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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Come dice Luca Tommassini si deve credere fortemente ai propri sogni ed io fin da quando nel 2006 al Festival Puccini vidi la messa in scena dell’opera “Junior Butterfly” di Shigeaki Saegusa (scene di Rumi Matsui e regia di Masahiko Shimada che è anche librettista dell’opera) ne rimasi fortemente innamorato tanto da seguire le prove con una forte assiduità ed amore. Dire che è il proseguimento di Madama Butterfly è riduttivo; i temi sono l’amore, la pace, il perché si  arrivi a scatenare una guerra e la bomba atomica. Il tutto unito ad una musica moderna, che riecheggia anche melodie classiche con un leitmotiv che si ripete all’infinito penetrando nel cuore dell’ascoltatore.

Ma torniamo ai sogni. Stavo proprio terminando la tournée nicaraguense di Madama Butterfly quando mi viene offerta la ripresa della regia di Junior Butterfly.  Ovviamente non ho esitato nemmeno una volta pur sapendone la difficoltà musicale ed ideologica.

La tournée questa volta si sarebbe tenuta a Miskolc  (Ungheria) e….. sarebbe stata una corsa contro il tempo avendo poco tempo a disposizione per riprendere uno spettacolo così complesso. Oltre al fatto che nelle precedenti edizioni attrezzeria e costumi venivano dal Giappone per cui avrei dovuto “ricostruire” il tutto da me. Per fortuna a darmi una mano con l’attrezzeria ho avuto Luigina Monferini che mi ha trovato tutto l’occorrente e per le scene potevo contare su Enrico Ghiglione che è ancora più perfezionista e “stakanovista” più di me. A creare la magia delle luci il geniale professionista Valerio Alfieri.

Tra le cose che, non essendo l’allestimento giapponese, mi sarebbero mancate ci sarebbero state le lanterne di carta che adornavano il praticabile che idealmente è la casa giapponese in cui vive la protagonista. E qui arriviamo all’argomento vero e proprio di questo articolo. Cosa fare per non lasciare un praticabile sguarnito? Ovviamente un ikebana.

Ma come? In teatro si possono fare due tipologie di ikebana. Un ikebana gigantesco che costituisce la scena stessa oppure un ikebana che si integri con la scenografia.  Se abbiamo un palco vuoto ed un ikebana, anche di ragguardevoli dimensioni,  da un lato non è una scenografia, è solo una composizione in un angolo disgiunta dall’attore e dalla vicenda. Quindi io dovevo posizionare il tutto su un praticabile  (in un altro punto vedendo la scena non avrebbe avuto senso) dove passavano di continuo i cantanti.

Primo problema: la stabilità del vaso.

Oltre che essere il regista dello spettacolo (ovvero occuparmi dei movimenti, dei costumi, dell’attrezzeria, del trucco e delle acconciature e seguire il disegno luci ideato da Alfieri) dovevo seguire anche gli ingressi del bambino che interpretava il figlio dei due protagonisti.

Secondo problema: la disponibilità di tempo a mia disposizione.

Il giorno della recita ho avuto finalmente la possibilità di recarmi dal fiorista e pensare al mio ikebana.

Terzo problema: il fiorista aveva tre fiori di numero, nulla di rami e foglie, ma una moltitudine di fiori di plastica.

Che fare? La decisione andava presa su due piedi. Prendo tutti i fiori che ha in buono stato  (7!!!), prendo cinque ciuffi verdi da un’aiuola e arborizzo ehm… un vaso del teatro.

Pochi fiori per un ikebana che si deve vedere da tutta la sala e il rischio che con le vibrazioni dei passi dei canti… il vaso crolli a terra. Non potevo nemmeno ideare una grande struttura perché avrei cambiato l’assetto generale della scena considerato anche che sugli shoji venivano fatte delle proiezioni. Poi guardando la scena ho una possibile idea. Prelevo uno dei rami (veri) usato in scena, lo fisso al praticabile e vi incastro il vaso. Perfetto, stabile, ma…

Il ramo si mangia visivamente il tutto ed essendo un elemento scenico (presente anche negli altri atti) non posso modificarlo o andare a coprire i tagli.

Un’unica possibilità è unire idealmente il vaso con il ramo…. con altri rami. Vero i fiori sono ancora in minoranza schiacciante, ma ora il lavoro ha una sua unità  e movimento.

Il tutto fatto poi in 20 minuti (quelli del cambio scena) con i macchinisti che spostavano, inchiodavano e fissavano tutto attorno a me. Soddisfatto? Nì. So che con quello che avevo a disposizione non potevo fare altro, ma tutti noi siamo perfezionabili. Chi si sente arrivato non è un maestro di ikebana…. è l’arrotino 😃

Ah nei 20 minuti dovevo anche fare la foto del mio lavoro ed infatti la foto è pessima, ma mi consolo pensando a ciò che si vede in giro.

La soddisfazione è stato di parlare in Ungheria di ikebana dove non si conosce quest’arte e, come per il Nicaragua, ho il primato di essere stato ambasciatore della mia scuola ancora una volta.

E comunque un poco di orgoglio paterno per questo mio ikebana ce l’ho avuto nel vederlo cambiare a seconda dell’illuminazione essendo, come dicevo qualche riga fa, parte di una scena e non una cosa messa in un angolo magari anche con richiami a ciò che si rappresenta sul palco, ma che non è una vera scenografia né ne fa parte.

E alla fine il pubblico ha decretato il trionfo della serata e di ciò ne sono davvero fiero perché amo molto questa opera moderna che rappresenta ciò che i giapponesi hanno passato durante la seconda guerra mondiale. E se nell’opera pucciniana la protagonista si uccide per far sì che il figlio sia libero di andare in America qui, quel figlio, viene salvato dal suo in un abbraccio di passione filiale prima che il padre, armato di  tantō, faccia seppuku disperato per la morte della moglie vittima della bomba atomica sganciata su Nagasaki.

Il mio straordinario cast era composto da: Gian Luca Pasolini,  Rossana Cardia, Mayuko Sakurai, Gabriele Ribis,  Veio Torcigliani,  Valentina Boi, Pedro Carrillo,  Michi Takasaki, Elisa Montipò e Vittorio Parisi a cui vanno tutti i miei ringraziamenti.

Concentus Study Group

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