che purtroppo non ho usato perché piacevano a tutti ed ho lasciato che ne usufruissero gli ospiti che devo dire le hanno davvero ben valorizzate (per vedere i lavori del workshop si può andare sulla nostra pagina Facebook).
Ilse Beunen al workshop ha ben spiegato il significato sia di wabi sia di sabi e di come “unendosi” formino un concetto di opposti che si bilanciano sottolineando come spesso oggi sia un termine di moda deconnaturato dal vero significato. Su questo concetto rimando agli articoli scritti qui.
Nella scuola Sogetsu c’è il tema del materiale secco e fresco assieme, ma qui era uno step ulteriore. Dovevamo utilizzare delle foglie in apparenza rovinate, materiale “povero”, vedere la bellezza dove comunemente non si vede e, nel mio caso, Ilse, mi ha insegnato a dare volume ad una foglia lunga e piatta che, seppur bellisisma, non ne aveva.
Pura Poesia.

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

peritoLuca  Ramacciotti

(Ikebana e contenitore realizzato da Luca Ramacciotti – foto di Ben Huybrechts)

Non ho mai avuto hobby in vita mia, perché se inizio a praticare qualcosa ci metto tutto l’impegno possibile come faccio nel lavoro. Mi documento, studio, chiedo, cerco.

Così è stato con l’ikebana dal primo istante del mio percorso quando, con Lucio Farinelli, decidemmo di intraprendere questo studio.

Fin dall’inizio abbiamo cercato su internet, comperato libri, cercato informazioni, raccolto materiale di ogni genere (dalle hasami ai kenzan di tutte le forme, materiali e colori, ad ogni singolo attrezzo che ci possa essere utile) perché consapevoli, come diceva Socrate “di non sapere”.

Perché è ovvio che nessuno di noi sa tutto, qualcuno ne sa sempre più di noi. Ad esempio per fare il Renka ci siamo documentati ovunque e con chiunque per non fare una cosa errata. Se parliamo a nome dell’ikebana e della nostra scuola dobbiamo essere costantemente responsabili di ciò che diciamo alle persone o divulghiamo.

Per tale motivo non mi sento mai offeso quando un maestro mi fa delle correzioni, o mi spinge oltre la mia zona di conforto. Tutti noi ne abbiamo e dobbiamo, soprattutto durante un workshop,  travalicarle.

In questi ultimi due giorni si è tenuto a Roma un workshop internazionale di ikebana Sogetsu con le maestre Ilse Beunen e Anne-Riet Vugts che ha visto partecipanti da tutta Europa e anche da altri continenti e questo ovviamente ci ha reso felici.

Fin dall’inizio con Lucio abbiamo deciso di limitare il numero dei partecipanti perché volevamo che ognuno di loro avesse il loro spazio (anche fisico per non mettere più di una persona a tavolo anche se grandi) e soprattutto una giusta correzione del lavoro per non fare delle annotazioni veloci e frettolose. Anche perché i temi scelti erano davvero molto impegnativi. Anzi, approfitto di questo mio post, per ringraziare le due insegnanti di ciò che ci hanno proposto.

Sapevamo di invitare due grandi personalità dell’ikebana con due visioni molto simili, ma molto nette e personali, ma mai ci si sarebbe aspettati tanta generosità sull’insegnamento, sul cercare di dare un’ulteriore visione ed aspetto al nostro modo di fare ikebana. Non si sono risparmiate in nulla in questi due giorni. Davvero grazie.

Abbiamo cercato di dare materiali particolari e temi difficili perché, come dicevo prima, un workshop ti deve spingere a fare qualcosa di più che non faresti a casa tua, a compiere un passo in avanti lungo la via dei fiori.  Non stare, appunto, nella zona di conforto, usando materiali facili o dei vasi industriali (e qui mi inchino davanti a Sebastiano Allegrini ed Angelica Mariani che ci hanno permesso di utilizzare i loro straordinari vasi realizzati con una perizia ed un senso estetico davvero incredibili. Due grandi professionisti che amano la loro arte e che hanno anni di studio e preparazione alle spalle).

Il primo workshop a cui ho partecipato sabato mattina era stato ideato da Anne-Riet Vugts e prevedeva di utilizzare un tubo di plastica per realizzare il proprio contenitore. Si doveva giocare sulle forme, sugli equilibri, i contrasti di colore. Ho preso fiato e mi son lanciato nel vuoto non avendo mai prima di ora affrontato un tema del genere. E i dubbi erano molti dal poter sbagliare la forma del vaso (e quindi minarne la stabilità), alla forma da dare al mio lavoro, all’idea di mantenere saldi i principi dell’ikebana (pieno, vuoto, movimento, asimmetria equilibrio etc).

E’ satto molto entusiasmante mettersi così alla prova e quello in foto è il risultato finale.

Concentus Study Group.

 

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Quando la maestra Lina Alicino dava a me e a Lucio Farinelli lezione di ikebana faceva sempre un’introduzione storica o filosofica o artistica sul Giappone. Chi studia ikebana ed è ai primi passi può prendere questa iniziativa come nozioni informative mentre andando avanti nel tempo ci si accorge di come in realtà servano nello studio di quest’arte.

L’ikebana non è “solo” studiare la naturale, regole di misure, dimensioni e prospettiva, ma conoscere profondamente la cultura giapponese e per questo resto incantato davanti la sapienza di persone come Aldo Tollini, Giangiorgio Pasqualotto o di Mauro Graf e ne seguo conferenze e scritti. Più li ascolto e maggiormente mi accorgo di non sapere. L’ikebana è strettamente connessa alla (alle) religione giapponese (è illuminante leggere i saggi sullo shintoismo, buddhismo e buddhismo zen, taoismo, confucianesimo dove si scopre anche la concezioni che i giapponesi hanno dell’uomo estremamente connesso alla natura), alla storia del Giappone, alle influenze artistiche, alle ideologie “estetiche e filosofiche”. Come scrive nel suo saggio Hisayasu Nakagawa (Introduzione alla cultura giapponese): “Ogni arte è dunque una combinazione di differenti pratiche artistiche […] Le diverse pratiche sono altrettanti sistemi in sé completi, ma che hanno modo di esprimersi appieno soltanto contribuendo a un’altra pratica artistica.”

Ci sono poi dei “temi” (e termini) che ho reincontrato più volte sul mio cammino e che credo siano degni di maggior analisi.

Il primo è il kintsugi di cui già avevo parlato in un articolo riferendomi proprio al vaso in foto di copertina, ma che mi aveva salvato anche il vaso realizzato in esclusiva come premio della mia vittoria al 草月みんなのいけばな展Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition che nel viaggio si era danneggiato. Quelo che mi affascina in questa tipologia di riparazione non è solo l’idea che in un mondo sempre di più consumistico si vada a “salvare” un oggetto, ma è che non lo incolliamo semplicemente, andiamo ne mettiamo in risalto la “cicatrice”. Nessuno impedirebbe di usare colle trasparenti e super forti. Eppure andiamo a disegnarci una o più “vene” dorate. E’ un elogio all’imperfezione, al passare del tempo, all’usura.

Da un lato abbiamo un Giappone alla costante ricerca della perfezione, della maestria (interessante su questo concetto il saggio “Sulla maestria” di Tanizaki Jun’ichirō), di ciò, come in ikebana, è “ricostruito” (ovvero la natura in questo caso) senza che si debba notare e dall’altro l’esaltazione del segno lasciato dal passare del tempo. Un segno che deve essere visibile. E qui possiamo legarci ad un altro affascinante concetto, quello del Wabi- Sabi.

Ho letto i due saggi di Leonard Koren su questo tema che attraversa anche molti altri libri sulla cultura giapponese dove è evidente che le sfumature di definizione sono spesso evanescenti. Nel suo testo sull’estetica giapponese Donald Richie scrive: “Il maestro dell’arte di disporre i fiori Teshigahara Sofu una volta disse che shin (stile formale) è un tokonoma tradizionale con pavimento di tatami, il sostegno principale laccato e tutte le proporzioni precise e formali mentre è gyo (stile misto) un tokonoma con pavimento in legno, le venature ancora visibili e il sostegno principale forse costituito da un tronco di albero naturale.” Come si vede le sfumature si risolvono poi nella pratica in differenze ben sostanziali, ma sono tutte facce della stessa medaglia.

