Skip to content

Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

Lo zen e l'arte di disprre i fiori

E’ riprovevole voler far credere di sapere più di quanto realmente si sa, ed è necessario essere modesti.

Non bisogna mai farsi vincere dall’orgoglio: esiste sempre un grado superiore a quello che si è raggiunto.

[…]

Dal momento in cui l’allievo rinuncia ad anteporre se stesso alla propria opera, è in grado di cogliere direttamente, insieme alla natura del fiore in cui si manifesta l’universo, le leggi della propria natura e quelle che regolano la natura del fiore.

(G. Herrigel Lo zen e l’arte di disprre i fiori)

Quando iniziai a studiare ikebana questo fu uno dei primi libri che lessi. E credo che chi si vuol avicinare all’ikebana o studia quest’arte debba leggerlo, comprenderlo, e saperlo “a memoria”. Spesso si ha un’idea distorta dell’ikebana che corrisponde un po’ all’idea generale di questi ultimi anni in merito al campo artistico. Essere artisti non vuol dire alzarsi un mattino e dipingere Guernica, ma alzarsi tutte le mattine e studiare, tanto studiare, con la speranza un giorno di riuscire a realizzare Guernica… o qualcosa che le somigli. Oggi invece siamo tutti artisti, registi, fotografi. Trasmissioni come Paint Your Life (a partire dal florist che ha citato spesso in maniera errata il termine ikebana) ti fanno credere che se prendi un oggetto qualsiasi e lo trasformi malamente sei un artista. Oppure in maniera newageistica che se guardi la natura vi scopri significati reconditi che ti portano a fare ikebana (letto e discusso di recente sul blog di una signora).

L’arte si studia e molto. E’ vero che non tutti quelli che escono dal conservatorio sono Paganini, ma possono essere ottimi musicisti. Come non tutti coloro che hanno artisti in famiglia (emblematico il figlio di Giacomo Puccini) per osmosi lo siano.

A volte dopo le dimostrazioni o le mostre le persone mi chiedono, indicando un ikebana: “Quello cosa significa?” Spiego loro se è uno stile base od uno dei temi di III e IV livello e loro sorridendo mi rispondono: “Sì, ma cosa significa?” So che aspettando di sentirsi dire cose del tipo: “E’ il tramonto del sole sul monte Fuji mentre cadono petali di ciliegio.”, ma è ovvio che da me certe risposte non le avranno mai.

Avendo la fortuna di conoscere due insegnanti Ohara come Mauro Graf e Silvana Mattei mi arricchisco storicamente e botanicamente, è bellissimo sentir parlare Graf del Monte Meru, delle origini dell’ikebana perse tra storia, mitologia e concetti filosofici oppure passeggiare per l’Orto Botanico di Roma con la Mattei e vedere che conosce ogni filo d’erba e te ne illustra tutti i dettagli. A questo unisco la mia passione per la pittura (la Sogetsu è molto legata ai concetti dell’arte moderna mondiale), al mio lavoro in campo teatrale, alle sperimentazioni che vedo fare da maestri internazionali oltre che nella pagina Facebook della Sogetsu stessa.

Perché lo studio non termina mai. Se ci sentiamo artisti e si fa ikebana perché l’arte fa parte della nostra vita da sempre si parte con il piede sbagliato soprattutto se non assimiliamo ogni singola specifica regola. Può sembrare inutie ricordarsi tutte le posizioni, angoli dei rami negli stili base soprattutto quando poi faremo i temi di III e IV livello, ma il bravo ikebanista sarà quello che ha talmente introiettato questi concetti da non aver problemi di “idee” innanzi al foglio bianco dell’apparente stile  libero. E’ importante, e questo è stato uno dei principali insegnamenti della mia attuale maestra, capire se ciò che aggiungiamo al nostro lavoro ha un vero senso o meno. Mi spiego meglio. Composizione con frutta e fiori (IV livello). Noi mettiamo il caso si utilizzi un ramo, della frutta e un fiore qualsiasi. Dovremo dare una forma unica al tutto. Poniamo che so il ramo in un contenitore o su di una base, e la frutta come se facesse parte del ramo. Ha senso mettere che so uno dei frutti sbucciati? Se fa parte del tutto sì, sennò è solo voler strafare. Tempo fa  (vedasi articolo in proposito) realizzai un morimono dove una melograna era tagliata in due perché volevo dare dei colpi di colore e forme e inserii il tutto in un ben preciso contesto. Ma se avessi messo la stessa melograna per metà sbucciata con i pezzetti di scorza seminati lungo il lavoro che avrei aggiunto? Questo è il lavoro da farsi in campo ikebanistico dove “less is more”.

