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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Quando la maestra Lina Alicino dava a me e a Lucio Farinelli lezione di ikebana faceva sempre un’introduzione storica o filosofica o artistica sul Giappone. Chi studia ikebana ed è ai primi passi può prendere questa iniziativa come nozioni informative mentre andando avanti nel tempo ci si accorge di come in realtà servano nello studio di quest’arte.

L’ikebana non è “solo” studiare la naturale, regole di misure, dimensioni e prospettiva, ma conoscere profondamente la cultura giapponese e per questo resto incantato davanti la sapienza di persone come Aldo Tollini, Giangiorgio Pasqualotto o di Mauro Graf e ne seguo conferenze e scritti. Più li ascolto e maggiormente mi accorgo di non sapere. L’ikebana è strettamente connessa alla (alle) religione giapponese (è illuminante leggere i saggi sullo shintoismo, buddhismo e buddhismo zen, taoismo, confucianesimo dove si scopre anche la concezioni che i giapponesi hanno dell’uomo estremamente connesso alla natura), alla storia del Giappone, alle influenze artistiche, alle ideologie “estetiche e filosofiche”. Come scrive nel suo saggio Hisayasu Nakagawa (Introduzione alla cultura giapponese): “Ogni arte è dunque una combinazione di differenti pratiche artistiche […] Le diverse pratiche sono altrettanti sistemi in sé completi, ma che hanno modo di esprimersi appieno soltanto contribuendo a un’altra pratica artistica.”

Ci sono poi dei “temi” (e termini) che ho reincontrato più volte sul mio cammino e che credo siano degni di maggior analisi.

Il primo è il kintsugi di cui già avevo parlato in un articolo riferendomi proprio al vaso in foto di copertina, ma che mi aveva salvato anche il vaso realizzato in esclusiva come premio della mia vittoria al 草月みんなのいけばな展Everyone’s Sogetsu Ikebana Exhibition che nel viaggio si era danneggiato. Quelo che mi affascina in questa tipologia di riparazione non è solo l’idea che in un mondo sempre di più consumistico si vada a “salvare” un oggetto, ma è che non lo incolliamo semplicemente, andiamo ne mettiamo in risalto la “cicatrice”. Nessuno impedirebbe di usare colle trasparenti e super forti. Eppure andiamo a disegnarci una o più “vene” dorate. E’ un elogio all’imperfezione, al passare del tempo, all’usura.

Da un lato abbiamo un Giappone alla costante ricerca della perfezione, della maestria (interessante su questo concetto il saggio “Sulla maestria” di Tanizaki Jun’ichirō), di ciò, come in ikebana, è “ricostruito” (ovvero la natura in questo caso) senza che si debba notare e dall’altro l’esaltazione del segno lasciato dal passare del tempo. Un segno che deve essere visibile. E qui possiamo legarci ad un altro affascinante concetto, quello del Wabi- Sabi.

Ho letto i due saggi di Leonard Koren su questo tema che attraversa anche molti altri libri sulla cultura giapponese dove è evidente che le sfumature di definizione sono spesso evanescenti. Nel suo testo sull’estetica giapponese Donald Richie scrive: “Il maestro dell’arte di disporre i fiori Teshigahara Sofu una volta disse che shin (stile formale) è un tokonoma tradizionale con pavimento di tatami, il sostegno principale laccato e tutte le proporzioni precise e formali mentre è gyo (stile misto) un tokonoma con pavimento in legno, le venature ancora visibili e il sostegno principale forse costituito da un tronco di albero naturale.” Come si vede le sfumature si risolvono poi nella pratica in differenze ben sostanziali, ma sono tutte facce della stessa medaglia.

Questi termini spesso sono davvero intraducibili nella nostra lingua perché appena li definiamo essi sfuggono alle barriere linguistiche. Attingo ancora a Donald Richie.

Aware: Gli aspetti della natura (o della vita o dell’arte) che portano l’individuo sensibile alla consapevolezza della bellezza effimera di un mondo in cui il mutamento è l’unica costante.

Furyu: Modi raffinati riflessi in cose considerate di gusto o eleganti.

Iki: un tipo di bellezza urbana, chic e borghese con sfumature di sensualità (tra poco torneremo su questo concetto).

Mujo: Un concetto buddhista che suggerisce la caducità.

Sabi: Una qualità leggermente cupa che suggerisce l’età, il deperimento e il passare del tempo (anche su questo concetto come quello di wabi ritorneremo tra poco).

Shin-Gyo-So: Uno schema tripartito che indica lo stile formale, quello misto e quello informale.

Soboku: Semplicità spontanea.

Wabi: Un’estetica raffinata che trova la bellezza nella semplicità e nella rusticità modesta.