Questi termini spesso sono davvero intraducibili nella nostra lingua perché appena li definiamo essi sfuggono alle barriere linguistiche. Attingo ancora a Donald Richie.

Aware: Gli aspetti della natura (o della vita o dell’arte) che portano l’individuo sensibile alla consapevolezza della bellezza effimera di un mondo in cui il mutamento è l’unica costante.

Furyu: Modi raffinati riflessi in cose considerate di gusto o eleganti.

Iki: un tipo di bellezza urbana, chic e borghese con sfumature di sensualità (tra poco torneremo su questo concetto).

Mujo: Un concetto buddhista che suggerisce la caducità.

Sabi: Una qualità leggermente cupa che suggerisce l’età, il deperimento e il passare del tempo (anche su questo concetto come quello di wabi ritorneremo tra poco).

Shin-Gyo-So: Uno schema tripartito che indica lo stile formale, quello misto e quello informale.

Soboku: Semplicità spontanea.

Wabi: Un’estetica raffinata che trova la bellezza nella semplicità e nella rusticità modesta.

Koren nei due testi di cui parlavo prima sviscera il concetto di wabi – sabi sia in senso generale sia con un saggio centrato su artisti, designer, poeti e filosofi. Vedendo l’ampia categoria a cui fa riferimto si ritorna al discorso fatto prima in cui tutte le discipline artistiche giapponesi creano una globalità. Mi affascina il concetto di wabi – sabi (tanto da porlo al centro di uno dei quattro temi che comporranno il prossimo workshop internazionale organizzato dal Concentus Study Group che si terrà a giorni a Roma) per ciò che esprime. Credo la prima volta di averlo incontrato in merito alla Cerimonia del té dove le tazze avevano una connaturazione tale, ed erano tazze “grezze”, segnate dalla patina del tempo e dalle tracce del tè verstovi. Eppure quelle tazze valgono tantissimo a livello economico e ci vuole un’immensa maestria nel realizzarle così. Senza considerare i collezionisti che pagano cifre incredibili per accaparrarsi il pezzo di tal maestro o di un altro e la raffinata ricerca fatta da scuole come l’Uransenke.

_MG_2769.jpg

(due delle tazze che possiedo. A sinistra una Karatsu e a destra una tazza da cerimonia del maestro Sebastiano Allegrini)

Si ricercano linee, forme e colori che non siano eccessive, che non distraggano l’occhio e la mente dal discorso importante, ovvero il tè. Eppure di prassi è regola osservare la tazza che ci viene proposta. Sono dualità che per me hanno un fascino straordinario, una continua ricerca di suggestioni che spesso noi occidentali non abbiamo più (in tal senso consiglio anche l’affascinante “Libro d’Ombra” sempre anch’esso di Tanizaki Jun’ichirō).

E se il primo principio della Sogetsu è: Fiori belli non rendono sempre belli gli ikebana tra poco vedremo come questo principio si tradurrà nel wabi – sabi della natura con gli ikebana realizzati durante il nostro workshop internazionale che inizia sabato a Roma.

L’altro termine affascinante di cui parlavo prima è iki. Quando mi fu regalato “La struttura dell’Iki” di Shuzo Kuki era la prima volta che incontravo questo termine.

