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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

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Di recente ho iniziato a leggere il libro di Leonard Koren intitolato: Wabi-sabi per artisti, designer, poeti e filosofi (Ponte alle Grazie).

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Inizia così:

“Lo spunto di questo libro fu una festa del tè organizzata in Giappone e molto pubblicizzata. Da secoli l’estetica giapponese del wabi-sabi viene associata alla cerimonia del tè, e la manifestazione si prospettava come un’esperienza di wabi-sabi profonda. Hiroshi Teshigahara, iemoto (grande maestro) della scuola di composizione floreale Sogetsu, aveva commissionato a tre dei più affermati architetti giapponesi la progettazione e la realizzazione di altrettanti ambienti per la cerimonia del tè. Dal canto suo, Teshigahara avrebbe elaborato un quarto progetto (1). Dal mio studio di Tokyo raggiunsi con un viaggio in treno e in pullman di tre ore abbondanti la sede della manifestazione, il parco di una residenza estiva. Costernato, scoprii che a essere celebrati erano il fasto, la grandiosità e l’eleganza e che di wabi-sabi c’era a malapena qualche traccia.

(1) Oltre alla struttura in bambù per esterni progettata da Teshigahara, gli altri ambienti per il consumo del tè erano opera di Tadao Ando, Arata Isozaki e Kiyonori Kikutake.La manifestazione si chiamava “Grande evento del tè di Numzau” allusione esplicita alla “grande festa del tè di Kitano” dell’ottobre 1587, il più grande evento legato al tè mai organizzato in Giappone. Il condottiero Toyotomi Hideyoshi, che aveva da poco conquistato l’isola meridionale di Kyushu, emise un proclama in base al quale tutti coloro che praticavano l’arte del tè – ricchi o poveri che fossero – avrebbero potuto partecipare ai festeggiamenti di Kyoto, nella pineta attorno al tempio Kitano, dove furono costruite all’incirca ottocento capanne del tè.

Della festa ideata dal takō Hideyoshi ne parla anche Yasushi Inoue nel celebre romanzo “Morte di un maestro del Tè” recentemente pubblicato anche in Italia (Skira editore). Sicuramente anche la festa del 1587 di wabi-sabi aveva ben poco come quella del 2000 a cui partecipò il nostro precedente Iemoto in quanto il wabi-sabi sembra più riferirsi alla sfera del privato, delle “piccole cose”. Una definizione di wabi-sabi nemmeno si trova nella realtà. Lo si descrive e basta o meglio ancora si cerca di intuire. Quindi alla base della delusione di Koren c’è, forse, uno sbaglio di aspettative che in un grande evento si potessero trovare tracce di wabi-sabi.

Sicuramente ha a che fare con il passaggio del tempo, l’imperfezione che ha una sua intrinseca bellezza e ovviamente legato alla corrente buddista zen. Come si concilia questa “ideologia estetica” con ciò che Koren “critica” all’inizio del suo trattato e con l’ikebana Sogetsu?

Prima di tutto è bene ricordare che per il Cha no yu (la cerimonia del tè) vi era una composizione floreale (denominata chabana ovvero fiori del tè) per la quale non serviva saper fare ikebana, anzi poteva essere vista come ostacolo. Il chabana è un’espressione pura di estetica del buddismo zen dove si ignora la propria personalità e si lascia che lo spirito e la meditazione ci portino a realizzare questa composizione. Si usano solo fiori di stagione, ci si pone innanzi al tokonoma (o alla parete neutra che andremo ad utilizzare per la cerimonia), ci si rilassa e si medita regolarizzando il nostro respiro. In un contenitore alto useremo tre fiori erbacei o tre rami posti in verticale molto vicino al bordo del vaso eliminando le foglie che possono andare dentro al vaso o troppo vicine all’imboccatura. In un vaso largo i fiori possono essere distribuiti in larghezza e tagliati corti. Se lo spazio è piccolo possiamo anche optare per due soli fiori (anche qui valgono poi le regole della disparità del materiale come in ikebana). Non si usano tecniche di fissaggio per i fiori, al limite per i vasi alti si può ricorrere ad un rametto che sostenga gli altri posto all’imboccatura del vaso. Questa composizione nasce per contrapposizione alle forme lussureggianti ed appariscenti allora in voga in ikebana e per questo deve dare l’idea di una spontaneità e delicatezza tenue particolari. Spesso si utilizza per queste composizioni un cesto di vimini, di quelli dei pescatori, idea che venne a Sen Rikyu mentre percorreva le rive del fiume Katsura. Dato che il chabana era esposto nel tokonoma assieme ad un braciere con l’incenso per purificare il luogo non si utilizzano mai fiori con un forte odore. Non si ricorre nemmeno a rami con frutti e bacche (anche se a volte si sono visti chabana con melograni bianchi o alchechengi) o fiori vistosi come le dafne o le celosie avendo i colori troppo vivaci. Sen Rikyu nelle sue sette regole riguardanti il chado come terza regola scrive: “Disponi i fiori come sono nei campi. Ovvero non metterli così come viene, ma far risaltare la bellezza e la vitalità di ogni fiore. Ciò è possibile ottenerlo solo quando lo spirito è davvero in armonia con la natura”.