Koren nei due testi di cui parlavo prima sviscera il concetto di wabi – sabi sia in senso generale sia con un saggio centrato su artisti, designer, poeti e filosofi. Vedendo l’ampia categoria a cui fa riferimto si ritorna al discorso fatto prima in cui tutte le discipline artistiche giapponesi creano una globalità. Mi affascina il concetto di wabi – sabi (tanto da porlo al centro di uno dei quattro temi che comporranno il prossimo workshop internazionale organizzato dal Concentus Study Group che si terrà a giorni a Roma) per ciò che esprime. Credo la prima volta di averlo incontrato in merito alla Cerimonia del té dove le tazze avevano una connaturazione tale, ed erano tazze “grezze”, segnate dalla patina del tempo e dalle tracce del tè verstovi. Eppure quelle tazze valgono tantissimo a livello economico e ci vuole un’immensa maestria nel realizzarle così. Senza considerare i collezionisti che pagano cifre incredibili per accaparrarsi il pezzo di tal maestro o di un altro e la raffinata ricerca fatta da scuole come l’Uransenke.

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(due delle tazze che possiedo. A sinistra una Karatsu e a destra una tazza da cerimonia del maestro Sebastiano Allegrini)

Si ricercano linee, forme e colori che non siano eccessive, che non distraggano l’occhio e la mente dal discorso importante, ovvero il tè. Eppure di prassi è regola osservare la tazza che ci viene proposta. Sono dualità che per me hanno un fascino straordinario, una continua ricerca di suggestioni che spesso noi occidentali non abbiamo più (in tal senso consiglio anche l’affascinante “Libro d’Ombra” sempre anch’esso di Tanizaki Jun’ichirō).

E se il primo principio della Sogetsu è: Fiori belli non rendono sempre belli gli ikebana tra poco vedremo come questo principio si tradurrà nel wabi – sabi della natura con gli ikebana realizzati durante il nostro workshop internazionale che inizia sabato a Roma.

L’altro termine affascinante di cui parlavo prima è iki. Quando mi fu regalato “La struttura dell’Iki” di Shuzo Kuki era la prima volta che incontravo questo termine.

Sulla definizione e spiegazione dettagliata di tale termine rimando all’omonima pagina di wikepedia. Pur sapendo che i giapponesi sul sesso hanno una mentalità ben diversa dalla nostra (basti pensare che da loro lo Shibari ha raggiunto una connotazione artistica, mentre il suo corrispettivo occidentale, il Bondage, ha una valenza negativa e morbosa) mi sembrava un saggio interessante, ma slegato al contesto culturale di cui mi occupavo, ovvero la natura e non la seduzione delle geishe. Invece per il principio che tutte le discipline si ricongiungono in Giappone c’è una parte finale del saggio che verte sull’arte dove l’autore si chiede se può essere, e in quale modo, iki. Il rapporto tra iki e arte in visione soggettiva ed oggettiva per la precisazione, tra arti imitative (pittura, scultura e poesia) e arti libere (arti decorative, l’architettura e la musica). Non tocca nessuna delle arti più particolari del Giappone come lo shodo o l’ikebana.

“Ad avere un rapporto molto importante con l’espressione dell’iki sono innanzitutto le arti libere. […] Per prima cosa bisogna che in qualche modo si manifesti la dualità della “seduzione”. Occorre poi che tale dualità venga espressa con una precisa caratteristica, ossia come oggettivazione di “energia spirituale” e di “rinuncia”. Ora non esiste figura geometrica che mostri la dualità meglio delle rette parallele. Le quali, procedendo eternamente senza mai incontrarsi, rappresentano la più pura oggettivazione visiva della dualità. […] Del tutto estranei all’iki sono inoltre i motivi a tralci floreali […] perché hanno linee involute come germogli di felce; come è pure estraneo all’iki il motivo a grandi fiori stilizzati del perodo Tenpyo, perché formato quasi esclusivamente da curve.”

Viene fatta una distinzioni tra righe verticali (iki) e linee orizzontali (non iki): “Nelle righe verticali, invece si avverte la leggerezza della pioggiarellina e delle “fronde di salice” (ryujo) che cadono assecondando la gravità.” E tra le forme geometriche ([…] “essendo formati da triangoli son ben lontani dall’iki”).

Il saggio prosegue anche analizzando i colori (“sono più iki i colori assimilanti, come il verde e il blu, dei cosiddetti colori disassimilanti, come il rosso e il giallo.”) alla tipologia di illuminazione delle stanze parlando di architettura (“Occorre che la luce fluttuante in uno spazio iki abbia il colore tenue dei lampioncini appesi sulla porta delle case di piacere.”) per finire sulla struttura musicale (“La melodia iki consiste nella rottura dell’equilibrio monodico della scala ideale e nella posizione di una dualità sotto forma di scarto.”).

E lo studio continua…

Concentus Study Group

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