Sulla definizione e spiegazione dettagliata di tale termine rimando all’omonima pagina di wikepedia. Pur sapendo che i giapponesi sul sesso hanno una mentalità ben diversa dalla nostra (basti pensare che da loro lo Shibari ha raggiunto una connotazione artistica, mentre il suo corrispettivo occidentale, il Bondage, ha una valenza negativa e morbosa) mi sembrava un saggio interessante, ma slegato al contesto culturale di cui mi occupavo, ovvero la natura e non la seduzione delle geishe. Invece per il principio che tutte le discipline si ricongiungono in Giappone c’è una parte finale del saggio che verte sull’arte dove l’autore si chiede se può essere, e in quale modo, iki. Il rapporto tra iki e arte in visione soggettiva ed oggettiva per la precisazione, tra arti imitative (pittura, scultura e poesia) e arti libere (arti decorative, l’architettura e la musica). Non tocca nessuna delle arti più particolari del Giappone come lo shodo o l’ikebana.

“Ad avere un rapporto molto importante con l’espressione dell’iki sono innanzitutto le arti libere. […] Per prima cosa bisogna che in qualche modo si manifesti la dualità della “seduzione”. Occorre poi che tale dualità venga espressa con una precisa caratteristica, ossia come oggettivazione di “energia spirituale” e di “rinuncia”. Ora non esiste figura geometrica che mostri la dualità meglio delle rette parallele. Le quali, procedendo eternamente senza mai incontrarsi, rappresentano la più pura oggettivazione visiva della dualità. […] Del tutto estranei all’iki sono inoltre i motivi a tralci floreali […] perché hanno linee involute come germogli di felce; come è pure estraneo all’iki il motivo a grandi fiori stilizzati del perodo Tenpyo, perché formato quasi esclusivamente da curve.”

Viene fatta una distinzioni tra righe verticali (iki) e linee orizzontali (non iki): “Nelle righe verticali, invece si avverte la leggerezza della pioggiarellina e delle “fronde di salice” (ryujo) che cadono assecondando la gravità.” E tra le forme geometriche ([…] “essendo formati da triangoli son ben lontani dall’iki”).

Il saggio prosegue anche analizzando i colori (“sono più iki i colori assimilanti, come il verde e il blu, dei cosiddetti colori disassimilanti, come il rosso e il giallo.”) alla tipologia di illuminazione delle stanze parlando di architettura (“Occorre che la luce fluttuante in uno spazio iki abbia il colore tenue dei lampioncini appesi sulla porta delle case di piacere.”) per finire sulla struttura musicale (“La melodia iki consiste nella rottura dell’equilibrio monodico della scala ideale e nella posizione di una dualità sotto forma di scarto.”).

E lo studio continua…

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Prendo a spunto questa frase di Fedor Dostoevskij per illustrare una toccante idea avuta dalla mia allieva Rosaria Lenti che è di Livorno come Nicoletta Barbieri e Ilaria Mibelli.

Rosaria ha sentito l’impulso di recarsi nelle zone distrutte dall’alluvione, dall’evento luttuoso e disastroso che ha colpito la costa labronica, e lì cercare del materiale per fare un ikebana.

Sono stati giorni terribili. Ricordo che mentre passavo in treno per andare a Roma si vedeva una terra sconvolta. Devastata.

Ho quindi chiesto a Nicolette Barbieri e a Ilaria Mibelli di fare la stessa cosa.

Ho trovato molto bella l’idea di andare a prendere dei materiali vegetali (e come vedrete non solo!) in quei luoghi per dar loro una seconda vita. Questi lavori ben rispecchiano il loro stato d’animo. E le ringrazio per la loro sensibilità. Fiero di averle come allieve.

Come ringrazio Silvia che si è unita al gruppo usando materiali che aveva colto tempo fa a Livorno. Fare la via dei fiori è anche questo.

La foto di copertina è di Giuseppe Cesareo.

Rosaria: Pochi giorni fa ho sentito forte l’ impulso di andare in una delle zone più colpite dall’alluvione del 10 settembre scorso, qui, nelle nostre colline… mentre percorrevo con la macchina la strada vero la Valle Benedetta, il senso della devastazione del territorio mi è arrivato come un pugno nello stomaco: quasi tutto era ancora color fango, grandi tratti di collina feriti profondamente, con tanti alberi fatiscenti rimasti a memoria dei boschi, spazzati via dalla furia dell’acqua, un senso di smarrimento e di dolore che nasceva dalla terra… ma proprio tutto ciò mi ha spinto a cercare esattamente tra quei boschi, tra quelle lacerazioni il materiale per esaltare la bellezza dei colori e delle forme dell’autunno incipiente.
Dedico alle persone scomparse e al nostro territorio i miei ikebana, perchè possa rinascere la vita proprio dal fango.