Cito ancora dalla Herrigel: “Malgrado l’assoggettamento ad una forma, la creazione di un insieme di questo tipo lascia all’artista la massima libertà e non pone alcun limite all’espressione della sua fantasia.” Noi abbiamo davanti una possibilità cromatica offerta dalla natura che non ha nessun artista. Non dobbiamo cercare di ricreare i colori come fanno un pittore, uno scultore, un ceramista. Li abbiamo, li possiamo usare liberamente con mille sfumature. Se scuole come l’Ikenobo ricercano in maniera quasi “ossessiva” la forma perfetta del ramo, dell’inclinazione, del fiore o la scuola Ohara che usa determinati materiali in determinate forme compositive (in entrambi i casi il discorso è più lungo e complesso di questa mia breve frase), la Sogetsu è più “libera”, ma la ricerca di forme, colori da mettere “in un vaso” sono identiche. Non dobbiamo pensare all’ikebana come ad un agorà dove ognuno si sente di esprimersi artisticamente senza sapere la differenza tra rami principali e secondari o le tecniche di ancoraggio. È disciplina, molta disciplina (come in tutte le arti orientali) ed osservazione. Spesso per un ikebana ho in mente una ben precisa forma per cui vado a cercare il materiale che mi facilita il lavoro, ma so che quel materiale dovrò comunque osservarlo, lavorarlo (o a volte lasciarmi “lavorare da lui”), che forse cambierò idea strada facendo. Di certo non posso pensare di trovare un ramo come voglio io o di ideare un ikebana non in base all’impatto “visivo”, ma alle mie idee recondite. Perché è arte. Se leggiamo le illuminanti lettere di Van Gogh sullo studio di luce e colore (un pittore molto attento all’arte giapponese fra l’altro) vediamo che non dipingeva un seminatore per esprimere il duro lavoro che piega l’uomo sotto il sole contro la classe dominante. Poi magari i critici ce lo vedono, e forse lo stesso Van Gogh incosciamente lo pensava, chi può dirlo, l’importante è capire il processo creativo, lo studio continuo e necessario, e mai perderlo di vista:

“Caro Theo,

È stata una settimana di serrato e duro lavoro nei campi di grano in pieno sole: ne sono venuti studi di messi, paesaggi e uno schizzo di seminatore.

Su di un campo arato, un grande campo di zolle viola, sale verso l’orizzonte un seminatore in azzurro e bianco.

All’orizzonte un campo di grano maturo.

Sopra tutto, un cielo giallo con un sole giallo.

Dalla sola nomenclatura delle tonalità, senti che il colore gioca in questa composizione un ruolo importantissimo.

Così lo schizzo in quanto tale – tela da 25 – mi tormenta molto nel senso che mi chiedo se non si debba prenderlo sul serio e farne un quadro formidabile. Dio mio quanto mi piacerebbe! Il fatto è che non so se avrei la forza di esecuzione necessaria.

Metto da parte lo schizzo così com’è, non osando quasi pensarci. Già da tempo desideravo fare un seminatore, ma i desideri che coltivo da tempo non si realizzano sempre.

[…]

tuo Vincent”

Van Gogh - Seminatore

Annunci

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: