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Luca Ramacciotti – Sogetsu Concentus Study Group

www.sogetsu.it

(Cardo, Spirea, Ceramica di Susy Pugliese. Esposizione Tra cielo e Terra in onore di Maria Grazia Rosi)

© fotografico di Giuseppe Cesareo (http://www.cesareofotografi.it)

Quando osserviamo una pratica giapponese (chado, shodo, sumi-e, etc) rimaniamo sempre affascinati dalla precisione dei gesti, dalla ritualità che il popolo giapponese mette nel compiere le singole azioni. Appare tutto molto controllato, ma non asettico, hanno una leggerezza che ricorda la danza, i movimenti di una farfalla. Tutto questo è dovuto ad una costante pratica. “From formality comes fredoom” era il motto di Sofu Teshigahara. Per raggiungere questo livello noi occidentali dobbiamo mettere in gioco le nostre convinzioni, il nostro modo di porci ed affrontare con serietà il Ka-do, la via dei fiori.

Prima di tutto dobbiamo spegnere ogni rumore. Recentemente mi è stato chiesto quale musica è adatta per comporre ikebana. Nessuna. Il silenzio, possibilmente assoluto, è la migliore musica che possa seguire il nostro lavoro tanto che si faccia a casa nostra che in altre occasioni. Non dobbiamo pensare di dover fare un ikebana spettacolare, di impressionare le persone, ma di concentrarci in noi stessi, dedicarci del tempo, di rilassare la nostra anima, la nostra mente. L’occorrente per realizzare il nostro ikebana dovrà essere tutto a portata di mano. Dovremmo evitare di alzarci per prendere gli oggetti. Il tavolo su cui andremo a comporre l’ikebana va pulito costantemente perché la confusione non ci aiuterà nel nostro lavoro e non sarebbe male, come fanno i giapponesi, avere a portata di mano un piccolo asciugamano (quello per gli ospiti è della grandezza giusta) su cui posare le hasami in modo da non far rumore.

Una volta raggiunto questo stato di calma interiore ed esteriore (spegnamo i telefoni per qualche minuto di tempo non crollerà il mondo) ci dedichiamo ad analizzare il materiale vegetale. Esso ci dirà cosa fare.  Dobbiamo superare il concetto personale di “questo mi piace, questo non mi piace”. La natura è tutta meravigliosa in ogni sua esternazione e noi dobbiamo sapere come valorizzarla al meglio. Sta a noi trovare in ogni singolo vegetale ciò che la natura esprime. Può essere un atteggiamento che gli allievi potrebbero avere alle prime lezioni, ma va ricordato che un ikebanista usa tutto il materiale che la natura gli offre e che deve ringraziarla per questo. Non ci sono brutti materiali, ma brutti accoppiamenti tra di loro od ikebana sbagliati perché non siamo riusciti ad andare al di là dell’apaprenza. Iniziamo quindi ad osservare la linea, la forma di ciò che abbiamo scelto, o ricevuto dall’insegnante, e questo processo va fatto con molta calma, non mi stancherò mai di ripeterlo, non è una gara a chi è più veloce, ma a chi osserva maggiormente, chi si compenetra con la natura. Possiamo quindi cominciare a lavorarlo. Se un ramo, un fiore, una foglia ha un andamento che ci piace, ma stona con il resto dell’ikebana andremo a sacrificarlo. L’ikebana non è individualismo, ma un tutt’uno armonico. Dobbiamo portare, con il nostro lavoro, un senso di assoluta armonia, non di disequilibrio.

Dopo aver parzialmente lavorato il materiale vegetale ed aver deciso lo stile da eseguire iniziamo scegliendo anche il contenitore che non deve essere estraneo all’insieme, ma far parte di esso. In Giappone si fa lezione nel seguente modo: il maestro esegue l’ikebana, dopo lo fa l’allievo e se non va bene, senza dire nulla, il maestro lo smonta e l’allievo ricomincia da capo. Può, per noi occidentali, essere un modo di fare inconcepibile, ma se analizziamo nel dettaglio ci accorgeremo che questa metodologia evita che si faccia confusione durante la lezione, che ci si concentri e che quando il maestro fa le correzioni l’allievo si giustifichi o non faccia le correzioni indicate (mi è successo). L’umiltà è il primo atteggiamento da acquisire in questa pratica, rispetto per il maestro e la natura sono fondamentali come la pazienza che dobbiamo dimostrare quando abbiamo qualche difficoltà tecnica che non ci deve far avvilire o precipitarci nello sconforto.  Tutto ciò lo affronteremo con il maestro che saprà rimuovere l’ostacolo posto sul nostro cammino.

Dobbiamo sempre lavorare usando entrambe le mani (uno degli insegnamenti più preziosi dato dalla mia insegnante), stando composti, il nostro corpo deve per primo esprimere armonia mentre andiamo a ricrearla nell’ikebana. Pensiamo a quando siamo a tavola. Non teniamo una mano sotto il tavolo e mangiamo con una sola, come non metteremo i gomiti sulla tavola o li terremo stile gallina mentre mangiamo. Lo stesso vale per quando creiamo il nostro ikebana. Se seguiamo queste regole, poniamo attenzione ai nostri gesti piano piano arriveremo ad ottenere quel risultato che tanto ammiriamo nei giapponesi quando eseguono un’arte. Noi e la composizione diveniamo un’unico fluire dalla nostra mente, alle mani, alla composizione senza momenti di pausa o stacco. Dobbiamo fare pratica costante perché solo questa ci permetterà la padronanza delle tecniche e dei movimenti. Ricordo che quando studiai da sommelier avevo difficoltà a versare il vino nel bicchiere senza che una goccia non scivolasse lungo il calice. Una domenica dalla mattina alla sera mi misi a ripetere i gesti fino a quando non fui soddisfatto del risultato. Chi affronta una qualsiasi arte sa che il costante allenamento e studio è alla base di un buon rendimento e se abbiamo scelto l’ikebana vuol dire che amiamo eseguirla, che non ci (dovrebbe) costare fatica fare esercizio costante anche a casa. Anche perchè questo ci permetterà piano piano di mettere da parte l’ego personale a favore dell’universalità della composizione. Spesso su Facebook o flickr vedo con sorpresa commenti a miei lavori che ritenevo meno riusciti di altri. Evidentemente quegli ikebana hanno invece comunicato maggiormente delle senszioni alle altre persone e questo, ricordiamocelo sempre, è lo scopo principale dell’ikebana. Quindi la domanda va posta in maniera diversa. Come mai quegli ikebana che ritenevo perfetti non comunicano come gli altri che consideravo di meno? Dove ho sbagliato? Forse la risposta è che proprio l’ego messo nel farli che mi ha distolto dalcammino dei fiori.

Nel precedente post scrivevo che durante le mostre dobbiamo sostituire i fiori che si sciupano, ma se eseguiamo un ikebana a casa quando il fiore inizia a cedere dobbiamo semplicemente smontare il nostro lavoro. Non dobbiamo dispiacerci di questo. L’ikebana, come già scritto, ci ricorda l’impermanenza della vita, lo scorrere del tempo. Se alcuni materiali rispetto ad altri sono ancora in buono stato allora andremo a creare un ikebana differente, non si deve mai sprecare il materiale. Anche gli elementi che tagliamo durante la lavorazione sono importanti. Non vanno gettati a terra o sciupati. Possono esserci utili come elementi di sostegno della composizione o potremo utilizzarli per altri ikebana. Non è importante solo il materiale scelto, tutto può servire a ricreare attorno a noi la meraviglia della natura.

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