P1020121

(Ikebana e foto di Rosaria Malito Lenti)

P1020161

(Ikebana e foto di Rosaria Malito Lenti)

Nicoletta: Da sempre ho raccolto con piacere rami e materiale interessante che arriva sulle spiagge portato dal mare. Questa volta è  stato diverso, il pensiero andava alle persone che hanno sofferto, perso affetti, casa, oggetti in questo evento eccezionale, durante il quale diversi torrenti a Livorno sono esondati. Con questo sentimento di condivisione del dolore e con la passione di sempre ho lavorato il materiale recuperato dando un mio piccolo contributo.

IMG_1161

(Ikebana e foto di Nicoletta Barbieri)

20171010_093917.jpg

(Ikebana e foto di Nicoletta Barbieri)

Ilaria: Nella notte fra il 9 e il 10 settembre un violento nubifragio si è abbattuto sulla mia città, Livorno, dietro di se vittime e devastazione.
La violenza dell’acqua nella sua corsa verso il mare si è impadronita di tutto ciò che ha trovato sul suo passaggio, lasciando poi un groviglio indistinto intrappolato in un mare di fango.
Questa è stata l’idea di partenza.
Mi sono recata in uno dei centri di stoccaggio ed ho raccolto piccoli oggetti di vita quotidiana, poi sul mare a raccogliere radici e alti materiali.
Ho creato una scultura con questi materiali, come un fotogramma della scena di quella notte. Ho messo degli Anthurium rossi per la loro forma a cuore, rispetto per le vite spezzate.
Ringrazio Rosaria per l’idea e il nostro maestro Luca Ramacciotti per averci coinvolte con i nostri lavori.

IMG_8675b.jpg

(Ikebana e foto di Ilaria Mibelli)

Silvia: Con una radice portata dal mare, trovata sulla una spiaggia di Livorno, ho voluto creare un legame con il territorio, gli anturium secchi sono il simbolo del dolore, ma dalle radici del topinambur rinasce vigorosa e colorata la speranza e la forza di vivere.

1_10-10-17w.jpg

(Ikebana e foto di Silvia Barucci)

Come scrissi diverso tempo fa (Potrà piovere lì fuori, sulla terra, sulla strada, sulle cose…) sono molto legato a questa città e pur essendo lontano ho cercato di unirmi a loro grazie ad un mio vaso che pare un tubo arrugginito dal mare con delle concrezioni sabbiose. Me lo sono immaginato laggiù nel profondo avvolto da alghe.

_MG_2809

(Ikebana, foto e vaso di Luca Ramacciotti)

Mondo di sofferenza:
eppure i ciliegi
sono in fiore.

(Kobayashi Issa)

Concentus Study Group

girasoli

(Quattordici girasoli in un vaso  –  Arles, agosto 1888)

IMG_1758-2

(Ikebana di Luca Ramacciotti omaggio a Vincent Van Gogh che fu realizzato per la mostra Arte Giovane – vaso di Sebastiano Allegrini)

Il 16 – 17 — 18 ottobre prossimo esce nei cinema “Loving Vincent” – un film sulla vita ed opere del celebre pittore olandese che ha traghettato l’arte pittorica nella concezione moderna. Si tratta del primo film interamente dipinto su tela, rielaborando oltre mille dipinti per un totale di più di 65 000 fotogrammi. E’ un’emozione davvero unica veder prendere vita sullo schermo le opere, i personaggi, la natura dipinti dal celebre pittore la cui vita tormentata e incompresa ben viene narrata in questo film diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman che ho avuto l’onore di vedere in anteprima nazionale.