Ma l’ikebana, nello specifico Sogetsu, può essere wabi-sabi (ricordandoci però che per il Cha no yu si parlava di chaban, appunto, non di ikebana, ma prestiamoci al gioco ideologico)? Sì. Iniziamo considerando che l’ikebana ha sempre un aspetto “asimmetrico” sia per dare l’idea di movimento, ma anche di qualcosa non finito, in divenire, transitorio. E comunque basti pensare al tema di” Dried, Bleached, or Colored Materials”. Analizziamo un’ikebana che feci per la mostra Arte Giovane.

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1 – 2 -3 potrebbero essere punti wabi-sabi della composizione? Iniziamo dal vaso realizzato dal maestro Sebastiano Allegrini. E’ composto solo da materiali naturali, ha la parte finale di aspetto “grezzo”, e il colore principale ha una tinta indefinita che può rammentare la carta riclata (in foto un poco l’aspetto del colore e le puntinature si perdono un poco). La funzionalità e l’utilità sono valori secondari in quanto l’oggetto non è stato creato per lo scopo a cui io l’ho destinato e, ovviamente essendo di ceramica, può adeguarsi al degrado e all’usura. Quindi il vaso potrebbe essere in qualche maniera wabi-sabi. I fiori secchi sono anche loro materiali naturali, si adeguano al degrado e all’usura (e questo vale anche per i crisantemi freschi ovviamente) , la corrosione e la contaminazione ne arricchiscono l’espressione (trovo che i girasoli seccati e/o spogliati dai loro petali acquistino un’austera bellezza). C’è una stagione per ogni cosa (e questo è facile da intuire dal binomio fresco e secco). Quindi questo ikebana potrebbe essere wabi-sabi anche per la durata effimera dei fiori (anche quelli secchi a forza di usarli si deteriorano in maniera irreversibile). Nel wabi-sabi si riduce il tutto all’essenziale senza però perderne il lato poetico, non si ricerca una freddezza, una sterilità, ma un caldo emotivo. Ogni singolo elemento deve deve essre connesso l’un l’altro. In questo lavoro (che omaggiava Van Gogh) ho cercato di mantenere un equilibrio tra forme, fresco e secco che ricordasse la malinconica bellezza del quadro dei girasoli del pittore olandese (molto wabi-sabi!), ma sicuramente viene fuori anche l’aspetto scenografico tipico della scuola Sogetsu che è connaturato in noi che apparteniamo a questa scuola.

Quindi potremmo dire che il wabi-sabi può in una certa maniera appartenere anche al mondo dell’ikebana, ma a seconda delle circostanze, dei temi toccati e della “grandezza” dei nostri lavori. Soprattutto se si considera i “precetti” di sbarazzarsi di tutto ciò che è superfluo e concentrarsi sugli aspetti essenziali.

Di certo io posso partire avvantaggiato quando utilizzerò questo piccolo vaso raku da me realizzato (e pure rotto – tutte le cose sono temporanee) che grazie all’idea di Silvia Barucci è stato restaurato benissimo da Andrea Terinazzi dove all’imperfezione della materia quale ideale da seguire (mia totale l’imperfezione creativa) si unisce la bravura di Andrea che ha arricchito l’espressione del mio piccolo lavoro grazie alla “contaminazione” materica.

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(© fotografico di Silvia Barucci)

L’importante come in tutte le arti è raggiungere il giusto equilibrio, a seconda delle occasioni, e in questo caso tra il wabi-sabi e il non wabi-sabi. Perché l’ikebana è una questione di equilibri.

Concentus Study Group

 

 

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