Van Gogh mi ha sempre affascinato e travolto per il forte impasto dei colori (avrei voglia di affondarci dentro le mani), le forme, lo studio delle luci, come calibrava l’impasto pittorico per dare suggestioni:

“Caro Theo,

È stata una settimana di serrato e duro lavoro nei campi di grano in pieno sole: ne sono venuti studi di messi, paesaggi e uno schizzo di seminatore.

Su di un campo arato, un grande campo di zolle viola, sale verso l’orizzonte un seminatore in azzurro e bianco.

All’orizzonte un campo di grano maturo.

Sopra tutto, un cielo giallo con un sole giallo.

Dalla sola nomenclatura delle tonalità, senti che il colore gioca in questa composizione un ruolo importantissimo.

Così lo schizzo in quanto tale – tela da 25 – mi tormenta molto nel senso che mi chiedo se non si debba prenderlo sul serio e farne un quadro formidabile. Dio mio quanto mi piacerebbe! Il fatto è che non so se avrei la forza di esecuzione necessaria.

Metto da parte lo schizzo così com’è, non osando quasi pensarci. Già da tempo desideravo fare un seminatore, ma i desideri che coltivo da tempo non si realizzano sempre.

[…]

tuo Vincent”

Inoltre come ipotizzavo in una mia conferenza al MAXXI data la passione di Van Gogh per il Giappone è possibile che abbia sentito parlare di wabi-sabi?

Se pensiamo che il quadro Japonaiserie: Oiran

Van_Gogh_-_Oiran_(Nach_Kesaï_Eisen).jpeg

è dell’anno precedente al quadro dei Girasoli che apre l’articolo non sarebbe una suggestione che la forza di quei fiori in vaso potesse rappresentare il wabi-sabi? Questo spiegherebbe perché non sia una natura morta, né un quadro di fiori freschi come potevano essere le sue iris.

“Non si potrebbe studiare l’arte giapponese, mi sembra, senza diventare molto più sereni e più felici: dobbiamo ritornare alla natura, nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro in un mondo convenzionale. … Invidio ai giapponesi l’estrema nitidezza che tutte le cose hanno presso di loro. Nulla vi è mai noioso, né mi sembra mai fatto troppo in fretta. Il loro lavoro è semplice come respirare: essi fanno una figura mediante pochi tratti sicuri, con la stessa disinvoltura come se si trattasse di una cosa semplice quanto abbottonarsi il panciotto.” (Vincent Van Gogh – settembre 1888)

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

9788893442947_0_0_0_75

Anni fa trovai parallelismi tra il percorso dell’ikebana e il libro di Eugen Herrigel “Lo Zen e il tiro con l’arco”  perché si capiva come approcciarsi allo studio di una disciplina orientale che è molto diverso da come ci avviciniamo noi al mondo dell’arte. Ancor più fondamentale ovviamente il libro della moglie “Lo zen e l’arte di disporre i fiori” (Gusty Herrigel).

Leggendo il libro di Coelho recentemente pubblicato in Italia vi ho trovato molti spunti di riflessione che, per ovvi motivi di copyright, non posso riportare tutti, ma ne segnalo due che mi sembrano molto attinenti al tipo di mentalità e modo di agire che dobbiamo possedere nell’aprocciarsi con una disciplina artistica (soprattutto se orientale) e in questo caso personale all’ikebana.

Esistono due tipi di tiro. Il primo è quello che si affida alla precisione, ma risulta privo del trasporto dell’anima. Per quanto l’arciere possieda un’elevata padronanza della tecnica, durante l’esecuzione si concentra esclusivamente sul bersaglio: ecco perché, nonostante una lunga pratica, spesso non si è “evoluto”, non ha ottenuto grandi miglioramenti, e si è quasi cristallizzato nella ripetività. Un giorno finirà per abbandonare il cammino dell’arco, pensando che sia diventato ormai una routine. Il secondo tiro è quello che racchiude ogni stimolo dell’anima. E allora ecco che la mano dell’arciere si spalanca nell’istante più opportuno, il suono della corda stimola il canto degli uccelli, il volo della freccia custodisce e trasporta ogni sua intenzione, perché l’essenza di quel gesto – il lancio di un oggetto verso un punto lontano – paradossalmente scatena il desiderio di un ritorno e di un ritrovamento di se stessi.

Il gesto è l’incarnazione del verbo. In altre parole, un’azione raffigura la manifestazione di un pensiero. Anche il più minuscolo gesto rivela il nostro essere: di conseguenza, dobbiamo porre una grande attenzione in esso, badare a ogni dettaglio per tendere alla perfezione, affinare la nostra tecnica in modo da renderla principalmente intuitiva. Ricorda, però,  che l’intuizione esula dal concetto di routine, perché affonda le proprie radici nella disposizione dell’anima – forse nella sua stessa esistenza. Ecco perché, dopo essersi esercitati, a lungo nell’arte del tiro, i vari movimenti diventano parte dell’esistenza. Ma per raggiungere questo traguardo è indispensabile un allenamento costante e la ripetizione insita di ogni singolo gesto. Sì, la ripetizione insistita e l’allenamento costante.

Concenstus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

_MG_2774a

(Ikebana e foto di Luca Ramacciotti – vaso di Lucio Farinelli)

E’ da quando ho saputo che Kazuo Ishiguro ha vinto il premio Nobel per la letteratura di quest’anno che ho in mente di celebrarlo con un ikebana perché è uno scrittore che amo molto. Pur essendo naturalizzato inglese é giapponese fin dentro al midollo per l’equilibrio, l’essenzialità delle sue parole, le frasi perfette, visive, emozionali. Non un rigo o una parola di troppo. Mai. Immagini e sensazioni immediate come in un haiku, ugualmente musicali nel rincorrersi lungo la struttura dei suoi libri.

In particolare avevo in mente “Un artista del mondo fluttuante” che è ambientato in Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Il protagonista èMasuji Ono, un anziano pittore, e il romanzo è tutta una riflessione sull’arte, la politica, l’ambizione, l’incomprensione tra generazioni.

Volevo quindi realizzare qualcosa di “pittorico” ed ho pensato ad un khion (in questo caso una composizione che si studia al II livello della scuola, una quarta variazione che amo molto). Questo perché desideravo che l’ikebana non fosse “troppo presente”, che si limitasse ad un omaggio e ho provato a dargli l’armonia del suo metodo di scrittura.

Ringrazio Ilse Beunen per il consiglio di utilizzare un vaso alto.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

_MG_2760

(Ikebana di Lucio Farinelli e Luca Ramacciotti – foto di Luca Ramacciotti)

Qualche giorno fa era il mio compleanno e tra i vari regali ho ricevuto tre nuovi vasi dal maestro Lucio Farinelli che ha comperato durante il suo recente viaggio in Argentina.

Subito mi è venuta un’idea ovvero di rinnovarli per un “renka” a due utilizzandoli anche i preziosi vasi creati da Hiroshi Teshigahara che sempre il maestro Farinelli mi aveva regalato 2 compleanni fa.

Erano avanzati dei fiori dalle recenti lezioni di ikebana e, ovviamente, abbiamo utilizzati quelli perché come dico sempre in ikebana anche ciò che andiamo a rimuovere dal nostro materiale può diventare un altro ikebana. A lezione spesso avanza del materiale, ma va bene così per due motivi. Il primo è che non voglio fare lezione con il materiale contato perché non succeda come a me una volta che per finire il mio ikebana Lucio ha dovuto togliere dei fiori da quello da lui realizzato durante la lezione che stavamo prendendo. Inoltre se avanza del materiale l’allievo può portarlo via per fare i compiti a casa o, se lo lascia, ci esercitiamo noi. Per me è impensabile che un maestro di ikebana non faccia mai ikebana se non per mostre, dimostrazioni o altro. Ci deve essere un costante desiderio di realizzare un ikebana, sia che si tratti di uno stile base, sia di altri temi.

Questo in foto potrebbe anche essere un altro tema della Sogetsu ovvero “più contenitori”, ma è davvero un renka “ristretto” a due partecipanti perché per primo ho iniziato io in un vaso e poi ha continuato il maestro Farinelli, dopo di nuovo io in un altro e così via andando ad unire il tutto.

Il problema è stato fotografarlo per una questione di spazi per cui ringrazio le preziose lezioni del maestro Rinaldo Serra che davvero mi ha illuminato sul mondo della fotografia e mi hanno fatto conoscere meglio la mia reflex.

Concentus Study Group

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Fin dalla primissima edizione del concorso bandito dalla Sogetsu “草月みんなのいけばな展Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition”, assieme al maestro Lucio Farinelli abbiamo partecipato spronando anche le nostre allieve a farlo. L’ho trovata da subito un’idea molto carina non tanto per la gara quanto per vedere come in tutto il mondo si declinasse l’ikebana Sogetsu e i suoi principi. Certo non mi sarei mai aspettato di vincere il primo premio né che vincessero delle mie allieve. Anzi dicevo sempre a loro: “Partecipiamo che è divertente, ma non fatelo con spirito di gara perché noi, in confronto ad altri, siamo piccolini. Si deve partecipare con gioia, tanto non si vince.” E #tantononsivince ormai è il nostro mantra su questo concorso e ce lo diciamo tra di noi sorridendo. Certo ci fa piacere aver avuto un così prestigioso premio che riconosca il nostro lavoro, la sua qualità, ma per noi è importante il “fare”, non il vantare. Di certo non posso pensare che il mio primo premio valga quanto quello che ebbe (alla prima edizione) Anne – Riet Vugts. Troppi anni di studio e di preparazione ci separano, il mio l’ho sempre visto come un incoraggiamento a fare ancora meglio, a studiare maggiormente l’ikebana Sogetsu. Per questo ho detto a tutti, in accordo con Lucio, di continuare a proporre i nostri lavori al concorso, con lo spirito di sempre, la gioia di partecipare, di far parte del gruppo Sogetsu. Non si puà studiare un percorso come quello dell’ikebana (senza tradirne il vero spirito) in cerca di successo, fama. Cercando di carpire, fare, brigare o tramare. Non siamo a Game of Thrones (anche se a volte sembrerebbe), nè voglio esserci. L’ikebana è la mia oasi felice, la mia passeggiata in mezzo alla natura. Sto seguendo un cammino, passo dopo passo, non ho mai voluto correre né saltare fossati. Ogni cosa ha il suo momento.

Ringrazio le allieve che hanno partecipato. Il tema quest’anno era “Verso il futuro” ed ognuno di noi lo ha declinato in maniera differente andando dall’idea di un ikebana ispirato o che accompagni un profumo (io) ad una lavorazione più moderna dei materiali (Lucio, Silvia B., Ilaria, Nicoletta), ad una reinterpretazione della natura magari utilizando vasi più moderni esteticamente (Lucia, Daniela, Chiara. Silvia P.) o all’uso del solo materiale non convenzionale (Rosaria). Ringrazio loro per la passione, la qualità dei lavori (e delle foto) e la varietà delle interpretazioni proposte. E complimenti ai vincitori!

22141259_810939495742888_2054992544766245456_n

(Ikebana, vaso e foto di Luca Ramacciotti)

22181655_810937082409796_6688155005033043848_o

(Ikebana di Lucio Farinelli – foto di Ilse Beunen)

22221953_810938292409675_7026258368379401785_n

(Ikebana e foto di Lucia Coppola)

22218181_810946502408854_1568126883831970041_o.jpg

(Ikebana e foto di Nicolatte Barbieri – vaso di Alessia Nannicini)

22180084_810947709075400_3902387062495809224_o

(Ikebana e foto di Silvia Barucci)

22154478_810944892409015_673320798657638582_n

(Ikebana e foto di Raraia Malito Lenti)

22154335_810945562408948_7680779115287064327_n

(Ikebana e foto di Ilaria Mibelli)

Chiara

(Ikebana e foto di Chiara Giani)

Daniela Bongiorno

(Ikebana, vaso e foto di Daniela Bongiorno)

22089758_810945305742307_7119051941056582911_n

(Ikebana, vaso e foto di Silvia Pescetelli)

Concentus Study Group

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: